OMELIA

 

OMELIA

Dall’antichità cristiana, quando l’O. era tenuta in grande valore, si passò alla decadenza propria di certi periodi storici (per es. in alcune aree geografiche del medioevo) in cui l’eclissi dell’O. spinse alcuni sotto l’azione dello Spirito Santo alla fondazione degli “ordines praedicatorum”; si venne poi al risveglio del periodo della controriforma, alla standardizzazione di tipi di O. avulsi dall’azione liturgica e più propri ad altre forme di predicazione; solo con il Vaticano II l’O. ritrova i suoi connotati genuini. Purtroppo gli operatori, nel caso i presidenti delle assemblee lit., non sono ancora entrati completamente nello spirito del Vaticano II La cost. lit. distingue la​​ lectio,​​ l’allocutio,​​ il​​ sermo,​​ l’admonitio,​​ la​​ sacra celebratio Verbi Dei,​​ la​​ catechesis,​​ il​​ praeconium salutis,​​ che è quello rivolto ai non credenti (cf S. Maggiolini). Di qui la necessità di avere dinanzi almeno la seguente griglia di dati per agire operativamente.

1.​​ Omelia lit. e catechesi.​​ L’OL propriamente è la spiegazione dei testi (→ Parola di Dio e preghiere presidenziali) fatta dal ministro competente di una celebrazione durante l’azione liturgica stessa (cf sacramenti, sacramentali, lit. delle ore). In questo ambito si comprende la necessità di ricordare in che cosa l’OL si differenzia da altri tipi di O. (sermone, ammonizioni, didascalie liturgiche, ecc.) e dalla C. Tenendo poi presenti anche i punti di contatto tra OL e C. si avranno delle linee per l’operatività. OL e C. differiscono per i​​ mezzi​​ usati per conseguire gli​​ scopi​​ propri ad ogni forma di “profezia – annuncio – trasmissione” nell’ambito della Chiesa. A loro volta gli scopi sono in connessione coi mezzi e si condizionano a vicenda. La C. è svolgimento di contenuti unitari per necessità particolari e contingenti ai soggetti catechizzandi (cf loro età, loro situazioni socio-culturali, psicopedagogiche, ecc.) per portarli a maturazione (comprensione di contenuti, adesione nella vita) della fede, a realizzazione della medesima nelle diverse forme manifestati ve. La più alta di esse è la celebrazione della fede nella lit. La C. è preparazione anche alla comprensione dell’O. Essa ha carattere edificante, esortatorio, didascalico, più direttamente in rapporto ai testi lit., con lo scopo di aiutare la comunità dei fedeli (quasi sempre eterogenea per età, situazioni, capacità comprensive, mobilità di attenzione, ecc.) ad esercitare nell’azione liturgica in modo pieno il sacerdozio comune dei fedeli, in unione con quello di Cristo, per espletare pienamente il culto in spirito e vita, in ragione di una traduzione nella vita del quotidiano vivere di ciò che si celebra.

Così il​​ linguaggio​​ dell’O. è più vicino a quello biblico lit. senza disattendere di adattarsi ai modi espressivi delle culture. Quello cat. si preoccupa di più di adattarsi al linguaggio degli uomini per introdurli gradualmente a quelli biblici e liturgici. Nel kerygma e nella C. il linguaggio è sempre in tensione di adattamento. Nell’O. è in tensione di realizzazione. Infatti l’OL è parte dell’azione lit. ove si attua la salvezza che la C. annuncia e cerca di far capire. Lo stesso​​ ambito​​ in cui 1’0. è espletata, cioè una azione lit. nel luogo adatto, nel canovaccio di quanto è stabilito, la differenzia dalla C. che può e deve essere attuata ovunque, in ogni tempo, da ogni fedele con le dimensioni di missionarietà e di testimonianza che le sono connaturate dalle celebrazioni battesimali – cresimali – eucaristiche, ecc. È certo che l’OL, per non falsare la sua natura, finalità, efficacia, deve essere preceduta da adeguata C. biblica e liturgica, e può usufruire anche degli altri generi omiletici, essi pure finalizzati all’OL. Si pensi alle ammonizioni e didascalie liturgiche di carattere didattico e frammentario, ma anch’esse del genere omiletico; ai sermoni e omelie extra-liturgiche magari tenuti da laici, preceduti da una lettura biblica e svolti con terminologia e metodi esegetici identici a quelli impiegati nell’OL, la quale è ben delineata nella sua costitutività dai documenti recenti.

2.​​ L’OL nei recenti documenti.​​ Sia quelli conciliari, sia i libri liturgici riformati a norma del Vaticano II si occupano dell’OL. Dalle norme e più ancora dallo spirito ivi trasmesso anche l’operatore catecheta deve essere beneficamente influenzato, ben sapendo che la C. più genuina costituisce la propedeutica più adeguata all’OL.

a)​​ Documenti conciliari.​​ La cost. lit. sottolinea che l’O è “actio lit.”. Infatti il soggetto è il ministro che imbandisce la mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo (SC 48.51). Il destinatario è l’assemblea dei fedeli che partecipa ad un’azione lit. le cui due parti: liturgia della Parola e lit. sacramentaria (battesimale, confirmataria, eucaristica, ecc.) costituiscono un solo atto di culto (SC 56). L’OL è essa stessa la catalizzatrice dell'atto di culto. Lo scopo dell’O. è di annunciare la storia della salvezza che si attua nella celebrazione (SC 16.35) di cui 1’0. è parte costitutiva (SC 52) e serve per spiegare le letture (SC 24). Sulla scia della SC si devono leggere e comprendere gli altri interventi conciliari. È dovere dei vescovi (LG 25), dei presbiteri (PO 4) e dei diaconi (LG 29), per attuare la volontà di Cristo significata agli apostoli (DV 7) continuare il​​ munus​​ profetico (LG 12) proprio ai cristiani (LG 35) e che il ministro espleta in modo pieno nella celebrazione. La predicazione della Chiesa è Parola di Dio se la si accoglie con fede (AG 13; PO 4) e se essa è in relazione con la Parola rivelata (DV 2-6), con la tradizione più perenne propria alla Chiesa (DV​​ 710),​​ e dunque come attuazione dell’interpretazione ecclesiale e magisteriale (LG 25) che con la celebrazione lit. è portata ad esplicitazione (SC 33.35). Il catecheta che nell’agire è egli pure partecipe del compito missionario (AG 13) e profetico (LG 12) proprio ad ogni fedele, con la C. deve facilitare il conseguimento delle finalità connaturate all’O.

b)​​ I libri lit. postconciliari.​​ Sottolineano l’obbligatorietà dell’OL (Institutio Generalis Missalis Romani​​ [= IGMR] 41-42 e prima SC 52). Essa fa parte della lit. della Parola (IGMR 33) che nell’O. trova la possibilità per concretizzare l’efficacia della stessa Parola (IGMR 9). L’O. deve anche adattarsi alle sensibilità della nostra epoca (cf Istruz.​​ Liturgicae instaurationes​​ del 1970 al n. 2). Particolari disposizioni che meritano un’appropriata trattazione​​ neiVOrdo Lectionum Missae​​ (II ed. del 1981; cf A. M. Triacca, in “Notitiae” 18 [1982] 243-280), e che un catecheta deve preoccuparsi di conoscere, portano chiarimenti sulle finalità, caratteristiche, dimensioni teologico-liturgiche e pastorali proprie all’O. La quale nella messa per i fanciulli (cf​​ Direttorio per le messe dei fanciulli)​​ può essere dialogata e, se al sacerdote riesce difficile adattarsi alla mentalità dei piccoli ascoltatori, può essere tenuta da un fedele adulto (ivi,​​ 24).

L’importanza dell’omelia è così grande che il​​ RICA​​ più volte la inculca nell’itinerario catecumenale, e nel Rito per la confermazione si consiglia una O. di tipo mistagogico. Altrove e sovente si richiama la necessità che eia fatta sui testi sacri proclamati con la preoccupazione di illustrare il mistero-sacramento che viene celebrato. Così per 1’0. al matrimonio, al sacramento della penitenza, l’unzione degli infermi, ecc. A volte, come per il sacramento dell’ordine, addirittura il libro lit. fornisce un canovaccio. Essa comunque è sempre consigliata anche per la celebrazione di sacramentali, come la lit. delle ore, per la celebrazione della comunione fuori della messa e per il culto eucaristico (esposizione e benedizione), per le esequie, per le veglie liturgiche, ecc. In pratica i libri lit. postconciliari ricalcano l’importanza dell’OL e la sua inderogabile funzionalità come parte costitutiva della celebrazione.

Al catecheta spetta prendere atto che la sua azione preparatoria, concomitante e susseguente la celebrazione, non deve disattendere o discostarsi troppo dalla celebrazione, che postula una C. adeguata. Anzi il catecheta prenda coscienza che deve preparare i fedeli a interagire con 1’0., che non è mai un monologo del ministro ma deve diventare un dialogo tra la Parola di Dio “spezzata” dall’O. e il fedele che, inserito nell’”ecclesia” (= assemblea lit.) di cui fa parte costitutiva, deve corrispondere alle interpellanze di Dio Tripersonale che gli parla per mezzo della Chiesa (= l’azione lit. non è di alcuni, ma è di tutta la Chiesa). Si faccia quindi caso a:

3.​​ L’OL e sue implicanze operative.​​ L’O., dovendo tener conto sia del mistero celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta, assume il tono giusto e i contenuti secondo le diverse circostanze. Essa quindi, pur non essendo dialogata, deve assumere tono, modalità, finalità tipici del dialogo se non disattende le proprietà: del primo annuncio (O. come​​ kerygma)​​ che ha in sé una carica di meravigliosità; dell’invito a mettere in pratica quanto si apprende con la fede (O. come C.) che ha in sé una carica di sistematicità di idee e di realtà; dell’esortazione a perdurare nel praticare la via del Signore (O. come​​ parenesi)​​ che ha in sé la carica che proviene dall’incoraggiamento fraterno; della comunicazione con il mistero attraverso l’interpretazione dei segni rituali (O. come​​ mistagogia)​​ che ha in sé la carica di novità. Il mistero in sé è sempre lo stesso. Ma il fedele “rinnovatamente” lo celebra per una novità di vita perennizzata nel quotidiano.

Si faccia dunque caso che (’emittente,​​ colui che tiene l’OL, è uno che presiede un’azione lit. I​​ riceventi​​ sono dei fedeli (anche il catecumeno è tale, anche se non ha ancora celebrato il sacr. dell’inizio della fede, il battesimo) membri di un’assemblea. La loro partecipazione è uditiva per essere operativa nella vita. Il​​ rapporto dialogico o comunicativo​​ fra predicatore e uditori non è facile. Però si deve rammentare che tale rapporto non è​​ mediato​​ dalla sola O. considerata in sé, ma​​ da tutto il messaggio contestualizzato​​ nella concreta celebrazione che codifica segni, riti, Parola di Dio, O., ecc. in determinate coordinate. Un’O. per gli sposi fatta con il testo di​​ Rm​​ 8 è diversa dalla celebrazione del battesimo fatta ancora con​​ Rm​​ 8. Si aggiunga che il messaggio dell’OL sarà tanto più polivalente quanto migliore sarà la preparazione alla celebrazione espletata dalla C. Essa aiuta a far sì che 1’0. non sia una comunicazione depauperata o a senso unico. Gli operatori della C., verificando se esistano veramente le condizioni per una comunicazione autentica, possono aiutare a rettificarle se fossero alterate e a porre le coordinate perché più facilmente possano costituirsi.

Bibliografia

L. Della Torre (ed.),​​ La predicazione dei laici. Comunicazione della fede e nuovi ministeri della Parola,​​ Brescia, Queriniana, 1978; In.,​​ Omelia,​​ in D. Sartore – A. M. Trucca (ed.),​​ Nuovo Dizionario di Liturgia,​​ Roma, Ed. Paoline, 1984, 923-943; S. Maggiolini,​​ La Parola di Dio nella Cost. conciliare “De Sacra Liturgia”, in “La Scuola Cattolica” 93 (1964) 154-177; M. Magrassi,​​ L'omelia prolungamento della Parola, introduzione al Mistero,​​ nel vol.​​ Parola e Sacramento nella comunità di salvezza,​​ Padova, CAL, 1974, 81-104; L. Maldonado,​​ La predicazione,​​ Brescia, Queriniana, 1973;​​ L’omelia. Il ministero della Parola nella celebrazione liturgica,​​ Milano, OR, 1967;​​ Parola e sacramento nella comunità di salvezza,​​ Padova, Messaggero, 1974.

Numeri monografici​​ (postconciliari) di riviste:​​ “Communautés” (Paroisse et Liturgie”) 64 (1982) n. 2-3; “Liturgie et Vie chrétienne” 15 (1970) n. 72; “Lumen Vitae” 35 (1980) n. 2; “La Maison-Dieu»​​ 21 (1965) n. 82;​​ «Mélanges​​ de Science​​ Religieuse”​​ 29 (1972)​​ n.​​ 2; “Notes de Pastorale​​ Liturgique”​​ 22 (1977) n. 127;​​ «Pastoral​​ Misionera»​​ 2 (1966)​​ n.​​ 2;​​ «Phase» 11 (1971) n. 66; 16 (1976) n. 91; «Paroisse et Liturgie» 54 (1972) n. 3; «Questions liturgiques» 55 (1974) n. 4;​​ «Rivista di​​ Pastorale​​ Liturgica»​​ 19 (1981) n. 6; “Seminarium” 31 (1979) n. 1.

Achille Maria Triacca

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OMELIA

OMERO

 

OMERO

Vissuto tra il IX e l’VIII sec. a.C., è chiamato per antonomasia «l’educatore della Grecia», in quanto è all’origine della cultura greca, non solo cronologicamente, ma perché coglie e comunica con la forza della poesia epica alcune linee di formazione umana, che restano comune retaggio di tutta la cultura greca.

1. Ne indichiamo in sintesi gli elementi essenziali, senza fermarci sul cosiddetto​​ problema omerico​​ (identità e unicità del poeta designato con questo nome). O. è, in primo luogo, testimone e trasmettitore di una tradizione culturale precedente (il cosiddetto​​ Medioevo greco)​​ che sopravvive e diventa patrimonio culturale attraverso i suoi poemi: l’Iliade​​ e l’Odissea.​​ È pure testimone di un tipo di educazione che si attuò nel ceto aristocratico delle corti (il re e i suoi nobili guerrieri), sia come ideale di​​ areté,​​ sia come processo di formazione dei giovani nella vita della corte e all’arte militare. L’ideale aristocratico,​​ come realizzazione superiore di umanità, risulta così punto di partenza per la visione greca dell’uomo e della sua formazione. Tale ideale O. canta, con incomparabile ispirazione poetica, nelle figure degli​​ Eroi;​​ perciò esso è chiamato​​ ideale eroico:​​ l’eroe​​ impersona un tipo di​​ areté​​ (nel senso di pieno valore umano) che si afferma come paradigma e punto di riferimento per tutte le successive fasi della cultura​​ / paideia​​ greca. Con ciò O. realizza anche, in modo eminente, la caratteristica del popolo greco di avere nei poeti (insieme ai filosofi e ai politici) una fonte della sua​​ ​​ paideia​​ e dimostra la forza pedagogica in particolare della poesia epica in quanto trasmettitrice di paradigmi di umanità.

2. I contenuti di​​ paideia​​ sono notevolmente diversi nelle due epopee, l’Iliade​​ e l’Odissea,​​ come diverso è l’ambiente in cui gli eroi sono collocati: quello guerriero nella prima; quello civile nella seconda. Il​​ valore paradigmatico​​ delle figure degli eroi omerici sta soprattutto nell’eccellenza​​ dell’ideale umano ricercato e celebrato e nell’equilibrio​​ degli elementi che lo compongono e che, unitamente, formano​​ areté.​​ Ciò interpreta il senso di completezza, costante nell’ideale formativo greco. La ricerca dell’eccellenza​​ (il dover essere migliore di tutti, la celebrazione dell’aristéia​​ dell’eroe) traduce il bisogno dell’attuazione più perfetta del valore umano (areté​​ appunto). L’equilibrio​​ (o integralità) è dato, nel paradigma dell’eroe, dalla ricerca e realizzazione non solo del valore militare, ma, insieme, della​​ saggezza.​​ Integrazione, quindi, di interiorità ed esteriorità, indicata da O. nell’espressione:​​ «essere dicitore di discorsi e operatore di azioni»,​​ che intende caratterizzare l’eroe. Una sintesi in cui rientrano le molteplici doti dell’ideale cavalleresco. La ricerca e celebrazione della propria eccellenza comportano anche una particolare visione etica, propria dell’areté​​ eroica: l’etica dell’onore,​​ da non svilirsi in vuota ambizione, ma da considerare come il bisogno dell’eroe di una verifica e una comprova dell’eccellenza raggiunta.

3. O. previene pure la polemica sull’insegnabilità dell’areté​​ (​​ Grecia: educazione), non solo perché egli stesso compie un’opera di educazione del popolo greco, ma perché la stessa formazione degli eroi è frutto di un intervento (o addirittura di un mandato) educativo (per es. il centauro Chirone e Fenice per Achille nell’Iliade; Mentore-Atena per Telemaco, figlio di Ulisse, nell’Odissea). L’areté virile​​ ha certo il primo posto nei poemi omerici. È tuttavia celebrato anche l’ideale femminile,​​ in modo suggestivo (si ricordino, per es., le figure di Clitemnestra, di Criseide, di Penelope, di Nausicaa) e con la stessa esigenza di integralità: al binomio «operatore di azioni e dicitore di discorsi» dell’eroe corrispondono​​ bellezza e saggezza e abilità domestiche​​ nell’ideale della donna.

Bibliografia

a)​​ Fonti: Iliade,​​ trad. it. di G. Tonna, introd. di F. Codino, Milano, Garzanti, 1983;​​ Odissea,​​ trad. it. di G. Tonna, introd. di F. Codino, Ibid., 1985. b)​​ Studi:​​ Jaeger W.,​​ Paideia. La formazione dell’uomo greco,​​ Scandicci (FI), La Nuova Italia, 1991; Marrou H. I.,​​ Storia dell’educazione nell’Antichità,​​ Roma, Studium, 1994; Montanari F. (Ed.),​​ O. Gli aedi,​​ i poemi,​​ gli interpreti, Scandicci (FI), La Nuova Italia, 1998.

M. Simoncelli

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OMOSESSUALITÀ

 

OMOSESSUALITÀ

L’o. vera e propria costituisce una condizione abbastanza ben definita, non assimilabile con alcune forme di comportamento sessualmente invertito temporanee od occasionali. L’attrazione erotica verso il proprio sesso e la ripulsione, spesso invincibile per quello complementare hanno nell’o. vera e propria un carattere di esclusività e stabilità, che ne fanno una vera struttura psichica.

1. Tale situazione non è il prodotto di una scelta; in se stessa non ha quindi una vera e propria rilevanza etica in senso proprio. Si dice a volte che essa è una condizione naturale. Dicendo questo, oggi si fa spesso non tanto una constatazione ovvia sulla non volontarietà di questa condizione, ma una valutazione discutibile di natura ultimamente etica sul comportamento omosessuale che viene così giudicato non moralmente diverso da quello eterosessuale. Naturalmente si tratta di un equivoco: quando si parla di natura in questo campo, il criterio di riferimento non può prescindere dall’​​ ​​ etica. E dal punto di vista etico, l’omosessuale può essere un peccatore o un santo, ma il suo modello di sessualità non è un modello vero: è in sé una forma mancante della sua regola, quali ne possano essere la volontarietà e l’eventuale colpevolezza soggettiva. L’individuazione, finora purtroppo solo incerta, delle sue cause, se può avere un grande interesse dal punto di vista clinico, non può dirci nulla sulla colpevolezza soggettiva dell’omosessuale: avere delle tendenze non è in sé peccato, come non lo è il soffrire di qualsiasi altra forma di perversione sessuale. Diversa, e comunque non facile sarà la valutazione del comportamento omosessuale soggettivo.

2. Il motivo fondamentale della sua oggettiva negatività è naturalmente l’inautenticità di un gesto d’amore che non rispetta il significato oggettivo e le leggi interne del linguaggio della sessualità. Questo non dice nulla sulla qualità psicologica dell’amore omoerotico; ma tale qualità non può essere l’unica ragione della valutazione etica: la qualità etica del linguaggio di questo amore, non può essere ignorata in questa valutazione. A una valutazione così negativa del comportamento preso in sé stesso, non può naturalmente corrispondere sempre un giudizio altrettanto negativo sulla responsabilità, e quindi sulla effettiva qualità morale, dei singoli soggetti. In misura varia, ma spesso molto grande, questo comportamento sembra essere condizionato da meccanismi psicologici che diminuiscono, fino ad annullare, la volontarietà e la responsabilità morale della persona.

3. Il comportamento nei confronti dell’o. si ispirerà pertanto a criteri educativi, non naturalmente nel senso di considerare l’omosessuale come un «minore», ma nel senso di aprirgli il più largo orizzonte, a lui concretamente possibile di maturazione umana e di vera​​ ​​ autorealizzazione. L’atteggiamento di base dovrà essere la totale accettazione dell’omosessuale come persona, la comprensione del suo dramma, la solidarietà leale con le sue sofferenze e i suoi problemi. Si cercherà di rompere la barriera della solitudine e dell’incomunicabilità, che la società spesso erige nei suoi confronti, e che rappresenta il principale ostacolo al suo ricupero anche morale. Ci si dovrà chiedere quale sia l’ideale umano di vita più ordinata e più umanamente ricca a lui concretamente possibile. Quando egli fosse veramente disposto a percorrere fino in fondo il difficile itinerario di un riordinamento totale della sua vita, tale ideale, supposta l’impossibilità di una vera guarigione clinica, si aprirebbe, nel suo livello più alto, a una astinenza totale e alla sublimazione della sua libido nelle attività superiori dello spirito. Questo peraltro potrà essere raggiunto, anche nella migliore delle ipotesi, solo gradualmente, attraversando, non senza gravi lotte, le tappe intermedie di volta in volta concretamente possibili. Ma, anche se si deve riconoscere che l’amicizia omosessuale che si esprime anche sessualmente costituisce un male meno grave della promiscuità risultante da relazioni sessuali con compagni che mutano continuamente, essa va ritenuta moralmente difendibile solo alla condizione che sia solo una piattaforma per il decollo di una liberazione ulteriore e si accompagni quindi con un certo impegno di graduale ridimensionamento del peso della sessualità e dei suoi appetiti nel complesso della vita.

Bibliografia

Overing et al.,​​ L’o., Brescia, Queriniana, 1967; Bottani​​ A. (Ed.),​​ Educazione alla sessualità, Milano, Ancora, 1982; Gius E.,​​ Una messa a punto della o., Torino, Marietti, 1972; Kosnik A. et al.,​​ La sessualità umana, Brescia, Queriniana, 1978;​​ Thévenot X.,​​ Homosexualités masculines et morale chrétienne, Paris, Du Cerf,​​ 1985; Teisa S.,​​ O. e vita morale: tentativo di un approccio integrato, Roma, P. Studiorum Universitas a S. Thoma Aq., 2001; Lacroix X.,​​ In principio la differenza: o.,​​ matrimonio,​​ adozione, Milano, Vita e Pensiero, 2006.

G. Gatti

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