RUPERTO DI DEUTZ

RUPERTO DI DEUTZ​​ 

(c.1070-1129)

 

Mariano A. Magrassi

 

1. Un monaco del medioevo maestro per i giovani d’oggi?

2. Breve profilo caratteriale e biografico

3. Intuizioni di fede sempre attuali

3.1. La Bibbia come storia di una rivelazione e rivelazione di una storia

4. Tre punti nodali della storia della salvezza

4.1. Come mai esiste il peccato, se la storia è condotta da Dio?

4.2. Cristo è venuto solo per riparare il peccato o sarebbe venuto ugualmente anche senza il peccato?

4.3. L ’angelo e l’uomo al centro del piano divino?

 

1.​​ Un monaco del medioevo maestro per i giovani d’oggi?

Nel delineare la figura di questo medievale credente, così lontano dai nostri tempi, non potevo evitare la domanda che ho posto nel sottotitolo. Solo a guardare agli estremi della vita (1070 circa-1129), un giovane di oggi può arricciare il naso. Se poi si aggiunge che si tratta di un «monaco benedettino», di un uomo cioè che dal mondo si è ritirato nel chiostro per una vita più dedicata all’ascesi e alla contemplazione che non all’azione concreta, allora lo stupore raggiunge il massimo. Può avere qualcosa da dire oggi una simile figura?

Nonostante tutto, direi proprio di sì. Io l’ho incontrato nella mia giovinezza, facendone oggetto di studio per la mia tesi di laurea, e ne sono stato conquistato. Del resto, quando si pensa alla folla di giovani che nel nostro tempo si recano a Taizé per incontrare un contemplativo come fr. Roger Schutz, si ha la misura di quanto un uomo di Dio ha da dire, e da dare, alla gioventù di oggi. Ruperto non ha incontrato i giovani se non nel monastero, fra i suoi coetanei, nei postulanti che hanno bussato alla porta del monastero di cui è stato l’Abate, cioè il Padre, e occasionalmente negli studenti di università, come quella di Laon, in cui si è recato per dispute teologiche.

Eppure troviamo nella sua vita atteggiamenti e idee che possono anche oggi affascinare i giovani.

 

2.​​ Breve profilo caratteriale e biografico

È nato tra il 1070 e il 1075. Lo rivendicano come compatriota sia i tedeschi che i belgi. In ogni caso lo troviamo giovanetto nell’Abbazia di San Lorenzo di Liegi dove ha ricevuto la sua formazione letteraria e monastica. Liegi era allora un centro di civiltà e un focolaio di civilizzazione europea, e lo stesso monastero possedeva una buona biblioteca e una scuola monastica che toccò il suo apice nel periodo in cui si formò Ruperto.

Già in questi anni appare un tratto saliente del suo temperamento:​​ è intransigente quando sono in gioco i principi.​​ La controversia Gregoriana, in cui la Chiesa rivendicava la sua libertà dal potere imperiale, era venuta a turbare la vita del monastero. Il vescovo di Liegi, creatura fedele di Enrico IV che si opponeva a papa Gregorio VII, costrinse l’abate Berengario ad abbandonare il monastero. Ruperto, che era un intransigente sostenitore dei principi gregoriani, lo seguì in esilio con un gruppo di monaci, e non acconsentì a ricevere gli ordini dal vescovo se non quando egli fu liberato dalla scomunica, dopo la morte di Enrico IV. Qui si misura già la tempra dell’uomo che non scende a compromessi: un esempio per i giovani ad avere un grande ideale, con la prontezza ad impegnarvi le migliori energie, e se occorre, a pagare di persona.

C’è un altro tratto che emerge ben presto:​​ è un uomo coraggioso, capace di lottare senza scoraggiarsi.​​ Con la sua prima produzione letteraria ebbe a scontrarsi su due fronti: il primo è quello dei «magistri» di Laon, ove stava nascendo quella teologia scolastica che avrà poi in san Tommaso il suo epigono più geniale.

Poiché il male esiste, e nulla può accadere senza che Dio lo voglia, essi affermavano semplicemente che «Dio vuole che il male avvenga». Ruperto si ribella a simile affermazione e parte a cavallo di un asino (la scena da lui descritta sfiora il pittoresco) per realizzare un dibattito e una confutazione nella stessa università. Il numero degli avversari e i loro motteggi non lo intimidiscono affatto. Sa di lottare per una buona causa (e gli sviluppi posteriori lo dimostrano) e non demorde.

Su un altro fronte si trova ad affrontare una concezione tipicamente medievale: essa​​ poneva sullo stesso piano un testo biblico e uno patristico,​​ dando ad entrambi uguale valore. Così se un’idea è suffragata da un testo agostiniano, diventa non solo autorevole, ma inoppugnabile. Ruperto reagisce: «Sant’Agostino non è nel canone» degli scritti ispirati. Per noi oggi la cosa è pacifica: la «sacra pagina» è al di sopra di tutto. Ma non era così allora e la posizione del Nostro non mancò di far scandalo.

Ma non è per gusto di far scandalo o per scalfire l’autorevolezza dei Padri che Ruperto parla. Lo fa perché è un entusiasta della Scrittura, la cui meditazione è al vertice dell’ideale monastico. Essa non ha un uomo per autore, ma Dio stesso e il suo Spirito. Egli coglie «la maestà delle Scritture». Il resto, per quanto grande, impallidisce di fronte ad essa. Come è vicino tutto questo alla Chiesa di oggi, che ha voluto rimettere la bibbia in mano ad ogni credente, perché realizzi un contatto vivo e penetrante con la parola. E sono soprattutto i gruppi giovanili a fare questa riscoperta. E se abbiamo riscoperto i​​ Padri della Chiesa,​​ non è per porli sullo stesso piano. Nei loro riguardi Ruperto intende procedere «sulla stessa strada, ma non ricalcandone esattamente le orme». Se è vero che hanno approfondito la bibbia, qualcosa da scoprire rimane ancora. Ruperto non ama una teologia ripetitiva, ma sente il bisogno di inventiva, come il giovane che non si mette volentieri i panni vecchi del nonno. «Il vino vecchio è da tenersi in pregio per la sua soavità, ma non si è per ciò autorizzati a disprezzare il mosto nuovo». Essi hanno mietuto, a noi sia almeno permesso spigolare nel campo biblico. Se essi sono giganti, «noi siamo come nani che, posti sulle loro spalle, vedono un po’ più lontano di loro».

Con tutto ciò egli appare chiaramente come​​ un uomo aperto al nuovo.​​ Ed è questo un tratto della giovinezza del cuore. Ma insieme egli è​​ un geloso difensore dei valori del passato.​​ In questo offre ai giovani una preziosa indicazione:​​ non fare tabula rasa​​ di tutto ciò che il passato ha costruito per edificare qualcosa di radicalmente nuovo, ma valorizzare tutti gli apporti più validi che le generazioni hanno accumulato. La «civiltà non comincia con me. Mentre cammino c’è un piede che va avanti all’altro, ma subito dopo è l’altro piede che procede. Così è nella grande storia e nella piccola storia di ciascuno».

Un esempio di tutto questo è​​ l’atteggiamento del Nostro davanti alla Scolastica nascente.​​ Era un nuovo metodo di fare teologia che aveva la sua novità in questo: utilizzava largamente la dialettica e la metafisica, specie aristotelica, nello sforzo di investigare e di chiarire la profondità del dato rivelato. Si trattava di un fatto relativamente nuovo, almeno nel metodo. Ruperto non ne ha contestato le legittimità. Riconosce l’utilità del sillogismo nella investigazione della verità.

Ma quando la dialettica viene applicata sistematicamente alla «pagina sacra», come una tecnica e con una certa intemperanza, e diviene una ricerca della disputa per la disputa, o un mezzo per ostentare la propria capacità, allora il monaco avverte i pericoli nascosti nel metodo. Si può ridurre la Verità a ciò che la ragione ne può capire. Al limite si può razionalizzare lo stesso Mistero... E tali abusi si son visti in più di un caso. Penso ad Abelardo o a Gilberto Porretano.​​ Non tutto ciò che è nuovo è buono per il fatto stesso.​​ Così Ruperto diventa antidialettico senza essere conservatore. San Bernardo sintetizzerà la sua posizione più tardi con una frase scultorea: «Non è con disputa che si raggiunge la verità, ma con la preghiera». O ancora: «Non si può costringere nei termini dialettici l’Immenso che assegna i confini ad ogni cosa».

 

3.​​ Intuizioni di fede sempre attuali

In questa sua originale ricerca, Ruperto ha aperto​​ qualche strada nuova​​ di grande rilevanza. A quel tempo tali intuizioni erano tutt’altro che pacifiche; oggi non solo sono accolte da tutti, ma sono di estrema attualità, specie per i giovani. Molto più di qualche scritto di fine Ottocento. Sono le «ironie» della storia. Direi anzi che sono in linea con le grandi intuizioni del Concilio Vaticano IL Procedo per cenni essenziali, andando ai nodi.

 

3.1. La Bibbia​​ come storia di una rivelazione e rivelazione di una storia

Per troppo tempo nei secoli scorsi i testi sacri, presi in modo frammentario, erano raggruppati non sulla linea del pensiero biblico, ma secondo una impalcatura di ordine logico. Costituivano la «prova» di una determinata affermazione. Nessuno vuole negare i vantaggi che ne sono derivati a livello di chiarezza di dottrina. Ma è certo comunque che il Concilio non si è posto su questa linea.

È tornato piuttosto alla grande concezione antica mettendo al centro la​​ categoria di «storia della salvezza».​​ È questa esattamente la concezione di Ruperto.

Egli vede la Bibbia come una grande storia incentrata nel Cristo. Essa è scaglionata dai suoi interventi meravigliosi:​​ «Magnolia Dei».​​ Ma si inserisce nel tempo degli uomini. Diventa una storia, in una successione continua di avvenimenti concatenati tra di loro, che ha un suo centro, l’avvento di Cristo, e cammina verso il «punto omega» (come direbbe Teilhard de Chardin) che è la venuta del Signore nella gloria.

Essa non è frammentaria, al contrario ha una sua profonda unità organica, perché​​ attua un unico disegno di Dio,​​ che si realizza gradualmente nel tempo. Non ha la coerenza di un trattato di logica: ha l’unità di una storia guidata da Dio.

Per questo Ruperto percorre la Scrittura tutta d’un fiato, dalla Genesi all’Apocalisse, inserendo i singoli libri in una visione d’insieme. Non capisce il testo chi lo prende in sé, come un frammento isolato nella sua materialità, ma piuttosto chi vede emergere da tutta la Scrittura, e ricongiungersi attraverso tutte le sue pagine, le luci convergenti di un unico piano divino. E questi eventi della storia sacra imprimono una direzione anche alla storia umana, perché è nel cantiere della storia concreta che il Regno si costruisce. L’unità di questa storia non si fonda solo sull’unico piano divino, ma ancor più sul​​ centro​​ di questa storia: Cristo, a cui tutto converge. Cristo, pietra d’angolo, ragione d’essere di tutte le esistenze, e fine ultimo della storia del mondo.

Cosa dice tutto questo a un giovane di oggi? Una prima cosa:​​ la ridicola miseria​​ di un uomo quando si pone al di fuori e contro il piano divino. Egli brucia la sua esistenza. Ma per contro dice un’altra cosa:​​ l’incomparabile grandezza dell’uomo​​ chiamato a «collaborare» con Dio per la costruzione del Regno.

Tu vivi nel flusso della storia: e Dio in ogni istante mette nelle tue mani un frammento di tempo in cui tu devi imprimere il tuo sigillo. E poi, quel frammento torna a Dio per essere sempre ciò che tu ne hai fatto. L’esistenza diventa una stupenda avventura in cui si gioca il tuo destino e insieme quello del mondo.

E se questo ti fa paura, ricorda le parole di Paolo: «Ti basta la mia grazia». Non sei solo: Cristo è con te.

Visto così il nostro compito nella storia, due convinzioni si radicano subito nella nostra mente:

— Nessun progetto storico si identifica con il Regno. Tutto è relativo. Assoluto è solo Dio. Non c’è posto quindi per l’ideologia.

— Nulla di ciò che di valido si compie nella storia, anche se imperfetto, andrà perduto, né sarà stato vano per la costruzione del Regno.

Armonizzando queste due affermazioni, apparentemente contrarie ma, in realtà complementari, ci si pone nella linea del pensiero cristiano odierno che Ruperto volentieri sottoscriverebbe.

 

4.​​ Tre punti nodali​​ della storia della salvezza

Tre risposte a problemi nodali, che per Ruperto sono stati una laboriosa e sofferta conquista, devo ora condensarle in poche semplici righe.

 

4.1. Come mai esiste il peccato, se la storia è condotta da Dio?

È uno dei problemi più ardui che la teologia di tutti i tempi abbia dovuto affrontare.

I teologi della Scuola Laon ragionavano più o meno così: tutto ciò che esiste è voluto da Dio, nulla infatti sfugge alla sua onnipotenza. Se il male esiste, ciò significa dunque​​ che Dio lo vuole: «Dio ha voluto che Adamo peccasse».

Ruperto, con il suo istinto di fede, si ribella: se Dio vuole il male, è ancora il Padre buono che Cristo ci ha rivelato? Nell’ipotesi di Laon l’autore del male sarebbe Dio stesso! Ma, sostenevano gli avversari, se c’è qualcosa che sfugge alla volontà di Dio, egli è ancora l’onnipotente?

Come uscire da questo dilemma angosciante? Ruperto trova l’espressione che sarà poi consacrata:

«Dio né vuole che il male avvenga, Né vuole che non avvenga Ma​​ vuole permettere​​ che il male avvenga». Quisquiglie medievali? No: problema sempre attuale.

Tutto è nelle mani di Dio, anche il cuore dell’uomo. Eppure la libertà dell’uomo è un piccolo spazio di provvidenza in cui egli gioca il suo destino. È quello che aveva già detto sant’Agostino: «Chi ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te». E più vicino a noi san Francesco di Sales: «Prega come se tutto dipendesse da Dio e impegnati come se tutto dipendesse da te, perché tutto dipende da Dio e tutto dipende da te».

 

4.2. Cristo è venuto solo per riparare​​ il peccato o sarebbe venuto ugualmente anche senza il peccato?

Dal momento che c’è il peccato, e Cristo è il Salvatore, ne seguirebbe che il peccato è il motivo unico della sua venuta.

Al di là della formulazione, al condizionale, il problema è centrale: si tratta di sapere se Cristo è veramente la ragion d’essere di tutta la creazione e il centro di tutta la storia o solo il divino rimedio al nostro peccato. Se insomma egli ha davvero un primato su tutto! Ruperto è partito dall’ipotesi allora corrente, che legava l’Incarnazione al peccato, sminuendone la centralità. Ma con una riflessione originale è arrivato poi gradualmente a una visione opposta, che sarà in seguito chiamata scotista, perché sviluppata e divulgata da Duns Scoto. In realtà chi ha aperto la strada è stato il Nostro: vedendo la Rivelazione come una storia incentrata in Cristo, la vede orientata a Cristo​​ essenzialmente,​​ fin dal primo istante della creazione. Non è una conseguenza del peccato, ma una intenzione assoluta di Dio.

Oggi molti giovani stanno riscoprendo Cristo in tutto il suo fascino: ma sanno veramente collocarlo al centro, e far di lui il senso ultimo della nostra piccola storia personale, mentre è il senso ultimo della grande storia di Dio?

 

4.3. L’angelo e l’uomo al centro del piano divino?

Un’altra questione:​​ se gli angeli non avessero peccato, l’uomo sarebbe stato creato?​​ Per comprenderla bisogna mettersi nel solco di una opinione allora corrente, che aveva la sua origine nientemeno che in san Gregorio Magno, dottore della Chiesa. In una celebre omelia egli aveva identificato la dracma perduta con l’uomo, creato per completare i nove cori degli angeli. O più precisamente, per colmare il vuoto lasciato nelle schiere angeliche dal peccato di Lucifero. L’uomo diventa così un elemento integrativo delle schiere celesti,​​ un essere dì rimpiazzo.​​ Di conseguenza la sua perfezione spirituale è subordinata a quella degli spiriti celesti.

Questo pensiero fa scuola e viene accolto anche da Anseimo d’Aosta, e dalla nascente scuola di Laon. Riveste dunque una certa autorità. Ma Ruperto al solito pensa con la sua testa. Egli vede l’universo come una cetra con le corde armonizzate, che esegue un poema musicale a gloria del Creatore. Uomini e angeli sono le corde tese su cui vibra il canto di lode. E il Cristo è la corda più armoniosa da cui tutto il poema riceve la sua tonalità. Fuori metafora: nell’universo creato nessun essere sostituisce un altro, ma ogni natura ha una sua propria dignità. Al vertice c’è l’uomo su cui si riflette luminosa l’immagine di Dio. Anche l’angelo, beninteso. Ma l’uomo ha su di esso un titolo incomparabile di superiorità. E questo titolo è Cristo. Non è un angelo che Cristo ha assunto, ma una natura della stirpe di Adamo. Non è per gli angeli che è venuto Cristo, ma per i soli uomini. Grazie al Cristo, l’uomo acquista così il suo posto privilegiato nel cosmo, al vertice della creazione, al centro del piano divino. Al problema: «Cwr​​ homo?»​​ la risposta ultima di Ruperto è: «Quia Deus Homo». È la parola nuova che egli dice anche a noi oggi, specie ai giovani che hanno la vita davanti: Riconosci, o uomo, la tua dignità. Dio ti ha progettato per un destino meraviglioso. E poiché si vive una volta sola, è importante inserirsi nel divino progetto. Perché l’esistenza non sia un fallimento, ma una pietra nell’edificio del Regno.

Come si vede un medievale ha ancora una parola da dire, dopo tanti secoli: con un messaggio che nelle sue linee essenziali è di piena attualità. Possa aiutare molti giovani di oggi a vivere in pienezza l’avventura dell’esistenza, lottando contro il male dilagante, e trovando in Cristo il senso ultimo del nostro destino.

 

Bibliografia

Arduini M. L.,​​ Contributo alla biografia di Ruperto di Deutz,​​ in: «Studi Medievali» 3a​​ serie 16 (1975) 537-582; Arduini M. L.,​​ Ruperto di Deutz,​​ in: «Dizionario degli Istituti di Perfezione», Roma 1983, 2063-2070; Magrassi M.,​​ Teologia e storia nel pensiero di Ruperto di Deutz,​​ P. Universitatem Urbanianam de Propaganda Fide, Roma 1959; Van Engen J. H.,​​ Ruperto di Deutz,​​ Los Angeles 1983.

image_pdfimage_print
image_pdfimage_print
RUPERTO DI DEUTZ
image_pdfimage_print