TELEVISIONE

 

TELEVISIONE

In questo dizionario ci sono altre voci che toccano temi chiaramente collegati con quanto si dovrebbe dire qui: mass-media, radio, comunicazione come processo... Piuttosto che approfondire lo studio della situazione attuale, proponiamo di spostare lo sguardo verso un futuro imminente, e considerare la TV in quanto “luogo” in cui sta realizzandosi una vera e propria rivoluzione; per chiedere poi a quali compiti nuovi sia sollecitata la Chiesa, se vuole rimanere fedele al suo mandato.

1.​​ Un futuro già presente

Il progetto TV come futuribile è stato definito allo scadere del secolo scorso. Tra il 1900 e il 1930 si sono messe a punto brevetti e prototipi; nel 1936 iniziarono le prime trasmissioni in Inghilterra; nel 1938 in USA; in Italia nel 1954. Lo sviluppo su larga scala è del dopoguerra: tra il 1950 e il 1975 gli apparecchi televisivi nel mondo sono aumentati del 3235% (gli apparecchi radio del 417%, i libri del 111%, i giornali del 77%). Tra il 1960 e il 1975 la popolazione mondiale è aumentata di un terzo (+ 33%) e l’udienza televisiva si è triplicata (+​​ 185%).​​ I paesi ricchi detengono il 95% delle stazioni emittenti, hanno 1’88% degli apparecchi riceventi, con una densità media di 322 televisori ogni 1000 abitanti (più di uno per nucleo familiare). Il tempo di funzionamento dell’apparecchio (tempo di potenziale attenzione ai programmi) è tra le due e le sei ore giornaliere: il guardare la TV è divenuta l’attività che occupa più tempo dopo il sonno e il lavoro. Nei paesi poveri c’è il 5% delle stazioni, il 12% dei televisori e la media è di 24 apparecchi ogni 1000 abitanti. (I dati riferiti provengono da UNESCO,​​ Statistical​​ Yearbook 1982,​​ Paris 1982).

Oggi si sta realizzando una convergenza verso un unico progetto globale di tutti gli studi e le innovazioni tecnologiche compiute nei settori della comunicazione, del trattamento e della trasmissione dei dati; il televisore sta diventando il​​ terminale​​ di una rete assai complessa, aperta ancora a nuovi ampliamenti. Le innovazioni più significative che interessano il settore sono queste:

a)​​ Miniaturizzazione.​​ Lo sviluppo in questo settore è assai significativo perché è la via percorsa per l’abbattimento dei prezzi e per la deprofessionalizzazione degli strumenti (in questo modo infatti le macchine possono essere rese maneggevoli nonostante la quantità di automatismi inseriti).

b)​​ Miglioramento qualitativo.​​ Sono già in fase sperimentale telecamere e monitor ad altissima definizione, capaci cioè di una perfezione nella riproduzione delle immagini da andare oltre la soglia di definizione dell’occhio umano.

c)​​ Nuove tecnologie per la trasmissione dei segnali.​​ Due sono le direzioni di sviluppo: i satelliti di “distribuzione” e i cavi a fibra ottica.

La tecnica tradizionale usata per la distribuzione del segnale televisivo è la rete dei ripetitori a terra. Da alcuni anni — oltre ai satelliti per i collegamenti intercontinentali — si sono cominciati a lanciare dei satelliti destinati a inviare il segnale direttamente agli utenti. Quali i vantaggi? È evidente il risparmio per nazioni che hanno un vasto territorio da servire; inoltre aumentano i programmi disponibili per il singolo utente: si prevede che in ogni paese europeo si potranno ricevere sessanta stazioni straniere...

Nascono però anche gravi problemi: anzitutto una forte dipendenza dalle nazioni tecnologicamente più avanzate, perché esse soltanto sono in grado di lanciare i satelliti e mantenerli in efficienza; questi satelliti poi annullano di fatto le frontiere tra nazione e nazione: a livello politico ci si sta chiedendo come si potrà garantire l’autonomia politica, economica, culturale di ciascun stato.

Una tecnica diversa è la distribuzione del segnale televisivo attraverso il cavo a fibre ottiche: l’adozione di questa tecnica garantirebbe la piena autonomia di ciascuno stato, un notevole aumento dei canali televisivi, disponibili anche per forme di televisione locale e per trasmissioni a due vie (l’ascoltatore diventa interlocutore). La difficoltà maggiore è legata ai capitali necessari per compiere un simile lavoro: il progetto è redditizio solo se questi cavi diventano — per così dire — il “sistema nervoso” dell’intera nazione.

d)​​ Videoregistratori e videodischi.​​ Dall’ormai lontano 1957 (primo videoregistratore professionale AMPEX) ad oggi molti sono i passi compiuti per rendere i prodotti audiovisivi disponibili all’utente quanto lo sono i libri o i giornali. Le strade percorse sono due: il videoregistratore e il videodisco. Il primo dei due è già un prodotto affermato (uso familiare e didattico), il secondo sta creandosi il mercato (scuola, centri culturali, industria...).

e)​​ Nuove fonti di informazione.​​ La tecnologia è riuscita a fare in modo che lo stesso segnale che forma l’immagine sul televisore sia in grado anche di portare altre informazioni. E così sullo schermo, in alternativa al film o al telegiornale, è possibile avere una pagina scritta (24 righe di 40 caratteri) scegliendola a partire da un indice: si tratta del videotex. Quando il sistema sarà pienamente sviluppato si avranno a disposizione migliaia di pagine con le più svariate informazioni, da quelle di più usuale consultazione a forme di istruzione programmata. Il tutto può essere collegato con una stampante e con il telefono per ricevere testi da qualsiasi corrispondente a qualsiasi distanza.

II. Problemi aperti per la catechesi

Siamo coinvolti in una vera e propria rivoluzione, la quale non investe soltanto i massmedia ma tutti i mezzi con i quali noi trattiamo le informazioni. La novità si pone sia a livello di ciascuno strumento, sia — ed è la novità più grande — a livello delle interconnessioni tra i vari sistemi, che vengono integrati in una nuova unità di efficienza superiore. Ciò pone dei problemi per tutti: non è fuori luogo chiedersi quali sollecitazioni investano anche la C.

1.​​ Il primo problema riguarda l’atteggiamento stesso della Chiesa di fronte ad una evoluzione tecnologica il cui ritmo è talmente rapido da non concedere il tempo necessario perché si riescano ad elaborare delle scelte programmatiche: c’è il rischio di essere sempre in ritardo, giocati da “fatti” imposti dall’industria e dal mercato.

I settori che esigono una presenza di studio e di intervento sono:

— lo squilibrio tra le diverse nazioni nel controllo delle informazioni;

— la difesa della “privacy” del singolo individuo;

— la protezione da una eccessiva invadenza da parte degli operatori economici e pubblicitari;

— la difesa di spazi gestibili dalla comunità locale;

— la preoccupazione per la gioventù.

Può sembrare che tutto questo abbia poco a che fare con la C., ma non è vero: non solo perché la proposta cristiana è comprensibile e credibile solo sulla base dei fatti che la comunità cristiana pone; ma anche perché queste stesse preoccupazioni investono il modo con cui la Chiesa gestisce l’informazione al suo interno.

2.​​ La situazione che si prospetta come imminente è caratterizzata dalla grande disponibilità di programmi, prodotti molto spesso sulla base di modelli umani funzionali agli interessi del mercato e della pubblicità. Quale tipo di servizio può e deve rendere la comunità dei cristiani?

a) Da una parte c’è chi sostiene l’opportunità per la Chiesa di rinunciare ad una presenza a livello di grandi mezzi, per impegnarsi invece nell’azione concreta e là dove si realizza un incontro umano autentico: i group-media, radio e tv locali, le varie forme di espressione proprie di una comunità. Ciò può divenire un atto di contestazione profetica nei confronti di una società che sembra surrogare la vita vissuta con lo spettacolo (si​​ guarda​​ giocare, si​​ guarda​​ la politica, si​​ guardano​​ le guerre, si​​ guarda​​ pregare...) e che antepone l’efficienza al rispetto del più debole.

b) Dall’altra non si vedono motivi sufficienti per dichiarare in ogni caso contraddittoria una presenza della Chiesa a livello di massmedia: sembra infatti l’unico modo per parlare alla vita di molti. In questo caso si devono affrontare alcune opzioni.

1)​​ Quanto agli strumenti. Si può scegliere di gestire una stazione televisiva in modo diretto, decidendo anche se si vuole un “organismo ufficiale” o una struttura autonoma: nel primo caso il rischio è di non essere né ascoltati né creduti dai lontani e dai critici; nel secondo caso il pericolo è di dar vita a un organismo che funziona al di sopra della stessa comunità, con inevitabili conflitti di competenza.

Una scelta diversa è quella di utilizzare spazi disponibili nelle strutture commerciali e pubbliche: in questo caso la difficoltà consisterà nel sopravvivere anche se collocati entro rubriche chiuse in tempi morti.

2)​​ Quanto al pubblico. L’obiettivo da raggiungere può essere l’incontro con il pubblico più vasto oppure con la cerchia ristretta di coloro che sono profondamente interessati al discorso religioso; si può anche tentare una via differenziata e studiare programmi rivolti agli uni o agli altri. In ogni caso l’interesse per il dialogo con il pubblico dovrà essere sempre presente. Ma fino a che punto approfondire questo dialogo? C’è infatti chi propone l’organizzazione di centri di assistenza pastorale accanto alle redazioni di programmi religiosi televisivi, quasi parrocchie di nuovo genere. Bisognerebbe chiedersi il senso di questo preteso modo di fare comunità: è un servizio o è una mistificazione?

3)​​ Quanto ai mezzi economici. Non ci sono molte alternative: o si lavora a partire da un budget messo a disposizione dall’emittente; o i fondi necessari vengono dalla comunità; oppure sono gli utenti che pagano i programmi. L’aspetto finanziario è un punto critico: senza denaro non si fa nulla; per avere il denaro si può gestire la comunicazione religiosa televisiva alla stregua di un prodotto commerciale sostenuto da una ambigua macchina pubblicitaria (è il caso di alcuni gruppi evangelici negli USA: la cosiddetta Electronic Church).

4)​​ Quanto ai programmi. Una volta di più si deve sollevare il problema se abbia senso trasmettere nel circuito televisivo le immagini di quanto appartiene alla vita della comunità (la messa, i sacramenti) o se non si debbano riservare gelosamente queste celebrazioni alla partecipazione diretta di chi vuole essere coinvolto. Per la TV si possono inventare altre forme, tali anche da sostenere il senso di appartenenza di chi non può essere fisicamente presente. La cosa è tanto più urgente in quanto la massima parte del tempo televisivo a tema religioso è ora occupata da queste riprese o da momenti di celebrazioni ufficiali.

Conclusione

La messe non è mai stata così vasta; è chiaro che oltre agli operai occorre anche il contributo della teologia e della mediazione cat. Alcuni segni di una presenza sulla frontiera delle innovazioni tecnologiche ci sono: la Chiesa francese, quella tedesca e quella canadese sono presenti nei rispettivi paesi alla fase sperimentale del videotex, elaborando una loro politica e precisi programmi; la Chiesa statunitense e quella inglese partecipano al dibattito sulla legislazione relativa al settore della comunicazione; studiosi cristiani — specie in America Latina — sono attivi nel dibattito per un nuovo ordine a livello di comunicazione internazionale.​​ E​​ tuttavia tutto ciò sembra poca cosa di fronte​​ ad un​​ intero mondo che cambia.

Bibliografia

P. Babin – M. F. Kouloumdjian,​​ Les nouveaux​​ modes​​ de comprendre la génération de l’audiovisuel et de l’ordinateur,​​ Paris, Le Centurion, 1983; M. Beckbr-Huberti,​​ Videotex und Kirche. Dritte s​​ Internationales​​ Seminar in Durham,​​ in “Communicatio Socialis” 17 (1984) 4, 320-325;​​ Church​​ response​​ to cable television,​​ numero monografico di “Research Trends in Religious Communication” 3 (1982) n. 1;​​ Contribution of the Church to National Broadcasting Policy,​​ numero monografico di “Research Trends in Religious Communication” 1 (1980) n. 3; G.​​ Giovannini,​​ Mass media anni '90,​​ Torino, Ed. Gutemberg 2000, 1985; P. G. Horsfield,​​ Religious Television. The American Experi enee,​​ New York,​​ Longman,​​ 1984; G. Jaberg – L. G. Wargo,​​ The video pendi-, cable Communications for church and community,​​ Lanham,​​ University Press of America, 1980;​​ Religious Broadcasting now,​​ numero monografico di “Independent Broadcasting» 34 (1983).

Franco Lever

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