PSICOPATOLOGIA

 

PSICOPATOLOGIA

Studio della sintomatologia, eziologia, evoluzione e terapia dei disturbi mentali.

1.​​ Cenni storici.​​ Nel mondo occidentale le radici della p. risalgono ai contributi di Ippocrate (460-377 a.C.) e dei suoi seguaci che spiegano la genesi delle malattie attraverso la teoria degli umori. Tra il IV e III sec. a.C. vengono introdotti termini psichiatrici tuttora usati quali: isteria, ipocondria, melanconia, mania, angoscia. Altro grande contributo da segnalare è quello di C. Galeno (129-201 d.C.) il quale procede ad una sistemazione globale di tutte le conoscenze medico-psicologiche dell’antichità. Su tale sistemazione poggiano successivamente la medicina romana, la bizantina, quella araba e quella monastica dell’epoca medievale. Nella medicina rinascimentale si trovano richiami sia agli insegnamenti ippocratici, che galenici e neoplatonici. Ma è verso la fine del sec. XVIII che, sotto l’influsso dell’illuminismo ed il proliferare di numerose società scientifiche, vengono gettate le basi della p. moderna, superando, tra l’altro, definitivamente la convinzione che l’origine della malattia mentale sia da ricercarsi nella possessione demoniaca. Tale impostazione apre la strada al concetto che la follia è un disturbo comprensibile e trattabile in modo scientifico. Ciò evidentemente stimola il campo medico a muoversi entro il quadro di una costante osservazione e raccolta dei dati, al fine di giungere ad una sistematizzazione e classificazione dei sintomi e delle varie manifestazioni del disturbo mentale. La conseguenza è che, rispetto all’epoca precedente in cui era punita, s’inizia ad interpretare la follia non solo come un’espressione di nonragione, ma anche come un’alterazione della capacità morale. Da ciò l’elaborazione di programmi terapeutici al fine di recuperare il malato mentale all’autocontrollo e alla stima di sé. In questo campo sono da considerarsi senz’altro pionieristici gli studi di Ph. Pinel (1745-1826), il quale sostiene che l’ospedale deve essere un luogo di cura e non di reclusione e che inoltre alcuni disturbi mentali dipendono da fattori psico-sociali e non invece da fattori organici. Nel sec. XIX, con il progredire delle conoscenze nel campo della medicina, la malattia mentale viene interpretata come conseguenza di disturbi dell’area cerebrale. Ciò rafforza la tendenza, già dominante, verso una concezione organicistica. Contemporaneamente, si fa strada la convinzione che il folle deve essere recuperato, isolandolo dal mondo esterno con il rafforzamento dell’istituzione manicomiale. Tuttavia, man mano che gli studi sull’anatomia cerebrale avanzano, si verifica paradossalmente anche un progressivo disinteresse clinico verso i singoli pazienti, considerati come incurabili, dal momento che si ritiene che la malattia mentale è determinata da una debolezza costituzionale. Va registrato in questo periodo un affinamento del metodo di raccolta dei sintomi e di classificazione delle malattie che raggiunge il suo apice con E. Kraepelin (1855-1926). Egli in particolare individua un tipo di disturbo, che denomina​​ psicosi endogena,​​ causato da fattori genetico-costituzionali e perciò non suscettibile di un trattamento terapeutico. Tale psicosi viene suddivisa in due grandi categorie: la​​ dementia praecox​​ e la​​ psicosi maniaco-depressiva.​​ Ma è con S.​​ ​​ Freud che si determina una svolta radicale nello studio della malattia mentale. Egli, rifacendosi agli studi di​​ ​​ Charcot e di P. Janet (1859-1947), evidenzia che i disturbi mentali dipendono più che da fattori organici da fattori psicodinamici. Nasce così una p. rigorosamente psicologica, dove viene sottolineato che non esiste uno iato, ma un​​ continuum​​ tra​​ normale​​ e​​ patologico​​ e che inoltre è possibile impostare una psicoterapia per curare tutti quei disturbi che vanno sotto il nome di​​ ​​ nevrosi. Attraverso poi la ricerca clinica e la riflessione teorica di​​ ​​ Klein (1882-1960) viene compiuto un ulteriore passo in avanti nella comprensione della patologia psichica. In particolare, viene gettata una nuova luce sulla comprensione e la curabilità delle​​ ​​ psicosi. Va segnalato infine che, accanto ai modelli teorici​​ biomedico​​ e​​ psicologico,​​ si è man mano sviluppato, soprattutto in questi ultimi decenni, il modello​​ socio-culturale,​​ portato alle sue estreme conseguenze da T.S. Szasz (1961) il quale sostiene che il concetto di malattia mentale non è altro che un mito di comodo, una pura metafora. A suo avviso, la maggior parte dei disturbi psichici non è causata da fattori organici, ma da conflitti morali e sociali, che l’individuo sperimenta nelle relazioni umane.

2.​​ Modelli teorici attuali.​​ Esistono diversi modelli teorici circa l’eziologia e, di conseguenza, il trattamento terapeutico delle condotte psicopatologiche. Ciascuno di essi contempla poi dei sottogruppi, che tuttavia qui non citiamo. a) Il​​ modello organicistico.​​ Esso, a seconda dei casi, fa risalire il disturbo mentale a fattori genetici o biochimici, a lesioni cerebrali o a menomazioni congenite o acquisite della funzionalità del sistema nervoso. Attualmente tale approccio ha ripreso vigore soprattutto per spiegare la genesi delle schizofrenie e delle depressioni maniaco-depressive. b) Il​​ modello psicoanalitico.​​ Esso pone l’accento sulle vicende intrapsichiche passate ed inconsce dell’individuo. Più precisamente, fa risalire la genesi della patologia allo strutturarsi nei primi anni di vita di relazioni oggettuali prevalentemente di tipo negativo. c) Il​​ modello comportamentistico.​​ Esso sostiene che i disturbi del comportamento sono appresi attraverso una serie di condizionamenti, di rinforzi e di punizioni. Più precisamente, le condotte patologiche non sono altro che delle abitudini inadeguate, apprese attraverso stimoli ansiogeni. d) Il​​ modello cognitivo.​​ Esso si rifà a una visione dialettica, transazionale, del rapporto individuo-ambiente, in cui l’uomo elabora le informazioni che riceve e crea delle teorie che condizionano il suo comportamento e lo portano a costruirsi e a mantenersi una sua propria nicchia ambientale. La patologia è da fare risalire alla formazione di stili cognitivi distorti di base. e) Il​​ modello sistemico.​​ Esso afferma che la patologia dell’individuo, denominato «capro espiatorio» o «paziente designato», non è altro che il risultato di un’interazione distorta tra i vari membri della famiglia. f) Il​​ modello sociale​​ o​​ ecologico.​​ Secondo tale approccio i disturbi psichici derivano dall’interazione tra le capacità del soggetto e le richieste della comunità in cui è inserito. In particolare, esso sostiene che ci sono individui patologici, perché ci sono sistemi sociali disturbati.

Bibliografia

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V. L. Castellazzi

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