MESSA – fanciulli

 

MESSA (fanciulli)

La messa, azione liturgica per comunità di adulti, ha sempre posto problemi per la partecipazione dei F.; nei decenni precedenti la riforma si è risposto con le “messe dei F.”, che riunivano la popolazione infantile della parrocchia o i frequentatori dell’oratorio per interessarli con varie forme espressive e oranti. Spesso il collegamento con la liturgia, celebrata in latino dal prete, era molto tenue e di fatto si costruivano “paraliturgie” sovrapposte alla celebrazione ufficiale. Dialoghi, cori parlati, recitazione di formule, spiegazioni cat. attivavano i F. presenti, spesso senza iniziare alla liturgia e a volte infantilizzando la presentazione del mistero eucaristico.

Con la riforma liturgica ha avuto inizio una fase decisamente nuova, sia per le possibilità di comprensione dei segni sia per le preoccupazioni pastorali ed educative. La Santa Sede ha manifestato queste e ha cercato di facilitare quella, a proposito dei F., con un​​ Directorium de Missis cum pueris​​ (1-11-1973), edito dalla CEI con il titolo di​​ Direttorio per le messe dei fanciulli​​ (15-12-1976) e con il libro liturgico​​ La Messa dei fanciulli,​​ Roma, 1976. Due motivi vengono esplicitati: “Il pericolo del danno spirituale se nei loro rapporti con la Chiesa i F. sono costretti a fare per anni ripetute ed identiche esperienze di cose che ben difficilmente riescono a comprendere”; “La profonda influenza formativa esercitata dall’esperienza religiosa dell’infanzia e della prima fanciullezza, dimostrata da recenti studi psicologici” (n. 2). Il Direttorio, le norme e le proposte per la messa dei F. sono presentati come “una specie di supplemento a Principi e Norme per l’uso del Messale Romano” (n. 4), in modo da operare quegli adattamenti che favoriscano la partecipazione attiva e consapevole dei F. alla messa, cosi da rendere più efficace una vera iniziazione cristiana.

Il principio fondamentale che guida le premure pastorali e le forme espressive è quello dell’assemblea come soggetto celebrante, per cui non può tollerarsi la situazione di membri che si sentano sistematicamente trascurati “perché incapaci di comprendere la celebrazione e di partecipare a quanto in essa si dice e si fa” (n. 17). Il Direttorio considera il caso di “messe per adulti, presenti anche i F.” (cap. 2), nelle quali “almeno si deve tener conto in qualche modo della loro presenza, come rivolgendosi ad essi nelle monizioni e in qualche parte dell’omelia” (n. 17) e “affidare ai F. alcuni uffici e servizi” (n. 18); e quello di “messe per F. con la partecipazione di alcuni adulti” (cap.

3) , con adattamenti più accentuati ma con lo scopo “di condurre e guidare i F. alle Messe degli adulti, e specialmente a quelle a cui è tenuta a partecipare l’assemblea cristiana nei giorni festivi” (n. 21). Gli adattamenti quindi saranno progettati perché i F. si sentano considerati soggetti attivi e responsabili della celebrazione, anche se questa conserva aspetti, momenti, modi che esulano dalla loro capacità di comprensione e di partecipazione, ma che diverranno progressivamente significativi e partecipabili come lo sono attualmente per gli adulti. Questi infatti non sono presenti come cornice dell’assemblea o con compiti di sorveglianza, bensì come soggetti che partecipano consapevolmente, danno la testimonianza del valore che per cristiani adulti ha la parola di Dio e l’eucaristia, “uniti nella preghiera partecipano con i F. alla Messa, e per quanto necessario, prestano ad essi il loro aiuto” (n. 24).

La preoccupazione che la messa adattata per i F. sia un momento della loro iniziazione cristiana, e più particolarmente della iniziazione a percepire il mistero cristiano nelle forme sacramentali e a viverne le implicazioni nella vita, è presente nel cap. 1: “Come guidare i F. verso la celebrazione eucaristica”. “L’esperienza concreta di quei valori umani che sono sottesi alla celebrazione eucaristica” (n. 9), la collaborazione con la famiglia che fin dai teneri anni insegna a prendere parte alle azioni liturgiche (n. 10), la testimonianza delle comunità cristiane che danno senso vitale alle celebrazioni (n. 11), una C. eucaristica adeguata basata sulle preghiere eucaristiche (n. 12), le varie celebrazioni cat. (n. 13) e di parola di Dio (n. 14) che conducono a cogliere i significati di gesti e tempi liturgici sono le modalità che favoriscono la formazione liturgica ed eucaristica dei fanciulli, con il costante obiettivo di “portarli a fare della loro vita quotidiana una risposta sempre più autentica al vangelo” (n. 15).

Per favorire la partecipazione, in modo che non rimanga solo esteriore, il Direttorio consiglia di valorizzare adeguatamente le forme espressive (il canto e la musica, nn. 30-32; i gesti, nn. 33-34; gli elementi visivi, nn. 35-36; il silenzio; il dialogo nell’omelia, n. 48, che può essere tenuta anche da un laico, n. 24), di dividere compiti e servizi fra i F. (n. 22), di usare forme di adattamento per semplificare e rendere più comprensibili alcuni riti e alcune formule (nn. 40-54). Data l’importanza che ha la “preghiera eucaristica” per esprimere ciò che avviene nell’eucaristia, la S. Congregazione ha proposto tre schemi in latino in base ai quali ogni Conferenza episcopale ha steso tre formule di tale preghiera. Esse dovrebbero divenire punti di riferimento anche per la C. in vista di familiarizzare i F. con espressioni, immagini, categorie che poi troveranno anche nelle preghiere eucaristiche usate nelle messe per adulti.

 

Bibliografia

1.​​ Sul Direttorio, la messa e le preghiere eucaristiche si vedano:

A.​​ Haquin,​​ Le Directoire romaìn pour les messes d'enfants,​​ in “La Maison-Dieu” 30 (1974) 119, 112123;​​ Fanciulli e liturgia,​​ in “Rivista liturgica” 61 (1974) n. 5 (M. Aletti, B. Fischer, M. Filippi, W. Ruspi);​​ La liturgia preghiera cristiana. Celebrazione eucaristica con fanciulli,​​ ibid. 65 (1978) n. 2 (M. Paternoster, D. Sartore,​​ E.​​ Mazza);​​ E.​​ Mazza,​​ Le Preghiere eucaristiche per le Messe con i fanciulli: un caso di creatività liturgica,​​ ibid. 69 (1982) 633657;​​ Iniziazione dei fanciulli all'eucaristia,​​ in “Rivista di pastorale liturgica” 12 (1974) n. 64​​ (E.​​ Lodi, M. Gandelli, F. Rainoldi);​​ E.​​ Lodi,​​ Tre nuove preghiere eucaristiche per le​​ “Messe con bambini”,​​ in “Rivista di pastorale liturgica” 13 (1975) 71, 26-35;​​ Il​​ “Messale dei fanciulli”,​​ ibid. 15 (1977) n. 82​​ (E.​​ Lodi,​​ E.​​ Mazza); M.​​ Filippi,​​ Le​​ nuove preghiere eucaristiche per le Messe con i fanciulli,​​ in “Catechesi” 46 (1977) 7, 42-52.

2.​​ Per una visione d’insieme

E.​​ Mazza,​​ Fanciulli,​​ in​​ Nuovo Dizionario di Liturgia,​​ Roma,​​ Ed.​​ Paoline, 1984, 536-543.

3.​​ Proposte operative

L.​​ Guglielmoni,​​ Viviamo la​​ Messa.​​ Orientamenti per la celebrazione e la catechesi, con particolare riferimento ai fanciulli, ai ragazzi, ai giovani,​​ Leumann-Torino, LDC, 1983; G.​​ Spaggiari,​​ Celebrare l'eucaristia con i fanciulli,​​ Bologna, EDB, 1966.

Luigi Della Torre

image_pdfimage_print
image_pdfimage_print
MESSA – fanciulli

MESSA – giovani

MESSA (giovani)

Il problema di come presentare la messa ai giovani è stato lucidamente esposto da K. Rahner in una conferenza agli “assistenti giovanili” (Vienna, 1-5-1957; “Santa messa e ascetica giovanile”, in​​ Missione e grazia.​​ Saggi di teologia pastorale, Roma, Ed. Paoline, 1964, 221-290). Partendo dalla constatazione che “la messa è una realtà complessa e pluridimensionale” (“un mistero vasto e sconfinato al pari di tutta l’economia salvifica e di tutta la verità rivelata”) e dalla osservazione che “certi fenomeni e certi atteggiamenti religiosi hanno il loro giusto e appropriato posto in una determinata fase della vita mentre non lo hanno in un’altra” (p. 242), egli si domanda come i giovani capiscano la messa alla loro età perché “la messa possa essere davvero la concretizzazione sacramentale di ciò che realmente pulsa nella loro vita” (p. 249). Esaminando “l’interpretazione della messa a cui la gioventù va educata, e la specifica ascesi a cui va abituata in ordine ad essa” egli afferma: “Per i giovani la messa rappresenterà piuttosto la festa pasquale della cristianità, il solenne banchetto della nuova ed eterna alleanza, il grande sacramento dell’azione di grazie che convoglia tutta la creazione in un inno di lode a Dio. Sarà per loro la festa fraterna della comunità, l’agape dell’amicizia e dell’unità con il Signore vittorioso, il patto di eterna alleanza che attesterà la fedeltà di Dio nei nostri riguardi e la nostra fedeltà verso di lui” (p. 255).

La riforma liturgica facilitava la percezione di questi aspetti attraverso la celebrazione dell’eucaristia, ma il periodo successivo ha conosciuto un approccio dei giovani alla messa più nelle forme partecipative esteriori che nella valorizzazione dei contenuti teologali dell’eucaristia. Le “messe dei giovani”, negli anni del postconcilio e della contestazione giovanile, pretendevano dare concretezza ad asseriti principi della riforma quali: l’assemblea soggetto della celebrazione, la partecipazione attiva includente una qualche spontaneità, la pluralità di forme espressive secondo la varietà delle culture, il rapporto fra comunità di vita e assemblea celebrante. Le comunità giovanili, allora in germinazione alternativa rispetto alle strutture tradizionali, pensavano di poter e dover avere, e quindi creare, forme liturgiche adeguate alla loro sensibilità, senza eccessiva attenzione ai dati della tradizione e ai contenuti teologici. Il fenomeno fu guidato con una “istruzione sulle messe dei gruppi particolari” (15-51969) e con interventi di vari vescovi (per l’Italia si vedano le disposizioni di Trento, Verona, Torino, Siracusa, Brescia, Mantova, Reggio Emilia in “Rivista Liturgica” 56

[1969] 442-458), ma di fatto si manifestò nella produzione e nell’uso di nuovi canti, nella politicizzazione delle intenzioni di preghiera, nella valorizzazione di elementi partecipativi periferici, e non portò a un approfondimento teologico di ciò che nella parola di Dio e nell’eucaristia può corrispondere alle esigenze esistenziali e formative dei giovani.

Caduta la tensione di quel periodo è ora necessario riprendere il discorso secondo l’impostazione data da K. Rahner, pur tenendo conto della grande importanza che riveste il fattore espressivo per l’educazione giovanile e per la partecipazione dei gruppi giovanili. I due aspetti, teologico e rituale, si uniscono nella messa vista come momento istituzionale e comunitario, proposta della Chiesa che vi manifesta la perenne identità ed espressione dell’assemblea concreta che vi partecipa secondo le sue esigenze e caratteristiche locali. Pur con le aspirazioni e i bisogni personali da soddisfare, il giovane avverte i problemi di convivenza con gli altri e le condizioni istituzionalizzate del vivere sociale, e pertanto i suoi atteggiamenti nei confronti della messa saranno determinati anche dal modo di inserimento ecclesiale e di percezione del fatto rituale.

Secolarizzazione antirituale e contestazione anti-istituzionale non sono più caratteristiche estese a tutto il mondo giovanile, poiché si conoscono accettazioni anche acritiche di forme associative fortemente formalizzate e di espressioni rituali rigidamente formalizzate. Nell’uno e nell’altro caso è importante, in vista della maturazione, far cogliere nella messa gli elementi dell’autentica tradizione ecclesiale, con le loro radici bibliche e le loro risonanze spirituali (→ eucaristia), e comprendere le modalità espressive e le amplificazioni teologiche dovute alle diverse culture religiose in cui la tradizione si è incarnata. Questa opera, da svolgersi in rapporto a situazioni personali e comunitarie concrete in modo da risultare esistenzialmente significative, conduce a una assimilazione vitale dei valori perenni della messa e apre gli spazi a una autentica creatività espressiva, sia di tipo collettivo (canti, modalità partecipative, elementi rituali integrativi), sia di tipo individuale (interventi di parola e preghiere). La proposta pastorale saprà offrire esperienze differenziate di celebrazione, da quelle specifiche di gruppi giovanili a quelle di assemblee domenicali parrocchiali, nelle quali saltuariamente compiere servizi. Inoltre le varie attività formative dovranno curare l’integrazione della fede nella vita, passando anche attraverso i segni e i messaggi della messa considerati sotto il profilo cristologico, dato che il Cristo pasquale dell’eucaristia rimanda, anche attraverso la parola biblica letta e interpretata, al Gesù storico e al progetto vitale da lui proposto. “Se il nostro progetto di pastorale giovanile non fosse stato orientato a fare incontrare Gesù Cristo, non avrebbe ragione d’essere” (R. Tonelli,​​ Pastorale giovanile oggi,​​ Roma, LAS, 1977, 265); questa affermazione vale anche per ogni iniziativa tendente a far comprendere e partecipare la messa ai giovani.

 

Bibliografia

AGESCI,​​ 'Progetto unitario di catechesi,​​ Milano, Ancora, 1983 (il cap. 2 sull’”iniziazione cristiana: la proposta della Chiesa”, 37-60); L.​​ Della Torre,​​ La celebrazione della liturgia nei gruppi giovanili,​​ nel vol.​​ Rinnovamento di fede e problemi giovanili,​​ Torino, Gribandi, 1973;​​ Id. -​​ G.​​ Stefani,​​ La messa per le comunità giovanili,​​ Brescia, Queriniana, 1968;​​ L. Guglielmoni,​​ Viviamo la Messa. Orientamenti per la celebrazione e la catechesi, con particolare riferimento ai fanciulli, ai ragazzi e ai giovani,​​ Leumann-Torino, LDC, 1983;​​ La​​ “Messa dei giovani”,​​ in “Rivista liturgica” 56 (1969) n. 3-4; H.​​ Lombaerts,​​ La symbolisation religieuse dans une messe de feunes,​​ in “Lumen Vitae” 35 (1980) 93-118; W.​​ Ruspi,​​ Giovani,​​ in​​ Nuovo Dizionario di Liturgia,​​ Roma, Ed. Paoline, 1984, 642-651; G.​​ Venturi,​​ Gruppi particolari,​​ ibid., 651-662; L.​​ Zenetti,​​ I giovani rinnovano la liturgia,​​ Leumann-Torino, LDC, 1971 (opera edita in Germania, 1969, e che documenta esperienze in ambienti giovanili tedeschi).

Luigi Della Torre

image_pdfimage_print
image_pdfimage_print
MESSA – giovani

MESSAGGIO

 

MESSAGGIO

I teologi e catecheti della corrente → kerygmatica hanno sostenuto con forza che la rivelazione cristiana “non è soltanto, né in primo luogo, la manifestazione di una verità, o di una serie di verità, o di un sistema” (D. Grasso). La rivelazione è anzitutto un fatto, un avvenimento, l’intervento di Dio nella storia per salvare l’uomo. Naturalmente la rivelazione è anche dottrina; anzitutto perché Dio non può intervenire nella storia senza dirci il perché del suo intervento, e mostrarci il significato dei fatti attraverso cui si rivela; e poi perché i dati della rivelazione possono essere sviluppati e organizzati, dando luogo a un sistema coerente di verità. Ma ciò non è il dato principale. Il cristianesimo è un complesso di fatti, i quali costituiscono la storia degli interventi di Dio per mostrare all’uomo il suo amore e chiamarlo alla partecipazione della sua natura divina. Esso non è quindi una “visione del mondo”, ma un Vangelo, una buona novella. In termini più tecnici si direbbe: il cristianesimo non è un sistema, ma un messaggio.

Un sistema è, per sua natura, impersonale. Chi lo comunica ad altri si chiama professore, e la forma con la quale lo si comunica è l’insegnamento. Il messaggio, al contrario, “pur supponendo e fondandosi su una interpretazione della realtà, su un sistema, non si ferma a questa interpretazione”. Il messaggio non espone soltanto la realtà. È talora una rivolta contro la realtà, il tentativo di trasformarla, è dinamico, è rivoluzionario, tende a creare una nuova situazione. “Il sistema crea la rassegnazione, il messaggio la speranza. Esso è, esattamente, un Vangelo, una Buona Novella, la Buona Novella che la realtà delle cose può cambiare in meglio” (D. Grasso).

Bibliografia

D. Grasso,​​ L’annuncio della salvezza.​​ Teologia della predicazione, Napoli, D’Auria, 1965.

Ubaldo Gianetto

METE (della catechesi)

Col termine​​ mete​​ della C., cui vengono associati spesso altri simili, come​​ fine, finalità, obiettivi,​​ si vogliono indicare i traguardi, i punti di arrivo, i risultati che con la C. si vorrebbero ottenere. Qualche volta le M. vengono equiparate ai​​ compiti​​ della C., impropriamente, in quanto questi ultimi designano piuttosto le azioni o operazioni che la C. deve svolgere​​ in vista​​ del raggiungimento delle M.

Da un punto di vista formale, le MdC vengono formulate e classificate generalmente secondo criteri diversificati: la lunghezza del percorso (M. o finalità ultime, intermedie, prossime); l’ambito raggiunto (M. individuali, comunitarie, ecclesiali); i settori della personalità interessati (M. o obiettivi cognitivi, affettivi, operativi o comportamentali).

1.​​ Un tema centrale, in riferimento alle MdC, riguarda la formulazione della​​ M. o finalità ultima​​ della C. La letteratura cat. adopera a questo riguardo espressioni o categorie diverse, come per es. → maturità di fede (cf CT 25), → mentalità di fede (cf RdC 36-38), integrazione tra fede e vita (RdC 52-55), → professione di fede (cf​​ Messaggio del Sinodo 1977,​​ n. 8), articolazione della fede (cf G. Adler – G. Vogeleisen, 1981, 362-416), riuscita della vita nella prospettiva della fede (Dar​​ katechetische Wirken,​​ 1978, A.3), ccc. Come si vede, le diverse formulazioni mettono sempre al centro la​​ fede​​ come atteggiamento di base dell’esistenza cristiana (in un senso globale che include anche la speranza e l’amore), vissuta in un dinamismo di crescita verso la​​ maturità​​ e in collegamento vitale con la​​ vita,​​ che nella fede deve trovare senso, pienezza, riuscita. È facile osservare come questa concezione densa e ambiziosa della M. principale della C. vada al di là di una visione più ristretta — presente spesso nell’età moderna — che insisteva di più sulla dimensione cognitiva o noetica della fede (il sapere della fede, la conoscenza della dottrina) come M. principale della C.

2.​​ In senso esistenziale e nell’orizzonte della prassi ecclesiale cui appartiene la C., la domanda sulle MdC si risolve in ultima analisi nelle questioni: quale tipo di​​ cristiano,​​ di​​ credente​​ deve promuovere la C.? Quale tipo di​​ comunità cristiana​​ deve apparire come traguardo della C.? Quale​​ modello o progetto di Chiesa​​ deve perseguire? Sono prospettive di grande importanza e attualità che qualificano la C. e ne mettono a prova la genuinità.

— È importante anzitutto precisare il​​ modello di credente​​ che deve prefiggersi la C. come meta. Se nel passato la C. puntava alla promozione del “buon cristiano” o del “fedele praticante”, con caratteristiche tipiche secondo le regioni e le epoche, oggi l’attenzione appare rivolta alla formazione di​​ credenti​​ sinceri e convinti (di qui l’importanza della →​​ conversione​​ tra le MdC) in processo di crescita verso la →​​ maturità​​ della fede e della vita cristiana. Nel precisare poi le esigenze di tale maturità, ne vengono giustamente sottolineati i presupposti umani: personalità equilibrata, maturità affettiva, senso sociale, ecc. (che perciò diventano pure MdC), e i tratti oggi richiesti dalle condizioni socio-culturali e storiche: adesione personale convinta, senso comunitario ed ecclesiale, impegno e partecipazione nell’ambito socio-culturale e politico, ecc.

— Anche la​​ comunità​​ è MdC. Tra i suoi obiettivi, la C. tende anche alla creazione, promozione e strutturazione di autentiche comunità cristiane (cf Sinodo del 1977, prop. 25; Puebla 992). Di qui l’importanza di una adeguata concezione e descrizione della comunità cristiana, dei suoi tratti costitutivi, delle sue esigenze di maturazione, e quindi la necessità — in sede pastorale catechetica — di fissare i criteri di discernimento di una autentica comunità, in modo da poter superare alcuni non infrequenti segni patologici: integralismo, chiusura autosufficiente, spirito di setta, formalismo, devozionalismo, polarizzazioni “spiritualistiche” o “temporalistiche”, ecc.

— La C. ha anche un orizzonte ecclesiologico, in quanto presuppone sempre una certa concezione di Chiesa e tende sempre, in forma più o meno consapevole, alla realizzazione di un certo​​ progetto di Chiesa.​​ La costruzione della Chiesa, o — meglio — la promozione di un convincente progetto di Chiesa si colloca oggi tra le principali MdC. Ne deriva la convenienza che tale progetto venga esplicitato, e soprattutto che se ne possa offrire uno avvincente, rinnovato, nella linea dell’ecclesiologia di comunione e di servizio del Vaticano IL

Le considerazioni fatte sull’ideale di credente, di comunità e di Chiesa che la C. deve perseguire portano a una conclusione importante: la C. non deve avere un compito di​​ restaurazione​​ o​​ conservazione​​ (al servizio cioè di uno status quo cristiano ed ecclesiale da perpetuare) ma deve dimostrare capacità​​ innovatrice​​ e svolgere una funzione​​ critica​​ (cf​​ Das katechetische Wirken,​​ cit.) all’interno della Chiesa.

3.​​ Per ciò che concerne la determinazione più analitica e particolareggiata delle M. o obiettivi della C., le formulazioni sono molto ricche e svariate. Vengono proposte M. o obiettivi di natura prevalentemente​​ cognitiva​​ (quali ad es. conoscenza del mistero cristiano, iniziazione alla S. Scrittura, mentalità di fede); nell’ambito​​ affettivo​​ o​​ attitudinale​​ (quali conversione al Vangelo, atteggiamenti di fede, mentalità universale, senso di appartenenza); e obiettivi a livello​​ operativo​​ o​​ comportamentale​​ (le svariate​​ iniziazioni​​ alle forme diverse di vita e azione cristiana: alla preghiera, alla liturgia, alla vita ecclesiale, all’impegno nel mondo, all’azione ecumenica, alla responsabilità apostolica e missionaria, ecc.). All’interno di questa esplicitazione delle MdC emergono oggi alcune particolari istanze e problemi:

— Ci si domanda per esempio se tra i diversi obiettivi della C. qualcuno debba essere considerato centrale, fondamentale. Una posizione più conservatrice vorrebbe mettere al primo posto la​​ conoscenza​​ della fede, l’acquisto e l’approfondimento delle conoscenze religiose (in collegamento con una visione prevalentemente noetica della C. e della fede). Altri propendono per una accentuazione del momento di​​ conversione​​ o dell’aspetto​​ operativo​​ del compito cat. Sembra più oggettivo e convincente insistere sulla centralità della fede come →​​ atteggiamento​​ di base della crescita cristiana, e quindi come mobilitazione dinamica di​​ tutta​​ la personalità nella sequela di Cristo, comprendente sia lo sviluppo armonico della dimensione​​ conoscitiva​​ sia la​​ disposizione operativa​​ verso le diverse espressioni dell’agire cristiano: preghiera, celebrazione, ascolto, partecipazione, impegno, missione.

— Un rischio spesso presente nelle formulazioni delle MdC è quello di presentare queste con tale varietà e ampiezza da far pensare che lo scopo della C. coincida con quello dell’azione pastorale nella sua globalità. In questo senso è importante richiamare la specificità e i limiti dell’impegno cat.: la C. è sempre un ministero​​ di parola​​ (pur in senso largo) con carattere di​​ esplicitazione, approfondimento​​ e​​ iniziazione​​ nel dinamismo della crescita nella fede e nella vita cristiana.

— Un altro aspetto problematico riguarda la domanda se le MdC siano raggiungibili o meno in un momento determinato dell’esistenza, e quindi se la C. vada considerata come un processo limitato nel tempo oppure (secondo una concezione oggi frequente) come C.​​ permanente​​ o educazione permanente alla fede, coestensiva perciò a tutta la durata della vita. Il problema riguarda pure il tema dei →​​ destinatari​​ della C. e ad esso rimandiamo per un esame sintetico dello stato della questione.

Bibliografia

G. Adler – G.​​ Vogeleisen,​​ Un siècle de catéchèse en​​ France​​ 1893-1980,​​ Paris, Beauchesne, 1981,​​ 362416;​​ E.​​ Alberich,​​ Catechesi e prassi ecclesiale,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982, 90-131; A. Aparisi,​​ Invitación​​ a la fe,​​ Madrid, ICCE, 1972, 5-54; J.​​ Colomb,​​ Al servizio della fede,​​ vol. I, Leumann-Torino, LDC, 1969, libro I, parte II; F. Coudreau,​​ Si può insegnare la fede?,​​ ivi, 1978;​​ D.​​ Emeis – K. H. Schmitt,​​ Grundkurs Gemeindekatechese,​​ Freiburg, Herder, 1977, 30-43; A. Exeler,​​ Wesen und Aufgabe der Katechese,​​ Freiburg, Herder, 1966,​​ 47128;​​ E. Feifel,​​ Glaube und Bildung,​​ in​​ Handbuch der Religionspädagogik,​​ vol.​​ III, Zürich, Benziger, 1975, 25-41;​​ Das katechetische Wirken der Kirche,​​ in L. Bertsch et al. (ed.),​​ Gemeinsame Synode der Bistümer in der Bundesrepublik Deutschland. Ergänzungsband,​​ Freiburg, Herder, 1978, A.3;​​ Le mete​​ della​​ catechesi.​​ Atti del​​ 2°​​ Convegno Amici di Catechesi, Torino-Leumann, LDC, 1961; V. M.​​ Pedrosa,​​ La​​ catcquesis, hoy,​​ Madrid,​​ PPC,​​ 1983 , 87-103; M.​​ Van Caster,​​ Le strutture della catechesi,​​ Roma, Ed. Paoline, 1971.

Emilio Alberich

image_pdfimage_print
image_pdfimage_print
MESSAGGIO
image_pdfimage_print