RELIGIONI NON CRISTIANE

 

RELIGIONI NON CRISTIANE

1.​​ Sguardo storico .

1)​​ Nella tradizione cat. le R. hanno avuto posto e approcci diversi. Nei kerygmi diretti ai non giudei Paolo non si rifà alla storia del popolo eletto, ma alla esperienza e alle categorie religiose dei suoi ascoltatori, come quando si rivolge agli Ateniesi (At​​ 17,16-34) e ai Licaoni (At​​ 14,8-18). L’esperienza religiosa di quei popoli è presentata come strumento della Provvidenza divina e preparazione all’avvento definitivo di Cristo.

2)​​ Alcuni Padri nelle loro C. sottolineano i punti di preparazione e di contatto con la novità evangelica, attraverso la dottrina delle diverse epoche storiche e dei semi del Verbo, pur prevalendo la posizione pastorale di separazione con le R. dominanti.

3)​​ Il contatto con i nuovi popoli dell’Asia spinse a considerare nuovamente il posto delle R. nella C. I grandi missionari dell’inculturazione del rinascimento, quali i gesuiti Ricci, Ruggeri, Valignano, Rhodes e altri, composero con l’aiuto di laici autoctoni dei catechismi originali con chiari riferimenti alle R. In tutti questi catechismi ci sono delle caratteristiche comuni che meritano di essere sottolineate.

— Vi è una parte apologetica e una kerygmatica. In quella apologetica ci si basa sulla ragione, per introdurre il messaggio cristiano.

— C’è una simpatia per la cultura locale, in particolare per la letteratura e la filosofia, alle quali si fa abbondantemente ricorso.

— Le R. sono considerate diversamente. Il confucianesimo, considerato una filosofia, è visto positivamente. Il buddhismo invece è giudicato negativamente a causa delle esperienze avute e delle diversità dottrinali. Si tiene conto delle religioni, delle loro dottrine e pratiche, per presentare quasi in controluce il messaggio cristiano, che è così “storicizzato”. Valignano ha un approccio soteriologico come nell’amidismo giapponese, Rhodes un approccio “medico” come nel buddhismo, Ruggeri un approccio dell’ordine e della legge come nel confucianesimo. Sarebbe impossibile capire questi catechismi senza conoscere le R. del posto.

— C’è una visione teologica comune nei confronti delle R., considerate false, o incomplete e incapaci di trasmettere la salvezza. Si vuole adottare la cultura, ma allo stesso tempo si rifiutano e si condannano le R. Questo atteggiamento e questa visione teologica avrebbero bloccato l’inculturazione, anche se non fosse intervenuta la diatriba dei riti.

Nel 1632, infatti, mons. Ingoli, segretario di Propaganda, per favorire l’unità ed evitare le diatribe tra gruppi missionari, imponeva alle missioni del Giappone l’adozione del catechismo romano di → Bellarmino. Questo catechismo “astorico” si diffuse rapidamente in Asia e favorì l’approfondirsi del ghetto psicologico oltre che sociale delle comunità cristiane del continente. Da allora i catechismi furono traduzioni letterali di testi pensati per altre situazioni culturali. Si composero invece dei libri apologetici, che mostravano gli errori del buddhismo e la verità del cristianesimo. In genere la presentazione del buddhismo era ben fatta, ma poi si demoliva tutto sistematicamente, senza coglierne il senso profondo e senza riconoscerne i valori. Comunque il metodo non favorì né le conversioni, né l’integrazione dei cristiani nella cultura rispettiva.

2.​​ Svolta conciliare e conseguenze cat.

1)​​ Il Concilio Vaticano II segna una svolta decisiva, avvalorata dai Sinodi e dal magistero di Paolo VI e Giovanni Paolo II, in quanto riconosce la possibilità di salvezza per i non cristiani, ammette la presenza di valori nelle R. non cristiane e chiama tutti i cristiani non solo alla evangelizzazione e alla testimonianza, ma anche al rispetto, alla comprensione e al dialogo con gli altri credenti.

2)​​ Le scienze umane poi hanno sottolineato lo stretto rapporto tra cultura e R., soprattutto nelle società integrate. Non è quindi possibile relegare al solo fatto culturale l’inculturazione, di cui la Chiesa sente un bisogno urgente per ragioni non solo pastorali e metodologiche, ma anche per l’esigenza intrinseca di essere segno e strumento.

3)​​ Questa nuova visione teologica e antropologica ha favorito il rinnovamento della C. in diversi paesi. Anche se in generale si è più attenti al fatto culturale e alla situazione socio-economica, non mancano i tentativi riusciti di una presentazione del dato religioso. Nei nuovi catechismi indiani curati dal Centro Nazionale di Bangalore, per esempio, si tiene conto del contesto religioso e si adottano anche forme di preghiera indù.

3.​​ Criteri e orientamenti

1)​​ Il posto delle R. nella C. si di versifica secondo le situazioni in cui si trovano i catechizzandi. Ci sono infatti società pluraliste a maggioranza non cristiana, società pluraliste a tradizione più o meno cristiana, società integrate in cui cultura e religione si identificano, società marxiste e antireligiose. Ci sono poi diversi tipi di presentazione del messaggio e della fede cristiana, quali la presentazione del cristianesimo a credenti di altre R. per una conoscenza oggettiva, il kerygma come interpellazione alla conversione, l’iniziazione catecumenale, la C. di approfondimento in tutte le sue fasi. I seguenti orientamenti valgono per l’iniziazione e la C., che non possono ignorare le altre R., soprattutto quelle dominanti la società in cui si vive.

2)​​ I riferimenti alle R. devono proporsi tre obiettivi: a) eliminare i pregiudizi esistenti e possibili; b) favorire la comprensione, la collaborazione e il dialogo per una convivenza costruttiva; c) facilitare l’approfondimento e l’incarnazione della propria identità cristiana.

3)​​ Per realizzare questo triplice scopo in ogni contesto socio-religioso occorre rispettare i seguenti criteri fondamentali:

a)​​ Riconoscere la​​ Provvidenza salvifica di Dio​​ nei confronti di ogni individuo anche attraverso le realtà storiche, e quindi attraverso le R. stesse. Il senso religioso dell’uomo, che si coltiva e si esprime socialmente nelle religioni, non può capirsi al di fuori del piano provvidenziale di Dio.

b)​​ Riconoscere il​​ senso positivo della multiforme ricerca religiosa,​​ anche se non priva di limiti e di ambiguità, verso la quale occorre rispetto e dialogo in una emulazione costruttiva. Devono quindi essere riconosciuti i valori, le attese, il cammino salvifico in atto, c) Sottolineare​​ l’identità cristiana-,​​ come proposta nuova ma anche come risposta alla multiforme ricerca religiosa; come rottura ma anche come compimento; come novità e anche come continuazione.

4)​​ In ambienti a prevalenza non cristiana e soprattutto nelle società integrate musulmane, buddhiste, indù o altre, occorre inoltre rispettare alcuni criteri supplementari:

a)​​ Criterio ermeneutico,​​ occorre usare un linguaggio adatto e aperto che tenga conto non solo della comprensione del cristiano ma anche dell’aderente all’altra R. Spesso pur usando la stessa lingua si colgono significati diversi e persino opposti, per cui sorgono incomprensioni e distorsioni, e il messaggio perde il suo valore interpellante e missionario. La revisione del linguaggio cat. è particolarmente urgente negli ambienti buddhisti e islamici.

b)​​ Criterio apologetico e propedeutico,​​ occorre evidenziare il senso della ricerca religiosa in genere e della R. dominante in particolare in funzione del cristianesimo come compimento e novità. Questo può essere fatto anche per aspetti particolari riguardanti la concezione e l’esperienza di Dio, il culto, l’etica personale e sociale, i metodi di interiorità e preghiera, ecc. In questo occorre tener conto di tutte le dimensioni religiose, canoniche e popolari, perché tutte possono contenere valori e ambiguità.

c)​​ Criterio incarnazionale:​​ la C. può e deve essere via di → inculturazione non solo per l’espressione del messaggio, ma anche per l’esperienza cristiana e per la testimonianza missionaria. Se da una parte è opportuno assumere categorie e valori, forme e metodi della tradizione vivente soprattutto religiosa, dall’altra occorre integrare tutte le dimensioni umane e sociali. L’inculturazione infatti non è solo rivestimento o tecnica ma è anzitutto esperienza personale e comunitaria di Cristo in un ambiente particolare per trasformarsi in lui e così testimoniarlo. Tale assunzione comporta anche rotture, proprio perché è esperienza del mistero pasquale.

d)​​ Criterio della fedeltà,​​ il contenuto del messaggio deve essere rispettato. Però le verità non hanno tutte la stessa importanza oggettiva ed esistenziale. La loro gerarchizzazione quindi è opportuna e necessaria proprio per l’educazione e la crescita nella fede. Tale gerarchizzazione poi può essere influenzata dal contesto socio-religioso e dai bisogni contingenti, come è evidente nella storia della C.

e)​​ Criterio pedagogico:​​ il posto delle R. nella C. è subordinato anche alla crescita integrale e progressiva della fede. Più che delle varie tappe della C., occorre tener conto della esperienza progressiva dei catechizzandi, consci che le R., specie asiatiche, danno priorità all’esperienza interiore e comunitaria. Occorre anche affermare le somiglianze e scoprire le differenze, per far emergere il cristianesimo come compimento e novità, come continuazione e rottura. La ricerca, l’esperienza, i simboli, le credenze delle R. possono essere considerati spesso come profezie e preparazioni alla fede cristiana. Il confronto deve favorire rispetto e collaborazione con gli altri credenti e nello stesso tempo deve stimolare l’emulazione spirituale. Occorre anche iniziare al discernimento dei valori e dei limiti presenti nelle R. non cristiane.

In questo modo la C. non favorisce il ghetto come è accaduto spesso nella storia recente, ma costruisce comunità incarnate e​​ testimonian​​ ti.

Bibliografia

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Marcello Zago

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