RADIO

 

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Il binomio radio-catechesi indica un settore di attività e di studio che merita una attenzione maggiore di quanto non gliene venga concessa abitualmente. Perché la situazione cambi è indispensabile lavorare su due fronti: operare nel concreto con coraggio ed efficacia; compiere studi specifici per elaborare criteri capaci di guidare progetti e programmi.

1.​​ La comunicazione radiofonica.​​ La R. è nata all’inizio di questo secolo. Gli scienziati e i tecnici che misero a punto i primi apparecchi pensavano ad un rivoluzionario miglioramento del telegrafo, un​​ telegrafo senza fili​​ per l’appunto. Lo si pensava come uno strumento di comunicazione a due vie, capace cioè di collegare due emittenti tra loro. La sua utilità venne subito intuita e sfruttata dalle società commerciali, dai governi, dai comandi militari. L’idea che potesse esserci una potente stazione emittente con cui si colleghino molti apparecchi​​ soltanto​​ riceventi (comunicazione unidirezionale')​​ è venuta vent’anni dopo. Fu sfruttata come metodo per convincere la gente ad acquistare i ricevitori: ci si riuscì così bene (nel 1921 c’erano in USA 5.000 apparecchi; erano 10.000.000 nel 1929) che l’industria si impadronì della R. come ottimo veicolo pubblicitario. Le emittenti organizzarono i programmi in modo tale da avere un numero massimo di ascoltatori: in base a questo numero potevano contare su un budget proporzionalmente grande dovuto alla pubblicità. I contenuti erano notizie politiche di particolare rilevanza, sport, soprattutto varietà e musica di gusto popolare. La R. serviva per sentirsi in contatto con ciò che stava avvenendo (bisogno di informazione) e per divertire: alla dimensione più strettamente culturale non si offriva che uno spazio minimo.

Questa struttura è rimasta invariata fino ai nostri giorni: al posto dell’industria e della pubblicità ci​​ poté​​ essere un dittatore o una oligarchia, o un padrone, ma la R. è stata sempre pensata come un’emittente centrale che si rivolge ad un pubblico considerato massa di ascoltatori, non reale interlocutore. Gli sviluppi tecnologici, la miniaturizzazione degli apparecchi, il crollo dei prezzi, il perfezionamento delle trasmissioni con il conseguente aumento di canali disponibili, la relativa semplicità di gestione di una stazione hanno diffuso la R. in ogni paese del mondo, tanto che i nove decimi dell’umanità è in grado oggi di ascoltare messaggi R.

La situazione attuale è segnata da un doppio fenomeno:

— nei paesi sviluppati,​​ dopo una flessione dovuta all’avvento della TV, si osserva un ritorno all’ascolto R. su livelli pretelevisivi: la R. ha ridefinito spazi e funzione;

— ovunque​​ c’è la tendenza a volere una R. a dimensioni locali. Contrariamente a quanto si era profetizzato a proposito del “villaggio globale”, le singole comunità difendono gelosamente la loro originalità, la loro storia, e nella ricerca di spazi di comunicazione hanno trovato nella R. uno strumento duttile e accessibile. Da parte di alcuni osservatori questa è ritenuta la vera “idea nuova” da cinquant’anni a questa parte.

2.​​ Radio e programmi religiosi.​​ Può essere interessante ricordar che il primo esperimento riuscito di trasmissione della voce umana via R. fu quello del canadese Fessenden nel 1906: si trattava di una celebrazione religiosa dedicata al Natale. La R. divenne accessibile a un numero più largo di utenti dopo la prima guerra mondiale. Non soltanto programmi di contenuto religioso vennero inseriti nei palinsesti delle varie emittenti; sorsero anche parecchie stazioni R. dedicate esclusivamente a questo tipo di trasmissione. Non ebbero vita facile e molte dovettero chiudere a causa dei gravi costi e della concorrenza fortissima.

Attraverso gli anni e nei diversi paesi le emittenti religiose hanno avuto storie diverse. Oggi ci sono stazioni R. a scopo dichiaratamente religioso dotate di emittenti di grandissima potenza, le quali puntano a raggiungere un pubblico quanto mai diversificato (varie lingue), concretamente non ben valutabile nella sua consistenza numerica (esempi possono essere Radio Vaticana a Roma e Radio Veritas a Manila); ci sono poi R. di piccola e media potenza, legate a un territorio più ristretto, le quali privilegiano la parola di chi nella comunità è ufficialmente delegato alla C. e alla presentazione della Parola di Dio: queste di solito riescono anche ad essere — con varia efficacia — “voce” della popolazione che vive in quel territorio; in fine — come si è già detto — in molte nazioni si osserva la tendenza a far nascere R. che siano espressione della comunità concreta a servizio di tutte le esigenze umane più vere:​​ R. della comunità cristiana,​​ non solo strumento di diffusione di un messaggio religioso. In tutti questi casi la Chiesa rende un grande servizio: educazione religiosa, senso di appartenenza, cultura, informazione sanitaria; in alcuni casi poi — non troppo infrequenti — la Chiesa, grazie alla sua organizzazione e ai suoi contatti internazionali, diventa una specie di “santuario” dove trovano possibilità di vita forze innovatrici e feconde, a cui ben poco spazio verrebbe riconosciuto dalle autorità politiche locali. Quanto poi alla presenza nelle R. commerciali o statali, i programmi religiosi possono andare in onda su iniziativa della R. stessa, oppure su iniziativa di gruppi religiosi che utilizzano per questo tempi garantiti loro dalla legge (in alcuni stati una percentuale delle ore di trasmissione deve essere destinata a programmi di utilità pubblica); è tuttavia regola costante che tali programmi finiscano in fasce orarie assai infelici, sotto la pressione degli inserzionisti pubblicitari che esigono altri programmi per le ore di maggior ascolto.

3.​​ Catechesi e radio.​​ In un tempo in cui il 90% dell’umanità utilizza la R. per sentirsi in contatto con la comunità e con gli avvenimenti in cui vive, è evidente che la radio fa cultura, partecipa cioè alla definizione del contesto di idee, fatti, comportamenti entro cui ciascuno di noi costruisce il suo vivere. La comunità cristiana non può rimanere estranea a quest’area di comunicazione, anche perché ha un preciso servizio da rendere:​​ ri-dire oggi​​ la Buona Notizia di Cristo. A questo proposito si possono proporre alcune osservazioni basilari.

a) Sembra un errore trasferire alla R. le forme di comunicazione religiosa sviluppatesi in strutture di comunicazione dove elemento caratteristico è la partecipazione fisica e la possibilità di interazione diretta: il pubblico di una R. non è il pubblico che ha scelto di andare in chiesa, a una determinata funzione; diversa è la forma di partecipazione e attenzione, diversa la modalità di fruizione (si sta guidando un camion, cuocendo un dolce, manovrando una gru...). Se invece la trasmissione R. di tipo religioso si fissa su moduli tipo “preghiera” o tipo “predica”, “lezione universitaria”, il pubblico si autoseleziona in modo drastico: non si raggiungerà nessuno che non sia già ultramotivato a questo tipo di messaggio. E così si continuerà a contare le pecore rimaste nell’ovile, piuttosto che andare a cercare le altre.

b) Fare comunicazione religiosa alla R., con il progetto di rivolgersi al grande pubblico, è una sfida vera e propria. La R. infatti è utilizzata dal pubblico come colonna sonora che ritma il tempo che trascorre, come sfondo entro cui si colloca la consapevolezza di quanto si sta facendo; a meno che non ci siano informazioni che si è motivati ad ascoltare con attenzione, i programmi si seguono con lo stesso impegno e la stessa concentrazione con cui si parla del più e del meno con un amico. È possibile fare C. accettando di incontrare un pubblico simile? A parte il fatto che non ci sono alternative (o si accetta il pubblico che c’è, o non si parla a nessuno), alcune esperienze positive dimostrano che il messaggio religioso può realmente essere accolto come la Buona Notizia, come la risposta che molti degli ascoltatori si aspettano da tempo di ascoltare per le domande che conservano nel fondo del cuore. L’elemento determinante sembra essere il rispetto dello strumento che si sta usando (si prende sul serio il tipo particolare di comunicazione entro cui ci si colloca) e il rispetto del pubblico che sta in ascolto.

Come esempi — non certo esclusivi — si possono ricordare le trasmissioni curate dal gruppo SERPAL per l’America Latina (scelta del genere radio-dramma, come la forma più adatta per motivare l’attenzione e la partecipazione del pubblico); oppure le conversazioni di G. Pristland alla BBC: un giornalista, laico, con una ricca e travagliata esperienza di vita, che in forma di conversazione parla delle verità religiose, ma come scoprendole all’interno del quotidiano, evitando sia il rischio di apparire “voce ufficiale”, sia la pretesa di costituirsi “osservatore-giudice”. A proposito di questo secondo caso vale la pena toccare un problema che meriterebbe di essere dibattuto: è bene, è giusto affidare un ruolo speciale di “comunicatore” a una persona non appartenente alla gerarchia, libera di parlare a nome proprio e per di più diventata personaggio? A un attento esame di come funziona la comunicazione R. infatti sembrerebbe che questa sia​​ l’unica via da percorrere-,​​ nessuno è disposto ad ascoltare qualcuno che gli parli del modo con cui si possa e si debba vivere, se questo “qualcuno” non ha una faccia familiare e non gode stima di persona autentica e libera (non è un portavoce ufficiale).

c)​​ Impegnarsi a raggiungere il grande pubblico è un servizio che va garantito, ma non è l’esclusivo. È doveroso pensare anche a programmi rivolti a pubblici più ristretti, motivati ad un approfondimento della problematica religiosa. È il caso dell’insegnamento a distanza. Al riguardo ci sono realizzazioni e progetti troppo riusciti per pretendere di inventare tutto da capo.

d)​​ La risposta alla sfida che la comunicazione R. pone all’operatore “religioso” oggi passa anche attraverso opzioni di tipo strutturale. Non basta cioè garantirsi uno spazio all’interno della programmazione della R. nazionale (commerciale o statale non importa); è necessario — per essere autentici e credibili — favorire modelli di comunicazione che rispettino il valore della persona, della comunità, della partecipazione. Spesso infatti la struttura dei media, la loro organizzazione, le finalità perseguite dal gruppo gestore non possono dirsi in nessun modo​​ cristiani.​​ In tal caso una eventuale collaborazione non può che apparire fortemente contraddittoria.

e)​​ Favorire poi la creazione di piccole R. a misura di comunità significa anche optare per un certo tipo di comunicazione all’interno della comunità cristiana, dove la corresponsabilità deve essere valore effettivamente riconosciuto. Ciò porterà forse ad un cammino di fede apparentemente più lento, espresso in un linguaggio meno formale, ma si avrà il vantaggio di far crescere cristiani capaci di dire la loro fede e di collaborare come adulti alla vita della comunità.

Bibliografia

P. Borgomeo et al.,​​ La Chiesa dell’aria. La radio come canale di presenza cristiana,​​ Roma, Ed. Paoline, 1981; G. Coacci,​​ Radio e tv locali. Una nuova frontiera per la cultura,​​ Brescia, La Scuola, 1978; G. Gamaleri,​​ Un posto nell’etere. Le radio locali in Italia,​​ Roma, Ed. Paoline, 1978; M.​​ Kaplun,​​ Producción​​ de​​ programas​​ de radio.​​ El Guión.​​ La​​ realización,​​ CIESPAL, 1978;​​ Locai radio. Hotv​​ communities can​​ partecipate,​​ numero monografico di “Media​​ Development”​​ 3 (1983); N.​​ I. Schwerz,​​ Analise metodológico-contenutistica de “Un tal Jesus”.​​ Modelo​​ SERPAL de catequese para​​ adultos,​​ Roma, Università Pontificia Salesiana (tesi di licenza), 1984; L. Waltermann,​​ La radio come pulpito,​​ in “Concilium”​​ 4 (1968) 3, 116-131.

Franco​​ Lever

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