PASTORALE GIOVANILE (progetti)

Mario Delpiano

 

1. Progetti delle chiese locali

1.1. Il posto del contesto socio-culturale e della condizione giovanile in particolare

1.2. I giovani, referenti della prassi pastorale

1.3. Collocazione del progetto nella pastorale della comunità cristiana

1.4. L’obiettivo della pastorale giovanile

1.5. I contenuti privilegiati

1.6. Orientamenti metodologici

1.7. Gli itinerari

2. Punti di non ritorno

 

I progetti di pastorale giovanile chiaramente codificati e offerti sul mercato delle proposte sono tanti e diversificati. Da quelli formalizzati e continuamente rivisitati, assunti come modello, presenti negli statuti o nella pubblicazione corrente di associazioni e movimenti ecclesiali, ai documenti autorevoli dei diversi Istituti e Congregazioni religiose che sollecitano le loro comunità educative alla progettazione educativo-pastorale, offrendo loro il quadro globale della progettazione, ai numerosi progetti esistenti in ogni singola prassi pastorale rivolta al mondo giovanile, comprese quelle centrate su interventi specializzati.

L’intervento intende limitarsi a un’ambito particolare della progettazione: i progetti diocesani finalizzati a rivisitare e rinnovare la prassi pastorale verso il mondo giovanile delle singole Chiese locali.

 

1.​​ I progetti delle chiese locali

Si intende privilegiare la riflessione sui progetti delle chiese locali, perché riconosciamo che esse sono davvero chiamate ad essere anche di fatto il «soggetto» della prassi pastorale e della prassi di pastorale giovanile in particolare. Questa infatti diviene oggi sempre meno «delegata» a singoli, individui o gruppi che siano, mentre ritrova sempre più nella «ecclesialità» la sua caratteristica fondamentale.

Le chiese locali stanno compiendo oggi un notevole sforzo di coinvolgimento progressivo di base, spesso sotto la spinta di gruppi trainanti, di centro o di periferia, che sollecitano all’urgenza di un progetto condiviso di pastorale giovanile.

L’impulso alla progettazione comune deriva più spesso dalla pressione dell’azione e dei progetti di movimenti e di associazioni che tendono a monopolizzare la pastorale giovanile delle singole comunità, o dall’esplosione vivace e movimentata di gruppi presenti sul territorio, guidati da progetti specifici, la cui azione richiede coordinamento; tale impulso inoltre nasce dalla presa di coscienza di una pastorale giovanile finora confinata negli uffici catachistici diocesani e della crisi di praticabilità dei progetti di catechesi rivolti al mondo giovanile. Questo fatto è rivelativo di una crescente riflessione corale intorno all’evangelizzazione delle nuove generazioni, al problema della crisi della trasmissione culturale e alla inadeguatezza sofferta di una prassi cieca e troppo poco riflessa. L’analisi che si intende compiere sui progetti diocesani è per diversi motivi condotta su di un numero ristretto di progetti (una ventina). Ciò è ancora dovuto al fatto che l’emergere di una progettazione di pastorale giovanile è un elemento di novità delle chiese locali degli anni ottanta.

L’analisi dei progetti di pastorale giovanile è praticabile, se non ci si vuole ridurre alla sintesi, peraltro riduttiva e sempre inadeguata, dei diversi progetti esistenti, attraverso l’utilizzazione di una «griglia» capace di favorire una lettura critica dell’esistente; essa viene costruita da una batteria più o meno ampia di «indicatori» indispensabili per la recensione dei progetti. Questi indicatori che si possono utilizzare sono: il posto riconosciuto al contesto socio-culturale attuale, in particolare l’orizzonte culturale di tipo antropologico, educativo e teologico, in cui si colloca la riflessione progettuale; la scelta dei referenti (il mondo adolescianziale-giovanile) che intende privilegiare all’interno dell’analisi della condizione giovanile, il rapporto tra l’azione pastorale della comunità cristiana nella sua globalità e la prassi specifica di pastorale giovanile, l’obiettivo ridefinito in situazione giovanile e la sua articolazione, i contenuti privilegiati, gli orientamenti metodologici, lo spazio contemplato per la verifica-valutazione del processo che si vuole mettere in atto.

Attraverso questo filtro si vuol tentare di leggere la situazione attuale della progettazione, anche senza dover necessariamente utilizzare tutti gli indicatori sopra elencati.

 

1.1. Il posto del contesto socio-culturale e della condizione giovanile in particolare

Il contesto socio-culturale e pastorale risulta uno degli elementi privilegiati dai progetti. Se ne dà talora una lettura negativa non sempre aperta e possibilista per un intervento dal di dentro, o se ne dà più spesso una lettura molto critica, tesa a mettere in evidenza soprattutto i limiti e le carenze: la secolarizzazione considerata in termini negativistici più che di riconoscimento e valorizzazione dell’autonomia, il processo di scristianizzazione, la caduta di tensione etica, la crisi di valori e di cultura, i problemi della comunicazione col mondo giovanile, in particolare la distanza istituzionale dei giovani dalla offerta delle comunità ecclesiali.

La lettura della condizione giovanile propria delle analisi sociologiche è assunta dentro i progetti, soprattutto se schiva di fronte ad assolutizzazioni e a categorie costringenti e riduttive.

Alcuni progetti recepiscono l’esigenza di rivisitare le descrizioni sociologiche da una prospettiva più ampia e globale, di tipo interdisciplinare e possibilista, propriamente educativo-pastorale, capace di collocare gli elementi descrittivi-interpretativi all’interno di un quadro di progettazione e di intervento sulla realtà giovanile.

Minore rilevanza invece viene data nei progetti all’esplicitazione dell’orizzonte culturale e teologico, e perciò il modo di definire l’uomo, la cultura e al suo interno i processi educativi, la formulazione del quadro teologico di fondo.

Soprattutto in riferimento a questi indicatori fondamentali i progetti riflettono spesso la situazione di sincretismo e di frantumazione degli orizzonti di senso.

Un elemento importante che distingue alcune progettazioni è la loro più o meno esplicita collocazione all’interno di un determinato orizzonte culturale, accompagnata dallo sforzo di una coerente interpretazione al suo interno del quadro teologico e di quello educativo.

 

1.2. I giovani, referenti della prassi pastorale

I giovani intesi come referenti della proposta che il progetto intende raggiungere, sono definiti in modo vario: in taluni progetti viene giocata una suddivisione in categorie costruite in base alla domanda educativa e a determinati bisogni giovanili (per esempio i giovani «in difficoltà»; quelli «lontani» da una identificazione con la comunità ecclesiale, ma portatori di una domanda di senso; quelli «appartenenti»); ciascuna di queste categorie poi è collegata con una precisa definizione di obiettivi e itinerari. In altri progetti invece il referente è soprattutto il «giovane che frequenta» e si riconosce in un’appartenenza ecclesiale, anche se spesso con riserva; questo avviene soprattutto in quei progetti dove la preoccupazione prima è il ripensamento e il ricupero di spazi educativi istituzionali come gli oratori, i centri per la gioventù, le scuole cattoliche. Altri progetti ancora assumono come referente il giovane qualunque, senza rivelare esigenze di tipologizzazione di soggetti e di domande giovanili per una diversificazione dell’intervento. Una caratteristica crescente di molti progetti consiste nell’esplicito riferimento ai «giovani lontani», con la netta consapevolezza dell’urgenza di un rinnovamento del tipo di approccio pastorale nella linea della missionarietà, o con espressioni invece che si rivelano più sospiro di impotenza che intenzionalità di progettazione realistica.

Di fronte al mondo giovanile non è presente tanto l’esperienza del sentirsi accerchiati; i giovani sono visti, più che ostili o chiusi al dialogo, come irraggiungibili dalle comunità. È a volte presente anche la fascia dei giovani a rischio e dell’emarginazione; questi, all’interno del progetto, vengono considerati come i destinatari di un volontariato educativo sempre più qualificato e specializzato, raramente invece come il termine di paragone per ridefinire la funzione delle strutture educative stesse.

Talora in alcuni progetti, soprattutto quelli «totalizzati» dall’assunzione di paradigmi culturali specifici ed esplicitati, permangono assolutizzazioni elitarie: sono soprattutto i giovani che maggiormente rispondono in maniera entusiasta e totalizzante alle proposte che vengono a occupare la posizione di esemplarità nei confronti degli altri, e ricevono più spazio e attenzioni all’interno della progettazione. La domanda giovanile è interpretata oggi nei progetti come grande e urgente «domanda di senso», considerata però a volte come domanda a sé, e perciò passibile di selezione tra le altre domande giovanili; più comunemente essa è considerata all’interno di una domanda di vita allargata, che assume forme ed espressioni anche molto povere e sopite, ma che è possibile liberare in intensità e progressività attraverso gli interventi educativi.

 

1.3. Collocazione del progetto​​ nella pastorale della comunità cristiana

È esperienza quasi comune che la pastorale giovanile ha fatto nascere o ridimensionato le altre pastorali. In genere la sensibilità della comunità ecclesiale al mondo giovanile ha preso avvio dalla sollecitazione di iniziative di singoli (un prete con un gruppo o viceversa) che lentamente hanno favorito una presa di coscienza più generale del problema della pastorale giovanile da parte della comunità cristiana e dei suoi responsabili.

Nel contempo la ripresa delle proposte associative e l’affiorare sulla scena di associazioni e movimenti nuovi, all’interno della chiesa locale, ha vivacizzato l’iniziativa delle comunità verso il mondo giovanile e fatto vivere l’esperienza reale del pluralismo dei percorsi, delle proposte, delle differenti identità cristiane, evidenziando anche l’esigenza indifferibile di un cammino di convergenza e di comunione nell’unità, insieme alla crescente attenzione a «tutto il mondo giovanile» e non solo alle sue fasce privilegiate.

Sembra comunque un fatto che accomuna tutti i progetti, l’esigenza dichiarata di una assoluta necessità che «tutta» la chiesa locale se ne faccia carico. E ciò è vissuto come un’esigenza intrinseca dell’evangelizzazione, in quanto esigenza di fedeltà all’uomo in situazione: a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, nessuno escluso.

Ordinariamente questa nuova autocoscienza ecclesiale risulta frutto di un cammino di alcuni anni, scandito da tappe significative di presa di coscienza comunitaria sempre più approfondita (lettura progressivamente più approfondita ed esigente della situazione socioculturale e della condizione giovanile in particolare) e sempre più allargata, fino alla sua espressione più autorevole nei convegni diocesani centrati intorno al tema «comunità ecclesiale e mondo giovanile».

Pur dentro questa precomprensione comune si collocano e si diversificano i vari modi di concepire il rapporto tra progetto pastorale della chiesa locale e progetto di pastorale giovanile:

— una pastorale giovanile «autonoma», perché legata ad ambienti e persone specifiche dedite a tempo pieno a tale compito, pur con una continua sollecitazione per rompere «l’accerchiamento»;

— una pastorale giovanile come capitolo della pastorale della famiglia;

— una pastorale dell’età evolutiva, collegata quindi al mondo dei ragazzi e degli adolescenti, agganciati dalla formazione catechistica;

— una pastorale giovanile che, pur avendo avuto una partenza autonoma e protagonistica, cerca di continuo la possibilità di creare un progetto più ampio, assumendo come punto di incontro i vari piani pastorali annuali delle chiese locali.

 

1.4. L’obiettivo della pastorale giovanile

I progetti hanno acquisito una discreta uniformità di impianto generale nella definizione dell’obiettivo.

Qualcuno parla esplicitamente di «obiettivo», altri di finalità o meta generale, altri traducono questa attenzione progettuale nell’espressione «contenuti»; ciò per esprimere una preoccupazione dottrinale, forse anche per mediare con la sensibilità di chi non è formato al linguaggio della progettazione. Caratteristiche comuni nella definizione-riformulazione dell’obiettivo sono:

— La centratura esplicita sulla figura, sulla storia e sull’evento Gesù di Nazaret, con riferimento alla prospettiva dell’Incarnazione o alle affermazioni codificate dai documenti conciliari e del magistero. L’obiettivo è in genere ispirato al n. 38 (e seguenti) del documento CEI​​ II rinnovamento della catechesi​​ (Roma 1970); un obiettivo perciò ancora scarsamente riformulato in relazione alla situazione giovanile.

— L’obiettivo spesso contiene un’accentuata connotazione di ecclesialità, presentando il rischio talvolta di rinchiudere in prospettive ecclesiocentriche, più che di aprire alla universalità del Regno.

— È presente una intensa preoccupazione di indicare ai giovani una concezione di vita che ritrovi nel «servizio» (la diaconia) il modo più pieno di esprimersi. Ciò a volte, mentre porta alla ridefinizione fino alla limatura degli obiettivi terminali del cammino, si accompagna alla disattenzione nell’individuazione dei punti di partenza reali e minimali e nella formulazione delle tappe iniziali del cammino.

— Nella definizione dell’obiettivo viene riconosciuta «la domanda di senso» quale luogo antropologico entro cui offrire l’esperienza nuova e liberante di Gesù di Nazaret.

 

1.5. I contenuti privilegiati

Molte accuse mosse ai progetti di pastorale giovanile, o meglio ancora, alle passioni educative non scritte degli operatori, sono legate al fatto che non sembra chiaro in essi l’insieme della proposta dei «contenuti», cioè delle verità di fede limpidamente formulate, sistematicamente ordinate, in un linguaggio ecclesiale che avrebbe la pretesa di essere sovratemporale.

Nei progetti esistono indicazioni che orientano l’attività concreta anche sui contenuti vitali della fede cristiana espressi nel linguaggio del tempo, e lavorati metodicamente attraverso gli strumenti linguistici della catechesi, della liturgia e della testimonianza vissuta nell’esperienza quotidiana.

Sulla formulazione dei contenuti emerge una divergenza di metodo guidata da precomprensioni certamente differenti, cui soggiacciono perciò «modelli» differenti di pastorale:

— in alcuni progetti si opera la distinzione, che di fatto diventa separazione, tra evangelizzazione e pre-evangelizzazione, tra contenuti culturali propri dei processi formativi e contenuti dell’evangelizzazione; si mette in evidenza un processo di primo livello per la maturazione umana e un secondo per la maturazione cristiana. Esse risultano così solo accostate, giustapposte, quando non conseguite dialetticamente anche nei metodi;

— altri invece affrontano il problema dei contenuti attraverso il termine integrazione fede-vita, creando unità di azione e continuità di processi metodologici, perché assumono la «vita» in un’accezione linguistica globalizzante e totale (integrale, in pienezza) che diviene punto di partenza e punto di arrivo insieme, e luogo di riformulazione della stessa esperienza cristiana.

Una osservazione descrive in maniera abbastanza significativa la difficoltà ancora presente sia in termini operativi che progettuali: la catechesi è vista come «evangelizzazione violenta». A parte la contraddittorietà dell’espressione, quel che emerge è che con i giovani attuali si richiedano strutture e modi di procedere da «prima evangelizzazione».

 

1.6. Orientamenti metodologici

La scelta fondamentale che emerge dalla maggior parte dei progetti è il gruppo giovanile come risorsa privilegiata per l’educazione alla fede.

Di esso si danno indicazioni abbastanza precise, volte a preservarlo dai difetti più comuni, come la sua chiusura narcisistica, l’incapacità di favorire uno sbocco maturo, lo psicologismo e il giovanilismo, l’esperienzialismo e la perdita del legame col passato.

Se ne coglie l’urgenza anche in rapporto alle analisi sulla condizione giovanile, e lo si riconosce come mediazione necessaria per una esperienza di chiesa e per una maturazione dell’identità del giovane.

Il gruppo a volte è considerato in termini essenzialmente funzionali alla parrocchia o alla struttura centrale.

Sembra acquisito un pluralismo aggregativo, alcune volte ben inserito, altre volte un po’ sopportato. I movimenti e le associazioni, mentre in alcuni progetti sono considerati luoghi privilegiati per la formazione, divengono in altri oggetto di controllo e di contenimento.

Molti progetti prevedono una struttura intermedia tra il gruppo e la comunità cristiana. Per la parrocchia è più spesso l’oratorio, per la diocesi il centro di pastorale giovanile. È ricercata una dimensione di interparrocchialità non solo di iniziative, ma anche di ricerca e di progettualità. Si moltiplicano ovunque le consulte di pastorale giovanile con tanto di statuto, di rappresentanza e di tabella di lavoro attorno al progetto.

Figura indispensabile su cui spesso ogni progetto ritorna è quella dell’animatore, dell’operatore diretto di pastorale giovanile, quale garante della funzione educativa della stessa esperienza di gruppo.

Si tenta di delinearne la figura, il ruolo, la spiritualità, le competenze. Si sottolinea l’urgenza e la priorità di una scelta: la qualificazione e la formazione degli animatori. Al conseguimento di tale compito si prevedono corsi di aggiornamento, scuole di formazione per animatori, scambi di esperienze e attività comuni.

 

1.7. Gli itinerari

Alcuni progetti non si preoccupano di tradurre in cammini calibrati e ricorrenti per le varie età tutta l’impostazione di principio dell’obiettivo generale; altri li delineano soltanto, alcuni li descrivono in maniera articolata e metodica.

A volte vengono ipotizzati anche itinerari diversificati per età. In genere si tratta di itinerari di tipo globale, cioè preoccupati di una continuità educativa oltre i passaggi; altre volte più specificamente centrati sui contenuti.

 

2.​​ Punti di non ritorno

Riassumo le costanti della pastorale giovanile codificata nei progetti esistenti accostati, condensando il tutto in alcuni «punti di non ritorno», che esprimono il livello della convergenza. Questi punti costanti sono:

— La finalità generale della pastorale giovanile che li attraversa; essa può essere riassunta con una espressione: aiutare i giovani a vivere appassionatamente la propria vita, fino ad incontrarsi e accogliere Gesù di Nazaret come il Signore della vita, in una confessione gioiosa ed ecclesiale della fede e nella condivisione profonda della sua causa, il regno di Dio.

— La pastorale giovanile viene considerata come azione globale della comunità cristiana che ne è soggetto. È quindi frutto di molteplici interventi nelle dimensioni costitutive dell’essere chiesa: il servizio appassionato alla vita del giovane, offrendosi come luogo di solidarietà grande; l’annuncio di un messaggio liberante di vita dentro l’esperienza di vita offerta; la narrazione della vita di Gesù come sollecitazione a elaborare in profondità l’esperienza vissuta dei giovani; la celebrazione della vita e nella vita dell’incontro con il senso donato ed accolto.

— La pastorale giovanile è aperta e distribuita sul territorio, in quanto azione di un soggetto incarnato in un determinato contesto storico-culturale, e intende raggiungere, nella intenzionalità della sua proposta, tutti i giovani che sono presenti sul territorio.

Si rileva in particolare la novità e la diversità, rispetto al passato, del territorio in quanto tessuto socio-culturale, più che fisico-spaziale e socio-istituzionale; i giovani abitano una patria linguistica «altra», rispetto a quella delimitata nei confini parrocchiali e istituzionali.

Una pastorale giovanile attenta a non creare fin dall’inizio «giovani lontani» necessita di una progettazione ad ampio respiro dal punto di vista «territoriale» nel senso sopra indicato: va arricchita dalla molteplicità dei carismi e delle proposte agganciate alle diverse domande-offerte culturali.

La «consulta giovanile» di una chiesa locale appare sempre più uno strumento adatto per tale funzione.

— La pastorale giovanile non può essere pensata come attività che raggiunge i giovani «ad un certo punto» soltanto del loro cammino di riappropriazione della responsabilità sulla loro vita. Essa vive la responsabilità di farsi compagnia delle persone fin dall’inizio del loro sviluppo. Pertanto non va trascurata la pastorale dei preadolescenti e degli adolescenti.

Ma più profondamente la pastorale giovanile non può stare ad attendere la maturazione della domanda dei giovani in domanda religiosa sulla propria soglia di casa.

La pastorale giovanile si sente impegnata in prima persona, senza deleghe ad altri, nell’educativo, cioè nell’area dell’umanizzazione del giovane; infatti solo all’interno di tale processo, e «in determinate condizioni vitali» la domanda di vita del giovane può germinare in domanda di senso ed aprirsi all’invocazione e all’incontro.

E più ancora: sono i gesti e le offerte di vita che vengono giocati nell’educativo che contengono ed esprimono il «senso» profondo che l’evangelizzazione stessa intende offrire.

— La pastorale giovanile si avvale di un’esperienza di aggregazione fondamentale che diviene il suo luogo vitale: il gruppo. Con esso non si intende un cerchio di persone che vivono ripiegate al proprio interno, bensì la qualità delle relazioni e della comunicazione della vita che circola all’interno di tale contesto. L’esperienza di gruppo ha bisogno di essere vissuta nell’orizzonte della comunità sociale ed ecclesiale da cui germoglia per rispondere alla passione per la vita e aprirsi un varco nel tempo e nello spazio. La vita di gruppo pertanto non è programmata semplicemente in relazione ai bisogni dei partecipanti, bensì viene pensata a partire dallo «sbocco» finale a cui l’esperienza stessa è indirizzata.

— Si riconosce l’esistenza di vari livelli di appartenenza alla vita ecclesiale, a seconda del cammino fatto e delle diverse esigenze di maturazione dei giovani. La comunità ecclesiale pertanto si deve aprire a una pluralità di proposte e di metodologie. In questo senso diventa importante il riconoscimento e la valorizzazione delle forme associative e dei movimenti ecclesiali.

— I giovani oggi sollecitano le comunità a ridisegnare gesti e simboli espressivi della fede incarnata nella vita. Diventa pertanto importante apprendere a ridire la fede oggi con il linguaggio dei giovani e dell’uomo del nostro tempo, dentro le situazioni e le provocazioni della società e della cultura.

image_pdfimage_print

image_pdfimage_print