TRADIZIONE

 

TRADIZIONE

1.​​ Fondamento della TR.​​ Il termine-concetto di TR dice poco: “trasmissione”. Nell’ambito cristiano però acquista pregnanza, perché il soggetto della trasmissione è Dio ed è la comunità della Chiesa, e l’oggetto è l’insieme dei doni della Rivelazione e della Grazia. La base, dunque, va collocata nel fatto che Dio è entrato nella storia, che i doni di Dio (Parola e Grazia) si sono fatti storia. Talvolta avviene di dire: “Dio si è fatto storia”; espressione da intendere bene, sia per non farne una retorica (specie nella C. e nella predicazione) e sia per non cadere in filosofismi che intacchino la trascendenza di Dio. Comunque, si insiste sulla storicità del fatto cristiano; il quale è “evento”, anzi una serie continua di “eventi”, vale a dire: esso presenta vere e reali novità, non precontenute in qualcosa di precedente, non pura evoluzione di premesse già date nella natura e nemmeno nelle fasi anteriori della storia; esso è creatività.

Tuttavia, questi eventi non toccano la storia umana solo in un punto: non sono semplicemente tangenziali e occasionali incontri, prima e dopo i quali ci sarebbe il vuoto; non si deve pensare, in concreto, che tra la prima venuta di Cristo e la sua seconda venuta l’umanità rimanga sola con se stessa tra speranza e attesa (puri atteggiamenti psicologici); no, il dono della Rivelazione-Grazia, in concreto il dono di Cristo, è un “seme” (questa l’insistenza maggiore dei dati del NT), seme che rimane nascosto, ma che esiste veramente dentro la storia, ed anzi è in crescita continua nel solco della Chiesa, per essere “lievitazione” perenne dell’umanità. Seme e lievito ormai ineliminabili; in questo senso l’evento cristiano è, insieme, creazione nuova, ma anche vera storia.

TR è questa storia divino-umana del seme-fermento cristiano. Vanno sottolineati i due fattori: Dio e l’uomo (l’umano della Chiesa). TR è vita, evoluzione, crescita dei doni inseriti da Cristo nella storia e affidati alla Chiesa; è trasmettere questi doni, evolvendoli; è al tempo stesso operazione dello Spirito Santo, e quindi dono e grazia, e operazione della Chiesa, e quindi impegno. Lo Spirito garantisce l’efficacia dei doni e la loro trasmissione perenne fino alla fine dei secoli (secondo la promessa di Gesù); la Chiesa, prolungando l’azione unica e primordiale di Maria, offre il campo, il terreno per la semina e per la crescita del seme, dona la veste umana, l’incarnazione culturale. La TR, quindi, è anche e tutt’intera nelle nostre mani.

2.​​ La parte umana​​ (della Chiesa)​​ coinvolta nella TR.​​ Ci si chiede: chi è il soggetto dell’azione del «trasmettere»?; quanto e come l’intervento umano viene assunto nell’azione del “trasmettere”?

— Anzitutto,​​ il soggetto.​​ Oggi la risposta ci pare ovvia: tutti. Ma si tratta di una verità riscoperta da non molto, e con fatica. Prima ci si limitava ad affermare il ruolo della “successione apostolica” dei vescovi, l’importanza dei concili, degli atti del magistero, della liturgia, e talvolta anche dei teologi (sempre però in subordine ai Padri della Chiesa). Oggi si insiste sulla​​ struttura carismatica​​ della Chiesa come qualcosa di fondamentale; e quindi si parla di​​ tradizione globale​​ che coinvolge tutti i carismi, dai profeti ai catechisti, ma soprattutto i santi, e quindi la vita e la testimonianza. TR implica, perciò, sia ciò che riguarda la continuità della Parola e della fede, sia ciò che la mostra tradotta nella testimonianza della vita. La​​ Dei Verbum​​ parla appunto di TR​​ viva,​​ che implica la Chiesa intera in tutto ciò che essa è e che essa fa; e insiste soprattutto su tre fattori: l’esperienza dei credenti che vivono la fede, lo studio e la riflessione dei sapienti, la predicazione dei Pastori e dei loro collaboratori.

— Circa il​​ quanto​​ di impegno umano viene coinvolto, basta anche qui una sottolineatura: tutto! Oggi si parla di​​ esperienza;​​ discorso che per decenni fu sospetto, in quanto lo avevano caricato di senso negativo coloro che (come i “modernisti”, agli inizi del nostro secolo) lo facevano passare come organo solo umano, e creatore di verità, dando luogo a interpretazioni soggettivistiche e immanentistiche della fede e della rivelazione cristiana. Esperienza, invece, dice di per sé anzitutto disponibilità a ricevere, ad accogliere, a riconoscere qualcosa che vien da fuori, e che è dato od offerto da Dio. Ebbene: la Chiesa diventa tanto più soggetto attivo di TR quanto più in tutti e in tutto essa sviluppa atteggiamenti di docilità, di ascolto, di “passività” attiva.

— Circa​​ il modo​​ concreto con cui si fa TR, oggi la teologia ecumenica anche ufficiale ha messo in onore quel processo di formazione di tradizioni (al plurale, appunto) che ha caratterizzato la creatività della Chiesa antica. Si parla ormai di​​ tradizioni nella TR e per la TR;​​ la TR è qualcosa di trascendente, che storicamente non esiste se non​​ in molte TR,​​ proprio perché l’impegno della Chiesa, dovendo coinvolgere integralmente tutto l’umano, deve mirare a vera incarnazione, perciò a piena inculturazione, e quindi per necessità deve accettare pluralità di espressioni.

Ma più importante ancora è la individuazione dei principali momenti in cui si scandisce tale processo di incarnazione, che produce singole TR (in​​ e​​ per “la” TR). Nello specchio della Chiesa antica, soprattutto dell’Oriente, anche i testi del Concilio parlano di quattro aspetti o quattro momenti successivi, strettamente legati tra di loro:​​ spiritualità, liturgia, comportamento, teologia.​​ A volte si parla appunto di: TR spirituale, di TR rituale o liturgica, di TR canonica e di TR teologica. Ma si tratta di tappe di un unico processo. Anzitutto viene la​​ spiritualità;​​ è il momento più radicale e fondante; risulta dall’impatto tra Vangelo e cultura (di un popolo, come pure di una comunità particolare, o anche di un singolo credente); il seme riceve particolari caratteristiche (o le evidenzia) a seconda del terreno (→ parabole di Gesù!); fino a che non avviene tale “reazione vitale”, il seme cristiano non manifesta tutta la sua vitalità; la fede resta superficiale.

Prima e autentica espressione della spiritualità è la​​ liturgia​​ (o lo dovrebbe essere): se il soggetto che reagisce al Vangelo assume e coinvolge veramente il “genio” della propria cultura, non può non privilegiare le espressioni comunitarie; ed ecco che nel momento “dossologico”,​​ coram​​ Deo,​​ la spiritualità ha modo di valorizzare i propri connotati specifici; nascono così i vari “riti”, come vero momento creativo (e il problema, eventualmente, si porrà quando a modificazioni storiche della cultura, di una comunità o di una persona, non corrispondono adeguati aggiornamenti nella spiritualità e nella liturgia, e il “rito” diventa formalismo, ripetitività morta). L’espressione liturgica, però, non esaurisce il “corpo” storico della spiritualità; il dono ricevuto lo si deve proclamare, nella propria cultura e con la propria cultura, non solo in verticale,​​ coram Deo,​​ nella dossologia, ma anche in orizzontale,​​ coram​​ mundo,​​ in testimonianza; ecco allora la​​ TR canonica,​​ che, in senso classico, denota lo stile armonico del vivere comunitario di un popolo credente; implicando cioè, più che regole e norme formali, verifica viva della fede nel comportamento integrale, e con una testimonianza missionaria che coinvolge anche le comunità in quanto tali.

Da ultimo viene la​​ teologia,​​ ossia la riflessione che traduce in parole e concetti “universalizzabili”, o meglio “comunicabili”, l’esperienza vissuta (sia quella radicale o di spiritualità, e sia quella espressa nella liturgia e nel costume pratico); viene per ultima, perché essa non crea l’esperienza, ma la rende soltanto comunicabile ad altri, anche “fuori le mura” della TR ristretta; senza tale traduzione, il Vangelo incarnato rischia di restare “imprigionato”, perché ogni cultura rappresenta anche un limite e non solo un valore; la teologia dovrebbe dare la parola a una determinata TR proprio per liberarla dai limiti, per aiutarla al distacco da sé, per un trascendimento che aiuti la missione, e anzitutto la comunicazione mutua con altre tradizioni e in vista della TR (maiuscola e al singolare!).

Proprio perché oggi si è scoperta l’importanza del “plurale”, ossia di TR incarnate profondamente nelle culture dei popoli, proprio per questo si è accentuato il problema-impegno di curare l’unità, ossia “la​​ TR”, da intendersi come frutto di comunione ordinata tra le diverse TR. Infatti, solo a questa condizione le singole TR garantiscono la propria autenticità; perché solo alla Chiesa in​​ quantouniversale​​ e totale Dio assicura l’indefettibilità e l’infallibilità. Ogni TR, perciò, deve restare in mutua e vitale relazione con tutte le altre; per dare e ricevere rispetto alla Chiesa intera, con dipendenza costante da essa.

3.​​ L’ambiguità dell’umano in ogni TR.​​ Proprio il fatto che il “seme” evangelico resta ancora nella storia implica che si debba tener conto della “zizzania”, dell’anti-Vangelo. L’umano, cioè, anche quello con cui la Chiesa veste la Parola, non diventa per questo “assoluto”, cioè divino, senza limiti e senza peccato. Resta sempre qualcosa di provvisorio e di caduco, chiuso nei limiti; e per di più esposto alla tentazione e quindi al peccato. “Chiesa sempre bisognosa di purificazione”, dice la LG (n. 8). Perciò le​​ diversità​​ (fra TR) rischiano sempre di trasformarsi in​​ divisioni​​ (scismi); e​​ l’evoluzione​​ (dentro ogni TR) rischia sempre di diventare, almeno parzialmente,​​ involuzione​​ e infedeltà (eresie).

Anche la C. quindi (con tutte le altre attività della pastorale) deve mettere in evidenza tali rischi; e insistere sulla necessità di saper sempre “relativizzare” le forme in cui il Vangelo viene tradotto e incarnato. E il modo migliore per predisporre tale relativizzazione è di allenare a restare costantemente in confronto con altre TR, soprattutto con gli orientamenti della TR universale (espressi dalle istanze centrali della Chiesa); e di guardare fuori, in atteggiamento missionario, per mostrare il valore di salvezza e di promozione umana insito nel Vangelo.

Bibliografia

Vedere voci attinenti (non solo TR, ma anche altre: dogma; sviluppo del dogma; Scrittura e TR; Chiesa...) nei vari Dizionari teologici; così pure vedere Commentari alla​​ Dei Verbum,​​ cap. 2.

L. Borello,​​ La Tradizione fonte della Catechesi,​​ in «Credere-oggi» 7 (1982) 1, 79-88 (riferimento ai Documenti cat. ufficiali); Y. Congar,​​ La Tradizione e le tradizioni,​​ 2 vol., Roma, Ed. Paoline,​​ 19611965;​​ Id.,​​ La Tradizione e la vita della Chiesa,​​ Catania, Ed. Paoline, 1964; H. Holstein,​​ La Tradizione nella Chiesa,​​ Milano, Vita e Pensiero, 1968; W. Kasper,​​ Il dogma sotto la Parola di Dio.​​ Brescia, Queriniana, 1968; K. Rahner – J. Ratzinger,​​ Rivelazione e Tradizione,​​ Brescia, Morcelliana, 1970.

Luigi Sartori

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TRADIZIONE

Chiamiamo t. «il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione ad un’altra» (Devoto-Oli). Dato il valore vitale che riveste in quanto affermazione di continuità nella mutevolezza, la t. è fatta oggetto di scienze molteplici, segnatamente la storia, la religione, l’antropologia culturale e certamente la pedagogia. In ambito educativo, la t. (e le t. che la codificano, segnatamente le t. popolari o folkloriche) viene considerata nel suo doppio senso di contenuto e di forma di trasmissione.

1. Così nell’educazione familiare, scolastica e religiosa la t. rappresenta teoricamente​​ i contenuti formativi nelle loro radici storiche, carichi dunque di esperienzialità e di saggezza, per cui rinunciando alla t. si sperpera un’eredità ricevuta. Uno snodo educativo delicato riguarda il rapporto intergenerazionale, tra anziani e giovani. Squilibri demografici ed ancor più culturali oggi nelle società occidentali determinano sovente un reciproco «muro del silenzio» e quindi fatalmente l’impoverimento del senso della vita, carente di storia.

2. È vero però che talora la t. riveste un​​ peso eccessivo​​ rispetto al futuro e all’innovazione, per cui l’educazione rischia il​​ ​​ tradizionalismo e la conservazione. Nello stesso rischio cade una educazione che realizza la trasmissione dei valori della t. affidandosi prevalentemente a forme di socializzazione e di imitazione materiale. Il pericolo consiste nel non discernere la giusta validità di quanto si trasmette, conferendogli valore normativo indebito e quindi generando per opposizione ribellione e rifiuto.

3. È corretto il cammino educativo se la​​ t. rimane «un atto tra vivi», si stabilisce una reciprocità tra passato e presente, per cui quanto viene ricevuto si trova a sua volta arricchito. Purtroppo questo non è facile né scontato. L’approccio carismatico o quello meramente riproduttivo si contendono scorrettamente il campo e tradiscono la t. come insieme di beni tramandati da assumere creativamente.

4. Può essere​​ paradigmatico l’ambito cristiano​​ (​​ educazione cristiana). Ivi la t., a differenza della S. Scrittura, che è momento codificato e rigido degli avvenimenti fondatori, rappresenta il credo religioso, con i suoi riti ed istituzioni, nel loro essere vissuti da comunità di persone, che tengono viva la t. mediante la personale partecipazione. L’educazione alla t. vivente si ha nella​​ ​​ Chiesa pienamente soltanto attraverso un processo di iniziazione, ossia di vitale inserimento in quanto viene notificato nella catechesi e celebrato nel rito. È lecito affermare che ha senso l’educazione alla t. (nel significato vitale del termine) e che essa deve andare oltre la fase istruttiva, nozionale, a favore di un cammino formativo culturale ed esistenziale insieme. In tale cammino è indispensabile abilitare all’esercizio critico delle tante t. che pullulano, ora legittimamente, ora no, nel corso dei secoli.

Bibliografia

Benedetti M. V.,​​ T. educazione società, Salerno, Libreria Editrice Internazionale, 1970; Centro di Studi Filosofici di Gallarate, «T.», in​​ Dizionario delle idee, Firenze, Sansoni, 1977; Prandi C., «T.», in E. Pace (Ed.),​​ Dizionario di sociologia e antropologia culturale, Assisi, Cittadella, 1984, 600-604.

C. Bissoli

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