MAKARENKO Anton Semënovič

n. a Belopol’e nel 1888 - m. a Golicyno nel 1939, scrittore, pedagogista e educatore ucraino.

1.​​ Vita e opere.​​ Di famiglia operaia e credente. Di salute cagionevole, dopo l’anno per poter insegnare (1904), si dedica sempre più alle letture, specie con l’inizio dell’insegnamento a Krjukov nel 1905 e poi a Dolinskaja (1911). Nel 1914 è ammesso all’istituto magistrale triennale di Poltava e frequenta un gruppo di studenti orientato alla socialdemocrazia. Fatto il militare a Kiev, per pochi mesi, a causa della salute, termina il corso a Poltava, con un saggio su​​ La crisi della pedagogia moderna,​​ premiato con la medaglia d’oro, e nello stesso anno (1917) è direttore di una scuola per ferrovieri a Krjukov. Nel 1919 si trasferisce, come direttore, a Poltava, dove è membro di organismi sindacali. Nel 1920 è incaricato della direzione della colonia di lavoro per ragazzi di strada a Triby, dove arriverà la Grigorovič. Alla fine dell’anno ottiene di passare nella fattoria Trepke a Kovalevka e, falliti i tentativi psico-pedagogici, si impegna nella costruzione del​​ collettivo.​​ Nel 1922 nascono i «reparti», con propri comandanti, e cominciano le ispezioni ufficiali, con valutazioni alterne. M. va a Mosca per un breve periodo di studio, cui fanno seguito nel 1923-24 due suoi articoli sulla colonia «Gor’kij» (come la chiamò). Nasce il «Consiglio dei comandanti» e la banda musicale, migliorano pure le condizioni economiche generali (1924), ma cominciano gli scontri con il Commissariato per l’educazione popolare (Narkompros). Nel 1925, si costituisce il Komsomol (associazione della gioventù comunista) e inizia una corrispondenza regolare con Gor’kij. Nel suo 5° anniversario, si decide il trasferimento della colonia, che passerà, nel 1926, al convento di Kurjaž, dove c’erano già centinaia di altri ragazzi. Nell’ottobre 1927 è contattato dalla GPU per organizzare e dirigere una loro «comune», in onore di F. E. Dzeržinskij, mentre è aspramente criticato per il militarismo e i castighi. Nel dicembre 4 educatori e 60 ragazzi si trasferiscono nella comune, solennemente inaugurata. Nel ’28 viene discussa con lui l’impostazione della medesima; poco dopo, viene proibito il sistema dei «comandanti» e si propone l’affidamento della colonia al comitato esecutivo di zona: M. pensa di dimettersi. Nel luglio, Gor’kij visita la colonia e la comune. Poco più tardi, si impone a M. o di rinunciare ai comandanti o di lasciare la colonia. M. si ritira e accelera la stesura del​​ Poema pedagogico,​​ pressato da Gor’kij. Nell’agosto del ’29 arriva nella comune un «direttore politico» e M., sentendosi emarginato, pensa ad altre possibilità. Nel 1930 scrive​​ Na veletens’komu fronti​​ (Sul fronte gigantesco), che consegna per la stampa con la prima parte del​​ Poema:​​ questa è respinta. La comune prospera e si costituisce una «facoltà operaia». M. mette a punto la​​ Mars 30 goda​​ (Marcia dell’anno 30), mentre, contro il suo parere, si annullano i posti di educatore e prendono il sopravvento interessi economici (1931). Al ritorno dalle vacanze, si vede sostituito da un nuovo direttore. In novembre stampa la​​ Marcia dell’anno 30​​ e prepara, per il 5° anniversario della comune,​​ Pedagogi poržimajut plečami​​ (I pedagoghi alzano le spalle). È incoraggiato e aiutato da Gor’kij, che insiste sul​​ Poema,​​ cui M. si sta dedicando e di cui si pubblica la prima parte (1933). Nel 1934, diventa membro dell’associazione degli scrittori dell’URSS. Nelle vacanze fa l’ultimo viaggio con i comunardi e finisce la 2a​​ parte del​​ Poema,​​ che esce nel 1935. Malato di cuore, in luglio è nominato funzionario al Commissariato per le colonie di lavoro e si trasferisce a Kiev, da dove spedisce la 3a​​ parte del​​ Poema,​​ che uscirà nel 1936. Dopo un soggiorno a Mosca, prepara, con la moglie,​​ Kniga dlja roditelej​​ (Il libro per i genitori). A giugno muore Gor’kij e, a luglio, ha luogo il ripudio ufficiale della​​ ​​ «pedologia»​​ con piacere di M., che chiede l’esonero dalle sue funzioni per dedicarsi a scrivere. Si svolgono i grandi processi epurativi e si rilanciano le tesi di M., allineato sulle posizioni ufficiali; accetta la direzione temporanea della colonia di Brovary, nei pressi di Kiev, mentre pubblica vari articoli d’occasione. Nel febbraio del ’37 si trasferisce a Mosca, dove si moltiplicano i suoi interventi orali e scritti. La sua salute peggiora e deve ricoverarsi più volte. È ancora oggetto di polemiche in patria, mentre all’estero, dove sono già in commercio tre traduzioni del​​ Poema,​​ si diffonde la sua fama. Nel gennaio del 1939 gli è conferito l’«Ordine della bandiera rossa» per i suoi meriti letterari e, da allora, si moltiplicano i consensi. Ripresenta domanda di iscrizione al partito (accolta dopo la sua morte), si propone alla direzione di una scuola di Mosca (ottenendone risposta affermativa) e, dopo un viaggio a Char’kov, si ritira nella casa degli scrittori di Golicyno, dove, volendo rientrare nella capitale, muore nella stazione, il 1° aprile.

2.​​ Il pensiero pedagogico.​​ Formatosi sui classici, se ne distacca, come dalla pedologia, nell’impatto con i colonisti, pur avendo impiantato, prima, un laboratorio psicologico. Elaborò, nella scia del marxismo-leninismo e della tradizione russa, una​​ concezione collettivistica,​​ di cui venne formulando gradualmente le tesi teoriche. Il​​ Poema pedagogico​​ ne è testimonianza.

2.1. L’«uomo nuovo»:​​ è il punto di partenza teorico; coincide, di fatto, con l’uomo sovietico,​​ anima ed espressione della nuova società: è «un cittadino utile, qualificato, formato e politicamente istruito ed educato», lottatore, creativo, votato alla causa. Gli compete una​​ «nuova etica»,​​ non individualistica, come la vecchia, ma tesa a unire gli uomini, alla creazione del​​ collettivo.​​ La sua​​ educazione​​ sarà dunque​​ politica,​​ frutto di un processo induttivo dall’esperienza, anziché da deduzioni da una supposta natura o da altre scienze, come voleva la pedologia. Si tratta di una nuova logica, dal basso, per la​​ costruzione​​ e non per uno sviluppo precostituito dell’«uomo nuovo».​​ Al più si potrà dedurre il «metodo della pedagogia dai nostri fini» (Soč.,​​ V, 362). Di fatto,​​ fine ultimo​​ è la​​ felicità,​​ «nostro dovere morale» (Ibid.,​​ 453-454), e questa felicità dev’essere​​ collettiva.

2.2 Il​​ collettivo:​​ di origine russa, per M. è il tutto dell’educazione; è metodo, mezzo e fine; «il collettivo educa». Include giovani e vecchi, educandi ed educatori, con ruoli e funzioni differenziate, in base al principio: «le più elevate richieste all’uomo, ma, al tempo stesso, il più grande rispetto di fronte a lui» (Ibid.,​​ 229), con una responsabilizzazione di tutti e il superamento del «principale vizio pedagogico», la «convinzione che i ragazzi sono soltanto oggetto di educazione» (Ibid.,​​ III, 137). Anche gli educatori sono organizzati in collettivo, sebbene questo sia «forse, il più difficile problema della nostra pedagogia» (Ibid.,​​ 177), sul quale «nella futura pedagogia si dovrà scrivere tutto un libro» (Ibid.,​​ 183): il che egli stesso cercò di fare. Il​​ collettivo dei ragazzi​​ invece è organizzato attorno a un​​ centro,​​ come persona (all’origine, il direttore, poi anche il dirigente pedagogico, del Komsomol e dei pionieri) e come stanza, con un insieme di​​ reparti​​ o collettivi di base, che condividono, ciascuno sotto un comandante, vita e impegni e che, uniti, costituiscono l’assemblea,​​ con potere decisionale e giudiziario. Un ruolo importante, come organo esecutivo, aveva il​​ consiglio dei comandanti​​ (nel quale si entrava per cooptazione) e, a livello di quotidianità, il​​ comandante di turno,​​ cui spettava la responsabilità disciplinare dell’intero collettivo per un tempo limitato (e variato). Originariamente, il​​ direttore​​ è stato il punto di riferimento principale nella vita del collettivo. M. confessa di essere stato, all’inizio, un dittatore, mancando altri supporti, ma poi progressivamente si trasforma in educatore, con compiti specifici, quale primo membro del collettivo stesso. Tali compiti riguardavano specialmente i rapporti con i singoli, verso i quali era sempre disponibile, e che poteva anche castigare, ma non perdonare, che doveva amare, senza sdolcinature però e senza pretendere un contraccambio. Il collettivo ha un suo​​ stile e tono.​​ Il primo è definito dalla​​ disciplina cosciente​​ (di derivazione leniniana), più fine che mezzo educativo, nonché dall’ordine, dalla pulizia, dalle tradizioni, simboli, divise e comportamenti comuni; il tono, che ne dipende, dev’essere sempre «maggiore»: espressione di un clima di allegria, entusiasmo e disponibilità generalizzati e contagiosi. In tale prospettiva, al suo interno, si distingue tra un​​ «attivo»,​​ con funzione di animazione e di esempio, un​​ «sano passivo»,​​ costituito dai nuovi e dai piccoli, un​​ «attivo pigro»,​​ fatto dai furbi, dalla condotta variabile secondo le convenienze, e, infine, la​​ «palude»,​​ che raccoglieva gli inerti.

2.3. Il​​ lavoro e la metodologia del collettivo:​​ il​​ lavoro​​ è stato lo strumento più efficace per la costruzione del collettivo, sebbene poi affiancato dalla scuola, con ugual numero di ore (4 e 4 ogni giorno), ma con un differente apporto educativo. Il lavoro è, in senso stretto,​​ produttivo,​​ benché con modalità diverse (prima agricolo, poi di laboratorio e, infine, di fabbrica). Esso era solennizzato da un proprio cerimoniale, con feste, momenti celebrativi e particolari incentivazioni, con modalità diverse specie in rapporto al «salario». Le situazioni di emergenza od occasionali, con esigenze transitorie, hanno portato alla costituzione dei​​ «reparti misti»,​​ «la scoperta più importante» nello sviluppo del collettivo. Erano transitori, composti, prevalentemente, da comandanti, sottoposti, nel caso, agli ordini di un colonista, evitando così l’affermarsi di caste privilegiate. La​​ metodologia​​ operativa si articola, con l’esperienza e il superamento della contrapposizione tra educazione e rieducazione, in due momenti: 1’«esplosione»,​​ iniziale, di impatto con il collettivo, con una sovversione di abitudini e comportamenti, in funzione di una svolta radicale; e l’«infiltrazione»,​​ successivo, più duraturo, con una penetrazione e assimilazione graduale e cosciente degli indirizzi del collettivo, anche mediante la​​ competizione. Essa si realizza però​​ a livello di gruppo, anziché individuale, stimolata dal «sistema delle​​ prospettive»:​​ «nostra seconda importantissima istituzione». La prospettiva, a breve, medio o lungo termine, propone una meta raggiungibile, che consente ai ragazzi «la gioia del domani», «vero stimolo della vita umana»; inoltre, applicata alla produzione impegna al superamento di sé, alla lotta, alla vittoria: tutti concetti paradigmatici in M. e con risvolti catartici. Le prospettive furono utilizzate anche con riferimento all’alcolismo, alla religione e soprattutto al furto.

3.​​ Valutazione:​​ consentendo con quanto M. dice: «io non posso affermare di essere giunto a conclusioni definitive. Io resto ancora, come probabilmente voi, nello stadio della ricerca e del divenire» (Ibid.,​​ 251: asserto del 20.10.1938), va rilevato che egli ha conosciuto momenti di esaltazione e di rigetto acritici, momenti di ricerca diffusa e di stanca, al pari dei classici dell’educazione, nel cui novero merita comunque di entrare per il suo impegno, la sua originalità e per le difficoltà che ha incontrato e che non sempre è riuscito a superare con chiarezza. Le possibilità aperte dopo la caduta del comunismo contribuiranno indubbiamente a una sua più equa valutazione, con l’apertura degli archivi, sebbene permanga qualche interpretazione più ideologica che storica.

Bibliografia

a)​​ Fonti: Sočinenija v semi tomach​​ (Opere in 7 voll.), Mosca, Izdatel’stvo Akademii pedag. nauk, 1956-1958 (cit.:​​ Soč.); Sočinenija v os’mi tomach​​ (8 voll.),​​ Ibid., 1983-1986;​​ Gesammelte Werke,​​ Marburger Ausgabe​​ (ediz. critica in corso: voll. 1, 2, 7, 9, 13), Ravensburg, Maier, 1976-1978. b)​​ Studi:​​ contributi più recenti e innovativi: Makarenko V. S.,​​ «Erinnerungen an meinem​​ Bruder», in G. Hillig (Ed.),​​ M.-Materialien III,​​ Marburg, VWG, 1973, 157-222 (trad. it.​​ A.S.M. nelle memorie del fratello,​​ a cura di B. Bellerate, Roma, Armando, 1977); Hillig G. - S. Weitz (Edd.),​​ M.-Diskussionen international,​​ München, Minerva Publikation,​​ 1989; Bellerate B. A.,​​ A.S.M. oggi,​​ in «Pedagogia e Vita» (1995) 1, 11-30;​​ Hillig G.,​​ M. im Jahr des «grossen Terrors», Marburg, Makarenko-Referat,​​ 1998; Floris F.Ch.,​​ La pedagogia familiare nell’opera di A.S.M., Roma, Aracne, 2005.

B. A. Bellerate

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