STADI DI SVILUPPO

 

STADI DI SVILUPPO

Uno s.d.s. (fase, tappa) è un momento evolutivo della storia della persona in cui si manifesta un insieme organico di comportamenti che presentano caratteristiche comuni a livello cognitivo, affettivo e relazionale.

1. Lo studio degli s.d.s. consente di descrivere e sistematizzare l’evoluzione del comportamento umano; di conseguenza, una concezione stadiale è utile per avvicinarsi alla comprensione della normalità, o anormalità, sia del comportamento che dello sviluppo. L’approccio descrittivo-interpretativo, caratterizzante la psicologia evolutiva, consente di considerare il processo evolutivo come un succedersi di s. qualitativamente o quantitativamente diversi.

2. Sebbene la concezione stadiale dello sviluppo abbia sempre accompagnato la storia della psicologia evolutiva, la problematica attuale è particolarmente collegata alla teoria di Piaget e da questa prende origine. La teoria piagetiana attribuisce agli s. le seguenti caratteristiche:​​ sequenzialità,​​ universalità,​​ integrazione,​​ struttura d’insieme.​​ Nel corso dello sviluppo, sono rintracciabili episodi di​​ décalages​​ («sfasamenti»), cioè è possibile che si verifichino delle non corrispondenze tra il livello evolutivo raggiunto e le risposte comportamentali. Nonostante le critiche e i numerosi tentativi di definire nuove proposte (es., Flavell, Welman e Gelman, Case e Pascual-Leone), la teoria di Piaget non ha ancora trovato un’alternativa adeguata e conserva grande valore euristico e teorico nello studio dello sviluppo umano.

3. Dal punto di vista educativo appare utile, inoltre, sottolineare che ogni s. coincide con un «periodo critico» o «momento sensitivo» in cui l’educando è particolarmente predisposto alla comprensione, all’apprendimento e al superamento del compito di sviluppo che corrisponde allo s. che sta attraversando; la conoscenza dei diversi s. e dei relativi compiti di sviluppo, costituisce un quadro di orientamento per l’educatore che si voglia impegnare nell’adeguamento delle proprie proposte alle reali capacità e possibilità di ogni educando.

Bibliografia

Flavell J. H.,​​ La mente dalla nascita all’adolescenza nel pensiero di Jean Piaget,​​ Roma, Astrolabio, 1971; Sugarman L.,​​ Psicologia del ciclo della vita. Modelli teorici e strategie d’intervento, Milano, Cortina, 2003.

A. Arto

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STADI DI SVILUPPO

STAMPA

 

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1.​​ L’invenzione della S. (1450) segna l’inizio di una nuova epoca culturale, ed è difficile esagerare l’importanza che essa ha progressivamente assunto nella vita della società e della Chiesa. Oggi lo sviluppo tecnologico ha determinato anche in questo settore una brusca accelerazione, e l’uso di questo mezzo di comunicazione si è diversificato in forme che possono essere di altissima qualità e impegno finanziario, ma anche di immediata funzionalità e di basso costo: se per raggiungere la grande massa sono necessarie strutture complesse e costose, per le esigenze dei gruppi e delle comunità (anche numerose) sono disponibili strumenti di facile uso come la fotocopiatrice, il ciclostile. Nell’immediato futuro una stampante potrà essere collegata al telefono o al televisore, e in questo modo il testo scritto godrà di una delle caratteristiche più esclusive dei media elettronici: la distribuzione simultanea del messaggio a tutti i destinatari interessati.

2.​​ Fin dal suo primo apparire la S. ha avuto un grande ruolo nella comunicazione di carattere religioso. La riforma protestante deve certamente molto a questa invenzione, anche perché seppe collegare ad essa l’adozione di una lingua comprensibile a tutti: leggere, studiare, pregare la Parola di Dio e celebrare la liturgia in modo comprensibile non fu più privilegio di pochi. Tra il 1517 e il 1522 furono stampate e diffuse 800.000 copie di un centinaio di testi di Lutero; della sua Bibbia — lui vivente — vennero vendute almeno 100.000 copie; nella Ginevra di Calvino avevano lavoro 30 tipografie. La Chiesa entrò prontamente nello stesso campo, con una doppia attenzione: il primato della comunità e della tradizione; la convinzione che è compito della gerarchia garantire la continuità nella verità. Per questa ragione la Chiesa assume anche un atteggiamento di diffidenza e di controllo nei confronti della S. (l’istituzione dell’Indice è del 1556); inoltre continuò a dare piena importanza alla dimensione comunitaria della C.: è significativo che il Concilio di Trento abbia destinato il suo catechismo ai parroci e non ai singoli fedeli, e l’abbia concepito piuttosto come “guida” per un momento comunitario che come testo con valore autonomo.

Oggi la pagina stampata è senza dubbio il mezzo di comunicazione più utilizzato dalla Chiesa nella sua azione pastorale e cat. Ciò è dovuto ad una tradizione ormai consolidata che nella C. ha privilegiato l’aspetto teoricorazionale (si pensi alla diffusione del genere letterario “catechismo”) e al fatto che la pagina stampata rimane a tutt’oggi il supporto più facilmente disponibile nel tempo per il singolo e per il gruppo. Sarebbe un grave errore pensare che l’azione cat. della Chiesa si esprima soltanto nei testi esplicitamente dedicati alla presentazione del messaggio religioso: è di assoluta importanza anche l’impegno di presenza e di animazione editoriale nei settori della politica, della cultura, del lavoro, dell’informazione: libri, quotidiani, settimanali (a tiratura nazionale o diocesana), periodici, bollettini di associazioni, fogli parrocchiali.​​ Catechesi esplicita e presenza attiva e responsabile nella vita quotidiana​​ sono dimensioni complementari della missione della Chiesa: l’azione rende vera e credibile la Parola; la riflessione religiosa esplicita il senso dell’azione.

3.​​ Il sistema di comunicazione che la nostra società si è dato è assai complesso e articolato. L’avvento di nuovi strumenti o il cambio innovativo di alcuni di essi hanno via via mutato funzioni e compiti affidati prima a singoli mezzi: a suo tempo il cinema ha occupato spazi che erano del teatro; la radio poi ha trasformato il giornale; la televisione, a sua volta, ha modificato il cinema, la radio, il giornale, come anche tempi e contenuti degli incontri interpersonali.

È urgente chiedersi se la Chiesa (la parrocchia, la diocesi, gli ordini religiosi, Roma...) tenga sufficientemente conto di questa situazione nella sua attività pastorale e cat. Sembra infatti eccessiva l’attenzione prestata alla S. rispetto agli altri mezzi di comunicazione; non si avverte poi che i mezzi di comunicazione sono un sistema ed è necessaria una strategia globale di intervento, quando si voglia rendere efficace il servizio dell’annuncio della Parola. Una prima conferma dell’oggettività di questa affermazione è il modo con cui il nuovo Codice di Diritto Canonico organizza il titolo IV del libro III: “Gli strumenti della comunicazione sociale e in specie i libri” (degli undici articoli soltanto il primo parla degli strumenti della comunicazione sociale, mentre gli altri si occupano esclusivamente di libri; ci sono poi altri due paragrafi che nominano gli strumenti di comunicazione, ma per raccomandarne il controllo). Un’altra conferma la si può ricavare osservando come la Chiesa italiana in questi anni ha operato per promuovere il rinnovamento della C.: in modo sistematico e programmato ha utilizzato soltanto il mezzo della S. Non c’è stato uno studio iniziale per mettere a punto una strategia comunicativa, che sapesse utilizzare i vari mezzi. di comunicazione, secondo le loro funzioni specifiche, in modo da raggiungere e coinvolgere realmente tutta la comunità, a partire da coloro che sono meno favoriti da un punto di vista culturale.

A questo proposito è utile evidenziare l’esemplarità del processo che ha portato la Coni. Épisc. Statunitense alla stesura del documento “La sfida della pace” (processo già utilizzato in parte per preparare il documento base della C., seguito ora nella preparazione della lettera sull’economia). I lavori ebbero inizio nel novembre 1980 e si conclusero nel maggio 1983; ci furono tre successive stesure provvisorie curate da un gruppo di vescovi non previamente scelti per uniformità di idee; le singole bozze tenevano conto — volta per volta — degli apporti offerti, ed erano di pubblico dominio; si promossero incontri di studio a vari livelli, senza alcun documento o riunione coperti da segreto. Questo modo di operare ha fatto sì che tutti si sentissero interessati e partecipi: si è impostato così un lavoro di riflessione che ha coinvolto S., radio, televisione, comunita, autorità politiche, altre Coni. Episc., ecc. Il prodotto finale di questo processo è ancora un testo scritto: ma la sua vita non comincia a questo punto, né la sua funzione è di annunciare un messaggio nuovo; il suo ruolo è fare memoria di una verità che è già diventata patrimonio comune​​ grazie a un processo che ha favorito la maturazione della comunità.​​ Tutto ciò, se obbedisce a un certo progetto della Chiesa, rivela anche una chiara consapevolezza di che cosa significhi vivere nell’età della comunicazione. E forse in questo modo si ritorna alla strategia comunicativa della prima comunità cristiana, quando il testo scritto del Vangelo non enunciava delle idee da apprendere, ma esplicitava quanto era già vita e patrimonio comune dei cristiani.

Bibliografia

P.​​ Babin –​​ M.​​ McLuhan,​​ Uomo nuovo, cristiano nuovo nell’era elettronica,​​ Roma, Ed. Paoline, 1979; F. Barbano et al.,​​ Nuove tecnologie: sociologia e informazione quotidiana,​​ Milano, F. Angeli, 1982;​​ Chiesa italiana e informazione religiosa. Atti del Convegno di Rimini su “Informazione religiosa e dinamiche ecclesiali in Italia»,​​ Bologna, EDB, 1981; F.I.S.C.,​​ I settimanali cattolici delle diocesi italiane. Organizzazione, storia, caratteristiche, finalità,​​ Roma, Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici, 1979; G. Garancini,​​ Funzione dei settimanali locali nella vita democratica del paese,​​ in “Presenza pastorale” 12 (1979) 79-88;​​ Reading, the Book and Religion,​​ numero monografico di “Research​​ Trends​​ in​​ Religious communication”​​ 4 (1983) n. 4; A. Robinson,​​ A Guide​​ to Magazine​​ Production​​ for Churches,​​ Dewsbury, Kierkfield, 1983.

Franco Lever

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STANDARD

 

STANDARD

Punto di riferimento, criterio.

1. Il termine inglese s. e i suoi derivati sono molto usati in​​ ​​ statistica e in​​ ​​ psicometria. Designano in genere un livello qualitativo desiderabile, distinto sia dal livello «ideale», raramente raggiunto, sia dal livello «normale», che si riferisce alla media delle prestazioni osservate e quindi può essere di qualità anche modesta. In ambito statistico, vengono chiamate s. unità fisse di misura utilizzate per confronti o per costruire scale. Per es. la​​ deviazione s.​​ è un indice di variabilità espresso nelle unità di misura originali ed è la misura di variabilità più usata;​​ errore s.​​ è la deviazione s. che descrive la variabilità di una statistica (per es. di una media aritmetica, di un coefficiente di correlazione) quando la misurazione viene compiuta numerose volte; la​​ differenza s.,​​ per es. fra due medie, è la differenza tra due medie diviso l’errore s. della differenza.

2. Con riferimento ai​​ ​​ test,​​ standardizzare​​ significa «allineare a s. prefissati», cioè da un lato a procedure fisse di somministrazione (descritte nel manuale del test) e dall’altro a unità di misura che consentano confronti, generalizzazioni. Il​​ campione di standardizzazione​​ è il campione (presumibilmente estratto a caso dalla popolazione, e quindi rappresentativo di essa) su cui sono state calcolate le norme s. necessarie per standardizzare i punteggi del test, cioè per passare dai punteggi grezzi a punti s. utilizzabili nei confronti. Per​​ punteggio s.​​ s’intende un qualsiasi tipo di punteggio, ottenuto mediante trasformazione matematica dai punteggi grezzi, che assuma come unità la deviazione s. della popolazione considerata criterio di riferimento.

3. Gli​​ Standards​​ pubblicati dall’American Psychological Association​​ e da altre associazioni statunitensi sono guide pratiche per valutare la validità e l’attendibilità di strumenti di misura usati in campo educativo e psicologico. Sono elaborati da esperti di chiara fama e contengono criteri molto particolareggiati, in gran parte applicabili anche in Italia.

Bibliografia

Boncori L.,​​ Teoria e tecniche dei test,​​ Torino, Bollati Boringhieri, 1993; Hays W. L.,​​ Statistics for the social sciences,​​ New York, Holt,​​ 51994; Aera, Apa, Ncme,​​ The Standards for educational and psychological testing,​​ Washington DC, APA, 1999; Boncori L.,​​ I test in psicologia,​​ Bologna, Il Mulino, 2006.

L. Boncori

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STATI UNITI

 

STATI UNITI

I quattro decenni dal 1944 al 1984 sono stati un periodo di significativa trasformazione nello status e negli atteggiamenti della Chiesa cattolica romana negli USA. I tre fattori principali che hanno stimolato il cambiamento sono stati: 1) il maggiore pluralismo nella società americana e nella cultura in genere, 2) l’ascesa sociale dei cattolici romani da un retroterra di classe lavoratrice composta prevalentemente da immigrati, verso la classe media e verso uno status professionale, e 3) il Concilio Vaticano II. La Chiesa è giunta a riconoscere le differenze regionali e il pluralismo come influssi positivi, ed ha impegnato se stessa verso una forma di ecumenismo che lavora per l’unità nella diversità. Durante questo periodo la C. ha dimostrato una grande sensibilità verso “i segni dei tempi” ed ha funzionato come un fattore di cambio nella Chiesa.

1.​​ Il decennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale è caratterizzato dall’enorme crescita delle periferie urbane e dalla creazione di molte nuove parrocchie con scuole parrocchiali elementari. Scuole secondarie a livello diocesano, generalmente con insegnanti religiosi e laici, furono costruite nei grandi centri urbani con una notevole concentrazione di cattolici. Il​​ Baltimore​​ Catechism​​ funzionò come syllabus per la maggior parte dei programmi cat., e in molti posti era imparato a memoria. Il National Center of Religious Education – Confraternity of Christian Doctrine (CCD) in Washington, D.C. – diresse l’elaborazione di nuovi materiali cat. e metodi rinnovati. Suor Rosalia Walsh, M.H.S.H., redattrice di​​ The Adaptive Way​​ (1949), collaborò con il Centro Nazionale nella realizzazione di “A Confraternity School Year Religion Course for Teachers of Children Attending Public School” (​​ 19491951),​​ che ebbe anche una ripercussione sull’IR nelle scuole parrocchiali.

2.​​ Il decennio successivo, dal 1955 al 1964, è stato un periodo di entusiasmo e di espansione degli orizzonti. Ci furono anzitutto i leaders della C. europea che stimolarono la fantasia e resero consapevoli i cattolici americani dei nuovi approcci nella C. Poi venne il Vaticano II, che aprì una nuova visione della Chiesa e della sua missione nel mondo. Durante quegli anni J. → Jungmann, J. Goldbrunner, M. → Van Caster, J. → Hofinger (che più tardi venne a vivere negli USA) e A. Nebreda fecero ampi giri di conferenze negli USA; poi insegnarono in corsi estivi presso l’università di Notre Dame, la​​ Catholic​​ University of America, la Loyola University di Chicago e altrove; i loro scritti, in particolare quelli di Jungmann, ebbero un grande influsso sull’orientamento della C. Gli stessi, tradotti in inglese, furono letti avidamente da educatori religiosi di tutto il paese. Diversi americani andarono a studiare a → “Lumen Vitae”, il Centro Internazionale di pastorale cat. a Bruxelles, e alcuni parteciparono alle settimane internazionali organizzate da padre J. Hofinger. Gli atti della settimana di Eichstàtt (1960), pubblicati in inglese con il titolo​​ Teaching All Nations​​ (New York, 1962), fecero della “C. → kerygmatica” e della “pedagogia dei segni” parole d’ordine della C. americana. Alcuni leaders del movimento cat. americano erano pure attivi nel movimento liturgico, e accolsero favorevolmente i nuovi approcci dell’esegesi biblica. In quegli anni un eminente portavoce americano per il rinnovamento cat. fu Gerard S. Sloyan, titolare del Department of​​ Religious​​ Education della Catholic University of America a Washington. Influenzato dal can. Francis H. Drinkwater in Inghilterra, dal movimento kerygmatico e biblico, come pure da “Lumen Vitae”, Sloyan sostenne l’idea che le difficoltà della C. in quel periodo erano dovute a una inadeguata teologia più che alle carenze nella metodologia e nelle tecniche cat. La sua visione divenne la filosofia sottostante alla riforma dei programmi universitari della Catholic University of America all’inizio degli anni ’60. I corsi offerti in quegli anni erano raggruppati attorno a “quattro segni”: Bibbia, dottrina, liturgia e testimonianza cristiana. La Marquette University in Milwaukee, la Fordham University a New York, la Loyola University di Chicago e altre istituzioni cattoliche di insegnamento superiore si associarono al rinnovamento cat., offrendo una diversità di corsi di aggiornamento teologico e di informazione circa i risultati del Vaticano II. Programmi universitari di licenza in “religious education” riconobbero l’identità propria della catechetica come disciplina universitaria, e formarono un rilevante numero di sacerdoti, di suore, di religiosi e di laici conferendo loro una leadership professionale.

Nel 1960 fu eletto come primo presidente cattolico degli USA John F. Kennedy. I cattolici assunsero progressivamente posizioni direttive nella vita pubblica. Le discussioni aperte dal Vaticano II cambiarono una certa immagine di Chiesa, ancora presente in molti cattolici, non cattolici e non cristiani. I cattolici iniziarono il dialogo con le Chiese protestanti e collaborarono ai programmi di riforma sociale, in modo particolare rivendicando i diritti dei neri e la loro piena integrazione nella società americana.

In un modo o nell’altro tutti questi sviluppi si ripercossero anche sulla C. I nuovi libri di testo, usciti a partire dagli anni ’50, presero una diversa impostazione. La ecclesiologia del Vaticano II e la rinnovata liturgia divennero simultaneamente contesto​​ e​​ contenuto dei nuovi materiali cat. L’idea della Chiesa come “popolo di Dio” e il rifiuto del “trionfalismo” divennero la base per una nuova comprensione della natura della Chiesa e della sua missione nel mondo.​​ Unitatis redintegratio,​​ il decreto sull’ecumenismo, stimolò l’apprezzamento positivo delle tradizioni e delle pratiche che i cattolici avevano in comune con altre comunità cristiane, creò nuovi atteggiamenti verso i protestanti e introdusse l’idea di “gerarchia delle verità”. La​​ Gaudium et spes​​ orientò' la C. verso tematiche contemporanee e verso' le esperienze degli uomini e delle donne nel mondo d’oggi. Non tanto i documenti cometali, quanto piuttosto la visione e la vitalità del Vaticano II ispirarono la C. nella metà degli anni ’60.

3.​​ La C. americana nel decennio tra il 1965 e il 1974 è stata dominata dai nomi di Gabriel Moran e di James Michael Lee, dalla pubblicazione del cosiddetto “catechismoolandese” e dal DCG. In questo periodo i leaders sul campo furono preoccupati della natura e della finalità — la “teoria” — della C. e della → religious education.

Gabriel Moran, FSC, con una notevole esperienza di insegnamento, ottenne il dottorato in religious education presso la Catholic University of America nel 1965. La sua tesi fu pubblicata in due volumi:​​ Theology of Revelation​​ e​​ Catechesis of Revelation​​ (1966). Scrittore prolifico e apprezzato conferenziere, Moran sostenne che la “storia della salvezza” era in procinto di diventare un sistema altrettanto rigido quanto la scolastica che essa aveva soppiantato nella C. Egli criticò Jungmann, perché non lasciava praticamente nessuno spazio agli individui per riflettere sulle proprie esperienze, e perché non aveva ricollegato la storia della salvezza con la storia personale dei catechizzandi. Nelle prime opere Moran situò la discussione della natura e dei fini della C. nel contesto della teologia della rivelazione. Nelle opere posteriori — dopo la pubblicazione di​​ Design for Religion​​ (1970) — egli criticò la C. perché troppo preoccupata della Chiesa e ai problemi istituzionali. Il compito di interpellare i bisogni religiosi ed educativi più ampi della società dovrebbe essere una preoccupazione di tutta la Chiesa, e non delegata ai soli ministri ordinati o agli insegnanti di professione. Moran è stato fra i primi sulla scena americana a denunciare la sovraccentuazione della C. dei fanciulli e la negligenza dei bisogni degli adulti.

Moran criticò la C. come troppo servile al magistero della Chiesa. James Michael Lee criticò l’educazione religiosa cattolica da un altro punto di vista. Egli fu del parere che l’istruzione religiosa è una forma di “social Science”, piuttosto che una forma di teologia. Lee progettò una trilogia, in cui elaborò il “social Science approach»:​​ The Shape of Religious Instruction​​ (1971);​​ The Flow of Religious Instruction​​ (1973);​​ The Content of Religious Instruction​​ (1984). Le teorie di Lee, ampiamente discusse sia in ambienti protestanti che cattolici, offrirono la filosofia sottostante al programma universitario della University of Notre Dame fino alla soppressione del programma nel 1979. Anche se il “social Science approach” fu severamente criticato, perché considerato troppo tributario del behaviorismo, si riconosce tuttavia a Lee il merito di due importanti contributi: sollecitò i catecheti ad apprezzare le ricerche sociali e a tener conto dei loro risultati; come aveva già fatto Moran, diede importanti contributi teorici circa la natura e le mete dell’educazione religiosa e della C.

Le scienze sociali, e in modo particolare l’opera di Goldman, Kohlberg e Fowler, i quali accentuano l’idea di sviluppo e si basano sulle teorie di Piaget, hanno avuto un continuo influsso sulla C. negli USA. Negli anni ’60 gli scritti del pedagogista britannico Ronald Goldman,​​ Religious Thinking from Childhood to Adolescence​​ e​​ Readiness for Religion,​​ polarizzarono l’attenzione. Negli anni ’70 la teoria di Lawrence Kohlberg sullo sviluppo morale e quella di James Fowler sulle fasi nello sviluppo della fede, furono molto popolari tra i cattolici. Anche se i metodi di ricerca e i risultati di Kohlberg e di Fowler sono stati oggetto di critica, essi continuano ad esercitare un marcato influsso sui catecheti cattolici degli USA.

La traduzione inglese del​​ De Nieuwe​​ Katechismus​​ Catechismo olandese, 1966) raggiunse subito vendite eccezionali e ricevette entusiastica accoglienza. Sulla scia del Vaticano II, la sua popolarità si spiega per un certo numero di fattori: incorpora gran parte della “nuova teologia”; è aperto alle sensibilità degli uomini e delle donne di oggi e alla loro ricerca di senso; è indirizzato agli adulti. Tuttavia, a lungo andare, l’impatto del Catechismo olandese sulla C. negli USA è stato ampiamente negativo. È stato il catalizzatore di tutte le lamentele e di tutti i rancori repressi contro la “nuova C.” (e anche contro il Vaticano II), e criticato non tanto per lo stile e il metodo quanto per il modo in cui presentava la dottrina.

La pubblicazione del Catechismo olandese fu l’occasione per gruppi conservatori, quali per es. Catholics United for the Faith (CUF), per incominciare a esaminare la “ortodossia” di testi cat., e attaccare ripetutamente teologi “liberali”, biblisti e catecheti di professione. La preoccupazione per l’ortodossia determinò la National Conference of​​ Catholic​​ Bishops (NCCB) a pubblicare il documento​​ Basic Teachings for Catholic Religious Education​​ (1973). Questo fascicolo, di 36 pp., era basato sul DCG (parte III, c. 2) e fu incorporato nel Direttorio Cat. Nazionale. Quando uscì il → DCG (1971) molti arciconservatori e progressisti furono delusi. I primi avevano sperato che esso avrebbe messo termine alla innovazione e avrebbe riportato il movimento cat. sui binari più tradizionali di scuola e aula scolastica. I conservatori diedero grande peso all’Addendum “Iniziazione ai sacramenti della penitenza e della eucaristia”. Se ne servirono per rovesciare la tendenza verso una prolungata C. della penitenza, che aveva condotto a ritardare la prima confessione fino a dopo la prima comunione. I progressisti furono delusi perché non trovarono nulla di nuovo nel DCG, e perciò lo ignorarono largamente. I responsabili del National Center of Religious Education – CCD, come pure la maggior parte degli Uffici cat. diocesani, lo accolsero positivamente. Essi considerarono l’accettazione del pluralismo da parte del DCG come un elemento creativo nel mondo e nella Chiesa. La richiesta del DCG per l’adattamento ai bisogni delle diverse età, dei livelli educativi e dei contesti socio-economici, nonché la sua insistenza sulla C. degli adulti, fu considerata una conferma della loro politica e dei loro programmi. Gabriel Moran fu moderatamente critico verso il DCG, ma i suoi scritti, particolarmente quello sulla rivelazione, avevano contribuito molto a preparare il terreno alla sua accoglienza. Inoltre è anche merito di studiosi quali Moran e James Michael Lee, se i catecheti americani verso la metà degli anni ’70 guardarono meno verso gli “esperti” europei e sempre più verso le proprie esperienze e intuizioni, per gli orientamenti sia teorici che pratici.

4.​​ In risposta al DCG, la NCCB decise di redigere un direttorio nazionale per gli USA. Pubblicato nel 1978,​​ Sharing the Light of Faith​​ (SLF. Trad. ital.:​​ Condividere la luce della fede. Direttorio catechistico nazionale dei cattolici degli Stati Uniti,​​ Leumann-Torino, LDC, 1981), chiamato Direttorio Catechetico Nazionale, costituisce il più rilevante sviluppo della C. americana del decennio che termina nel 1984. Per realizzarlo i vescovi avevano autorizzato il più largo processo di consultazione mai compiuto nella Chiesa americana. La consultazione aveva lo scopo di portare all’attenzione dei responsabili, sacerdoti e laici, attraverso tutto il paese, i principi della moderna C.

Il principio unificatore di SLF è: “God’s loving revelation of Himself and man’s faithful loving​​ response​​ to Him”. Questo è inteso nel senso che Dio continua a manifestare se stesso nel mondo d’oggi attraverso segni: biblici, ecclesiali, liturgici e naturali (compresi anche i “segni dei tempi”).​​ Sharing the Light of Faith​​ è un documento decisamente pastorale che accentua la necessità della C. degli adulti. Il suo carattere specificamente americano emerge, fra l’altro, dal modo in cui affronta un certo numero di tematiche: per es., accentua fortemente la C. per l’azione sociale; parla del posto che deve avere 1’”experiential learning”; offre orientamenti per l’educazione sessuale. Esso riflette un tratto dominante della C. negli USA: parla ampiamente della C. sacramentale, ma rimane ambiguo per ciò che riguarda la prima comunione e la prima confessione, e non ha voluto fissare una determinata età per la confermazione (ambedue i problemi sono tuttora temi di discussione tra i cattolici americani).

La relazione simbiotica tra C. e liturgia — che è un principio fondamentale della C. negli USA — è stata ulteriormente rinforzata dal nuovo​​ Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti.​​ Promulgato nel 1972, diventa di anno in anno più importante. La popolarità del RICA negli USA può essere spiegata in larga misura per il fatto che esso riunisce sul piano pastorale molti elementi che hanno caratterizzato la C. americana negli ultimi quattro decenni, vale a dire: lo spostamento da una C. prevalentemente scolastica verso una C. della comunità; la relazione di interdipendenza tra preghiera, dottrina, formazione della comunità e diaconia; e la socializzazione degli adulti nella comunità cristiana.

Bibliografia

K. Barker,​​ Religious Education, Catechesis and Freedom,​​ Birmingham, AL, Religious Education Press, 1981; M. C. Bryce,​​ Pride of Place,​​ Washington, Catholic University Press, 1984; H. W. Burgess,​​ An Invitation to Religious Education,​​ Mishawaka, Ind, Religious Education Press, 1975; A. M. Grbeley,​​ The American Catholic. A Social Portrait,​​ New York, Basic Books, 1977; B. L. Marthaler,​​ Sharing the Light of Faith-. An Officiai Commentary,​​ Washington, USCC, 1981; M. Warren,​​ Sourcebook far Modern Catechetics,​​ Winona, MN, St. Mary’s Press, 1983.

→ Confraternity of Christian Doctrine; Director of Religious Education; Religious Education.

Berard L. Marthaler

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STATI UNITI

STATISTICA

 

STATISTICA

Studio quantitativo dei fenomeni di massa o collettivi che, per essere adeguatamente conosciuti, richiedono l’osservazione di fenomeni più semplici (singoli) che li costituiscono. Tali sono, per es., la natalità, la mortalità, le migrazioni, la scolarità, l’occupazione. Di tali fenomeni la s. studia l’aspetto quantitativo e fornisce metodi e strumenti per una loro descrizione sintetica ed uno studio più approfondito da diversi punti di vista (confronti, generalizzazioni, previsioni).

1.​​ Finalità della conoscenza s.​​ Un primo tentativo di precisazione dei compiti della s. può esser compiuto accennando ad una duplice esigenza che sta a fondamento del suo sorgere: la prima, di ordine pratico, volta a soddisfare concrete necessità dei gruppi sociali; la seconda di ordine «conoscitivo», collegata al desiderio che l’uomo ha sempre avvertito di conoscere a fondo la realtà che lo circonda. Questa seconda esigenza, in particolare, mira all’individuazione di connessioni e regolarità nei fenomeni naturali, in vista di comportamenti da adottare ma anche per la soddisfazione che tale conoscenza procura.

2.​​ Cenni storici.​​ Della s. come attività pratica si hanno tracce antichissime, per es. presso i Sumeri e altri popoli della Mesopotamia. Ma gli esempi più interessanti provengono dalle rilevazioni (censimenti) praticate nell’antico Egitto, in Cina (censimento della popolazione e delle terre nel 2238 a.C.), presso il popolo d’Israele e a Roma. Tracce della s. come disciplina possono essere individuate presso scrittori greci, latini e medioevali, mentre come metodologia autonoma essa ha origini più recenti. Per il suo aspetto descrittivo si fa riferimento alla «s. universitaria» tedesca, che si proponeva di descrivere le cose notevoli dello Stato. Iniziatore ne è considerato E. Conring (1606-1681), ma il merito di avere riorganizzato e diffuso la nuova disciplina spetta a G. Achenwall (1719-1772) che propose anche di chiamarla s. (termine già noto e utilizzato). Si trattava di una descrizione prevalentemente qualitativa, messa successivamente in crisi dalla proposta del danese I. P. Anchersen di utilizzare tavole statistiche. La proposta, nonostante vivaci resistenze da parte degli statistici universitari, si affermò ponendo le premesse per​​ la complessa e ricca documentazione s. odierna. Dal punto di vista della metodologia, tuttavia, i riferimenti obbligati sono i lavori di J. Graunt e successori (​​ demografia), e il contributo del calcolo delle​​ ​​ probabilità.

3.​​ L’indagine s.​​ Un’indagine s. è analiticamente suddivisibile in fasi (raccolta, classificazione, elaborazione, interpretazione). La prima di esse è la raccolta delle informazioni. Essa ha importanza fondamentale, in quanto è chiamata a fornire il materiale su cui si svolgeranno tutte le successive elaborazioni. È in questa fase che, avendo presenti le esigenze cui intende far fronte la rilevazione, deve essere individuato il collettivo (popolazione) oggetto di studio, precisando se verranno considerate tutte le unità (censimento) o solo una parte di esse (​​ campione). Occorre inoltre delimitare i caratteri da rilevare, gli strumenti per farlo e altri aspetti che caratterizzano il piano di rilevazione. In particolare va chiarito il livello di misura che verrà adottato, condizionato sia dal tipo di carattere (qualitativo o quantitativo) che dal modo seguito per misurarlo. La distinzione è rilevante agli effetti della informazione che si ottiene, ma anche per il tipo di operazioni ammissibili ai diversi livelli. I dati raccolti, dopo un’attenta verifica per individuare ed eliminare, nei limiti del possibile, eventuali errori, possono essere organizzati in tabelle (matrici) dove le righe rappresentano le singole unità e le colonne i caratteri (variabili), come nel seguente ipotetico esempio riferito ad allievi di una Scuola Secondaria Superiore:

Unità

 

Sesso

 

Età

 

Classe

 

Ital. or.

 

Ital. scr.

 

Storia

 

Mat.

 

1

 

M

 

16

 

3

 

7

 

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8

 

7

 

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F

 

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3

 

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3

 

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7

 

6

 

4

 

M

 

15

 

2

 

5

 

5

 

6

 

5

 

 

Partendo da queste informazioni ha inizio la fase di descrizione, che comporta la loro sintesi mediante classificazione (naturalmente se il numero delle unità lo richiede), il calcolo di indici significativi, le rappresentazioni grafiche, ecc.

4.​​ L’analisi unidimensionale.​​ Considerando un carattere alla volta (una colonna della matrice) viene realizzata la prima fondamentale sintesi, la classificazione, che porta a sostituire la molteplicità ed eterogeneità dei dati individuali con gruppi omogenei in base alle modalità del carattere oggetto di studio. Il risultato della classificazione porta al concetto di frequenza (assoluta: numero di unità che appartengono a una modalità o classe) e a quello di distribuzione semplice (cioè secondo un solo carattere), uno dei concetti cardine della metodologia s. Così, per es., considerando un voto (una colonna della matrice) si perverrebbe ad una distribuzione di frequenza come la seguente (N = 70):

 

Voto

 

4

 

5

 

6

 

7

 

8

 

9

 

Tot.

 

F. assol.

 

5

 

7

 

11

 

21

 

16

 

10

 

70

 

F. percent.

 

7.1

 

10.0

 

15.7

 

30.0

 

22.9

 

14.3

 

100

 

 

L’esame di tabelle del genere permette di ottenere informazioni sul modo di distribuirsi delle unità rispetto alle modalità (o classi di modalità) dei caratteri considerati, favorendo l’emergere di particolari rilevanti: modalità (o classe) più frequente, andamento globale delle frequenze, ecc. Diverse forme di rappresentazione grafica, che si fondano prevalentemente sui risultati della classificazione, facilitano questo esame, proponendone una visione d’insieme dove emergono con immediatezza gli elementi più significativi. Alcune di esse (poligoni, istogrammi...) possono offrire spunti significativi in vista di un esame approfondito e del ricorso a modelli interpretativi teorici.

5.​​ La sintesi e la variabilità.​​ Partendo da un altro punto di vista si perviene a una sintesi dei dati che sostituiscono alla loro molteplicità un solo indice (valore medio) che serve a rappresentarli. Tra i numerosi valori medi ricordiamo: la moda o risultato più frequente, individuabile a tutti i livelli di misura (nominale e successivi); la mediana, che divide a metà la distribuzione dei dati una volta che questi siano stati ordinati; la media aritmetica (o media per antonomasia) calcolabile su dati quantitativi. Quest’ultima si ottiene, per definizione, facendo la somma di tutti i risultati e dividendola per il loro numero. In simboli:

I tre valori medi considerano i dati da diversi punti di vista e abitualmente non coincidono (e sono possibili distribuzioni senza o con più mode). La sintesi operata dai valori medi avviene però a scapito di quella fondamentale caratteristica dei risultati che stimola e giustifica il loro trattamento con metodi statistici: la variabilità. Gli indici di variabilità si propongono di ricuperare questo dato. Essi hanno in genere valore zero quando tutti i dati sono uguali tra di loro, superiore a zero e crescente all’aumentare della variabilità stessa. Il più importante, sia teoricamente che in pratica, è lo scostamento quadratico medio:

(e il suo quadrato, s2, detto varianza). Lo scostamento q.m. viene spesso assunto come riferimento (unità di misura) per mettere a confronto deviazioni dalla media aritmetica, prescindendo dall’unità di misura in cui sono espressi i risultati (standardizzandoli, come anche si dice). La formula di calcolo è la seguente:

La standardizzazione sostituisce alla distribuzione delle X (con media X e scostamento q.m.​​ s),​​ quella dei punti z, con media uguale a zero e scostamento q.m. (e quindi varianza) uguale a 1, mantenendo però invariato l’andamento della distribuzione di partenza.

6.​​ L’analisi bidimensionale.​​ Un passo decisivo nella descrizione dei fenomeni collettivi si compie considerando contemporaneamente due caratteri (due colonne della matrice dei dati). Lo studio dei dati da questo punto di vista risponde all’esigenza sempre avvertita dall’uomo di rendersi conto dell’andamento congiunto di due (o più) fenomeni per coglierne eventuali regolarità (si pensi ad alcune generalizzazioni contenute nei proverbi popolari relativi a fenomeni meteorologici, come «Rosso di sera bel tempo si spera»), per scoprire le «cause» e per servirsi delle conoscenze acquisite a fini pratici. A livello descrittivo la metodologia s. per l’analisi bidimensionale segue lo schema illustrato sopra per i caratteri (variabili) semplici. Si parte dalla classificazione dei dati che, nel caso di due variabili, porta a costruire tabelle a doppia entrata (specie di stanze o celle con diversa entrata per le due variabili). Si possono calcolare valori medi e indici di variabilità per le diverse distribuzioni, percentuali, ecc. e anche ricorrere a rappresentazioni grafiche. Ma la considerazione congiunta di due variabili permette soprattutto di avviare il discorso relativo ad eventuali connessioni tra di loro, di misurarne la consistenza, di costruire e utilizzare modelli interpretativi della realtà studiata. Un primo passo è costituito dall’esame della «indipendenza» tra due variabili. Si parla di indipendenza se, al variare di un carattere (per es. il sesso), le distribuzioni parziali dell’altro presentano lo stesso andamento (la stessa composizione percentuale). In caso contrario si parla, specie per caratteri qualitativi, di connessione e vengono utilizzati svariati indici per misurarla. A livello almeno ordinale di misura è possibile stabilire se due caratteri variano rappresentazione grafica) si cerca di stabilire come un carattere (Y) varia in media al variare di un altro (X). Si parla, in genere, di analisi di regressione e della relativa equazione. L’analisi dell’interdipendenza pone invece, per così dire, le due variabili X e Y sullo stesso piano per studiarne il reciproco comportamento (come variano assieme) e giungere a calcolare indici che rendono ragione sia del verso (col segno + o -), sia della consistenza (numericamente espressa) del vicendevole legame. Il più noto e utilizzato di questi indici (specie nelle applicazioni psicologiche e didattiche) è il coefficiente di correlazione​​ r​​ (detto anche di Bravais-Pearson, dal nome degli studiosi che per primi se ne sono occupati). Il coefficiente​​ r​​ varia tra -1 (relazione lineare negativa perfetta) e +1 (relazione lineare positiva perfetta). I risultati intermedi indicano gradi più o meno stretti in riferimento a questo tipo di legame. Il valore​​ r​​ = 0 sta a significare che non è possibile descrivere, anche se approssimativamente, il legame tra X e Y con una equazione lineare come quella vista sopra. Si può infatti ottenere​​ r =​​ 0 in presenza di altri tipi di legame (per es. quadratico). Occorre poi precisare che​​ r​​ non è in grado di «spiegare» il perché dell’eventuale legame, e non può quindi, da solo, autorizzare affermazioni del tipo causa-effetto. Accanto ad​​ r​​ esiste inoltre tutta una serie di altri coefficienti, utilizzati per adattarsi al tipo di dati a disposizione. A conclusione di queste considerazioni sull’analisi bidimensionale va aggiunto che il discorso può essere ampliato considerando contemporaneamente tre o più variabili. La letteratura in proposito è molto vasta: qui ci si limita a ricordarne l’esistenza.

7.​​ L’inferenza s. (classica).​​ Le descrizioni dei dati di cui si è finora parlato, trattano sostanzialmente allo stesso modo informazioni provenienti dall’intera popolazione (censimenti) o da una sua parte (rilevazioni campionarie). L’inferenza s. si occupa invece del secondo tipo di dati, la cui raccolta non rimane fine a se stessa, ma deve servire a produrre informazioni su uno o più aspetti della popolazione da cui il campione proviene. Il discorso al riguardo richiede però una duplice precisazione. La prima concerne la terminologia usata: quando la chiarezza del discorso lo esige, le sintesi numeriche riferite alla popolazione vengono chiamate​​ parametri​​ (e di solito indicate con lettere dell’alfabeto greco); sono invece dette​​ costanti statistiche​​ (o semplicemente costanti, o statistiche) quelle ottenute sui campioni (ordinariamente rappresentate con lettere dell’alfabeto latino). La seconda precisazione riguarda il campione: gli strumenti per l’inferenza vengono forniti dal calcolo delle​​ ​​ probabilità, assumendo sue distribuzioni a rappresentare il comportamento dei fenomeni naturali oggetto di studio. Ciò suppone che i campioni su cui si opera non siano scelti in modo qualsiasi, ma rispettando norme atte ad assicurare alle singole unità una data probabilità di entrare a farne parte (nel caso dello schema di campionamento casuale semplice, la stessa probabilità). In tal modo viene garantita la possibilità di costruire distribuzioni campionarie teoriche come quella delle medie campionarie, della differenza tra medie, ecc., che costituiscono il fondamento dell’inferenza s. Fatte queste precisazioni, si può affermare, almeno in prima approssimazione, che l’inferenza s., partendo dalle informazioni ottenute attraverso le rilevazioni campionarie, giunge ad affermazioni sui parametri della popolazione relativa e anche sulla forma della distribuzione dei dati nella stessa. I problemi che l’inferenza s. è chiamata a risolvere, possono essere classificati in due grandi categorie (collegate, peraltro, tra di loro): stima di parametri e verifica di ipotesi. Nel caso della​​ stima​​ si tratta di individuare strumenti (stimatori)​​ in grado di fornire informazioni sulla popolazione da cui proviene il campione. Qui verranno considerati procedimenti per stime relative a parametri, che si presentano sotto una duplice forma: a)​​ Stime puntuali:​​ si assume il valore (stima) fornito dallo stimatore a rappresentare il relativo parametro incognito della popolazione (es.: media, percentuale). È il metodo abitualmente utilizzato, per es. in TV e sui giornali, per presentare risultati di rilevazioni campionarie. b)​​ Intervalli di confidenza.​​ Le stime puntuali possono non apparire soddisfacenti, in quanto abitualmente non si è in grado di valutare la consistenza dell’errore di stima (differenza tra stima e parametro) e la probabilità di incorrervi. Gli intervalli di confidenza intendono proprio offrire la possibilità di misurare, in termini di probabilità, l’attendibilità di una stima, costruendo attorno ad essa intervalli in grado di contenere, con assegnata probabilità (es. 95%), l’incognito parametro della popolazione.

8.​​ Verifica di ipotesi.​​ Un’ipotesi s., in questa prospettiva, può essere considerata come un’affermazione relativa a qualche parametro della popolazione (es.: media, percentuale, coefficiente di correlazione...). Tale ipotesi va sottoposta a verifica, nel senso che si cerca di valutarne i limiti di sostenibilità (in termini di probabilità) alla luce dei dati raccolti su di un campione proveniente dalla popolazione a cui il parametro è riferito. In pratica, si procede abitualmente in questo modo: 1) si enuncia un’ipotesi di base o nulla (H0) e una sua alternativa (H1) nel caso in cui H0​​ non risulti sostenibile; 2) si ricorre ad una procedura (un​​ ​​ test) per suddividere la totalità dei possibili risultati campionari in due regioni: una contenente quelli compatibili con H0, l’altra (regione «critica») quelli che sembrano far preferire H1; 3) le due regioni vengono individuate tenendo presente un prefissato rischio di errore (α) se si dovesse arrivare a respingere H0​​ e la formulazione dell’alternativa H1​​ (unidirezionale o bidirezionale); 4) si raccolgono i dati sul campione, si applica il test e si decide (abitualmente) pro o contro la sostenibilità di H0. Questo modo di procedere trova applicazione in una grande varietà di situazioni, ma, come si è detto, si fonda sul ricorso a distribuzioni campionarie teoriche. Quando ciò fosse impossibile, o sconsigliabile data la natura dei dati, esiste tutta una serie di procedure (test) non vincolate alla forma della distribuzione della variabile nella popolazione, spesso denominate test non parametrici. Il modo di impostare e risolvere i problemi ricalca tuttavia, nei suoi momenti essenziali, quello visto sopra. Tale procedimento è stato ed è sottoposto a vivaci critiche, particolarmente dai sostenitori della interpretazione soggettiva della probabilità, che ritengono essenziale, nel procedimento, anche una valutazione previa (probabilità iniziale) relativa alla situazione in esame e fanno esplicito riferimento all’utilizzazione del teorema di Bayes (inferenza Bayesiana). Anche a proposito dell’inferenza, come (e più che) per la descrizione, occorre ricordare che esiste una imponente serie di strumenti che affrontano una grande varietà e complessità di verifica di ipotesi statistiche su uno o più campioni, su una o più variabili in situazioni sperimentali o di semplice osservazione, ecc.

9.​​ L’uso scientifico della s.​​ L’importanza della metodologia s. è tale che si è arrivato a considerarla come «il metodo esclusivo per investigare i fatti naturali, qualunque sia la loro specie» (Boldrini, 1968, 29). Infatti essa trova applicazioni in campo economico, demografico, medico, fisico, oltre che in quasi tutte le rilevazioni (sondaggi) su diversi aspetti della situazione sociale (tra cui quelli educativi). Ciò esige, da parte degli utilizzatori dei suoi risultati, una conoscenza (almeno essenziale) delle modalità di trattazione dei dati e del loro significato. Essa infatti è in grado di proporre descrizioni (e interpretazioni) quantitative delle principali caratteristiche relative ai molteplici aspetti della vita sociale, alla cui conoscenza sono interessati da diversi punti di vista sociologi, psicologi, educatori, pedagogisti. D’altra parte il continuo ricorso a indagini campionarie esige un atteggiamento critico nella valutazione dei risultati ottenuti, sia dal punto di vista della loro origine (caratteristiche del campione) che del loro significato (descrizione «approssimata» dell’essere, non del dover essere). Una conoscenza dei procedimenti proposti dalla s. – anche solo a livello elementare – può risultare utile nella fase di documentazione di determinate situazioni (es.: andamento di iscrizioni, promozioni, ripetenze a livello di una istituzione scolastica) e / o di esperienze innovative che vanno adeguatamente illustrate e valutate. Ciò suppone, in definitiva, da una parte il «non rifiuto» di una seria documentazione anche quantitativa e, dall’altra, un attento procedimento di utilizzazione e valutazione critica della stessa: due atteggiamenti che la metodologia s. è in grado di suggerire e affinare.

10.​​ S. e informatica.​​ Una delle remore all’uso della metodologia s.​​ è stata rappresentata, in passato, dal timore suscitato dal continuo ricorso a grandi quantitativi di dati e al loro trattamento. Il successo degli elaboratori elettronici ha ridimensionato questo timore. Essi permettono di utilizzare agevolmente «pacchetti» di programmi dedicati esplicitamente alle elaborazioni statistiche dei dati, continuamente aggiornati e ampliati, come S., SPSS, SYSTAT, ecc. Essi propongono (anche se con accentuazioni diverse) soluzioni standardizzate per la costruzione delle matrici dei dati (immissione dei dati), la loro descrizione e rappresentazione grafica (anche in riferimento a recenti proposte di «analisi esplorativa dei dati»), la costruzione di modelli interpretativi (analisi di regressione, correlazione canonica...), la verifica di ipotesi dal livello elementare (test su due campioni) a quello più approfondito (analisi della varianza), al trattamento delle classificazioni a livello qualitativo, all’analisi delle serie storiche, ecc. Il problema posto dall’utilizzazione delle enormi possibilità offerte da questi «pacchetti» è quello di sapere, almeno a grandi linee, ciò che si vuole, ma soprattutto ciò che si può ottenere dai dati. Si richiede cioè una sostanziale conoscenza delle possibilità e dei limiti insiti nelle diverse procedure proposte al fine di utilizzare le stesse (o farle utilizzare da altri) per ottenere risposte coerenti con gli obiettivi che stanno alla base del ricorso allo studio quantitativo di una determinata realtà.​​ 

11.​​ Una cultura s.​​ Il continuo ricorso a dati statistici, che riguardano i più diversi aspetti della vita di un Paese, e la disinvolta pubblicizzazione che ne viene fatta da parte dei mezzi di comunicazione sociale, pone il problema di una «alfabetizzazione» dei destinatari di questi messaggi, che li ponga in condizione di comprendere, valutare e anche, seppure a livello elementare, usare dati quantitativi presentati sotto forma di grafici, tabelle e / o sintetizzati con opportuni indici e misure. La scuola si è posta da tempo questo problema, introducendo nei programmi, già a livello di scuola di base, una iniziazione alla s. e alla probabilità. Esiste, al riguardo, una ricca documentazione reperibile in Internet, sia di testi specifici, sia di esempi sviluppati sfruttando strumenti informatici. Sono sorte anche, e continuano la loro attività, organiche iniziative tese a stimolare e sostenere questo impegno. Si segnalano, a titolo di esempio: la Rivista «Induzioni.​​ Demografia,​​ probabilità,​​ s. a scuola» (fondata nel 1990, http: / / www.libraweb.net / riviste.php?chiave=09) che si propone di diffondere idee statistiche nella scuola e sottolineare l’utilità della s. nella vita pratica; il CIRDIS (Centro Interuniversitario di Ricerca per la Didattica delle Discipline Statistiche) (http: / / cirdis.stat.unipg.it / ), al quale aderiscono diverse Università. Anche l’ISTAT (Istituto Centrale di S.) è impegnato a «promuovere, fin dai​​ primi cicli scolastici,​​ la cultura dei numeri», dedicando alla scuola un apposito spazio,​​ BINARIODIECI, «percorso guidato nell’officina dei dati ufficiali» (ww.istat.it / servizi / studenti / binariodie / ..) e avvertendo che in questa direzione si stanno muovendo in tutto il mondo i principali istituti di s., anche utilizzando le nuove opportunità offerte da Internet. Il riferimento a Internet sottolinea altre possibilità di «produrre» informazioni statistiche a livello elementare: il ricorso all’uso dei cosiddetti​​ Fogli Elettronici​​ che permettono di sostituire, almeno all’inizio, i Programmi dedicati di cui si è detto sopra, per es. EXCEL, sulla cui utilizzazione in questo contesto sono rintracciabili in Internet moltissimi riferimenti.

Bibliografia

Castellano V.,​​ Istituzioni di s.,​​ Roma, Ilardi, 1962; Boldrini M.,​​ S.:​​ teoria e metodi,​​ Milano, Giuffré, 1968; Giusti F.,​​ Introduzione alla s.,​​ Torino, Loescher, 1983; Leti G.,​​ S. descrittiva,​​ Bologna, Il Mulino, 1983; Girone G. - T. Salvemini,​​ Lezioni di S., 2 voll., Bari, Cacucci, 1992; Lombardo E.,​​ I dati statistici in pedagogia: esplorazione e analisi,​​ Scandicci (FI), La Nuova Italia, 1993; Piccolo D.,​​ S., Bologna, Il Mulino, 2000; Bolasco S.,​​ Analisi multidimensionale dei​​ dati, Roma, Carocci, 2004; Frayre M. - A. Rizzi,​​ S.,​​ Ibid., 2005; Levine D. M. et al.,​​ S., Milano, Apogeo, 2006; Middleton M. R.,​​ Analisi S. con EXCEL,​​ Ibid., 2006; Belissima F. - F. Montagna,​​ Matematica per l’informatica,​​ Roma, Carocci, 2006.

S. Sarti

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STATISTICA

STATO SOCIALE

 

STATO SOCIALE

All’origine dello S.s. stanno il proposito e il progetto di attuare una democrazia integrale, non solo politica ma anche sociale ed economica. Con esso si voleva dare un contenuto pieno e reale ai diritti politici col realizzare anche i diritti sociali, quali ad es. il diritto al lavoro, il diritto di tutela dei bambini, dei giovani e delle operaie, il diritto di orientamento e di formazione professionale, il diritto di associazione, di tutela della salute, il diritto alla casa, alla sufficienza, alla sicurezza sociale. E ciò, non prescindendo dallo S., bensì mediante esso, facendolo​​ sussidiariamente​​ coordinatore delle iniziative dei singoli e dei gruppi, gestore di forme universalizzate di assistenza, programmatore dell’economia nella sua globalità (non nella sua totalità!) e, talora, quando necessario al bene comune, imprenditore in settori chiave.

1. Lo S.s., così come codificato in parecchie Carte costituzionali contemporanee, è stato immaginato culturalmente ed ideologicamente sostanziato da un’impostazione personalista comunitaria e solidarista.​​ In altre parole, è stato concepito come un​​ posterius​​ rispetto alla persona e ai suoi diritti e doveri, alle società minori, ovvero come espressione ed istituzione delle persone e delle società che lo precedono, come essenzialmente funzionale ad esse. E, inoltre, come​​ comunione solidale,​​ come​​ vita democratica​​ organica ed articolata a livello nazionale, regionale e locale. È, per conseguenza, intrinseco all’idealità dello S.s. l’intento di superare le forme statuali autoritarie, assolutistiche ed etiche in senso hegeliano.

2. Per ottenere una democrazia completa, quale espressione coessenziale di una società che vuole essere autenticamente umana ed umanizzatrice, si prevedono allora, tra lo S. e la società, tra le istituzioni pubbliche e i cittadini, corpi intermedi di rappresentanza e di partecipazione, quali ad es. i sindacati e i partiti. Il​​ decentramento​​ alle regioni è architettato non per favorire logiche regionalistiche o municipalistiche, ma per incentivare una responsabile e matura autopromozione democratica della base sociale, sempre però all’interno di una politica generale nazionale. Lo stesso​​ pluralismo sociale​​ è voluto e giustificato quale insieme di energie necessarie ad un più adeguato autosviluppo umano, sociale, civile, sanamente autonomo, oltre che, ovviamente, per una più ricca e consistente promozione del bene comune.

3. Col tempo, però, l’idealità dello S.s., viene offuscata e deformata da alcune sue realizzazioni concrete, specie da quella rappresentata dallo S.​​ assistenziale,​​ che ha finito per prevalere nel mondo occidentale. Lo S. assistenziale, se da una parte è riuscito, con un più allargato intervento statale, a porre rimedio a tante forme di povertà e di privazioni indegne della persona umana, dall’altra ha mostrato sempre più evidenti eccessi ed abusi, disfunzioni e difetti. In particolare: a) l’eccesso di intervento, che più di una volta giunge, contrariamente al principio di sussidiarietà, a sostituirsi ai vari soggetti sociali e alle loro reti di solidarietà primaria o gratuita, assistenzializzandoli, deresponsabilizzandoli, emarginandoli; b) l’accentramento esagerato di molti servizi sociali con conseguente aumento degli apparati pubblici, con enorme crescita delle spese, con erogazione di prestazioni dominata da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti; c) la perdita di molte energie umane, che vengono misconosciute o anche scoraggiate; d) l’instaurazione nelle prestazioni di​​ welfare​​ di un sistema​​ particolaristico-clientelare,​​ ad uso dei partiti, per ottenere consenso elettorale; e) la politica sociale praticata quale semplice predicato dello sviluppo economico; f) l’etica di solidarietà mutata in etica neocorporativistica, individualistica; g) i corpi intermedi di rappresentanza e di partecipazione trasformati in sistemi autoreferenziali, lontani dal loro ruolo di canali collettori di una domanda sociale da armonizzare con le esigenze del bene comune; h) politiche economiche assistenzialistiche; i) presenza sproporzionata di imprese pubbliche, che anziché favorire il capitale privato gli lasciano spazi sempre più ristretti.

4. Quale via di uscita? La ristrutturazione dello S.s. sembra non possa avvenire – a meno che non si voglia regredire – solo lungo la linea della​​ riorganizzazione​​ o del rafforzamento del polo dello S. e del pubblico, tramite riforme istituzionali, politiche e sociali che garantiscono prestazioni più mirate, migliori condizioni materiali e, nello stesso tempo, adeguata produzione di risorse economiche. In tal modo si accrescerebbero i difetti delle burocrazie pletoriche, dell’accentramento gestionale della solidarietà, si userebbe ancora un codice simbolico, politico, istituzionale, non valorizzando la famiglia, i vari gruppi primari, secondari e di​​ privato sociale.​​ Ma nemmeno lungo la linea della destrutturazione totale degli apparati del​​ welfare​​ o della liberalizzazione del mercato, perché si darebbe sfogo a modelli di relazioni mercantili che, come è risaputo, non vengono spontaneamente incontro ai bisogni spirituali e culturali delle persone, tantomeno ai bisogni di una società assetata di una migliore​​ qualità della vita.

5. Sembra che la soluzione più pertinente alla crisi strutturale e culturale dello S. assistenzialistico vada trovata lungo la via dell’istituzionalizzazione di un nuovo​​ complesso della cittadinanza,​​ diversificata secondo forme molteplici (politica, economica, sociale, di​​ privato sociale),​​ basata su una​​ ​​ solidarietà anch’essa concepita in un modo più differenziato, quale valore universale e particolare, valido per tutte le​​ sfere​​ sociali. La solidarietà​​ pubblica​​ è​​ una​​ forma della solidarietà. Essa può sussistere, se è mantenuta in vita ed è accresciuta, suo mediante, la solidarietà di base, primaria, secondaria, di​​ terzo settore,​​ rispetto alla quale ha funzione di integrazione e di aiuto. Secondo queste prospettive, la soluzione alla crisi dello S. assistenziale non si dovrebbe allora realizzare tramite un processo di pura inclusione o statalizzazione della solidarietà primaria, secondaria e di terzo settore, oppure tramite l’emarginazione o il depotenziamento di questa, ma riconoscendone l’autonomia, sostenendola, raccordandosi con essa, anche con sistemi di​​ mix,​​ per meglio rispondere a tutti i bisogni fondamentali della persona umana.

Bibliografia

Rosanvallon P.,​​ La nouvelle question sociale. Repenser l’État,​​ Paris, Seuil,​​ 1995; Donati P.,​​ Teoria relazionale della società,​​ Milano, Angeli, 1994; Id. (Ed.),​​ Lo S.s. in Italia. Bilanci e prospettive, Milano, Mondadori, 1999; Toso M.,​​ Welfare society. La riforma del welfare: l’apporto dei pontefici,​​ Roma, LAS, ²2003.

M. Toso

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STATO SOCIALE

STATUS

 

STATUS

Comunemente il significato di s. viene spiegato facendo riferimento alla posizione riconosciuta a un individuo in una determinata struttura sociale.​​ 

1. In una​​ ​​ società stratificata i gruppi sociali sono in rapporto gerarchico tra di loro e a ciascuno viene attribuito un particolare livello a seconda della funzione e del ruolo esercitato. Si tratta, in verità, di un costrutto mentale, che esprime quello che gli altri pensano circa il valore di una persona. Questa collocazione, che può anche non confermare quello che uno pensa di sé, viene realizzata a partire dai criteri di valutazione utilizzati nella società in cui si vive; essa individua un insieme di diritti e di doveri e i comportamenti corrispondenti, ai quali corrisponde un particolare grado di stima e di prestigio che la collettività è pronta a riconoscere. La strutturazione di s. ha una fondamentale importanza nell’organizzazione della società perché ci dice la diversità delle funzioni che la costituiscono e il valore che ad esse viene attribuito.

2. I fattori che determinano l’attribuzione di s. dipendono dal tipo di società. In genere sono riconosciuti come fattori importanti la nascita, la ricchezza, l’istruzione, l’attività professionale e la funzione specifica che essa svolge in situazioni particolari della stessa società; hanno anche una notevole incidenza, in alcuni sistemi sociali, la razza, il sesso, l’età. Una distinzione ormai classica circa l’attribuzione di s. è quella che risale a R. Linton (1936). Egli parla di s. attribuito (ascritto) che dipende da fattori non legati alle scelte individuali (nascita, razza, sesso, età, ecc.) e di s. acquisiti, raggiunti cioè tramite l’intraprendenza individuale. Possiamo ancora sottolineare che ogni individuo ha numerosi s. a seconda dei gruppi di appartenenza e delle funzioni che svolge nella società; fra essi ve ne è comunque sempre uno che esercita l’influenza maggiore nel determinare la sua collocazione nella scala sociale e viene indicato come «s.-chiave». A volte può anche capitare che si verifichi un «conflitto di s.» (tra lo s. familiare e quello professionale, tra quello politico e quello religioso, ecc.), perché la persona non riesce ad armonizzare bene i diversi ruoli-s. che esercita.

3. Lo s. di un individuo non dipende soltanto dalla posizione personale nei gruppi sociali o nelle istituzioni, ma anche dalla collocazione dei gruppi e istituzioni nella gerarchia sociale e dalla loro capacità di far prevalere nel sistema sociale alcuni fattori di s. piuttosto che altri. Nel XVIII sec., ad es., la borghesia riuscì a far prevalere lo s. economico su quello della nascita e a far riconoscere l’importanza della sua funzione sociale, poiché seppe sfruttare il prestigio e l’autorità che determinate professioni avevano assunto all’interno del sistema economico.

Bibliografia

Linton R.,​​ The study of man,​​ New York, Appleton-Century-Crofts, 1936; Parsons T.,​​ Il sistema sociale,​​ Bologna, Il Mulino, 1965; Fichter J. H.,​​ Sociologia,​​ strutture e funzioni sociali,​​ Roma, Onarmo, 1969; Pavan P.,​​ Introduzione alla sociologia,​​ Roma, Studium, 1973.

V. Orlando

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