SEGNI LITURGICI

 

SEGNI LITURGICI

Per quanto i segni nella liturgia siano elementi secondari, tuttavia essendo i primi ad essere percepiti sono anche condizionanti. A volte la loro accettazione o il loro rifiuto stanno a dire rispettivamente l’accettazione o il rifiuto delle realtà di cui essi sono vettori. Ora dato che la liturgia è prima fonte e norma per la dottrina in vista della vita (cf lex orandi – lex credendi – lex vivendi), essa deve considerare con serietà: parole, gesti, simboli, riti (= linguaggio liturgico). Similmente l’operatore catechista deve conoscere il linguaggio liturgico nelle sue manifestazioni signali per adeguare l’azione cat .-liturgica ai contenuti di cui i segni vogliono essere trasmettitori.

1.​​ I problemi e le problematiche.​​ La riforma lit. postconciliare, recando il dettato e lo spirito dei principi sanciti dai Padri Conciliari, ha operato una semplificazione dei segni lit., ma non li ha eliminati. Infatti la liturgia è l’esercizio del sacerdozio di Cristo per mezzo di segni sensibili (cf SC 7). Questi però non sono segni “nudi”, bensì di una realtà sacra (SC 21), perché la liturgia si serve di segni sensibili per significare le invisibili realtà divine (SC 33). Anzi è di primaria importanza che i fedeli comprendano i segni lit. (SC 59). Essi sono però accompagnati da una serie di problemi e problematiche a cui si vuole qui accennare per chiarire e per semplificare quanto a volte è ancora fasciato di opinabile. Per esempio, dai competenti si discute ancora sulla diversità tra segno e simbolo; esistono anzi diverse scienze che si interessano dei segni, quali: semantica, semeiotica, simbologia, ecc., i cui rispettivi confini rimangono ancora oggi da circoscrivere. Qui — per necessità — si ricordano solo i seguenti problemi e/o problematiche legati ad alcuni centri di interesse.

a)​​ Terminologia e realtà soggiacenti.​​ Il​​ segno​​ è una realtà sensibile (udibile, visibile, tangibile, di cui in qualche modo si può fare esperienza con i sensi) che fa da ponte tra la cosa che significa e coloro ai quali la significa e la fa presente. Comunemente, seguendo F. de Saussure, ogni segno comporta: un​​ significante​​ (l’elemento o realtà sensibile), un​​ significato​​ (la realtà evocata o significata), la​​ significazione​​ (la effettiva capacità di un significante di “dire”, “comunicare” il significato). Si avrebbe un →​​ simbolo​​ quando il significante, invece di rinviare a un significato, invia a sua volta a un significante. Quanto di positivo e di negativo si può asserire del segno, andrebbe almeno duplicato per il simbolo. Il segno senza dubbio​​ svela​​ la realtà significata, ma non riuscendo a svelarla completamente, la​​ vela, fomentando​​ il desiderio di comprendere sempre più quanto “non” “dice-comunica” pienamente. Ogni segno è​​ ambivalente​​ (dice e non dice), è​​ pregnante​​ (dice e dice ancor di più), è​​ ridondante​​ (dice e potrebbe dire ancora sempre di nuovo).

b)​​ I segni liturgici appartengono al genere del sacro autentico.​​ I segni che vogliono significare il rapporto tra il creato e Dio appartengono al genere del​​ sacro.​​ Si ha un segno sacro​​ originario​​ quando esso dice l’intercomunione tra l’uomo e l’Assoluto, a prescindere dallo specifico dell’Assoluto. Si può così avere un segno sacro​​ falso​​ quando è errato il rapporto tra l’uomo e il trascendente, o perché il trascendente è frutto dell’immaginazione dell’uomo (dèi falsi; miti umani; divinizzazione di uomini, ecc.), o perché il rapporto è inteso a difesa, a paura della divinità, a propiziazione del nume, a pretesa di soggiogamento dell’Assoluto (si noti: si avrebbe il sacro numinoso, mitico, cosmologico, ecc.). I segni sacri falsi sono quelli della magia. Il rapporto espletato dai segni in tal caso proviene dall’uomo che cerca di “dominare” la divinità. I segni lit. al contrario appartengono al genere di quelli sacri​​ autentici,​​ in cui il rapporto da loro significato parte dal Dio Tripersonale, verso persone che fanno (o devono fare) parte della Chiesa: mistica persona. Sono sempre relazionabili a fatti storico-salvifici; e sono insigniti della caratteristica escatologica, cioè non esauriscono mai la loro valenza solo “qui – ora” ma sono protesi, anticipando nel “qui – ora”, quanto si avrà nell’eschaton svelatamente e completamente.

I segni​​ liturgici per eccellenza​​ sono quelli che la Chiesa usa per la celebrazione dei sette sacramenti nella loro parte costitutiva. La loro efficacia non ha nulla di magico, proprio perché si tratta di segni della fede, il cui autore e consumatore è Cristo (cf​​ Eb​​ 12,2). Sono segni lit. anche gli altri che servono per visibilizzare la celebrazione, per quanto propriamente non farebbero parte essenziale della medesima. Sia gli uni che gli altri sono forniti di caratteristiche speciali la cui natura deve essere conosciuta dal catechista (cf qui sotto 2).

c)​​ I dinamismi propri ad ogni segno.​​ Al di là delle discussioni proprie agli esperti, da tutti si conviene che ogni segno (sacro o no; sacro falso o autentico; ecc.) è dotato di​​ quattro​​ ambiti di azione, che sono raggruppabili in​​ due​​ gruppi di dinamismi: il dinamismo della rappresentazione e quello dell’operatività. Il​​ dinamismo della rappresentazione​​ testimonia che il segno è l’elemento sensibile che, entrando nell’esperienza del ricevente, annuncia un avvenimento a cui si deve prestare attenzione. Il primo ambito di azione è​​ V avvertimento​​ che non manca mai a ciascun segno. Riesce a raggiungere il secondo ambito di azione, se riesce a recare il messaggio che il segno intende veicolare. Perché un segno possa espletare l’informazione​​ è necessario che il ricevente possegga la chiave di lettura​​ dell’avvertimento.​​ Infatti la​​ conoscenza della convenzione​​ segnaletica è alla base della significazione del segno. L’informazione è accessibile solo a chi è preparato. Così il segno sacro autentico, cioè il segno lit., informa adeguatamente, cioè consegue il dinamismo della rappresentazione in modo pieno solo in soggetti che sono sufficientemente preparati ad accogliere il messaggio. La convenzione semantica per i segni lit. è​​ fornita dalla fede.

Il​​ dinamismo dell’operatività​​ esige che chi è stato avvertito e sufficientemente informato dal segno passi all’azione. Infatti chi ha inteso il messaggio dell’emittente, cioè del segno, si trova assoggettato al segno. Al caso il segno lit. postula un​​ asservimento.​​ È ovvio che per uomini liberi il rapporto fra segno con l’avvertimento-informazione e l’asservimento che consegue può essere “cancellato”. Se però è accettato, allora il segno operativamente arriva fino alla​​ “comunione”; cioè, il dialogo che si instaura fra segno emittente e soggetto ricevente arriva alla fine quando la vita si conforma alla informazione ricevuta. Ciò suppone una relazione del tutto tipica e operativa, di esecuzione cioè di quanto il segno significa. L’operatore della C. deve approfondire la sua conoscenza sulla polivalenza dei segni lit., cioè: Cosa intendono avvertire? Cosa informano? In campo operativo: Cosa postulano? Cosa esigono? Quale tipo di “comunione” intendono espletare?

2.​​ Natura e caratteristiche dei segni liturgici.​​ Il codice di informazione, ovvero la chiave di interpretazione dei segni lit., è dato dalla fede. A sua volta essa proviene dalla → Parola di Dio. In un simile contesto si comprende che la natura dei segni lit. è connaturata alla fede che di loro è la matrice. Si può convenire sui seguenti punti, che illustrano la​​ natura​​ dei segni lit. Essi​​ esprimono la fede​​ della Chiesa nella fede dei singoli partecipanti all’azione lit. È la fede della Chiesa che ha il primato. Essa pone gesti, parole, segni, ecc., sapendo di offrire una mediazione oggettiva ed efficace dell’incontro dell’uomo (fedele) con Dio Padre, per mezzo di Cristo (segno del Padre), nello Spirito Santo.

I segni lit.​​ coinvolgono il fedele ed esigono​​ da lui una risposta operativamente pregnante. La risposta è risposta di fede, ed è necessaria per realizzare l’incontro tra la persona (del fedele) e il Dio Tripersonale. Si comprende come ogni celebrazione lit. sia sempre accompagnata dal dono della fede. Globalmente considerati i segni lit. hanno una​​ natura dialogica e​​ intendono provocare atteggiamento di attenzione, di devozione, di fede. L’azione cat. deve aiutare a far passare dall’avvertimento all’informazione, tenendo lontani i fedeli dall’insidia sottesa a ogni genere di segni. Infatti i fedeli, quanto meno sono preparati, tanto più rischiano di leggere i segni arbitrariamente e di scoprirvi ciò che più risponde alla loro sensibilità (cf sentimentalismo nelle celebrazioni), al loro senso innato di magico, ecc. Al contrario, l’interpretazione che la fede della Chiesa dà ai segni lit. è in rapporto diretto​​ ​​ a​​ vago​​ simbolismo,​​ né​​ ad​​ arhitrarismo​​ (anche se i segni lit. come tutti i segni dipendono da una convenzione) ma​​ primariamente alla storia della salvezza​​ (cf SC 24.33).

Siccome è di importanza primaria che i fedeli comprendano i segni lit. (cf SC 59), allora è opportuno conoscere le loro caratteristiche. Essi sono adorni di un simbolismo il cui significato fondamentale è comprensibile alla​​ luce della Bibbia.​​ Sono in genere rivestiti di una patina vetero e neotestamentaria. Sono​​ comprensibili​​ alla luce dell’evento che è Cristo e della volontà della Chiesa che nel decorso dei secoli, e ancor oggi, sancisce il codice della convenzione per la loro comprensione. In ultima analisi, i segni lit. non possono essere interpretati​​ ​​ con il parametro della​​ funzionalità, né​​ con quello dell’allegorismo.​​ Essi sono segni efficaci anche se​​ convenzionali​​ (rapportabili o alla volontà del Cristo o senza dubbio a quella della Chiesa). Essi sono​​ rimemorativi​​ del passato salvifico,​​ indicativi​​ di una efficacia nel presente celebrativo, e​​ preannunziatori​​ (prognostici) del futuro salvifico. La maggior parte sono rapportabili a significati presenti nella Bibbia. Tutti assumono​​ senso dalla struttura celebrativa​​ in cui sono inseriti.

Si noti che essi sono​​ labili,​​ cioè a causa dell’assuefazione, della incapacità di attenzione, di concentrazione da parte dei fedeli necessitano di C. continua e ripetutamente nuova, che sappia suscitare interesse. Alcuni segni lit. poi, per motivi storici, possono​​ sembrare obsoleti.​​ Con un’attenta e penetrante loro comprensione, al contrario, sono ancor oggi capaci di “dire-comunicare”. Altri sono​​ frutti di culture​​ diverse da quelle in cui sono usati. Si inseriscono qui i capitoli dell’adattamento, dell’acculturazione, dell’inculturazione dei segni lit. che esorbitano dai limiti della voce.

3.​​ Incipiente esemplificazione dei segni liturgici.​​ Essi fanno parte del linguaggio della liturgia nel quale si devono annoverare la parola (lingua usata nei testi lit.), i gesti, l’uso tipico del corpo, di cose, di realtà. Secondo i diversi centri di interesse si possono ricordare:

a)​​ Segni lit. in rapporto all’uso di realtà del creato.​​ L’acqua, l’olio, il pane, il vino, il fuoco, la luce, l’incenso, la cenere, il profumo, il sale, ecc., nella liturgia assumono significato nuovo e tipico. Il simbolismo legato a questi elementi è di notevole spessore e di polivalenti significati. Si pensi al simbolismo del cibo e della bevanda, che, a sua volta, rimanda a quello del banchetto (veterotestamentario, neotestamentario, del Cristo, escatologico); o al simbolismo dell’acqua battesimale, di quella aggiunta al vino durante la S. Messa; a quello delle unzioni, ecc. Per la comprensione di ciascun segno derivante dall’uso di realtà del creato e per ogni simbolismo legato al segno, il ricorrere a un buon dizionario biblico costituisce la più facile preparazione per istaurare una C. adeguata.

b)​​ Segni lit. in rapporto agli atteggiamenti dei partecipanti.​​ Chi prende parte all’azione lit. è già entro un codice di lettura che dà un significato tipico ad ogni atteggiamento del corpo o all’uso di esso, sia del presidente sia dei partecipanti. Si pensi allo stare in piedi, seduti, genuflessi, prostrati, al digiunare, al camminare (processioni), ecc., atteggiamenti che nel contesto lit. assumono semantemi speciali. Così l’uso della mano con le varianti: imposizione delle(a) mani(o) su cose e persone, che dice epiclesi dello Spirito Santo, sua presenza ed azione; elevazione delle mani in atteggiamento orante; immersione della mano nell’acqua battesimale; il lavarsi le mani; segni di pace. Lo spirare: la​​ insufflatio​​ su persona(e) o su cosa(e); la​​ halitatio​​ su persona(e) o su cosa(e); il segno di croce; lo sguardo alla Croce; il cantare; l’ascoltare; il toccare, ecc.

c)​​ Segni lit. in rapporto all’uso di cose.​​ Si pensi all’uso di vesti speciali: l’abito bianco (al battesimo, cresima, eucaristia, matrimonio, consacrazione delle vergini); le vesti lit.; l’uso dell’anello (per le vergini, la sposa, lo sposo, il vescovo); la corona (per gli sposi, le vergini); il velo (per le vergini, per la sposa), ecc. L’uso delle immagini, icone. Ognuno di questi segni merita una trattazione speciale. Il catechista deve cercare di istruirsi e di trasmettere quanto apprende. Operativamente, deve preoccuparsi che la verità dei segni lit. emerga sempre più chiara, liberandoli da certe precomprensioni in modo che il fedele non sia preso dalla “routine” propria al formalismo rituale. Si coscientizzi alla partecipazione, che è ben di più che il ricevere un sacramento o lo stare a guardare un’azione lit. Infatti la liturgia per mezzo dei segni lit. può espletare una pedagogia se ci sono catechisti che si occupano a spiegare il significato del segno lit., il quale rimanda sempre al di là di se stesso, nel cuore della realtà celebrata.

Bibliografia

L. Beirnaert,​​ Expérience chrétienne et psychologie,​​ Paris, 1964; H. Biedermann,​​ Il libro dei segni e dei simboli,​​ Milano, Bietti, 1974; L. Bouyer,​​ Il rito e l’uomo,​​ Brescia, Morcelliana, 1964; L. M. Chauvet,​​ Linguaggio e simbolo. Saggio sui sacramenti,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982; J. Daniélou,​​ Les symboles​​ chrétiens​​ primitifs,​​ Paris, Seuil, 19622; J. Dreissen,​​ La linea liturgica nella nuova catechesi. Strutture e linee di azione,​​ Leumann-Torino, LDC, 1969;​​ Espressioni simboliche ed espressioni artistiche nella liturgia,​​ in “Concilium” 16 (1980) n. 2; R. Guardini,​​ I santi segni,​​ Brescia, Morcelliana, 1964; S. Rosso,​​ Elementi naturali,​​ in NDL, 428-448 (bibl.); D. Sartore,​​ Segno/ simbolo,​​ in NDL, 1370-1381 (bibl.);​​ Segni rituali e culture,​​ in «Rivista liturgica» 66 (1979) n. 1;​​ Il segno nella liturgia,​​ Roma, CAL, 1970;​​ Il simbolo nella liturgia,​​ in «Rivista liturgica» 67 (1980) n. 3;​​ Il simbolo, ponte tra Bibbia e liturgia,​​ ibid. 67 (1980) n. 5;​​ Symbol und Liturgie,​​ in “Liturgisches Jahrbuch” 30 (1980) n. 1.

Infine utilissimi i due fascicoli curati da J. Aldazabal,​​ Gestos y simbolos,​​ “Dossier” nn. 24-25, del Centro de Pastoral Liturgica de Barcelona (Barcelona 1984).

Achille Maria Triacca

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