SEGNI DEI TEMPI

SEGNI DEI TEMPI

Mario Midali

 

1. Che cosa sono i segni dei tempi?

1.1. Il senso storico-sociologico

1.2. Il senso teologico

1.3. Trasparenza di Dio nella storia

2. La complessità dei segni dei tempi

2.1. Caratteristiche

2.2. Quali segni dei tempi oggi?

3. A chi spetta discernere i segni dei tempi

4. Criteri di discernimento e condizioni per attuarlo

4.1. Criteri di discernimento

4.2. Condizioni per attuarlo

 

I segni dei tempi sono un modo caratteristico e qualificante di interpretare, alla luce della fede, determinati eventi storici intraecclesiali ed extraecclesiali. Rientra nel discorso attinente lo «sguardo di fede», ma focalizzato non tanto sul quotidiano, quanto piuttosto su avvenimenti frequenti e generalizzati. La formula «segni dei tempi» compare come categoria portante nell’enciclica​​ Pacem in terris​​ di Papa Giovanni XXIII. Viene introdotta negli atti iniziali del Vaticano II e vi si impone con forza crescente nel fluire delle problematiche conciliari. È assunta come categoria fondamentale specialmente nella costituzione​​ Gaudium et spes,​​ dove viene tematizzata, benché non in forma sistematica. È poi fatta propria da Paolo VI nell’Ecclesiam suam,​​ ed è ormai diventata d’uso corrente nel linguaggio teologico-pastorale.

 

1.​​ Che cosa sono​​ i segni dei tempi?

Stando alle autorevoli indicazioni del Vaticano II, i segni dei tempi sono fatti od eventi che hanno un doppio senso congiunto: un senso corrente connotabile come storicosociologico e un senso propriamente teologico.

 

1.1. Il senso storico-sociologico

Secondo la spiegazione data dalla sottocommissione speciale incaricata di elaborare e modificare lo schema 13 (divenuto poi costituzione​​ GS)​​ e che introdusse per la prima volta tale espressione nei testi conciliari, sono segni dei tempi «quei fenomeni che per la loro generalizzazione e la loro frequenza caratterizzano un’epoca, ed attraverso i quali si esprimono i bisogni e le aspirazioni dell’umanità» (Chenu M. D.,​​ Les signes des temps,​​ II 208). I passi in cui ricorre la formula parlano di «avvenimenti» rivelativi di «interrogativi», «aspirazioni», «richieste», «attese» degli uomini del nostro tempo​​ (GS​​ 4a, 1 la). In altre parole, i segni dei tempi sono per così dire le linee di forza di un’epoca, sono quegli eventi che manifestano gli orientamenti di fondo sottesi a fatti contingenti e che mostrano, sia pure parzialmente, le prospettive caratteristiche di un’epoca, le sue sensibilità, i suoi punti di vista preferiti, le sue aspirazioni e attese. Di conseguenza, cogliere i segni dei tempi significa comprendere lo spirito di un’epoca.

Questo fa capire che non tutti i cambiamenti né tutti i fenomeni che si verificano in un momento storico sono da considerarsi segni dei tempi. Sono tali solo quegli avvenimenti o movimenti in cui si rivela la sensibilità propria del tempo e il complesso dei valori verso cui un’epoca è orientata o aspira. A questo proposito il Vaticano II annovera tra i segni dei tempi ad es. il movimento liturgico​​ (SC​​ 43a), le iniziative ecumeniche​​ (UR​​ 4a), i fenomeni sociali contemporanei che vanno sotto il nome di «accelerazione della storia»​​ (GS​​ 4), socializzazione​​ (AA​​ 14c;​​ GS​​ 6), secolarizzazione​​ (GS​​ 4-7, 33, 36), personalizzazione (GS 26b, 6e;​​ DH​​ 15ac). L’attuale ricerca storico-sociologica ne indica altri caratteristici degli anni ’80 (vedi oltre n. 2.2).

 

1.2. Il senso teologico

I segni dei tempi così intesi sottendono un significato propriamente teologico, accessibile solo tramite un giudizio di fede, fattibile unicamente da parte di credenti. Da questo punto di vista si chiamano segni dei tempi gli stessi avvenimenti umani segnalati, ma visti come eventi che manifestano e insieme occultano — secondo che si sanno leggere o no — un’altra realtà che li trascende, pur rimanendo vitalmente innervata in essi, per il fatto che ne sono segno, cioè degli indicatori. Quest’altra realtà non si riduce all’insieme delle urgenze e aspirazioni di un’epoca ma, all’interno di esse, contiene e rivela una libera presenza operativa dello Spirito Santo che, appunto in questo modo, guida il cammino dell’umanità verso la realizzazione del suo destino finale, sostenendone le aspirazioni se conformi alla dignità della persona umana, e invece contestandole se contrarie ad essa. Questo senso teologico dei segni dei tempi è chiaramente indicato e ripetutamente sottolineato dai testi conciliari. Così il movimento liturgico contemporaneo «è giustamente considerato (...) come un passaggio dello Spirito santo nella Chiesa»​​ (SC​​ 43a). Le varie iniziative ecumeniche sono attribuite all’«impulso della grazia dello Spirito Santo»​​ (UR​​ 4ab). «Negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni (...) del nostro tempo» occorre discernere «i veri segni della presenza (...) di Dio»​​ (GS​​ Ila).

 

1.3. Trasparenza di Dio nella storia

Divenuta d’uso corrente, la formula «segni dei tempi» è stata sovente equivocata e riempita di significati difformi da quelli indicati dal Vaticano II e da una corretta riflessione teologica. Merita di essere precisata.

I temini chiave da chiarire sono quelli di storia e di presenza. I segni dei tempi emergono dalla storia intesa non come miniera di fatti od esempi utili per illuminare una dottrina, ma come vita vissuta, come evento frutto di libere scelte umane, che diventa materia di riflessione teologica, perché suscita una nuova consapevolezza e stimola una presa di posizione di fronte a una misteriosa presenza operativa di Dio che si rivela appunto in tale vissuto.

Come intendere questa trasparenza dinamica del divino nella storia? L’azione di Dio non va intesa come quella di un agente accanto ad altri, quasi che Dio fosse una specie di super-agente della storia accanto agli uomini piccoli protagonisti delle scelte con cui strutturano l’umanità nel corso dei secoli. L’azione di Dio nei segni dei tempi non va ancora intesa come quella di un agente che opera sì nella storia, ma unicamente in settori particolari a lui riservati: l’azione di Dio investe l’intera esistenza umana, fa in modo che essa viva e operi, nel rispetto della sua realtà creaturale, e nulla può essere sottratto al suo influsso o alla sua presenza, ancorché differenziata secondo i casi.

Tale azione di Dio non va ancora intesa come una sovrapposizione a quella dell’uomo con questa specificità: essa punterebbe a una finalità evangelica nel senso che l’avvenimento diventerebbe un appello.

In tutti questi casi azione di Dio e azione storica dell’uomo sono considerate in una visuale dualista che la​​ Gaudium et spes​​ ha tentato di superare.

La presenza di Dio significata dai segni dei tempi va intesa piuttosto in questo modo: come incontro della libertà divina e della libertà umana nel santuario della coscienza degli uomini. Gli eventi e gli avvenimenti sono percepiti dalle coscienze degli individui e delle collettività, ed in esse Dio incontra i singoli, ne illumina le scelte, ne sostiene le decisioni, ne orienta gli impulsi nel senso di un’aspirazione a determinate mete umanizzanti, di rifiuto di situazioni disumane, di ricerca e di adesione a valori emergenti. In breve, si tratta di una presenza di Dio nelle coscienze e nelle volontà delle persone in quanto stanno alla radice dei fenomeni designati come segni dei tempi.

Questi fanno trasparire tale presenza, sono appunto il luogo della «trasparenza divina» nella storia. È questo il significato chiaramente inteso dai testi della​​ Gaudium et spes (GS​​ 26d, 38a, 41a).

Esso si colloca sul versante antropologico, non su quello cristologico ed escatologico, che è quello presente nella Bibbia. Per questa ragione il Concilio evitò opportunamente di motivare con citazioni bibliche i suoi asserti.

 

2.​​ La complessità dei segni dei tempi

I segni dei tempi si prestano facilmente a false interpretazioni e a visioni esclusiviste, dovute per lo più al fatto che si disattende la loro complessità o la molteplicità delle seguenti loro caratteristiche.

 

2.1. Caratteristiche

La mobilità.​​ I segni dei tempi non hanno sempre lo stesso potere di indicazione. La loro significatività varia col mutare dei tempi, precisamente perché si riferisce a entità variabili quanto sono i tempi. Un segno può essere indicativo in un tempo, cessare di esserlo in un altro e ridiventarlo, magari con sfumature diverse, in un altro ancora. Nessun segno dei tempi può essere assolutizzato come significativo per sempre. Alcuni segni dei tempi indicati dal Vaticano II per gli anni ’60 non lo sono più per gli anni ’80.

La diversità.​​ I segni non danno le stesse indicazioni in tutti i luoghi e per tutte le culture. Certi fenomeni indicano orientamenti e valori della civiltà occidentale soltanto. In altre culture attuali non esistono neppure, o non esistono ancora, od hanno un altro significato. La relatività dei segni dei tempi non si riferisce dunque solamente al tempo, ma anche allo spazio. Così il Vaticano li non ha indicato come segno dei tempi l’anelito alla liberazione da molteplici forme oppressive. Secondo le indicazioni di vari episcopati dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa, tale ricerca liberatrice è un palese segno dei tempi di detti continenti.

L’ambivalenza.​​ I segni dei tempi hanno significati ambivalenti, almeno in un doppio senso. Anzitutto in quanto il loro senso storico-sociologico e teologico, pur essendo congiunti, non si identificano. Poi perché i sensi storico-sociologici sono aperti sia al bene che al male come lo è la storia umana. Questa infatti è animata non solo dallo Spirito del Cristo risorto, ma anche dallo spirito del male. Essa è frutto insieme dal mistero di salvezza e dal mistero di iniquità. I grandi fenomeni indicati dal Vaticano II come segni dei tempi non sono privi di pericoli, di rischi, di espressioni variamente deviami.

La sovrapposizione.​​ I segni esprimono una molteplicità di aspirazioni, di valori e di ispirazioni divine che si sovrappongono e si intrecciano in un tutt’uno. Il distinguerli in gruppi è legittimo ma è insieme relativo.​​ La non unicità.​​ I segni dei tempi non sono le uniche indicazioni di Dio alla sua Chiesa, neppure a livello di avvenimenti. Essi sono le indicazioni più importanti e significative, ma non le uniche. Si integrano nel dettaglio delle vite di ogni giorno, anche le più banali, che sono esse pure e sempre un appello di Dio a cooperare concretamente a realizzare i suoi progetti. Accanto ai segni dei tempi vi sono quindi i segni quotidiani ed ordinari del volere divino per i singoli e per le comunità ecclesiali.

La rinnegabilità.​​ I segni dei tempi indicano aspirazioni umane e orientamenti che di fatto sovente si realizzano solo in modo parziale e incompleto, od anche non si realizzano affatto. Sono accompagnati perciò da squilibri, frustrazioni e mistificazioni ad es. denunciati dalla​​ GS​​ (nn. 4-10). E però anche tali deviazioni concorrono, sia pure in negativo, a mostrare il loro doppio senso: di promozione di valori l’uno, di contestazione di non valori o di situazioni insostenibili l’altro.

 

2.2. Quali segni dei tempi oggi?

Voler redigere un elenco esaustico di essi in riferimento all’attuale situazione sociale ed ecclesiale anche solo occidentale è rischioso, data la mobilità che li caratterizza. Ciò che qui si può fare è limitarsi a qualche semplice segnalazione indicativa che tiene conto specialmente dell’attuale realtà giovanile a livello europeo.

I profondi e rapidi cambi socio-culturali e religioso-ecclesiali verificatisi nel periodo del postconcilio hanno fatto emergere nuovi segni dei tempi, ad es. in riferimento alla realtà familiare, al mondo del lavoro, ai rapporti donna-uomo nella società e nella Chiesa, alla condizione giovanile, alla difesa dei diritti umani e alla ricerca della pace. Li segnalano gli autori delle rispettive voci del presente dizionario.

Ampliandone la prospettiva, si può rilevare che oggi si avverte più acutamente che in passato un fatto: il «benessere» neocapitalista sancisce la prevalenza dei bisogni «poveri» sui bisogni «ricchi» e conduce all’appiattimento economicistico della persona. Sotto la bandiera dello sviluppo della produzione e del «benessere» è, in realtà, la subordinazione della persona al feticcio dell’oggetto di consumo che viene contrabbandato.

Ciò provoca in strati significativi, anche se non prevalenti, della popolazione e specialmente del mondo giovanile, la crescita del «bisogno di cultura», intesa come ricerca di senso e non come accesso al potere, del «bisogno di contemplazione», come forma di conoscenza non strumentale, del «bisogno di comunicazione», come base di più autentiche forme di socializzazione, del «bisogno di pace», esteso fino agli animali e all’ambiente naturale.

Alla base vi è un’altra aspirazione, che si oppone frontalmente alla tradizione borghese e «marxista ortodossa», quella di una nuova identità, di un nuovo stile esistenziale, di un nuovo modo di essere, ricercato e raggiunto in forme certo limitate, forse criticabili o anche deprecabili, ma in ogni caso indicative di una nuova sensibilità di fondo. In essa l’esigenza di vivere in modo significativo e coerente si unisce a quella di essere in pace, di esprimersi liberamente, di contemplare e di conoscere, di essere solidali con gli altri. Tutto ciò porta in sé un potenziale davvero rivoluzionario e, pur essendo essenzialmente laico, è ciò che di più evangelico è stato espresso dalla cultura dei nostri giorni. Non uno sviluppo umano senza rapporti con le sue basi materiali, ma il progresso attraverso l’aumento della libertà, personale e collettiva, d’espressione dei valori di cui vuol vivere l’individuo e la comunità, attraverso la rinuncia volontaria al dominio, al possesso, alla riuscita, al riconoscimento sociale: ecco un segno dei tempi in seno al quale la Chiesa è chiamata a far risuonare l’annuncio di Dio, che è suprema libertà e gratuità ed è il dono infinito fatto all’uomo, perché questo scopra sé stesso come libertà, gratuità e dono di sé.

 

3.​​ A chi spetta discernere i segni dei tempi

Secondo la​​ Gaudium et spes,​​ discernere i segni dei tempi è compito permanente di tutto il popolo di Dio e quindi dei pastori e dei fedeli presi nel loro insieme. «È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo»​​ (GS​​ 4a). «Il popolo di Dio, mosso dalla fede [...], cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio»​​ (GS​​ 11 b).

Ma all’interno dell’unico popolo di Dio hanno una particolare responsabilità in merito i pastori e i teologi. È soprattuto loro il dovere «di ascoltare attentamente, capire e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta»​​ (GS​​ 44b).

Ciò non solleva gli altri soggetti attivi dell’agire ecclesiale dalle loro precise responsabilità. Il decreto conciliare dedicato ai presbiteri evidenzia il compito che hanno al riguardo i preti e i laici, e sottolinea l’esigenza e l’urgenza di una loro assidua collaborazione in questo delicato compito. «Siano pronti [i presbiteri] ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter riconoscere i segni dei tempi»​​ (PO​​ 9b ed anche 6b).

In una visuale più generale va tenuto presente l’illuminante magistero conciliare e postconciliare sui carismi cioè sui doni liberi che lo Spirito Santo elargisce ai fedeli. Attraverso tali doni, Egli li abilita a percepire la sua azione nella storia e il futuro che in questo modo prepara alla comunità cristiana (cf​​ LG​​ 12b;​​ AA​​ 3) . Tra coloro che sono gratificati di particolari carismi, vanno ricordati in modo speciale i profeti che il Signore non lascia mai mancare alla sua Chiesa e alla stessa umanità. Sono loro quelli che, in generale, sono più sensibili alla trasparenza divina negli eventi umani e la possono indicare alla comunità cristiana.

 

4.​​ Criteri di discernimento e condizioni per attuarlo

Discernere i segni del tempo è un compito tutt’altro che facile. Si può incorrere nel rischio per nulla ipotetico del soggettivismo, del facile moralismo; si possono formulare giudizi troppo affrettati e applicare valutazioni prefabbricate ad avvenimenti sempre cangianti. In alcune indicazioni sintetiche offerte dal Vaticano II e soprattutto analizzando il procedimento conoscitivo da esso attuato nella redazione della​​ Gaudium et spes​​ è possibile cogliere i criteri con cui discernere i segni dei tempi e le condizioni richieste per assolvere con successo tale impegno.

 

4.1. Criteri di discernimento

Oltre il riferimento generale e fondante costituito dal vangelo e, precisamente, dai segni che nel NT sono serviti per identificare la presenza speciale e unica di Dio nel Signore Gesù, i criteri suggeriti e concretamente impiegati dal Vaticano II sono sostanzialmente tre:

—​​ il carattere provocatorio​​ del segno, ossia la capacità di suscitare reazioni: ciò è collegabile all’estensione, alla frequenza e alla drammaticità che sovente caratterizza gli avvenimenti qualificati come segni dei tempi;

—​​ la significatività​​ del segno, cioè la sua capacità di veicolare un messaggio, di segnalare dei valori, di additare delle mete verso cui tendere, come sono in generale il superamento di forme disumane di esistenza e il raggiungimento di una migliore qualità di vita;

—​​ il messaggio​​ o i valori indicati dal segno e concernenti una reale promozione umana, considerata nella pienezza dei suoi aspetti di creazione e redenzione e riempita di contenuti non astratti ma concreti, ossia rispondenti alle esigenze di un determinato contesto, come sono ad es. quelle segnalate sopra (n. 2.2).

 

4.2. Condizioni per attuarlo

Quanto alle condizioni richieste per attuare il discernimento dei segni dei tempi, i testi conciliari e la letteratura recente sottolineano le seguenti:

— innanzi tutto l’importanza e l’insostituibilità di​​ un’informazione​​ seria e aggiornata che fornisca il materiale e lo stimolo per una costante ricerca delle richieste concrete poste alla missione della Chiesa; occorre però che le informazioni siano illuminate e vagliate criticamente alla luce del vangelo;

— in secondo luogo la necessità del​​ dialogo​​ intraecclesiale, tra pastori e fedeli, tra presbiteri e laici, ed extraecclesiale, con gli uomini del nostro tempo; esso è già necessario per la percezione e il riconoscimento dei segni dei tempi, per quanto debba poi protrarsi anche nei due momenti successivi della valutazione e dell’accettazione; la natura obiettiva dei segni, in quanto eventi storici, dovrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo circa la loro individuazione; in ogni caso occorrerà rinunciare al senso di autosufficienza e cercare invece positivamente l’intesa con gli altri;

— in terzo luogo​​ la presenza esperienziale​​ del popolo di Dio nel tessuto vivente degli eventi, in modo da poter cogliere, all’interno di essi, tramite una reale simpatia e una profonda sintonia con gli interrogativi e i bisogni, con le aspirazioni e le attese che li caratterizzano, i segni di una divina presenza; è qui implicato il discorso della​​ Gaudium et spes​​ sulla condivisione della condizione umana da parte del popolo di Dio.

 

5.​​ Conclusione

Intesi in senso teologico, i segni dei tempi rivelano le strade che Dio apre al cammino della sua comunità, manifestano ciò che Dio chiede​​ hic et nunc​​ ad essa. I testi conciliari parlano in proposito di «disegni di Dio» sul tempo presente e di connessi «doveri» o «compiti» storici della Chiesa (cf​​ SC​​ 43a;​​ A A​​ 15c;​​ GS​​ 4a, Ila). Ciò rientra nelle responsabilità di una pastorale e di una pastorale giovanile che intenda muoversi secondo le autorevoli indicazioni della Chiesa conciliare, fedele interprete del vangelo di Dio nell’attuale tornante della storia umana.

 

Bibliografia

Chenu M. D.,​​ Les signes des temps. Reflexion theologique, in L ’Eglise dans le monde de ce temps, Paris 1967, 205-225; Gennari G.,​​ Segni dei tempi, in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Paoline, Roma 1979, 1400-1422; Valadier P.,​​ Signes de temps, signes de Dieu?, in Etudes (ago.-sett. 1971) 261-280; Valentini D.,​​ Segni dei tempi, in Dizionario di pastorale della comunità cristiana, Cittadella, Assisi 1980, 532-534; Van Caster M.,​​ Catéchèse des signes de notre temps, in Lumen Vitae 21 (1966) 225-267.

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SEGNI DEI TEMPI

SEGNI LITURGICI

 

SEGNI LITURGICI

Per quanto i segni nella liturgia siano elementi secondari, tuttavia essendo i primi ad essere percepiti sono anche condizionanti. A volte la loro accettazione o il loro rifiuto stanno a dire rispettivamente l’accettazione o il rifiuto delle realtà di cui essi sono vettori. Ora dato che la liturgia è prima fonte e norma per la dottrina in vista della vita (cf lex orandi – lex credendi – lex vivendi), essa deve considerare con serietà: parole, gesti, simboli, riti (= linguaggio liturgico). Similmente l’operatore catechista deve conoscere il linguaggio liturgico nelle sue manifestazioni signali per adeguare l’azione cat .-liturgica ai contenuti di cui i segni vogliono essere trasmettitori.

1.​​ I problemi e le problematiche.​​ La riforma lit. postconciliare, recando il dettato e lo spirito dei principi sanciti dai Padri Conciliari, ha operato una semplificazione dei segni lit., ma non li ha eliminati. Infatti la liturgia è l’esercizio del sacerdozio di Cristo per mezzo di segni sensibili (cf SC 7). Questi però non sono segni “nudi”, bensì di una realtà sacra (SC 21), perché la liturgia si serve di segni sensibili per significare le invisibili realtà divine (SC 33). Anzi è di primaria importanza che i fedeli comprendano i segni lit. (SC 59). Essi sono però accompagnati da una serie di problemi e problematiche a cui si vuole qui accennare per chiarire e per semplificare quanto a volte è ancora fasciato di opinabile. Per esempio, dai competenti si discute ancora sulla diversità tra segno e simbolo; esistono anzi diverse scienze che si interessano dei segni, quali: semantica, semeiotica, simbologia, ecc., i cui rispettivi confini rimangono ancora oggi da circoscrivere. Qui — per necessità — si ricordano solo i seguenti problemi e/o problematiche legati ad alcuni centri di interesse.

a)​​ Terminologia e realtà soggiacenti.​​ Il​​ segno​​ è una realtà sensibile (udibile, visibile, tangibile, di cui in qualche modo si può fare esperienza con i sensi) che fa da ponte tra la cosa che significa e coloro ai quali la significa e la fa presente. Comunemente, seguendo F. de Saussure, ogni segno comporta: un​​ significante​​ (l’elemento o realtà sensibile), un​​ significato​​ (la realtà evocata o significata), la​​ significazione​​ (la effettiva capacità di un significante di “dire”, “comunicare” il significato). Si avrebbe un →​​ simbolo​​ quando il significante, invece di rinviare a un significato, invia a sua volta a un significante. Quanto di positivo e di negativo si può asserire del segno, andrebbe almeno duplicato per il simbolo. Il segno senza dubbio​​ svela​​ la realtà significata, ma non riuscendo a svelarla completamente, la​​ vela, fomentando​​ il desiderio di comprendere sempre più quanto “non” “dice-comunica” pienamente. Ogni segno è​​ ambivalente​​ (dice e non dice), è​​ pregnante​​ (dice e dice ancor di più), è​​ ridondante​​ (dice e potrebbe dire ancora sempre di nuovo).

b)​​ I segni liturgici appartengono al genere del sacro autentico.​​ I segni che vogliono significare il rapporto tra il creato e Dio appartengono al genere del​​ sacro.​​ Si ha un segno sacro​​ originario​​ quando esso dice l’intercomunione tra l’uomo e l’Assoluto, a prescindere dallo specifico dell’Assoluto. Si può così avere un segno sacro​​ falso​​ quando è errato il rapporto tra l’uomo e il trascendente, o perché il trascendente è frutto dell’immaginazione dell’uomo (dèi falsi; miti umani; divinizzazione di uomini, ecc.), o perché il rapporto è inteso a difesa, a paura della divinità, a propiziazione del nume, a pretesa di soggiogamento dell’Assoluto (si noti: si avrebbe il sacro numinoso, mitico, cosmologico, ecc.). I segni sacri falsi sono quelli della magia. Il rapporto espletato dai segni in tal caso proviene dall’uomo che cerca di “dominare” la divinità. I segni lit. al contrario appartengono al genere di quelli sacri​​ autentici,​​ in cui il rapporto da loro significato parte dal Dio Tripersonale, verso persone che fanno (o devono fare) parte della Chiesa: mistica persona. Sono sempre relazionabili a fatti storico-salvifici; e sono insigniti della caratteristica escatologica, cioè non esauriscono mai la loro valenza solo “qui – ora” ma sono protesi, anticipando nel “qui – ora”, quanto si avrà nell’eschaton svelatamente e completamente.

I segni​​ liturgici per eccellenza​​ sono quelli che la Chiesa usa per la celebrazione dei sette sacramenti nella loro parte costitutiva. La loro efficacia non ha nulla di magico, proprio perché si tratta di segni della fede, il cui autore e consumatore è Cristo (cf​​ Eb​​ 12,2). Sono segni lit. anche gli altri che servono per visibilizzare la celebrazione, per quanto propriamente non farebbero parte essenziale della medesima. Sia gli uni che gli altri sono forniti di caratteristiche speciali la cui natura deve essere conosciuta dal catechista (cf qui sotto 2).

c)​​ I dinamismi propri ad ogni segno.​​ Al di là delle discussioni proprie agli esperti, da tutti si conviene che ogni segno (sacro o no; sacro falso o autentico; ecc.) è dotato di​​ quattro​​ ambiti di azione, che sono raggruppabili in​​ due​​ gruppi di dinamismi: il dinamismo della rappresentazione e quello dell’operatività. Il​​ dinamismo della rappresentazione​​ testimonia che il segno è l’elemento sensibile che, entrando nell’esperienza del ricevente, annuncia un avvenimento a cui si deve prestare attenzione. Il primo ambito di azione è​​ V avvertimento​​ che non manca mai a ciascun segno. Riesce a raggiungere il secondo ambito di azione, se riesce a recare il messaggio che il segno intende veicolare. Perché un segno possa espletare l’informazione​​ è necessario che il ricevente possegga la chiave di lettura​​ dell’avvertimento.​​ Infatti la​​ conoscenza della convenzione​​ segnaletica è alla base della significazione del segno. L’informazione è accessibile solo a chi è preparato. Così il segno sacro autentico, cioè il segno lit., informa adeguatamente, cioè consegue il dinamismo della rappresentazione in modo pieno solo in soggetti che sono sufficientemente preparati ad accogliere il messaggio. La convenzione semantica per i segni lit. è​​ fornita dalla fede.

Il​​ dinamismo dell’operatività​​ esige che chi è stato avvertito e sufficientemente informato dal segno passi all’azione. Infatti chi ha inteso il messaggio dell’emittente, cioè del segno, si trova assoggettato al segno. Al caso il segno lit. postula un​​ asservimento.​​ È ovvio che per uomini liberi il rapporto fra segno con l’avvertimento-informazione e l’asservimento che consegue può essere “cancellato”. Se però è accettato, allora il segno operativamente arriva fino alla​​ “comunione”; cioè, il dialogo che si instaura fra segno emittente e soggetto ricevente arriva alla fine quando la vita si conforma alla informazione ricevuta. Ciò suppone una relazione del tutto tipica e operativa, di esecuzione cioè di quanto il segno significa. L’operatore della C. deve approfondire la sua conoscenza sulla polivalenza dei segni lit., cioè: Cosa intendono avvertire? Cosa informano? In campo operativo: Cosa postulano? Cosa esigono? Quale tipo di “comunione” intendono espletare?

2.​​ Natura e caratteristiche dei segni liturgici.​​ Il codice di informazione, ovvero la chiave di interpretazione dei segni lit., è dato dalla fede. A sua volta essa proviene dalla → Parola di Dio. In un simile contesto si comprende che la natura dei segni lit. è connaturata alla fede che di loro è la matrice. Si può convenire sui seguenti punti, che illustrano la​​ natura​​ dei segni lit. Essi​​ esprimono la fede​​ della Chiesa nella fede dei singoli partecipanti all’azione lit. È la fede della Chiesa che ha il primato. Essa pone gesti, parole, segni, ecc., sapendo di offrire una mediazione oggettiva ed efficace dell’incontro dell’uomo (fedele) con Dio Padre, per mezzo di Cristo (segno del Padre), nello Spirito Santo.

I segni lit.​​ coinvolgono il fedele ed esigono​​ da lui una risposta operativamente pregnante. La risposta è risposta di fede, ed è necessaria per realizzare l’incontro tra la persona (del fedele) e il Dio Tripersonale. Si comprende come ogni celebrazione lit. sia sempre accompagnata dal dono della fede. Globalmente considerati i segni lit. hanno una​​ natura dialogica e​​ intendono provocare atteggiamento di attenzione, di devozione, di fede. L’azione cat. deve aiutare a far passare dall’avvertimento all’informazione, tenendo lontani i fedeli dall’insidia sottesa a ogni genere di segni. Infatti i fedeli, quanto meno sono preparati, tanto più rischiano di leggere i segni arbitrariamente e di scoprirvi ciò che più risponde alla loro sensibilità (cf sentimentalismo nelle celebrazioni), al loro senso innato di magico, ecc. Al contrario, l’interpretazione che la fede della Chiesa dà ai segni lit. è in rapporto diretto​​ ​​ a​​ vago​​ simbolismo,​​ né​​ ad​​ arhitrarismo​​ (anche se i segni lit. come tutti i segni dipendono da una convenzione) ma​​ primariamente alla storia della salvezza​​ (cf SC 24.33).

Siccome è di importanza primaria che i fedeli comprendano i segni lit. (cf SC 59), allora è opportuno conoscere le loro caratteristiche. Essi sono adorni di un simbolismo il cui significato fondamentale è comprensibile alla​​ luce della Bibbia.​​ Sono in genere rivestiti di una patina vetero e neotestamentaria. Sono​​ comprensibili​​ alla luce dell’evento che è Cristo e della volontà della Chiesa che nel decorso dei secoli, e ancor oggi, sancisce il codice della convenzione per la loro comprensione. In ultima analisi, i segni lit. non possono essere interpretati​​ ​​ con il parametro della​​ funzionalità, né​​ con quello dell’allegorismo.​​ Essi sono segni efficaci anche se​​ convenzionali​​ (rapportabili o alla volontà del Cristo o senza dubbio a quella della Chiesa). Essi sono​​ rimemorativi​​ del passato salvifico,​​ indicativi​​ di una efficacia nel presente celebrativo, e​​ preannunziatori​​ (prognostici) del futuro salvifico. La maggior parte sono rapportabili a significati presenti nella Bibbia. Tutti assumono​​ senso dalla struttura celebrativa​​ in cui sono inseriti.

Si noti che essi sono​​ labili,​​ cioè a causa dell’assuefazione, della incapacità di attenzione, di concentrazione da parte dei fedeli necessitano di C. continua e ripetutamente nuova, che sappia suscitare interesse. Alcuni segni lit. poi, per motivi storici, possono​​ sembrare obsoleti.​​ Con un’attenta e penetrante loro comprensione, al contrario, sono ancor oggi capaci di “dire-comunicare”. Altri sono​​ frutti di culture​​ diverse da quelle in cui sono usati. Si inseriscono qui i capitoli dell’adattamento, dell’acculturazione, dell’inculturazione dei segni lit. che esorbitano dai limiti della voce.

3.​​ Incipiente esemplificazione dei segni liturgici.​​ Essi fanno parte del linguaggio della liturgia nel quale si devono annoverare la parola (lingua usata nei testi lit.), i gesti, l’uso tipico del corpo, di cose, di realtà. Secondo i diversi centri di interesse si possono ricordare:

a)​​ Segni lit. in rapporto all’uso di realtà del creato.​​ L’acqua, l’olio, il pane, il vino, il fuoco, la luce, l’incenso, la cenere, il profumo, il sale, ecc., nella liturgia assumono significato nuovo e tipico. Il simbolismo legato a questi elementi è di notevole spessore e di polivalenti significati. Si pensi al simbolismo del cibo e della bevanda, che, a sua volta, rimanda a quello del banchetto (veterotestamentario, neotestamentario, del Cristo, escatologico); o al simbolismo dell’acqua battesimale, di quella aggiunta al vino durante la S. Messa; a quello delle unzioni, ecc. Per la comprensione di ciascun segno derivante dall’uso di realtà del creato e per ogni simbolismo legato al segno, il ricorrere a un buon dizionario biblico costituisce la più facile preparazione per istaurare una C. adeguata.

b)​​ Segni lit. in rapporto agli atteggiamenti dei partecipanti.​​ Chi prende parte all’azione lit. è già entro un codice di lettura che dà un significato tipico ad ogni atteggiamento del corpo o all’uso di esso, sia del presidente sia dei partecipanti. Si pensi allo stare in piedi, seduti, genuflessi, prostrati, al digiunare, al camminare (processioni), ecc., atteggiamenti che nel contesto lit. assumono semantemi speciali. Così l’uso della mano con le varianti: imposizione delle(a) mani(o) su cose e persone, che dice epiclesi dello Spirito Santo, sua presenza ed azione; elevazione delle mani in atteggiamento orante; immersione della mano nell’acqua battesimale; il lavarsi le mani; segni di pace. Lo spirare: la​​ insufflatio​​ su persona(e) o su cosa(e); la​​ halitatio​​ su persona(e) o su cosa(e); il segno di croce; lo sguardo alla Croce; il cantare; l’ascoltare; il toccare, ecc.

c)​​ Segni lit. in rapporto all’uso di cose.​​ Si pensi all’uso di vesti speciali: l’abito bianco (al battesimo, cresima, eucaristia, matrimonio, consacrazione delle vergini); le vesti lit.; l’uso dell’anello (per le vergini, la sposa, lo sposo, il vescovo); la corona (per gli sposi, le vergini); il velo (per le vergini, per la sposa), ecc. L’uso delle immagini, icone. Ognuno di questi segni merita una trattazione speciale. Il catechista deve cercare di istruirsi e di trasmettere quanto apprende. Operativamente, deve preoccuparsi che la verità dei segni lit. emerga sempre più chiara, liberandoli da certe precomprensioni in modo che il fedele non sia preso dalla “routine” propria al formalismo rituale. Si coscientizzi alla partecipazione, che è ben di più che il ricevere un sacramento o lo stare a guardare un’azione lit. Infatti la liturgia per mezzo dei segni lit. può espletare una pedagogia se ci sono catechisti che si occupano a spiegare il significato del segno lit., il quale rimanda sempre al di là di se stesso, nel cuore della realtà celebrata.

Bibliografia

L. Beirnaert,​​ Expérience chrétienne et psychologie,​​ Paris, 1964; H. Biedermann,​​ Il libro dei segni e dei simboli,​​ Milano, Bietti, 1974; L. Bouyer,​​ Il rito e l’uomo,​​ Brescia, Morcelliana, 1964; L. M. Chauvet,​​ Linguaggio e simbolo. Saggio sui sacramenti,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982; J. Daniélou,​​ Les symboles​​ chrétiens​​ primitifs,​​ Paris, Seuil, 19622; J. Dreissen,​​ La linea liturgica nella nuova catechesi. Strutture e linee di azione,​​ Leumann-Torino, LDC, 1969;​​ Espressioni simboliche ed espressioni artistiche nella liturgia,​​ in “Concilium” 16 (1980) n. 2; R. Guardini,​​ I santi segni,​​ Brescia, Morcelliana, 1964; S. Rosso,​​ Elementi naturali,​​ in NDL, 428-448 (bibl.); D. Sartore,​​ Segno/ simbolo,​​ in NDL, 1370-1381 (bibl.);​​ Segni rituali e culture,​​ in «Rivista liturgica» 66 (1979) n. 1;​​ Il segno nella liturgia,​​ Roma, CAL, 1970;​​ Il simbolo nella liturgia,​​ in «Rivista liturgica» 67 (1980) n. 3;​​ Il simbolo, ponte tra Bibbia e liturgia,​​ ibid. 67 (1980) n. 5;​​ Symbol und Liturgie,​​ in “Liturgisches Jahrbuch” 30 (1980) n. 1.

Infine utilissimi i due fascicoli curati da J. Aldazabal,​​ Gestos y simbolos,​​ “Dossier” nn. 24-25, del Centro de Pastoral Liturgica de Barcelona (Barcelona 1984).

Achille Maria Triacca

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SEGNI LITURGICI
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