RECUPERO

 

RECUPERO

Il termine r. è utilizzato spesso in contesti medico-sanitari nei quali i campi possono essere quelli della fisiologia, della psicologia clinica o della memoria (Galimberti, 1992). Più in generale esso è alla radice di tutti quegli interventi che si utilizzano per portare la persona a riattivare funzioni o operazioni parzialmente deteriorate o mal funzionanti.

1.​​ R. e rieducazione.​​ Nel contesto​​ sociale​​ si parla anche di rieducazione intendendo tutta una serie di interventi ritenuti necessari per riportare il soggetto a riappropriarsi del suo itinerario di crescita in modo più adeguato. Abitualmente quindi si fa riferimento soprattutto a un soggetto in età evolutiva, che sta adottando comportamenti non in sintonia con le norme vigenti nel suo contesto sociale e che quindi deve imparare a comportarsi in modo diverso da come, abitualmente o sporadicamente ma in modo compromettente, fa. In questo processo di riattivizzazione delle proprie energie, la parola rieducazione sottolinea l’intervento dall’esterno, mentre, più opportunamente, il termine r. esprime sia l’operazione di stimolo di un agente esterno che il riattivarsi delle energie compiuto dal soggetto a partire dal suo interno. Il percorso di r. sociale dovrebbe tenere conto dei bisogni dei giovani, dell’organizzazione complessiva della società, della qualità delle relazioni sociali, della presenza di strutture intermedie di socializzazione quali la scuola, le associazioni, i servizi sociali, della capacità degli adulti di trasmettere sentimenti, mete, obiettivi e modelli di identificazione e soprattutto della loro capacità di interagire dinamicamente con i giovani. Un tempo il mezzo privilegiato erano le case di rieducazione ampiamente criticate per il loro effetto stigmatizzante e per la logica della repressione e della esclusione (Goffman, 1968). Da allora si assiste a una molteplicità di interventi intesi ad attivare il percorso di r. del minore senza toglierlo dalla comunità di vita e aiutando lui e gli adulti ad assumere le proprie responsabilità. Perché l’intervento da potere sociale dell’adulto diventi aiuto per il giovane viene fatto veicolare su un terreno meno assistenziale e più educativo.

2.​​ R. e ambienti educativi.​​ Le strutture educative sono quindi ipotizzate come differenziate sul bisogno dei​​ ​​ minori. Ogni Paese sta superando il sociale-giuridico per pensare gli interventi in terreni più agili del privato-sociale. Le aree di intervento si allargano comprendendo l’area della socializzazione, quella del lavoro e della formazione professionale, e quella più specifica della emarginazione e della​​ ​​ devianza. I servizi si moltiplicano e i tipi di intervento cercano di rispettare una priorità che dovrebbe assicurare meglio la realizzazione degli obiettivi educativi. In caso quindi di necessità viene proposto nell’ordine: l’affido familiare, le comunità o gli istituti. Questi ambienti educativi sono molto articolati e molteplici. Ogni Paese avvalendosi delle proprie tradizioni cerca di modularli tenendo conto (almeno come tensione ideale) della finalità pedagogico-educativa, rispettando possibilmente il ruolo della​​ ​​ famiglia che non andrebbe deresponsabilizzata, inserendo personale educativo e proponendo una giusta flessibilità.

3.​​ Interventi alternativi al carcere.​​ Rimanendo nell’area europea segnaliamo alcuni interventi proposti come alternativa al​​ ​​ carcere. In​​ Francia​​ dal 1-12-89, non è più possibile la detenzione dei minori infrasedicenni. Per quelli con età maggiore oltre alla detenzione sono state introdotte tre misure alternative: «il rinvio della pronuncia della pena», il «lavoro di interesse generale (Tgi)» e la «mediazione-riparazione». Interessante quest’ultima soluzione che consiste nel non far comparire il giovane davanti al giudice minorile, ma nel fargli prendere coscienza dell’esistere di una legge penale, del suo contenuto e delle conseguenze della trasgressione nei confronti della vittima e della società. Il diritto minorile​​ tedesco,​​ invece, è caratterizzato dal principio dell’educazione, nel tentativo di mettere in secondo piano il concetto di punizione. Vengono utilizzate come misure alternative alla detenzione, solo per i reati meno gravi, le «misure alternative ambulanti» (es. obbligo di seguire lavori non remunerati di utilizzo sociale, pagare una multa a favore di un’istituzione sociale, risarcire la vittima, presentare le proprie scuse, evitare certi luoghi o talune persone, ecc.). Per quanto riguarda i reati più gravi sono state sviluppate le «nuove misure ambulanti» che comprendono i corsi di rieducazione sociale in cui un gruppo di minori discute insieme ad un operatore sociale di argomenti importanti che riguardano la loro situazione, i corsi di rieducazione specializzati per il r. dei conflitti, destinati in particolare a coloro che hanno la tendenza al maltrattamento ed alla violenza, la presa in carico singola da parte di un istruttore che si occuperà delle difficoltà familiari e / o sociali del giovane, ed infine la mediazione tra autore e vittima del reato che ha come scopo principale l’obiettivo di placare in prima persona i partecipanti al conflitto generato. Per ultimo, l’organizzazione penale minorile utilizzata in​​ Scozia​​ ed in​​ Inghilterra​​ è basata sull’uso di «sistemi di ascolto dei minori» con l’obiettivo di decidere se un minore che abbia commesso un reato, che si trovi in uno stato di abbandono o vittima di una violenza, abbia bisogno di un intervento delle autorità. Tali sistemi di ascolto sono una specie di Tribunale Informale in cui i componenti della struttura, i minori stessi, i genitori e gli operatori sociali discutono insieme del problema portato da uno dei minori e con una commissione che rappresenta lo Stato propongono interventi adeguati. Anche in​​ Italia,​​ soprattutto dopo il DPR 448 / 88, la tendenza è quella di utilizzare il carcere come estremo rimedio. Misure alternative, seguendo un po’ l’andamento delle soluzioni proposte negli altri stati europei, sono la «messa alla prova» e la «conciliazione con la vittima». Significativa ormai è la tendenza a utilizzare risorse educativamente più rilevanti come l’inserimento del ragazzo in comunità educative (comunità alloggio, case famiglia, gruppi appartamento, comunità di accoglienza, cooperative di lavoro) con adulti in grado di aiutarlo a riappropriarsi di competenze più adeguate alla sua crescita. Ogni comunità ha il suo progetto educativo (​​ progettazione educativa) che tiene conto delle indicazioni generali imposte dagli standard regionali o nazionali, dei principi di riferimento a cui si ispira il gruppo educativo e della metodologia ritenuta adeguata ai fini proposti. Si può quindi concludere affermando che in Europa si è passati da un «modello punitivo retributivo» a un «modello rieducativo trattamentale» e si sono poste ormai le basi per impostare il r. su un «modello riparativo conciliativo».

4.​​ Il​​ r. scolastico.​​ Una parte importante del r. viene riservata al​​ r. scolastico​​ in quanto la​​ ​​ scuola occupa il minore per molte ore del giorno e costituisce un fattore a volte determinante della sua crescita. Variabili significative sono quelle relative all’​​ ​​ apprendimento, all’​​ ​​ insegnamento e all’​​ ​​ insuccesso scolastico.

Bibliografia

Goffman E.,​​ Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza,​​ Torino, Einaudi, 1968; De Leo G. - A. M. Dell’Antonio,​​ Nuovi ambiti legislativi e di ricerca per la tutela dei minori,​​ Milano, Giuffré, 1993; Cavallo M. (Ed.),​​ Le nuove criminalità: ragazzi vittime e protagonisti,​​ Milano, Angeli, 1995; Severi V.,​​ Insegnamento e apprendimento in difficoltà. Ricerca e azione educativa di fronte all’insuccesso scolastico,​​ Torino, UTET, 1996; Stella P.,​​ Difesa sociale e rieducazione del minore,​​ Padova, CEDAM,​​ 2001; Scardaccione G.,​​ Il minore autore e vittima di reato. Competenze professionali,​​ principi di tutela e nuovi spazi operativi, Milano, Angeli, 2007.

L. Ferraroli

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