PSICODIDATTICA

 

PSICODIDATTICA

A differenza della​​ ​​ psicopedagogia, la p. si rivolge agli aspetti psicologici dei processi di istruzione, specificamente in sede scolastica. Studia particolarmente l’azione dell’insegnante, concretata non soltanto nelle forme di interazione verbale (la​​ ​​ lezione) con l’alunno, ma anche negli atteggiamenti verso l’alunno e l’insegnamento, l’influsso della sua struttura di personalità sugli esiti didattici, le forme di valutazione impiegate nel corso dell’azione didattica, e simili. In alcune accezioni più specifiche, include anche le modalità psicologiche dell’insegnamento di specifiche discipline, anche se la psicologia dell’insegnamento / apprendimento delle materie linguistiche è oggi tendenzialmente delegata a una nuova disciplina scientifica, la​​ ​​ psicolinguistica applicata all’educazione, o psicolinguistica pedagogica.

Bibliografia

Titone R.,​​ Lineamenti di didattica speciale,​​ Roma, PAS, 1959; Id.,​​ P.,​​ Brescia, La Scuola, 1985.

R. Titone

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PSICODIDATTICA

PSICODRAMMA

 

PSICODRAMMA

Forma di​​ ​​ psicoterapia individuale e di gruppo inventata e così designata da J. L. Moreno negli anni ’20 del sec. XX, nel quadro del «Teatro della spontaneità» (Das Stegreiftheater)​​ che egli aveva aperto a Vienna e in cui proponeva, a degli attori volontari, di improvvisare una rappresentazione scenica dei diversi fatti d’attualità (tecnica del «giornale vivente»). Moreno ha definito lo p. come «il fatto di mettere in atto la propria vita sulla scena» (to act out one’s life on the stage).

1. Nello p. classico, il metodo consiste, dunque, nel far giocare scene arcaiche, attuali o future in rapporto a situazioni personali reali o immaginarie. L’improvvisazione drammatica di queste scene richiede uno spazio di gioco, la liberazione della spontaneità degli attori, la replica prestata da psicodrammatisti che fungono da «io ausiliari», la presenza del pubblico che funge da cassa di risonanza degli affetti vissuti sulla scena, il tutto sotto la regia dello psicodrammatista che promuove l’azione. L’efficacia terapeutica dello p. deriva dalla catarsi, diretta negli attori, indiretta negli spettatori. La sua efficacia formativa si fonda, invece, su uno sfruttamento migliore dei ruoli che costituiscono la personalità.

2. Lo p. di Moreno ha generato numerose varianti a seconda dei soggetti coinvolti, dei contenuti trattati e dei diversi modelli teorici e clinici sottostanti. Già Moreno distinse lo p. dal sociodramma. Il primo affronta i problemi personali o i conflitti interpersonali che nascono nella vita privata, mentre il secondo tratta gli aspetti sociali o collettivi dei problemi e dei conflitti che sorgono tra gruppi o sottogruppi nella vita sociale e professionale. Originariamente rivolto agli adulti, lo p. è stato esteso anche ai bambini e agli adolescenti. Le problematiche affrontate sono le più varie: familiari, culturali o più specificamente etniche e razziali (etnodramma). Lo p. viene utilizzato anche come strumento di formazione professionale e di animazione educativa (gioco di ruolo).

3. Oltre al modello classico, si possono distinguere tre orientamenti: lo p. analitico, lo p. triadico e lo p. fenomenologico. Lo p. analitico traspone le regole e i concetti della psicoanalisi ai giochi psicodrammatici che si svolgono allora senza architettura scenica e senza spettatori. Può essere individuale (un solo paziente, generalmente psicotico, con più psicodrammatisti secondo la tecnica di S. Lebovici), o di gruppo (con un’alternanza di sessioni di analisi di gruppo e di sessioni di gioco, secondo la tecnica di D. Anzieu). La triade dello p. triadico, elaborato da Anne A. Schützenberger, significa un’integrazione degli approcci di​​ ​​ Freud,​​ ​​ Lewin e Moreno. Oltre agli strumenti offerti dallo p. classico, vengono utilizzati il transfert e l’interpretazione, la dinamica di gruppo, il linguaggio del corpo e la comunicazione non-verbale. L’approccio fenomenologico mira a descrivere, comprendere e cambiare gli schemi rigidi e ripetitivi che sono alla base dei comportamenti disfunzionali.

Bibliografia

Moreno J. L.,​​ Hypnodrama and psychodrama,​​ Boston, Bacon House, 1950;​​ Id.,​​ Gruppenpsychotherapie und Psychodrama. Einleitung in die Theorie und Praxis,​​ Stuttgart, Thieme, 1959; Id.,​​ Principi di sociometria,​​ di psicoterapia di gruppo e sociodramma,​​ Milano, Etas Kompass, 1964; Id.,​​ Il​​ teatro della spontaneità,​​ Firenze, Guaraldi, 1973; Kaeppelin Ph.,​​ Le psychodrame instrument de formation,​​ Paris, Centurion,​​ 1977; Schuetzenberger A. A. - M. J. Sauret,​​ Il​​ corpo e il gruppo,​​ Roma, Astrolabio, 1978; Anzieu D.,​​ Lo p. analitico del bambino e dell’adolescente,​​ Ibid., 1979; Moreno J. L.,​​ Manuale di p.,​​ Ibid., 1985; Gasseau M. - G. Gasca,​​ Lo p. junghiano,​​ Torino, Ibid., 1991;​​ Padilla Pérez J.,​​ Bibliografía del psicodrama, Madrid, Fundamentos, 1999; Ramírez A.,​​ Psicodrama: teoría y práctica, Bilbao, Desclée de Brouwer, 2002.

E. Gianoli

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PSICODRAMMA

PSICOLINGUISTICA

 

PSICOLINGUISTICA

II termine ricorre per la prima volta in Osgood e Sebeok (1954) per indicare lo studio del rapporto fra i fatti linguistici e quelli psicologici, nonché dei processi sottostanti alla comprensione e alla produzione del​​ ​​ linguaggio.

1. In concreto la p. si propone di individuare che cosa sanno della loro lingua i parlanti e come usano questa loro conoscenza quando ascoltano o quando parlano. Detto altrimenti, la p. va intesa come lo studio del linguaggio e della mente. Come tale essa si è dissociata molto presto dalle interpretazioni antimentalistiche o behavioristiche del comportamento generale del soggetto e, in particolare, del comportamento linguistico, rifiutando ogni descrizione dell’acquisizione e dell’uso del linguaggio in termini fisiologici, quali prodotti di semplici processi fisici o di abiti riconducibili agli schemi stimolo-risposta e ai condizionamenti connessi.

2. La p. si è riconosciuta pertanto sempre più nelle concezioni cognitivo-mentalistiche, e segnatamente in quelle che hanno rivolto le loro indagini allo studio del comportamento linguistico. Fra queste figura in particolare il generativismo di Chomsky, secondo il quale l’acquisizione della lingua, che è esempio del processo più generale dell’acquisizione delle conoscenze, è libera dal condizionamento di stimoli linguistici e non linguistici, in quanto prodotto della creatività del soggetto, governata da regole iscritte o innate nella sua mente. Al generativismo di Chomsky si può associare la concezione del costruttivismo di​​ ​​ Piaget, il quale spiega l’acquisizione del linguaggio partendo dai diversi stadi dello sviluppo cognitivo del soggetto; questi infatti perviene alla manipolazione di parole e di frasi (stadio operatorio) grazie alla manipolazione precedente di oggetti concreti (stadio senso-motorio).

3. Significativo anche il contributo al progresso della p. dato da Bruner; avendo presente la teoria dell’«area potenziale di sviluppo» di​​ ​​ Vygotskij, egli afferma che l’accesso al linguaggio da parte del soggetto avviene attraverso l’accesso alla cultura: «trovare il senso» e «creare significati» sarebbe, infatti, un processo sociale, un’attività che è sempre situata all’interno di un contesto storico-culturale. Fra le aree principali in cui opera la p. si segnalano in particolare l’acquisizione e l’uso della prima e della seconda lingua, la pratica della lingua scritta e della lingua parlata, nonché l’interesse alle diverse patologie del linguaggio, quali 1’​​ ​​ afasia e la​​ ​​ dislessia.

Bibliografia

Osgood Ch. - Th. A. Sebeok (Edd.),​​ Psycholinguistics. A survey of psycholinguistics research,​​ Baltimore, s.e., 1954;​​ Piaget J.,​​ Lo strutturalismo,​​ Milano, Il Saggiatore, 1979; Garman M.,​​ Psycholinguistics,​​ Cambridge, University Press, 1990; Matthei E. - Th.​​ Roeper,​​ Elementi di p. Comprensione e produzione del linguaggio,​​ Bologna, II Mulino, 1990; Chomsky N.,​​ Linguaggio e problemi della conoscenza,​​ Ibid., 1991; Bruner J. S.,​​ La ricerca del significato,​​ Torino, Bollati Boringhieri, 1992; Tabossi P.,​​ Il linguaggio, Bologna, Il Mulino, 1999; Cacciari C.,​​ Psicologia del linguaggio, Ibid., 2001.

G. Proverbio

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PSICOLINGUISTICA

PSICOLINGUISTICA PEDAGOGICA

 

PSICOLINGUISTICA​​ PEDAGOGICA

Nelle università italiane è stata denominata psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione. In altri Paesi, va sotto la denominazione generica di p. applicata (Psycholinguistique appliquée​​ in Francia,​​ Applied psycholinguistics​​ in Inghilterra e Stati Uniti,​​ Educational psycholinguistics​​ in Canada,​​ Angewandte Psycholinguistik​​ in Germania). Il suo contenuto è dato dallo studio dei processi psicologici dell’apprendimento della lingua materna e delle altre lingue, del​​ ​​ bilinguismo, e, almeno in certe interpretazioni e modalità d’insegnamento (come nella Facoltà di Psicologia dell’Università di Roma), estensivamente anche ai problemi di sviluppo linguistico nel bambino, come i ritardi del linguaggio, le patologie della parola (diagnosi e terapie, ossia i problemi della logopedia). Ma la sua estensione nel mondo scientifico e accademico è ancora assai limitata, come pure la letteratura in proposito, se si eccettua la vastissima bibliografia sulla psicologia del bilinguismo (soprattutto nei Paesi anglofoni, in primo luogo nel Canada).

Bibliografia

Titone R. - M. Danesi,​​ Applied psycholinguistics,​​ Toronto, University of Toronto Press, 1985 (trad. it.:​​ Introduzione alla psicopedagogia del linguaggio,​​ Roma, Armando, 1990);​​ Anula Rebollo A.,​​ El abecé de la psicolingüística, Madrid, Arco / Libros,​​ 2002;​​ Drévillon J. - J. Vivier - A. Salinas,​​ La psycholinguistique,​​ science multidisciplinaire de 2000: quelles implications,​​ quelles applications?, Paris, Éditions Europa, 2004; tra le riviste: «Rassegna Italiana di Linguistica Applicata» (Roma, Bulzoni, 1968- ); «International Journal of Psycholinguistics» (edita dall’International Society of Applied Psycholinguistics).

R. Titone

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PSICOLINGUISTICA PEDAGOGICA

PSICOLOGIA CLINICA

 

PSICOLOGIA CLINICA

La p.c. è un’area della p. applicata intenta ad intervenire sui problemi concreti, individuali o collettivi, utilizzando le conoscenze e le metodologie della p. teorica legati oltre che al disagio e al disadattamento al benessere mentale.

1. La nascita della p.c. è largamente debitrice alla​​ ​​ psicopatologia e alla psichiatria. Alla lettera la parola «clinico» significa «al letto del paziente», e già questo ci fa comprendere quanto questa disciplina intenda accostarsi alla persona sofferente. In effetti la p.c. si occupa di individui o gruppi che presentano problemi di ordine mentale, ma non solo. Questo tipo di competenza, infatti, non ha a che fare unicamente con situazioni di tipo psicopatologico. Visto che oggi la gente comune, ma anche certi studenti ed alcuni psicologi, tende ad identificare erroneamente la p. con quella clinica (fenomeno dovuto anche al largo numero di psicologi che svolgono la loro attività professionale in questa area), è importante sfatare questo vecchio pregiudizio per il quale la p.c. si occupi solamente di soggetti malati o disturbati psichicamente. Il suo campo d’azione è, infatti, assai più vasto. È più corretto dire che essa si interessa anche della salute e del benessere mentale degli individui. Infatti, sempre più frequentemente, le persone che si rivolgono ad un servizio di p.c. chiedono di essere consigliate e sostenute in un problema psicologico, e non psicopatologico, relativo a una particolare situazione della vita in cui si presenta un disagio esistenziale che tocca l’individuo come singolo e / o come parte di un sistema relazionale (istituzione sociale, famiglia, coppia, gruppo, ecc.).

2. Il metodo privilegiato in questo ambito applicativo è quello clinico. La particolarità del metodo clinico è quella di affrontare la realtà, sia individuale che sociale, nel modo più globale possibile. Chi lo utilizza in ambito individuale se ne serve per conoscere e promuovere il cambiamento del soggetto nella sua specificità (in ciò che lo contraddistingue dagli altri) e nella sua totalità (in relazione al suo passato, al suo presente, alle sue aspettative future, alla sua famiglia, al suo ambiente di lavoro, ai suoi valori, ecc.). Chi lo usa in ambito sociale si propone di favorire il cambiamento promuovendo il reciproco scambio fra tutte le forze presenti. Strumento privilegiato del metodo clinico è il​​ ​​ colloquio che consiste in una vera e propria tecnica di ricerca descrittiva basata sull’osservazione e lo studio del comportamento umano all’interno di un processo di comunicazione verbale. Si tratta di un procedimento di raccolta, di analisi e di elaborazione di informazioni per trovare alcuni indizi sui quali costruire un’ipotesi conclusiva. Il primo obiettivo del colloquio è quello di stabilire un buon rapporto di condivisione tra lo psicologo e il cliente. I due, da sconosciuti che sono, devono essere in grado di costruire un’alleanza ai fini diagnostici, terapeutici, orientativi o educativi. L’obiettivo non è quello di sapere cose sul soggetto, ma di «sapere» con il soggetto. Questa modalità di «conoscere insieme», infatti, oltre che fornire delle informazioni più ricche ed approfondite, innesca già di per sé un processo di cambiamento. Tutto ciò presuppone che psicologo e cliente riconoscano i reciproci ruoli e le reciproche competenze. Il cliente metterà in gioco se stesso, il proprio mondo interiore e la propria situazione. Lo psicologo, invece, oltre alle sue competenze specifiche, impiegherà la sua capacità empatica per cogliere ed accogliere i pensieri e gli stati d’animo dell’altro pur mantenendo quella distanza che gli permetterà di restare obiettivo.

3. Nella pratica clinica la diagnosi rappresenta il primo passo del percorso. Questa ha lo scopo di reperire informazioni qualitative sulla persona o sulla situazione da affrontare in modo da rilevare gli elementi di problematicità e individuare possibili vie di risoluzione. In alcuni casi questa prevede l’utilizzo di tecniche psicometriche specifiche strutturate e / o proiettive. Quando il percorso clinico riguarda un individuo, può proseguire con un cammino di sostegno psicologico o con una vera e propria​​ ​​ psicoterapia il cui orientamento è determinato dalle caratteristiche del cliente e delle sue problematiche e dall’approccio teorico dello specialista; quando riguarda una comunità può proseguire invece con uno specifico progetto d’intervento.

Bibliografia

Carli R. - R. M. Paniccia,​​ La formazione in p.c.,​​ Bologna, Il Mulino, 1999; Sanavio E.,​​ P.c.,​​ Ibid., 2001; Gambini P.,​​ Introduzione alla p.,​​ Milano, Angeli, 2006; Verrastro V. - F. Petruccelli,​​ P.c. La storia,​​ i metodi,​​ gli strumenti,​​ Ibid., 2006.

P. Gambini

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PSICOLOGIA CLINICA

PSICOLOGIA DEL LAVORO

 

PSICOLOGIA DEL LAVORO

Settore della p. applicata che sviluppa un corpo di conoscenze rivolte allo studio delle attività lavorative umane, al fine di soddisfare le persone e nel contempo migliorare le loro prestazioni. Il frequente conflitto tra le due istanze ha portato la p.d.l. a sviluppare, nel corso della sua storia, concezioni spesso polarizzate o verso la produttività (soprattutto agli inizi) o verso lo sviluppo delle persone.

1. Apparsa agli inizi del ’900 (formalmente nel 1913 con il testo​​ La p. e l’efficienza​​ industriale​​ di Hugo Munsterberg) si è caratterizzata dalla sua connotazione di p. industriale, in un contesto in cui prevaleva l’attenzione all’efficienza dei mezzi della produzione. In questa logica si è andata sviluppando la «psicotecnica» come disciplina tendente ad un migliore adattamento dell’uomo al processo produttivo. Successivamente al «taylorismo», che interpretava questa visione, il movimento delle «Relazioni umane» modifica radicalmente la prospettiva di analisi valorizzando gli atteggiamenti verso il lavoro e le relazioni nel gruppo operativo. Una svolta significativa, da un punto di vista metodologico, è stata generata dal lavoro del Tavistock Institute of Human Relations, che ha applicato al comportamento sociale i fondamenti della psicoanalisi freudiana. Questo contributo ha portato alla definizione del modello organizzativo dell’azienda come sistema aperto, ricco di sviluppi e di applicazioni sia teoriche sia pratiche. Attualmente la p.d.l. è direttamente connessa con la p. delle organizzazioni, dalla quale non si distingue nettamente nei temi di intervento.

2. Le principali aree tematiche trattate dalla disciplina sono: gli atteggiamenti verso il lavoro (gratificazione, alienazione,​​ ​​ motivazione), l’organizzazione del lavoro (responsabilità, significatività, conoscenza dei risultati, divisione, conflitti, decisioni, leadership, ruoli), l’orientamento al lavoro e l’​​ ​​ orientamento professionale (la dinamica delle scelte), lo stress, la selezione.

3. Oggi si stanno delineando nuove prospettive nelle tematiche affrontate dalla p.d.l. In particolare risulta interessante lo studio sulla ricerca di senso e di significato nel lavoro e nelle organizzazioni (sensemaking), grazie anche ai contributi di studiosi come K. Weick. Un’altra prospettiva stimolante è l’analisi del lavoro secondo un approccio culturale, sviluppata tra l’altro da autori come C. Schein. Quindi, oltre al tema dei bisogni (tradizionalmente indagato nel passato), appaiono rilevanti le prospettive dei valori della persona e più in generale della cultura, come elementi influenzanti l’agire professionale. Questa lettura rimanda ad alcune problematiche ancora aperte nella p.d.l.: necessità di una maggiore integrazione con altre discipline affini (per es., la p. delle organizzazioni, l’​​ ​​ antropologia culturale, l’etica, la​​ ​​ p. sociale), una maggiore ricerca e approfondimento su tematiche determinate dall’evoluzione delle relazioni sociali più in generale (per es., il​​ mobbing​​ o il già citato stress, l’innovazione e il processo creativo, il ricambio generazionale, la diversità etnica). Nei prossimi anni un tema di studio importante sarà quello di sviluppare la conoscenza disciplinare per comprendere come armonizzare la dimensione economica e produttiva dell’impresa e lo sviluppo e l’armonia della persona che opera in essa.

Bibliografia

Avallone F.,​​ P.d.l.,​​ Roma, Carocci, 1998; Spaltro E. - P. De Vito Piscicelli,​​ P. per le organizzazioni,​​ Milano, Angeli, 1990; Pedon A. - R. Maeran,​​ P. e mondo del lavoro,​​ Milano, LED, 2002; Sarchielli G.,​​ P.d.l.,​​ Bologna, Il Mulino, 2003.

G. Tònolo

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PSICOLOGIA DEL LAVORO

PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA

 

Psicologia della famiglia

1. Lo scopo della p.d.f.​​ è quello di studiare le dinamiche relazioni interne alla famiglia e di questa in rapporto con la comunità sociale in cui è inserita. Solo recentemente la p. si è occupata di studiare la famiglia e i suoi dinamismi. Nonostante ciò, in questi ultimi decenni, l’interesse della p.d.f. sta prendendo sempre più piede sia a livello di ricerca che a livello di intervento preventivo, promozionale e terapeutico. Visti i numerosi cambiamenti della famiglia è diventata sempre più pressante la necessità di approfondirne lo studio, anche per individuare le diverse possibilità di sostenerla. La p. può offrire un importante contributo alla comprensione dei dinamismi familiari implicati dagli attuali mutamenti sociali. Può aiutarci, per es., a definire la sua identità, a comprendere la sua trasformazione in una pluralità di forme familiari, ad interpretare le transizioni da una fase di sviluppo all’altra del suo ciclo di vita, a studiare i vari tipi di relazione che comporta come quello coniugale, genitoriale, tra le generazioni, con la società, ecc.

2. Varie sono le prospettive attraverso le quali all’interno della p. ci si occupa della famiglia (quella evolutiva, quella psicoanalitica, quella comportamentista, quella transazionale, ecc.) ma quella che ha offerto maggiori contributi in questo campo è certamente quella sistemico-relazionale. Anzi possiamo dire che questo orientamento teorico si è sviluppato proprio focalizzandosi sull’osservazione delle relazioni familiari. Esso permette di cogliere la famiglia nella sua complessità e al di là di ogni semplificazione, sia come sistema relazionale in continuo interscambio con l’ambiente esterno, sia come spazio primario nel quale l’individuo in modo attivo costruisce la propria identità, cresce e cambia.

3. L’approccio​​ sistemico-relazionale, pur sviluppandosi attorno alle teorie sistemiche, tiene conto e si arricchisce grazie agli apporti delle teorie psicoanalitiche sviluppatesi in ambito clinico, delle ricerche in ambito psicosociale e delle teorie dello sviluppo applicate alla famiglia. In questo modo, infatti, le teorie sistemiche riescono a favorire un’accurata osservazione dei processi interattivi in corso e del contesto che li qualifica con il supporto delle teorie psicoanalitiche che consentono di approfondire il vissuto emotivo e la qualità dei legami familiari, degli studi psicosociali che permettono di comprendere il ruolo del sociale e della relazione nei processi identitari, delle teorie dello sviluppo che aiutano a comprendere la costruzione delle relazioni in una dimensione longitudinale, offrendo così un ulteriore contributo alla comprensione di ciò viene osservato nel presente.

Bibliografia

Cusinato M.,​​ P. delle relazioni familiari,​​ Bologna, Il Mulino, 1988; Scabini E. - V. Cigoli,​​ Il famigliare, Milano, Cortina, 2000; Malagoli Togliatti M. - A. Lubrano Lavadera,​​ Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia,​​ Bologna, Il Mulino, 2002; Andolfi M.,​​ Manuale di p. relazionale, Roma, Accademia di Psicoterapia della Famiglia, 2003; Gambini P.,​​ P.d.f.,​​ Milano, Angeli, 2007.

P. Gambini

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PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA

PSICOLOGIA DELLA PERSONALITÀ

 

PSICOLOGIA​​ DELLA PERSONALITÀ

Disciplina specifica dell’ambito psicologico che studia in particolare il costrutto personalità, le sue caratteristiche, la sua genesi, il suo divenire, la sua formazione. In tal senso è particolarmente rilevante per la riflessione pedagogica.

1. Partendo dalla considerazione che il divenire individuale non dipende tanto dalle singole unità analitiche (tratti, motivi, abiti, ecc.), né costituisce un semplice processo di crescita spontaneo, ma piuttosto è il risultato della totalità organizzata (cioè dell’individuo inteso in relazione al suo mondo), è necessario indagare su quelle questioni che regolano il comportamento della persona nei suoi rapporti col mondo. Per quanto riguarda l’origine​​ della p.d.p. possiamo trovare all’inizio contributi culturali, in particolare studi antropologici, in cui si riflette sulla natura dell’essere umano. Tuttavia uno sviluppo propriamente scientifico della p.d.p. si ha intorno al 1920.

2. Guardando ai risultati delle ricerche effettuate si arriva alla conclusione che a tutt’oggi gli studi del settore rivelano uno stato di complessità. Nonostante le numerose ricerche, le conclusioni finora raggiunte sono parziali e spesso divergenti, principalmente a causa della​​ metodologia di indagine​​ adottata e dei​​ presupposti antropologici​​ degli studiosi. Per quanto concerne la metodologia di indagine, bisogna dire che i principi su cui si imposta una ricerca hanno una doppia origine: una dalla discussione sul modo di studiare la singolarità dal punto di vista nomotetico, in base all’affermazione di​​ →​​ Aristotele secondo il quale la «scientia non est individuorum», e l’altra dalla riflessione su come studiare in genere il comportamento individuale. Sono così nate tipiche proposte per studiare la personalità nella sua originale singolarità: l’approccio idiografico e l’approccio nomotetico. Secondo l’approccio idiografico la personalità risulta fondamentalmente dalla visione biografica, mentre secondo l’approccio nomotetico lo studio della personalità avviene in due modi: mediante la classificazione nomotetica (descrivere la singolarità secondo categorie, tratti, fattori) e mediante la riduzione nomotetica (descrivere e interpretare le differenze individuali). Un altro fattore che concorre ad aumentare le divergenze nello studio della personalità deriva dalla stessa impostazione metodologica, nell’adozione cioè del metodo fenomenologico o di quello operazionalistico nella ricerca sulla personalità. Ciò che differenzia fondamentalmente questi due tipi di procedimento metodologico è il modo in cui le fonti d’informazione sono considerate ed utilizzate. Più concretamente, mentre l’impostazione fenomenologica raccoglie i dati psichici mediante la semplice descrizione (ossia la descrizione dei fatti psichici secondo il linguaggio comune) del comportamento manifesto in situazioni naturali e dalle esperienze comunicate personalmente, l’impostazione operazionalistica privilegia i dati ottenuti mediante l’osservazione dei comportamenti manifesti e universalmente definiti in situazioni controllate. Circa l’ultimo metodo è da osservare che questo esige per lo studio della personalità, analogamente alle scienze naturali, dei criteri rigidi di osservazione e quantificazione per cui può essere chiamato scientifico, positivistico o anche oggettivistico. Oltre ai fattori legati direttamente all’impostazione metodologica, anche le prospettive antropologiche, secondo cui i ricercatori considerano la natura umana, vengono a costituire un’altra fonte di divergenza nello studio della personalità. Infatti, come fa notare​​ ​​ Allport (1957), il modello uomo non viene concepito in modo univoco nello studio della personalità. Mentre nel passato in Inghilterra e negli Stati Uniti ha predominato la tradizione di​​ ​​ Locke, nel continente ha avuto il sopravvento la tradizione di Leibniz e di​​ ​​ Kant. L’adesione a uno di questi modelli di uomo ha avuto necessariamente delle conseguenze nello studio della personalità sulla scelta dell’oggetto di ricerca.

3. Volendo dare un apporto critico riguardo ai fattori che causano le divergenze nello studio della personalità, riteniamo che una p.d.p. che non voglia essere né parziale né unilaterale debba partire da presupposti antropologici che rispettano la totalità dell’essere umano e che, coerentemente, debba seguire principi metodologici che consentano di tenere fede a questa premessa. Per una maggiore comprensione della collocazione della p.d.p. nell’ambito delle discipline psicologiche, possiamo sostenere che questa appartiene alle discipline teoriche fondamentali della p., a cui si rifanno le diverse discipline della p. applicata (per es. p. clinica, p. del lavoro). Rimanendo sempre nel campo delle discipline di orientamento teorico vediamo che, mentre la p. generale studia le leggi generali del comportamento umano (per es. riguardo alla percezione, motivazione) e la p. dello sviluppo ha come oggetto di studio i cambiamenti e i condizionamenti del comportamento individuale nel tempo, la p.d.p. si occupa delle differenze individuali e dei principi di fondo del divenire individuale.

Bibliografia

Allport G. W., «European and American theories of personality», in H. P. David - H. V. Bracken (Edd.),​​ Perspectives in personality theory,​​ New York, Basic Books, 1957, 3-24; Franta H.,​​ P.d.p.: Individualità e formazione integrale,​​ Roma, LAS, 1982; Carrara G. V. - G. Accursio,​​ P.d.p. e delle differenze individuali, Bologna, Il Mulino, 1992; Idd.,​​ P.d.p., Ibid., 1994; Idd.,​​ P.d.p.:​​ storia,​​ indirizzi teorici e temi di ricerca, Ibid., 1999; McMartin J.,​​ P.d.p.: un approccio centrato sullo studente, Milano, Guerini, 1999; Allport G. W. et al.,​​ I fondamenti storici della p.d.p., Torino, Bollati Boringhieri, 2000;​​ Cano García F. J.,​​ Introducción a la psicología de la personalidad aplicada a las ciencias de la educación: manual teórico, Alcalá de Guadaíra, MAD, 2005; Ruiz Caballero J. A.,​​ Psicología de la personalidad para psicopedagogos, Madrid, Sanz y Torres, 2006; Moreno Jiménez B.,​​ Psicología de la​​ personalidad, Cizur Menor (Navarra), Thomson, 2007.

H. Franta

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PSICOLOGIA DELLA PERSONALITÀ

PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE

 

PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE

1.​​ Storia.​​ Dal 1960 in poi le pubblicazioni di Ps. nell’ambito della religione hanno avuto un rapido aumento. Fra quelle elencate nell’anno 1958 in​​ Psychological Abstract!​​ (USA, Gran Bretagna, Canada anglofono) si contavano 46 studi di Ps. sulla religione, cioè lo 0,796. Nel 1970 ve ne erano 327, cioè 1’1,5196. Nel 1979: 541, ossia il 2,0396. Uno sviluppo altrettanto rapido si è prodotto nella maggior parte dei paesi sulle due rive dell’Atlantico del nord (comprese la Svezia e la Germania) e lungo il bacino del Mediterraneo (nord e ovest, ivi compresa la Svizzera). Questi paesi sono culturalmente caratterizzati da esigenze scientifiche e da tradizioni giudeo-cristiane. Le altre religioni non hanno, o non hanno ancora questo incontro.

Anche se l’approccio della Ps. ai fenomeni religiosi risale all’inizio del secolo (1902: Th. Flournoy, W. James), esso dovette liberarsi da due limitazioni che ostacolarono i suoi inizi: la ricerca dell’eccezionale (conversioni, stati mistici: Starbiick, Pacheu, Maréchal, Leuba) e la predilezione per il metodo introspettivo (osservazione sistematica di stati provocati della coscienza: Girgensohn, Gruehn, Gemelli, Canesi). A parte le ricerche di alcuni pionieri (A. Welford, G. Allport, L. Thurstone, G. Castiglioni, G. Nosengo), si dovettero aspettare gli anni ’60 per vedere l’affermarsi della fecondità di due convinzioni: a) l’ipotesi della specificità di un “bisogno religioso” non illumina i risultati dell’osservazione; b) i metodi convalidati nel campo della Ps. umana (empirica, sociale, clinica) possono utilmente diventare operazionali nell’ambito religioso.

Parallelamente l’incontro della Ps., in quanto scienza umana, con la C. e la pastorale dovette vincere la diffidenza (la psicanalisi rischiò di essere condannata dalla Chiesa nel 1950), superare le delusioni dovute ad applicazioni ingannevoli (tests psicometrici, valutazione delle vocazioni) prima di giungere alla situazione attuale. Certi risultati di ricerche ben fatte precisano e illuminano il confine tra Ps. e teologia (cf → esperienza religiosa). Esse svelano anche le relazioni complesse, assai più conflittuali di quanto certi discorsi a tendenza idealizzante vorrebbero far credere, tra il simbolismo cristiano e i desideri umani durante il periodo della crescita psichica (cf → sviluppo religioso). La discussione di questi risultati diventa perciò sempre più importante per formare a una pastorale illuminata e per una C. desiderosa di comprendere le ragioni delle sue riuscite e dei suoi fallimenti.

2.​​ Ps. scientifica.​​ Come scienza dei comportamenti la Ps. osserva i comportamenti e cerca di comprenderne il significato. Il motivo di un comportamento (per es. arrossire) può essere indicato dal linguaggio del soggetto (“Mi sento indisposto”). Questo linguaggio però può nascondere volutamente un significato che si preferisce non manifestare (“Mi senso irritato dalla vostra domanda”), oppure un significato inconscio (il soggetto arrossisce solitamente in presenza di una persona in posizione dominante). Il chiarimento di questi significati, senza cedere all’interpretazione arbitraria, è il compito più difficile della Ps.

Una motivazione, sinceramente indicata come causa nel linguaggio (parlato o scritto), non esaurisce i significati e le molteplici determinazioni di un comportamento o di un testo. Anzi, il linguaggio esplicativo ed espressivo di un soggetto dipende fortemente dal discorso che domina nei gruppi di cui fa parte, nel suo ambiente sociale, nella sua cultura. Tutto il lavoro psicologico è​​ relazionale.​​ Esso deve essere accompagnato da una costante autocritica delle ipotesi formulate (mai totalmente neutre) e delle interpretazioni del ricercatore, sia per quanto riguarda la costruzione di un dispositivo di ricerca, sia per la recezione personale del linguaggio dei soggetti, dei documenti o dei gruppi esaminati.

3.​​ Ps. della religione.​​ Che cos’è un comportamento religioso? Con ogni rigore uno psicologo dovrebbe rispondere: qualsiasi comportamento riconosciuto come “religioso” dal soggetto o dal gruppo di cui si occupa. sia che essi lo accolgano in quanto credenti (o almeno come desiderabile), sia che lo rigettino come non credenti. In pratica numerose ricerche sono state confezionate sulla base di parametri molto diversi, senza adeguata critica (A. Godin,​​ Le problème des​​ paramètres,​​ in “Archiv fùr​​ Religionspsychologie” 8 [1964] 52-63), però con risultati spesso interessanti o imprevisti, sia che questi lavori partano da una certa idea (filosofica) di ciò che è “la” religione (per es. come relazione a “Dio”: ma quale Dio?), sia da concetti provenienti dal discorso recepito in una determinata religione (concetti teologici) che oppongono tra loro per es. “magia e sacramento”, evocazione “paterna” o “materna” della divinità, “altruismo” o “carità” nei comportamenti esistenziali. Scegliendo di essere caratterizzati come psicologi “della religione” o meglio “delle religioni” (J. P. Deconchy,​​ Psychologie des faits religieux.​​ Introduction aux Sciences​​ humaines​​ des religions, Paris, Cujas, 1970,​​ 145174),​​ alcuni ricercatori hanno voluto distanziarsi dal linguaggio religioso istituzionale, accettando però, senza pronunciarsi sul suo carattere di oggettività, il termine di “riferimento” (per es. Dio) a cui l’intenzionalità del linguaggio dei soggetti esaminati si riferisce. In questo caso l’oggetto delle ricerche diventa “lo studio di ciò che è psichico nella religione”, oppure “l’uomo che, attraverso processi psichici, diventa religioso o meno rispondendo a sollecitazioni che provengono dai simboli religiosi” (A. Vergote,​​ Religion, incroyance, foi,​​ Bruxelles, Mardaga, 1983, 15 e 29).

In altre parole, questi psicologi studiano i comportamenti religiosi sollevando la questione sul come la religione parla al desiderio e a quali desideri essa parla. Cercando di comprendere la genesi, il funzionamento e le interazioni dei comportamenti religiosi, la Ps. della religione rinuncia a una spiegazione riduttiva della genesi della religione (causalmente prodotta dall’uomo). Identificandola come entità culturale, di cui i desideri umani assimilano frammenti per un loro profitto, la Ps. della religione non afferma che ogni religione è funzionale. Misurando in che modo le coesioni sociali assicurano o rinforzano il suo sistema di autorità, in quanto ideologia, la Ps. della religione non fa da arbitro nel conflitto con i meccanismi della contestazione profetica che conducono periodicamente alla sua esplosione o assicurano il suo rinnovamento. D’altra parte, voler spiegare modificazioni psichiche con il ricorso a precisi interventi causali di Dio sarebbe un procedimento non scientifico. Inoltre questo genere di spiegazione causale, esattamente come il ricorso al “bisogno religioso”, non serve alla comprensione psicologica.

4.​​ Diversità delle ricerche.​​ Per ordinare il campo relativo agli studi dei fenomeni religiosi secondo il loro aspetto relazionale, due sociologi (C. Y. Glock e R. Stark,​​ Religion and Society in Tension,​​ Chicago, Rand​​ McNally,​​ 1965) hanno proposto di considerarli secondo cinque dimensioni: ideologica, rituale, intellettuale, esperienziale, consequenziale (effetti su altri ambiti della vita). Ulteriori analisi fattoriali hanno confermato l’interesse di questa classificazione. Questionari costruiti secondo queste analisi hanno rivelato una forte correlazione tra la dimensione rituale e quella intellettuale (contenuto delle credenze), cosa che non deve sorprendere, ed una correlazione più debole tra la dimensione esperienziale e quella consequenziale, che può illuminare la polarizzazione tra due tipi di credenti-praticanti: coloro che ricercano l’esperienza religiosa (Erlebnis) nella linea mistica di una devozione interiorizzata, e coloro che privilegiano le forme etiche dell’impegno religioso. Non è forse la medesima polarizzazione che si ritrova globalmente nei due modelli attuali di “rinnovamento” del cristianesimo. Di queste due famiglie spirituali, gruppi carismatici e comunità di base, rimane problematica l’unione, dato il loro antagonismo psicologico (A. Godin,​​ Psicologia delle esperienze religiose,​​ Brescia, Queriniana, 1983, cap. IV e V).

Alcuni psicologi (per es. A. Vergote,​​ op. cit.)​​ accentuano le distinzioni tra motivazioni (le situazioni umane che conducono alla religione), esperienze (di ciò che viene incontro all’uomo come segni del divino), fede (assenso al patto relazionale) e comportamenti espressivi (preghiera, rito, etica derivata dalla prassi del Cristo). Altri invece (come C.​​ D.​​ Batson – W. L. Ventis,​​ The Religious Experience,​​ New York, Oxford U. Press, 1982) studiano l’esperienza in una prospettiva psico-sociale e, su base empirica, vi vedono apparire tre orientamenti: nella linea di una religiosità estrinseca i soggetti si servono della religione per soddisfare i loro desideri (religione chiamata talvolta “funzionale”); nella linea di una religiosità interiorizzata, i soggetti trasformano i loro desideri con l’aiuto della fede incontrando l’insieme oggettivato della religione istituzionalizzata; nella linea di una religiosità dell’interazione i soggetti vivono l’esperienza di una ricerca, in tensione permanente, tra le questioni che essi si pongono riguardo a se stessi o al mondo e i significati potenziali che vengono aperti dalla loro religione. Questa via “interazionale”, combinando insieme la ricerca, la positività del dubbio e la fede, assicura una sintesi che è allo stesso tempo vincolante, a causa del vincolo di appartenenza, e liberante. I soggetti impegnati in questa terza via integrano positivamente la prova della “dissonanza cognitiva” nelle credenze, che è stata ottimamente osservata e concettualizzata da L. Festinger (When Prophecy Fails,​​ Minneapolis, Univ. of Minnesota Press; Id.,​​ A Theory of Cognitive Dissonance,​​ Stanford University Press, 1957).

5.​​ Psicologia-teologia.​​ Autorevoli ricerche recenti invitano il pensiero teologico a tener conto dei loro risultati per mettere in questione o per rivedere la sua concettualizzazione tradizionale. Studiando il funzionamento dell’ortodossia sulla base di sperimentazioni in gruppi sociali naturali, J. P. Deconchy (Orthodoxie religieuse,​​ Paris, Ed. Ouvrières, 1971; Id.,​​ Orthodoxie religieuse et Sciences humaines,​​ La Haye, Mouton, 1980) attribuisce a questo termine un significato molto preciso (controllo del sistema simbolico di una ideologia), e fa vedere fino a che punto la regolazione sociale (effetto dell’appartenenza alle Chiese) operi per proteggere le informazioni acquisite assai più che per arricchire i loro significati.

Studiando in diversi ambiti culturali gli influssi incrociati della figura materna e di quella paterna, A. Vergole, in collaborazione con una dozzina di ricercatori (A. Vergole – A. Tamayo,​​ Paventai Figures and the Representation of God,​​ La Haye, Mouton, 1981), mette seriamente in dubbio la loro funzione simbolica e mediatrice per la rappresentazione di Dio. Se il cristianesimo intende continuare ad annunciarsi nello Spirito, secondo il Figlio e “nel nome del Padre”, la teologia può ignorare che questo vocabolo essenziale per l’annuncio del messaggio trinitario è recepito diversamente nella Ps.? Rappresentazione idealizzata di figure parentali “secondo la carne”, oppure evocazione, sulla base del Vangelo, di un Padre che si rivela molto diverso da ciò che si aspetterebbe il desiderio religioso?

Affinché la pastorale e la C. possano approfittare di queste due ricerche che abbiamo preso come esempi, è richiesta una riflessione teologica appropriata. Lo stesso vale per altri settori produttivi nell’ambito della Ps.: conversioni, manifestazioni della cosiddetta religiosità “popolare”, vocazioni. Le fonti bibliografiche permetteranno di esplorarle.

Bibliografia

1.​​ Generale

M.​​ Argyle –​​ B. Beit-Hallamay,​​ Social​​ Psychology of Religion,​​ London,​​ Routledge-Kegan,​​ 1975;​​ L. B.​​ Brown,​​ Psychology​​ and Religion,​​ Harmondsworth (Inghil.),​​ Penguin Books,​​ 1973; F. D’Arcais (ed.),​​ Religione e cultura,​​ Roma,​​ Edindustria, 1980; H. N. Malony,​​ Current​​ Perspectives​​ in the Psychology of​​ Religion,​​ Grand​​ Rapids (Mich.), Eerdmans, 1977;​​ G.​​ Milanesi – M. Aletti,​​ Psicologia della religione,​​ Leumann-Torino, LDC, 1973;​​ R. F. Paloutzian,​​ Invitation​​ to the Psychology of Religion,​​ Glenview (Ill.), Scott-Foresman, 1983; W. Poll,​​ Religionspsychologie,​​ München,​​ Kõsel,​​ 1965;​​ P.​​ W. Pruyser,​​ A Dynamic Psycology of Religion,​​ New York, Harper and Row, 1968; O. Strunk (Jr. ed.),​​ Psychology of Religion: Historical and Interpretative Readings,​​ New York, Abingdon, 1971;​​ H. Sundén,​​ Die Religion und die Rollen,​​ Berlin, Topelmann, 1973; A.​​ Vergote,​​ Psicologia religiosa,​​ Roma,​​ Borla,​​ 1979.

2.​​ Psicologia e teologia

M. Michel (ed.),​​ La​​ théologie à l'épreuve​​ de la​​ vérité​​ (Deconchy, Geflré,​​ Subion, Vergote,​​ Wackenheim et al.), Paris,​​ Cerf,​​ 1984;​​ J. M.​​ Pohier,​​ Psychologie​​ et​​ théologie,​​ Paris,​​ Cerf,​​ 1967; H. Vande​​ Kemp,​​ Psychology and Theology​​ in Western​​ Thought​​ 1672-1975.​​ A​​ Historical and​​ Annoted​​ Bibliography, Milwood​​ (N.Y.), Kraus, 1984.

3.​​ Conversione

A. Billette,​​ Récits​​ et​​ réalités d’une​​ conversion,​​ Montreal,​​ Presses​​ de​​ l’Univ.,​​ 1975; M. Delespesse,​​ La conversione cristiana: cambiamenti di rapporti,​​ Milano, Jaca​​ Book,​​ 1971;​​ J.​​ C. Saghe,​​ Conflit, changement, conversion,​​ Paris,​​ Cerf,​​ 1974.

4.​​ Ateismo

G.​​ Girardi (ed.),​​ L’ateismo contemporaneo,​​ vol.​​ I​​ (Godin,​​ Milanesi, Robert, Hourdin,​​ Vergote),​​ Torino, SEI, 1967;​​ M. Héraud,​​ Croyances d’incroyants,​​ Paris, Centurion, 1977.

5.​​ Psicologia​​ pastorale

P.​​ Zavalloni,​​ Psicologia​​ pastorale,​​ Torino, Marietti,​​ 1965.

6.​​ Religione popolare

F.​​ Ferrarotti – M. Macioti et al.,​​ Studi sulla produzione sociale del sacro,​​ vol.​​ I, Napoli,​​ Liguori,​​ 1978;​​ Religion​​ populaire​​ et​​ réforme liturgique,​​ in​​ «La Maison-Dieu» 31 (1975) n. 122;​​ Religione​​ e​​ religiosità popolare,​​ in “Ricerche di storia sociale e religiosa» 6 (1977) n. 11.

7.​​ Vocazione

A.​​ Godin,​​ Psychologie​​ de la​​ vocation​​ (Un​​ bilan:​​ 1965-1975), Paris,​​ Centurion,​​ 1975; L. M. Rulla –​​ F.​​ Imoda – J. Ridick,​​ Psicologia e vocazione,​​ Torino, Marietti, 1977.

André​​ Godin

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PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE

Settore della p. che prende in considerazione comportamenti e atteggiamenti che la persona o il gruppo qualificano come religiosi, perché collegati con la fede in un Essere soprannaturale oppure con una visione della​​ ​​ vita che non esclude la dimensione del sacro, e cerca di comprenderne i fattori motivazionali.

1. Punto di partenza della p.d.r. è l’individuazione di criteri che consentano una corretta lettura dell’atteggiamento religioso. Essi sono: il significato intenzionale che la persona attribuisce a ciò che fa; l’orizzonte di totalità e di integrità esistenziali in cui essa colloca ciò che fa; il rapporto tra il vissuto religioso e gli stadi del processo evolutivo in prospettiva sia cronologica che logica; le coordinate culturali del contesto storico in cui la persona vive.

2. Per una lettura realistica e globale dell’atteggiamento religioso, all’interno della complessità esistenziale, occorre tenere presenti cinque dimensioni. La prima è quella​​ emotiva​​ che comprende sensazioni, percezioni, uno stato di benessere legato a una ricompensa promessa, un senso di disagio in conseguenza di una punizione prospettata. La seconda dimensione è quella​​ ritualistica​​ che concerne le pratiche religiose riguardanti il culto, l’adorazione della divinità, la preghiera o la partecipazione ai sacramenti. La terza è quella​​ sociale​​ che riguarda il ruolo dell’ambiente in cui la persona vive e matura le sue scelte (famiglia, scuola, istituzioni religiose, associazioni, gruppo di amici). La quarta è quella​​ cognitiva​​ che si riferisce sia alle informazioni circa le credenze basilari della propria fede e dei propri riti, sia alla loro accoglienza e rielaborazione personale in conseguenza dei ritmi di sviluppo e di maturazione. La quinta dimensione è quella​​ motivazionale​​ che prospetta un ampio spettro di possibilità: ricerca di risposte rassicuranti dinanzi alle frustrazioni quotidiane; tentativo di difesa di un sistema di comportamenti e di scelte morali; pura curiosità intellettuale mai sufficientemente appagabile né appagata; rifugio dinanzi all’angoscia che scaturisce dal vivere situazioni di emarginazione, d’isolamento, di rifiuto familiare, di depressione; ricerca umile e costante del senso di tutto ciò che si fa attraverso un atteggiamento di apertura e di accoglienza, prendendo le distanze da una pura ricerca di soddisfazioni e di gratificazioni e assumendo con coraggio la responsabilità di un compito mai portato a termine in maniera perfetta o completa.

3. Un nucleo tematico che negli ultimi anni sta risultando di particolare interesse tra gli psicologi della religione è quello del «potenziale terapeutico» dell’atteggiamento religioso, ossia degli effetti positivi, a livello sia di salute psichica che di guarigione fisica, derivanti dall’incontro coinvolgente con una comunità in cui è visibile la carità nelle relazioni interpersonali, oppure da celebrazioni cariche di emotività al cui centro sono posti gesti impetratori, oppure ancora da interventi di presunti capi carismatici che, facendo leva sulla facile credulità e suggestionabilità, portano le masse ad aderire in forma passiva e acritica a comportamenti pseudoreligiosi dalle forme stravaganti. È appena da rilevare la valenza pedagogica di tali ricerche sia per ciò che riguarda l’​​ ​​ educazione religiosa in particolare, sia per ciò che riguarda l’identità e la ricerca del senso della vita, sia in rapporto all’opera di prevenzione e di ricupero, che spesso hanno nella loro eziologia disturbi, effettivi o possibili, dovuti a distorte forme di socializzazione religiosa e di​​ ​​ catechesi.

Bibliografia

Grom B.,​​ Religionspsychologie,​​ München-Göttingen, Kösel Verlag-Vandenhoeck & Ruprecht, 1992; Dunde S.R. (Ed.),​​ Wörterbuch der Religionspsychologie,​​ Gütersloh, Gütersloher Verlagshaus Gerd Mohn,​​ 1993; Fizzotti E. - M. Salustri,​​ P.d.r. con antologia dei testi fondamentali, Roma, Città Nuova, 2001; Hood R.W. et al.,​​ P.d.r. Prospettive psicosociali ed empiriche, Torino, Centro Scientifico Editore, 2001; Frankl V.E.,​​ Dio nell’inconscio. Psicoterapia e religione,​​ Brescia, Morcelliana,​​ 52002; Fizzotti E.,​​ Psicologia dell’atteggiamento religioso. Percorsi e prospettive,​​ Trento, Erickson, 2006; Frankl V. E. - P. Lapide,​​ Ricerca di Dio e domanda di senso. Dialogo tra un teologo e uno psicologo, Torino, Claudiana, 2006.

E. Fizzotti

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PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE

PSICOLOGIA DIFFERENZIALE

 

PSICOLOGIA DIFFERENZIALE

1. Oggetto della p.d. è lo studio oggettivo e quantitativo delle differenze individuali nel comportamento e delle differenze tra gruppi dal punto di vista psicologico. Tralasciando le constatazioni di differenze tra individui e tra gruppi, da sempre esistite, i primi studi sistematici di approccio psicologico sulle differenze individuali e tra gruppi, anche con tentativi di misurazione di tali differenze, risalgono alla fine dell’ottocento. Al di là degli studi settoriali di​​ ​​ Galton sulla​​ ​​ ereditarietà del genio (1869) e di J. M. Cattell sui test mentali (1890), il primo lavoro che tenta un’impostazione globale dello studio delle differenze individuali è l’articolo di​​ ​​ Binet e V. Henri del 1895, seguito nel 1900 dall’opera di​​ ​​ Stern. Binet e Henri si sono soffermati particolarmente sullo studio della natura delle differenze individuali nei processi psicologici e delle interrelazioni tra processi mentali. Stern parlava, principalmente, di natura, problemi e metodi della p.d. Da queste due pubblicazioni nascono i nomi con cui è stato indicato lo studio delle differenze psicologiche tra individui e tra gruppi. Per evitare confusioni terminologiche ha prevalso, per questo ambito di studio, la denominazione di p.d. rispetto a quella di p. individuale.

2. L’attuale p.d. ha potuto progredire notevolmente grazie allo sviluppo di altre branche scientifiche direttamente o indirettamente collegate alla psicologia. La​​ ​​ statistica, la​​ ​​ biologia, lo studio tra ereditarietà e​​ ​​ ambiente, i​​ ​​ test psicologici, l’antropologia culturale, ecc. hanno permesso alla p.d. di fare notevoli passi avanti. Nonostante i progressi in un secolo di studi e ricerche sulle differenze psicologiche, possiamo tuttavia dire che il campo di studio della p.d. è limitato ai tre grossi settori già indicati da Stern: natura ed estensione delle differenze nella vita psicologica degli individui e dei gruppi; fattori che determinano e influenzano queste differenze; come si manifestano queste differenze. Sotto questi vari aspetti vengono studiate le differenze intellettive e di carattere, le differenze dovute a culture diverse, legate al sesso o alla razza, ecc.

3. La convenienza e l’utilità dello studio di queste differenze per l’educatore è evidente. Ad una p.d. devono corrispondere, in termini metodologici, una pedagogia differenziale ed una​​ ​​ didattica differenziale. Occorrerà dunque tener conto non solo delle differenze esistenti, ma anche dei fattori che le determinano: capire se le differenze ad un certo momento dello sviluppo sono dovute a fattori contingenti o a fattori strutturali, consiglierà modalità diverse di intervento e permetterà anche una previsione sui risultati che si potranno raggiungere con l’​​ ​​ azione educativa o l’azione didattica.

Bibliografia

Binet A. - V. Henri,​​ Psychologie individuelle,​​ in «Année Psychologique»​​ 2 (1895) 411-465;​​ Stern W.,​​ Über Psychologie der individuellen Differenzen,​​ Leipzig, Barth,​​ 1900; Anastasi A.,​​ P.d.,​​ Firenze, Editrice Universitaria, 1965; Reuchlin M.,​​ La p.d.,​​ Roma, Paoline, 1971; Bariatti A.,​​ Lezioni di p.d.,​​ Milano, Vita e Pensiero, 1976; Shackleton V.,​​ Individual differences: theories and applications,​​ London, Methuen, 1984; Eysenck M. W.,​​ Individual differences: normal and abnormal,​​ Hove, Erlbaum, 1994; Lucio R.,​​ Storia della p., Bari / Roma, Laterza, 2000.

M. Gutiérrez

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PSICOLOGIA DIFFERENZIALE
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