MOVIMENTI

 

MOVIMENTI

Nel campo sociale l’individuazione delle caratteristiche dei m. sembra molto elusiva dal punto di vista concettuale, essendovi una larga varietà di definizioni difficilmente comparabili tra loro; in genere vi si comprende insieme il «coinvolgimento di un gran numero di individui, un basso livello di organizzazione, la spontaneità dell’azione, l’esistenza di un’ideologia comune, l’identificazione di un avversario, la finalità di cambiare (o mantenere) il sistema sociale in qualche suo aspetto, l’essere causa o effetto di un processo di mutamento». Ne consegue che grande rilevanza ha lo studio di dinamiche e processi quali la mobilitazione, il reclutamento, l’ideologia, la​​ leadership,​​ l’organizzazione, la prassi e la strategia d’azione ed i loro risultati.

1. L’interesse per i m. viene dalla loro natura di specchio del sistema nel suo insieme. Come è stato notato «nelle società moderne, il processo di crescita della complessità sociale si traduce in una disarticolazione dell’universo simbolico, che pone ad ogni attore problemi di definizione del profilo sociale; con la frantumazione delle identità, e la disgregazione di ogni principio simbolico unitario, individui e gruppi sono proiettati in uno stato angosciante di incertezza; l’emergere di m. che tentano di riorganizzare la propria identità è tra le conseguenze di questi processi». L’incertezza concettuale si traduce nell’ambito classificatorio, mutevole a seconda degli indicatori di base assunti. Si possono riconoscere m. basati sulle norme o sui valori, a seconda del livello dell’azione che si mira a ricostruire, ovvero a seconda della natura della credenza generalizzata. Ma si possono distinguere, e sono stati indicati dalla storiografia, m. sociali​​ generali e specifici,​​ naturalmente secondo l’ampiezza degli obiettivi,​​ attivi​​ (riformistici e rivoluzionari) ed​​ espressivi​​ (anche fenomeni di moda); l’attenzione maggiore è andata ai m. sociali (rivendicativi, politici e di classe) e più in generale a m.​​ trasformativi,​​ riformistici,​​ redentivi,​​ alternativi,​​ a seconda che il mutamento desiderato sia totale o parziale e che coinvolga la struttura sociale o gli individui, in relazione alla mobilitazione di grandi masse, tali da assumere rilevanza storica, o di semplice protesta, limitati a gruppi ristretti con varie motivazioni.

2. Da un punto di vista tipologico occorre tenere conto di m. politici attraverso i quali si tende a fare politica al di fuori dei partiti; di m. religiosi (confessionali, ecclesiastici o neo-religiosi) come riscoperta di opportunità nella tensione al benessere ed alla assicurazione individuale; né sono trascurabili il m. pacifista, quello ecologico, quello femminile, del​​ ​​ volontariato e simili nei quali il tasso ideologico fornisce unità, rafforza i legami, consente di riconoscere alleati ed avversari, e fa «da base alla definizione e alla contrattazione degli spazi del m. in relazione al più ampio sistema sociale». Molti m. (politici, ecclesiali soprattutto, e così via) continuano a chiamarsi tali nonostante una marcata organizzazione e perfetta integrazione istituzionale: la autodefinizione costituisce allora parte del collante ideologico.

Bibliografia

Carboni C.,​​ Classi e m. in Italia,​​ Bari, Laterza, 1986;​​ Angel W.,​​ Youth movements of the world,​​ Haslow, Longman, 1990; Eyerman P. - A. Jamison,​​ Social​​ movements,​​ Cambridge, Polity Press, 1991;​​ Fauvel-Rouif D. (Ed.),​​ La jeunesse et ses mouvements,​​ Paris, C.N.R.S., 1992; Neveu​​ E.,​​ I m. sociali, Bologna, Il Mulino, 2001; Caimi L.,​​ Spiritualità dei m. giovanili, Roma, Studium, 2005.

A. Turchini

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MOVIMENTI

MOVIMENTI ECCLESIALI

MOVIMENTI ECCLESIALI

Il fenomeno dei ME rappresenta un evento di particolarissimo interesse nell’attuale situazione pastorale. Può essere studiato da differenti prospettive, come testimonia l’abbondante letteratura al riguardo. In questo contributo intendiamo analizzare soprattutto le modalità attraverso cui i ME mediano e sostengono l’esperienza cristiana, particolarmente a livello giovanile.

Partiamo infatti da una constatazione rilevante, sottolineata da molte ricerche. Il confronto tra giovani appartenenti a gruppi e giovani non aggregati fa risaltare come questa appartenenza può essere considerata la variabile più influente nella formazione degli atteggiamenti e nella ricostruzione dell’identità. Questa variabile è influenzata a sua volta dal tipo di associazione a cui si appartiene.

Per gli aggregati nei ME la ricostruzione del personale sistema di significato è realizzata a partire dalla forte esperienza cristiana vissuta in essi e dalle caratteristiche in cui si esprime. La fede viene così restituita per essi alla sua funzione di elemento centrale di riorganizzazione e di risignificazione. L’operazione è favorita dal ricupero all’interno della stessa esperienza cristiana di esigenze legate alla “modernizzazione”, secondo moduli di integrazione e di conflitto nei confronti dei dati culturali emergenti. La rassegna sui ME attuali si articola quindi come tentativo di definire questi processi attraverso tipologie coerenti.

1.​​ Per precisare la prospettiva.​​ Prima di offrire una proposta, è importante precisare il tipo di approccio che privilegiamo. Esso non è comune neppure tra gli autori che studiano i ME dalla nostra stessa prospettiva.

a)​​ Una necessaria distinzione terminologica.​​ La dizione ME è generica: raccoglie in una formula espressioni associative molto diverse. Con un uso più appropriato si può parlare di associazioni, movimenti (in senso stretto) e gruppi (considerati come la concretizzazione locale e identificabile sul piano aggregativo di una associazione o di un movimento). L'associazione​​ presenta ordinariamente le seguenti caratteristiche:

— ha una struttura organica e istituzionale, definita generalmente da uno “statuto”;

— l’adesione dei membri avviene sulla condivisione degli scopi e degli impegni statutari;

— l’adesione è formale, nel senso che viene regolata dalle norme statutarie;

— in base ai criteri formali prestabiliti dallo statuto associativo sono attribuite le cariche e sono definiti gli organici;

— l’associazione gode di una certa autonomia e stabilità, al di là del variare dei suoi membri.

Il​​ movimento​​ è in genere così caratterizzato:

— alcune idee-forza e uno spirito comune fanno da elementi aggreganti;

— spesso l’aggregazione avviene o almeno inizia attorno alla figura e alla proposta di un leader;

— più che in uno statuto, ci si riconosce in una “dottrina” e in una “prassi”, fortemente caratterizzanti;

— l’adesione non è formale ma vitale: il movimento si costruisce sull’adesione continuamente rinnovata dei membri, senza iscrizioni o tessere.

Il​​ gruppo​​ è di solito caratterizzato da:

— una certa spontaneità di adesione e di permanenza da parte dei membri;

— una ricercata omogeneità affettiva, culturale, vitale;

— grande libertà di autoconfigurazione quan

to a scopi, struttura, attività del gruppo, e quindi tendenziale non uniformità tra gruppo e gruppo; _

— dimensioni piuttosto ridotte e diffusione relativamente limitata;

— anche la durata nel tempo è spesso relativa.

b)​​ Differenti approcci.​​ La precisazione terminologica è necessaria per delimitare con precisione l’oggetto della ricerca, dal momento che gruppi, associazioni e movimenti non sono realtà omogenee, anche dal punto di vista della struttura associativa.

Qualche autore conduce la ricerca unicamente a livello del gruppo, pensato come la concretizzazione locale di un movimento o di una associazione, senza troppe preoccupazioni circa la sua matrice associativa. Molti degli aspetti nuovi che attraversano l’esperienza associativa in ordine alla prassi cat. e pastorale stanno proprio a questo livello. Una ricerca simile però risulta troppo poco oggettivabile.

La maggior parte degli autori, al contrario, studia i documenti delle diverse associazioni e movimenti, e determina tipologie a partire da questo materiale preciso e consistente. In questa prospettiva però ci si depriva della possibilità di verificare l’incidenza reale da essi esercitata a livello personale, e si corre il grave rischio di considerare il gruppo locale come semplice luogo in cui le persone incontrano i valori, elaborati nelle centrali decisionali e progettuali.

Noi preferiamo una integrazione delle due ipotesi. Accentuiamo l’attenzione al gruppo locale, considerato come espressione e riformulazione del movimento e della associazione, consapevoli che il processo è validato dalla innegabile interazione esistente e dalla documentata pressione delle strutture di controllo di cui sono forniti i movimenti e le associazioni. Consideriamo però attentamente anche la produzione ufficiale dei vertici associativi.

2.​​ Una tipologia.​​ Spesso, quando si parla di ME, si è portati a sottolineare il pluralismo che li attraversa. Esso è certamente un fatto innegabile. Nella nostra ipotesi è determinato proprio dal modo diversificato con cui movimenti e associazioni interpretano, esprimono e realizzano l’esperienza cristiana che intendono sostenere. Decifrare il pluralismo significa quindi, in qualche modo, descrivere il contributo prezioso offerto dall’associazionismo ecclesiale attuale in ordine alla prassi cat. e pastorale.

a)​​ Tipologie sui contenuti.​​ Alcuni movimenti accentuano la dimensione educativa nell’esistenza cristiana. Di questi movimenti “educativi”, alcuni camminano nella linea tradizionale, tentando come una rivincita rispetto alla dispersione sperimentata negli anni del dopoconcilio. Si caratterizzano per queste scelte: la forte e sicura identità, la prospettiva prevalentemente ecclesiocentrica, l’attuazione dei processi di iniziazione ad apprendere e ad esprimere il linguaggio oggettivo della fede.

Altri invece vogliono prendere in considerazione soprattutto i problemi e i bisogni dei loro membri (spec. dei più giovani), emergenti in questi tempi, dal punto di vista culturale e strutturale. Ci sono poi movimenti e associazioni che privilegiano la comunità cristiana, considerata come “patria dell’identità cristiana” e come luogo centrale di ogni proposta. In questa linea di tendenza convergono esperienze associative molto diverse. Alcune contestano l’attuale situazione di crisi e cercano un’alternativa efficace secondo modalità comunitario-politiche. Esse sono tese a ricuperare una presenza cristiana nella storia attraverso l’allargamento delle zone d’intervento delle comunità ecclesiali. Altre invece stanno vivendo una stagione comunitario-monastica, con la elaborazione di uno stile di convivenza e di preghiera tipico del modello monacale. Altre infine accentuano gli aspetti mistico-carismatici dell’esperienza cristiana.

b)​​ Tipologie sulla relazione.​​ Considerando i modelli di relazioni strutturali, evidenziamo due serie di tipologie.

Variabile gruppo/persona.​​ Su questa si possono identificare tre modelli associativi:

modello individualista, che considera il gruppo, l’associazione e il movimento come la somma degli individui che lo compongono, per nulla modificati e influenzati nella loro individualità dal fatto di realizzare una esperienza associativa.

Modello organologico, che considera gruppo, movimento e associazione come un organismo fisico, che produce per sé attività e formazione. Gli individui partecipano a questa produzione per il fatto di far parte fisicamente della esperienza associativa. La pressione di conformità è spinta al massimo.

Modello “a grembo materno”: in questo modello viene potenziata la libertà e la responsabilità personale, in una solidarietà intensa di ciascuno con gli altri, perché l’esperienza associativa viene considerata come luogo di produzione e di sostegno di questa responsabilità.

Variabile gruppo/istituzione.​​ Su questa si possono identificare tre modelli associativi:

Modello “rifugio e conforto”: la cessione del proprio tempo non avviene in vista della realizzazione di un progetto condiviso, ma piuttosto per ritrovare nell’esperienza associativa un rafforzamento verso l’esterno minaccioso. I membri si identificano con il gruppo, sperimentato e sognato come un essere vitale, capace di soddisfare ogni attesa affettiva. Per consolidare questa illusione, i membri sono disposti a sacrificare tutti i desideri e tutti i progetti. La stessa esperienza religiosa viene vissuta come una proiezione rassicurante verso un luogo diverso da quello della difficile situazione quotidiana.

Modello della “sopravvivenza”. Quando l’esperienza associativa cerca di superare il momento paradisiaco del “rifugio” e si apre verso l’esterno, è minacciata da crisi di identità (se i modelli in cui si esprime la propria prassi sono lontani da quelli dell’ecclesialità che invece deve esprimere) o da crisi di rilevanza (se questi modelli sono invece lontani dagli orientamenti culturali del contesto in cui si è inseriti).

Per compiere il passo verso l’esterno il gruppo è passato dal mondo delle illusioni a quello della realtà. Se la nuova situazione non lo gratifica, esso viene risospinto più violentemente nel mondo rassicurante dei suoi sogni: riempie i suoi progetti di illusioni. Ci si inventa così un proprio principio di sopravvivenza, attivando atteggiamenti sublimatori. I più diffusi sono: l’aggressività, la dipendenza rassegnata dal proprio passato, l’utopismo nei confronti del futuro.

— In altre esperienze associative si realizza invece un terzo modello di presenza e di azione, caratterizzato da atteggiamenti molto maturi: la costante preoccupazione educativa nel tempo del gruppo (educare al cambio, al controllo delle decisioni, attraverso azioni giocate nel “prepolitico”) e la tendenza progressiva a superare la stessa esperienza associativa, nel tempo della difficile “compagnia” con tutti, nella storia e nelle strutture di tutti, per la costruzione della “città dell’uomo”.

 

Bibliografia

S.​​ S. Acquaviva,​​ Risvegli religiosi e gruppi ecclesiali,​​ in B.​​ Calati​​ et al.,​​ Spiritualità:​​ fisionomia e compiti,​​ Roma, LAS,​​ 1981, 79-89;​​ M.​​ Camisasca - M. Vitali​​ (ed.),​​ I movimenti nella Chiesa degli anni ’80,​​ Milano, Jaca Book,​​ 1981;​​ A.​​ Favale​​ (ed.),​​ Movimenti ecclesiali contemporanei.​​ Dimensioni storiche, teologico-spirituali ed apostoliche, Roma, LAS,​​ 19822;​​ F.​​ Garelli,​​ Gruppi giovanili ecclesiali-, tra personale e politico, tra funzione educativa e azione sociale,​​ in “Quaderni di Sociologia”​​ 26 (1977) 275320; A.​​ Godin,​​ Psicologia delle esperienze religiose.​​ Il​​ desiderio​​ e​​ la realtà, Brescia, Queriniana,​​ 1983;​​ G. C.​​ Milanesi​​ (ed.),​​ Oggi credono così.​​ Indagine multidisciplinare sulla domanda religiosa dei giovani italiani. I.​​ I risultati,​​ Leumann-Torino, LDC,​​ 1981;​​ G. C.​​ Quaranta,​​ Vassociazione invisibile.​​ Giovani cattolici tra secolarizzazione e risveglio religioso, Firenze, Sansoni,​​ 1982;​​ B.​​ Secondin,​​ Movimenti comunitari,​​ in T.​​ Goffi -​​ B.​​ Secondin​​ (ed.),​​ Problemi e prospettive di spiritualità,​​ Brescia, Queriniana,​​ 1983, 389-408.

Riccardo Tonelli

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MOVIMENTI ECCLESIALI

La fede cristiana è sempre stata vissuta in forme associate (​​ associazionismo), come mostra la storia delle confraternite e dei diversi sodalizi. In tempi recenti, però, soprattutto dal Concilio Vat. II ad oggi, si è assistito ad una nuova stagione aggregativa dei fedeli, caratterizzata sia dal riproporsi di precedenti associazioni, come la​​ ​​ Azione cattolica, sia dal sorgere e dal diffondersi di m., soprattutto laicali, che hanno dato rinnovato impulso alla vita della​​ ​​ Chiesa (​​ Scautismo cattolico, Opus Dei, «Cursillos» di cristianità, Focolarini, Giovani cooperatori salesiani, Comunione e Liberazione, Gioventù aclista).

1. In un contesto culturale frammentato, che ha comportato anche la crisi e l’evoluzione delle strutture ecclesiali, i m. sono stati forze vive ed hanno avuto il merito di costituire polarità forti, capaci di orientare la fede di molti credenti e di raccoglierla in significative forme di esperienza ecclesiale. Nel far ciò, essi hanno contribuito non poco a dar forma storica a quella «ecclesiologia di comunione», che il Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 ha indicato come idea centrale del Concilio per interpretare il popolo di Dio. Pur interessandosi di ambiti pastorali diversi della vita ecclesiale, sociale, culturale e politica, i m. hanno contribuito a promuovere una rinnovata e preziosa azione educativa, tesa a far riscoprire e a far vivere la​​ ​​ vocazione battesimale del credente, che prima di ogni missione specifica consiste nella chiamata alla comunione col Cristo nella Chiesa.

2. L’educazione alla comunione organica, vissuta nella diversità e complementarità dei carismi, è anche all’origine della riconosciuta ed apprezzata varietà delle «pedagogie cristiane» che caratterizzano i diversi m., qualificate da specifici e rinnovati itinerari di fede, unitamente a moderne metodologie. Si tratta di itinerari elaborati e costantemente verificati alla luce di precisi «criteri di ecclesialità», in più occasioni richiamati nei documenti magisteriali, anche a fronte di qualche difficoltà a volte creata all’armonia della comunione dall’esuberanza di certi m. Seguendo la​​ Christifideles laici​​ li possiamo così indicare: 1) il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità, promuovendo un’intima unione tra fede e vita; 2) la responsabilità di confessare la fede cattolica su Cristo, sulla Chiesa e sull’uomo in modo integrale, in obbedienza al Magistero; 3) la testimonianza di una comunione ecclesiale salda e convinta in relazione filiale col Papa e il vescovo e in rapporto con le altre forme aggregative di apostolato nei confronti delle quali vivere relazioni di stima e di collaborazione; 4) la conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa, che consiste nell’impegno per una nuova evangelizzazione, la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza; 5) l’impegno di una presenza nella società umana, a servizio dell’integrale dignità dell’uomo, alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

Bibliografia

Cei,​​ Criteri di ecclesialità dei gruppi,​​ m. e associazioni dei fedeli nella Chiesa. Nota pastorale della Commissione episcopale per l’apostolato dei laici,​​ 1981, ECEI / 3, nn. 587-612; Sinodo dei Vescovi,​​ Vocazione e missione dei laici. Proposizioni,​​ 1987, EV / 10, nn. 2103-2214;​​ Esortazione apostolica post-sinodale «Christifideles laici» di sua santità Giovanni Paolo II su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo,​​ 1988, EV / 11, nn. 1606-1900; Pontificium Consilium Pro Laicis (Ed.),​​ I m. nella chiesa. Atti del Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali Roma,​​ 27-29 maggio 1998, Città del Vaticano, LEV, 1999; Id.,​​ Atti del II congresso mondiale dei m.e. e delle nuove comunità dal titolo «La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo»​​ (Rocca di Papa, 31 maggio - 2 giugno 2006, in stampa).

R. Rezzaghi​​ 

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MOVIMENTI ECCLESIALI

MOVIMENTO BIBLICO

 

MOVIMENTO BIBLICO

1. Il termine MB in generale esprime l’insieme di iniziative nel mondo cristiano per la diffusione della Bibbia fra il popolo nelle diverse forme, quindi anche nella C. Nella Chiesa cattolica, il MB ha i suoi inizi alla fine del secolo scorso, si può dire con l’enc. di Leone XIII,​​ Providentissimus Deus​​ (1893); si afferma progressivamente con il movimento liturgico e patristico proprio del sec. XX, ma ottiene possibilità di crescita nel tempo che vede risolversi la “questione biblica» , ossia l’assunzione aperta e corretta della critica biblica. Quindi il MB si àncora strettamente con le altre due enc. bibliche​​ Spiritus Paraclitus​​ di Benedetto XV (1919) e​​ DivinoAfflante Spiritu​​ (1943) di Pio XII. Giunge alla sua maturità e ottiene consacrazione ufficiale nel Vaticano II.

2.​​ Infatti nel c. VI della​​ Dei Verbum,​​ definita come il “Manifesto della Chiesa del 2000” (M. Zerwick), la Bibbia riceve il suo statuto pastorale carico di speranze, quando si afferma fra l’altro: “È necessario che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura... È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura... Siano preparate edizioni della Sacra Scrittura, fornite di idonee annotazioni”. Con il Concilio inizia il secondo tempo del MB, quello che riprendendo in certo modo l’antica prassi dei Padri, universalizza la dimensione biblica nella pastorale, quindi anche nella C., attraverso i documenti cat. della Chiesa universale e dei singoli paesi (DCG, Sinodi, EN, CT).

3.​​ Qui, sempre in prospettiva di pastorale cat., si fa necessario mettere in luce quanto il MB opera nelle diverse nazioni, sia fra i cattolici che fra i protestanti. Prima accenniamo ad una struttura internazionale del MB, le cui ripercussioni si fanno largamente sentire anche nella C. Sono le “società bibliche” (Bible Society), tese soprattutto alla traduzione e diffusione della Bibbia, ovviamente con comprensione diversa, fra protestanti e cattolici, date le differenti concezioni sulla natura e ruolo della Bibbia, anche se oggi il movimento ecumenico porta ad attenuare le tensioni e a lavorare insieme nella produzione soprattutto di traduzioni unitarie, di parti o di tutta la Bibbia (es. in Italia,​​ La traduzione interconfessionale in lingua corrente;​​ in Inghilterra,​​ Good News Bible;​​ in Francia,​​ La Traduction Oecuménique de la Bible​​ [TOB]; in Germania,​​ Die​​ Einheitsubersetzung).​​ Nell’ambito cattolico, una rivista del MB catechisticamente significativa è “Word-Event” (Stuttgart) del World​​ Catholic​​ Federation for the Biblical Apostolate (WCFBA) che riporta esperienze molteplici di tutto il mondo. Interessa sottolineare forme di incidenza cat. tipiche presso i protestanti, condivise anche da cattolici, quali “l’ora biblica”, “settimane bibliche per ragazzi”, “scuole di Bibbia”...

4.​​ Quanto al MB nei diversi paesi, è facile trovare ovunque un centro di pastorale biblica, tesa anche alla C., mediante il concorso di Associazioni bibliche nazionali, regionali, locali, con riviste, produzioni di sussidi. In Germania ricordiamo il​​ Katholiscbes Bibelwerk​​ (Stuttgart); in Francia​​ Service​​ Biblique​​ Évangile et Vie​​ (Paris); in Spagna la​​ Casa de la Bibita​​ (Madrid); in Italia un impegno biblico-cat. risale agli inizi del secolo con la Pia Società di S. Girolamo (1902). Prezioso servizio è prestato dalla Associazione Biblica Italiana (ABI), mediante corsi periodici per sacerdoti, religiosi, laici, e con la rivista “Parole di vita” (LDC). All’ABI va il merito della traduzione nazionale della Bibbia per la Chiesa italiana. Altri centri: Centro Cat. Paolino (Roma; diffusione della Bibbia, settimane bibliche parrocchiali, corsi biblici per corrispondenza); Centro Cat. Salesiano di Leumann (Torino), Centro Cat. Dehoniano (Bologna), Pia Società di S. Gaetano (Vicenza). Va pure menzionato il Centro Valdese, con specifico interesse cat. (“La Scuola Domenicale”). Una delle massime iniziative bibliche di grande ripercussione cat. è la già affermata versione interconfessionale in lingua corrente (Parola del Signore,​​ ed. LDC-ABU), riconosciuta dalla Chiesa cattolica e dall’Alleanza Biblica Universale.

Bibliografia

A. L. Bushinski,​​ Biblical Societies,​​ in​​ New Catholic Encyclopedia,​​ vol. Il, Washington, 1967; I. Hermann,​​ Movimento biblico,​​ in​​ Sacramentimi Mundi,​​ vol. ì, Brescia, 1974; H. Kakpp,​​ Die Eunktion der Bibel in der Kirche,​​ in​​ Theologische Realenzyklopàdie,​​ vol. VI, Berlin, 1980; K. Wf.genast, (Die Bibel). Praktisch-theologisch,​​ ibid.

Cesare Bissoli

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MOVIMENTO BIBLICO

MOVIMENTO CATECHISTICO

 

MOVIMENTO CATECHISTICO

1.​​ Si può dire che un vero e proprio MC nella Chiesa cattolica abbia avuto inizio soltanto con la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Per “movimento” si intende non l’azione di persone isolate, ma l’opera più o meno organizzata di un numero sempre più grande di operatori diretti, di studiosi e di animatori, collegati fra loro nell’azione e nella riflessione, che creano e diffondono un’opinione, portano a rinnovare la legislazione e l’organizzazione, a rivedere e ripensare i contenuti e i testi della C., a perfezionare i metodi, a collegarsi fra loro con scritti periodici e con associazioni (creando appunto un movimento più o meno organizzato), e a diffondere idee ed esperienze.

Il movimento italiano e quello francese nacquero come reazione all’abolizione dell’IR nelle scuole: dal 1873 per l’Italia e dal 1881-1882 per la Francia. Quello tedesco e austriaco sorsero in connessione con il formarsi delle Unioni dei Catechisti:​​ Katechetenverein​​ di Monaco e di Vienna, che offrirono la sede per i dibattiti da cui sorse il metodo di → Monaco. Una caratteristica costitutiva del movimento è la diffusione delle idee, che avviene per mezzo delle → riviste cat., dei → Congressi e Convegni cat. locali, nazionali e internazionali e delle Settimane di studio. Hanno anche una diffusione sempre maggiore i manuali di catechetica e la formazione dei catechisti, attraverso le cattedre di catechetica nei seminari, le Scuole per catechisti e, in un secondo momento, gli → Istituti di Catechetica e i Centri catechistici. Di solito il movimento parte dalla base, e ha dei momenti forti in occasione di avvenimenti ecclesiali interessanti la C. Le nuove conquiste che ne conseguono vengono successivamente assunte dal magistero della Chiesa e diffuse a più ampio raggio. Di qui nuove iniziative e progressi alla base, e così via.

2.​​ In riferimento a questa caratteristica del MC, esso può venire diviso nei seguenti periodi: 1) dal Vaticano I, 1870 (in cui si dedicarono numerose sessioni al problema del catechismo unico per tutta la Chiesa), all’enc.​​ Acerbo nimis,​​ 1905 (che fa proprie le acquisizioni del MC italiano espressosi nel Congresso Nazionale di Piacenza, 1889, nell’opera del vescovo di quella città, mons. G. B. Scalabrini, e nella rivista “Il Catechista Cattolico”, iniziata nel 1876); 2)​​ dall’Acerbo nimis​​ (che suscita dovunque un nuovo fervore cat.) al decreto​​ Provido sane​​ del 1935 (in cui, accogliendo le realizzazioni del movimento del “catechismo in forma di vera scuola” di → L. Vigna e → L. Ravanelli, si istituiscono gli → Uffici Cat. Diocesani); 3) dal​​ Provido sane​​ (che rilancia il movimento dandogli una forte organizzazione diocesana, che presto si sviluppa spontaneamente in Uffici e Centri Nazionali, sorgenti di un intenso lavoro di organizzazione, di formazione e di studio) al Concilio Vaticano II, 1962-1965; 4) dal Vaticano II al Sinodo sulla C., 1977, e all’esort. apost. →​​ Catechesi Tradendae,​​ 1979 (è l’epoca del grande sviluppo a livello mondiale, del 2° Congresso Internazionale di Roma, 1971, del DCG e dei direttori nazionali, dei nuovi catechismi post-conciliari).

Seguendo invece le tematiche del dibattito ricorrente nel MC, si è soliti riconoscere le fasi seguenti: 1) fase del​​ metodo,​​ dalla fine del sec. XIX fino agli anni ’30: metodo di Monaco, metodi attivi, ecc.; 2) fase del​​ contenuto,​​ dalla pubblicazione del libro di J. A. Jungmann del 1936 sulla predicazione come annuncio della buona novella (fase​​ kerygmatica),​​ alle riflessioni di F. Arnold sulla​​ fede​​ come fine della C., al Vaticano II; 3) fase​​ antropologica,​​ dal Vaticano II, e in particolare dalla 2a​​ delle Settimane Internazionali di studio sulla C., quella di Bangkok 1962, fino a quella di Medellin 1968, in cui l’attenzione si estende all’uomo in società e alla sua liberazione totale, e ai Sinodi sulla evangelizzazione (1974) e la C. (1977), che fanno il punto della situazione. → J. Hofinger, nel suo ultimo articolo, postumo, sull’”itinerario della C.”, postula l’avvento di una 4“​​ fase,​​ che egli chiama “pastorale” o “spirituale”, concentrata sulla comunità e sul catechista, che dovrebbe costituire la sintesi di tutte le precedenti.

3.​​ Se si dovesse tentare un bilancio degli ultimi cento anni, si potrebbero fare le seguenti osservazioni:

1)​​ Il lavoro è stato immenso, ma non è finito; ci troviamo ancora, per molti aspetti, “in movimento”, e cioè in un periodo di transizione che non ha trovato ancora un solido assestamento.

2)​​ Non si è trattato solo di un impegno umano. Il Sinodo del 1977 “ha ravvisato nel rinnovamento cat. un dono prezioso dello Spirito Santo alla Chiesa con temporanea, un dono al quale, dappertutto nel mondo, le comunità cristiane, ad ogni livello, rispondono con una generosità e una dedizione inventiva che suscitano ammirazione” (CT 3).

3)​​ Vi sono state e vi sono delle carenze, tra cui alcune sembrano intaccare l’efficacia stessa del MC:

— insufficiente riflessione di base a livello di scienze teologiche e scienze umane;

— tendenza ad assolutizzare la fase presente del MC dimenticando le precedenti, sulle quali invece occorreva edificare;

— insufficiente diffusione delle idee: troppo lenta e troppo superficiale; anche le migliori iniziative vanno perdute perché giungono alla periferia troppo tardi e gravemente depauperate;

— riviste, congressi, convegni servono per sensibilizzare ai problemi, ma non per risolverli, né per formare catecheti o catechisti qualificati: occorre una riflessione e una formazione più sistematica, più onnicomprensiva, più profonda, come si può avere soltanto in Istituti Universitari ben organizzati e dotati di numeroso personale, per diffonderle poi in istituzioni di divulgazione come i Centri Cat., le cattedre di catechetica, le scuole di formazione.

Occorre attuare quanto il magistero della Chiesa propone ai vescovi: “Suscitare e mantenere nelle Chiese particolari un’autentica passione per la C., una passione che si incarni in una organizzazione adeguata ed efficace, che metta in opera le persone, i mezzi, gli strumenti, come pure tutte le risorse economiche necessarie” (CT 63). Tutta la Chiesa “è invitata a consacrare alla C. le sue migliori risorse di uomini e di energie, senza risparmiare sforzi, fatiche e mezzi materiali, per meglio organizzarla e per formare un personale qualificato. Non si tratta di un semplice calcolo umano, ma di un atteggiamento di fede. E un atteggiamento di fede si riferisce sempre alla fedeltà di Dio, che non manca mai di rispondere” (CT 15).

Bibliografia

1.​​ Studi generali

Bureau​​ International Catholique​​ de​​ l’Enfance,​​ Dix années​​ de​​ travail​​ catéchétique​​ dans​​ le monde​​ au service​​ de la​​ Formation Religieuse​​ de​​ l’enfance,​​ Paris, Fleurus, 1960; J. Gevaert,​​ Studiare catechetica.​​ Introduzione e documentazione di base, Leumann-Torino, LDC, 1983;​​ Où en​​ est​​ l’enseignement religieux?​​ Livres et méthodes de divers pays, Paris-Tournai, Casterman, 1937.

2.​​ Studi particolari

A. Boyer,​​ Un demi-siècle au sein du mouvement catéchistique français,​​ Paris, Ed. de l’École, 1966; A. Brien,​​ Le mouvement catéchétique en France de 1950 à 1970,​​ in​​ Transmettre la foi​​ (“Les quatre fleuves”, n. 11), Paris, Beauchesne, 1980, 81-93; P. Broutin,​​ Le mouvement catéchistique en France au XIXe​​ siècle,​​ in “Nouvelle Revue Théologique” 82 (1960) 494-512; 607-632; 699-715; J. Colomb,​​ Bilan et prospective du mouvement catéchétique français,​​ in «Vérité et Vie» 16 (1963-1964) 451, 1-32; F. X. Eggersdorfer,​​ Die Kurve​​ katechetischer​​ Bewegung in Deutschland in einem halben Jahrhundert,​​ in “Katechetische Blätter» 76 (1951) 10-16; 55-61; L. Erdozain,​​ L’évolution de la catéchèse.​​ Panoramique de six semaines internationales de catéchèse, in «Lumen​​ Vitae»​​ 24 (1969) 4, 575-599. Ed. ingl. 25 (1970) 1, 7-31; In.,​​ La​​ catcquesis hoy.​​ De​​ Ñimega y​​ Eichstätt​​ a​​ Medellin,​​ in “Sinite” 2 (1970) 267-296;​​ In.,​​ L’evoluzione della catechesi negli ultimi anni,​​ in “Presenza Pastorale” 40 (1970) 8-9, 645-653; Ù. Gianetto – G. Gianolio,​​ Il movimento catechistico in Italia dal 1870,​​ nel vol.​​ Linee per un Direttorio di Pastorale Catechistica,​​ Leumann-Torino, LDC, 1972; J. Hofinger,​​ Looking Backward and Foward: Journey of Catechesis,​​ in “The​​ Living​​ Light»​​ 20 (1983-1984) 4, 348-357; M. V.​​ Pedrosa,​​ Ochenta años de catcquesis en la Iglesia​​ de​​ España,​​ in​​ «Actualidad​​ Catequética” 20 (1980) 100, 45-86; R. M. Rummery,​​ Catechesis​​ and Religious Education​​ in a​​ Pluralist​​ Society,​​ Svdney, E.​​ J. Dwyer.​​ 1975.

Ubaldo Gianetto

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MOVIMENTO CATECHISTICO
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