GIAMMANCHERI Enzo

 

GIAMMANCHERI Enzo

n. a Brescia il 19.7.27 m. ivi il 4.11.05, sacerdote, intellettuale e promotore di iniziative culturali.

1. Licenziato in Teologia a Venegono (1953) e laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano (1958), dopo l’ingresso nel Comitato di Redazione de La Scuola (1955), dal 1958 fece parte del Consiglio di Amministrazione, divenendo – con il passare del tempo – la figura di riferimento dell’Editrice bresciana. Qui diresse collane e promosse iniziative culturali fino alla morte (tra l’altro, fu segretario di Scholè, 1978-05; direttore di «La Famigliaۛ», 1966-71, e «Pedagogia e Vita», 1970-88; condirettore di «Scuola Italiana Moderna», 1981-98). A Brescia insegnò Filosofia nel Seminario (1951-56 e 1969-02) e all’Istituto «Arici» (1956-69), e Pedagogia all’Università Cattolica (1966-76). Fu inoltre vicario episcopale per la cultura, 1976-80; delegato vescovile per le istituzioni culturali, 1980-99; consultore della Congregazione per l’educazione cattolica, 1999-05.​​ 

2. Studioso di ampio respiro, ha coltivato la passione per l’educazione e la scuola essendo convinto che la fede cristiana sa ispirare cultura (tra i suoi interventi spiccano quelli sul movimento cattolico e in favore dell’IRC concordatario e della scuola cattolica) e che l’appartenenza ecclesiale – in schietta e intelligente obbedienza al Magistero – offre un’identità che sa dialogare con tutti. Formatosi nella Neoscolastica milanese (tra i suoi maestri, era solito annoverare Gustavo Bontadini, Mario Casotti e Sofia Vanni Rovighi), si confrontò lealmente con le diverse tendenze culturali – a cominciare dal marxismo – essendo guidato dalla fiducia nella indefettibilità della verità e nell’accordo di ragione e fede. Ai suoi molteplici interessi – che lo resero attento critico della cultura e dei costumi – corrisponde un’ampia rete di rapporti personali e istituzionali: le sue carte, conservate presso l’Archivio storico de La Scuola, sono in fase di riordino nel Fondo G.

Bibliografia

a)​​ Fonti:​​ G.E.,​​ Educazione e senso della vita, Brescia, La Scuola, 2000; Id.,​​ Pensieri sulla guerra, Brescia, La Quadra, 2002; Id.,​​ Alla scuola di Paolo VI. Appunti, Brescia, La Scuola, 2003. b)​​ Studi:​​ Mons. E.G., Ibid., 2006;​​ E.G.: fede,​​ cultura,​​ educazione, Ibid., 2007.

G. Mari

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GIAMMANCHERI Enzo

GIANSENISMO

 

GIANSENISMO

Il G. trae il nome da Cornelio Giansenio (Cornelius Jansen, 1585-1638), vescovo d’Ypres, autore di una voluminosa opera dal titolo​​ Augustinus​​ (1a​​ ediz. 1640) relativa al problema allora vivamente dibattuto della libertà dell’uomo e della grazia divina. Giansenisti erano detti coloro che, nonostante le condanne ecclesiastiche, difendevano l’Augustinus​​ come una fedele silloge del pensiero di sant’​​ ​​ Agostino d’Ippona o comunque sostenevano dottrine che sembravano riproporre quelle di Giansenio.

1. L’esperienza pedagogica giansenista nel corso del ’600 e del ’700 non ha precisi riferimenti alla trattazione teologica del vescovo d’Ypres. Suoi modelli ideali sono Port-Royal, i suoi​​ Messieurs,​​ il loro pensiero e la loro attitudine morale, le loro​​ ​​ Petites Écoles​​ e i loro libri. Per quanto mutino i condizionamenti storici e culturali nel corso di due secoli, identica è nel complesso la visione religiosa e l’attitudine di fondo che i giansenisti nutrono nei confronti di coloro ai quali è destinata la loro opera educativa. Le​​ Petites Écoles​​ non sopravvissero alla campagna repressiva che si scatenò contro i giansenisti e contro Port-Royal. Saint-Cyran (1581-1643), considerato dal card. Richelieu come un capofila di opposizione alla linea politica della monarchia, fu trattenuto a lungo in prigione; i «solitari» di Port-Royal des Champs vennero dispersi e perseguiti; il più battagliero, Antoine Arnauld (1612-1694), fu costretto alla clandestinità e all’esilio; il drappello di allievi venne disperso e dissolto attorno al 1660-61; le monache dei due monasteri, di Port-Royal de Paris e di Port-Royal des Champs, furono vessate perché non sottoscrivevano il formulario di adesione alla condanna delle cinque proposizioni estratte dall’Augustinus​​ e condannate da Innocenzo X nel 1653 (bolla​​ Cum occasione).​​ Nel 1710-13 il monastero di Port-Royal des Champs fu demolito per ordine del re.

2. In queste congiunture l’attività educativa del G. si espande nelle direzioni più varie facendo proprie certe iniziative che nel ’600 si erano sviluppate sull’onda delle istanze umanistiche, della riforma religiosa e di una migliore preparazione delle classi alte della società. Nel sud della Francia ad Alet e a Pamiers i due vescovi locali, impegnati nei programmi di riforma tridentina, ma sostenitori ardenti dell’ortodossia di Giansenio, organizzarono gruppi di donne che in qualità di «reggenti» s’incaricavano di promuovere l’istruzione catechistica nell’intera diocesi. Entrambi i gruppi furono dissolti alla morte dei due prelati. Sorte analoga toccò in quegli anni all’Institut de l’Enfance, congregazione religiosa femminile con scopi di istruzione e di assistenza fondata a Toulouse da un amico del vescovo di Alet. In modo precario, tra sospetti e persecuzioni, svolsero la loro attività di educatori in collegi, in seminari e in scuole private vari personaggi che tra ’600 e primo ’700 rifiutarono di sottoscrivere il formulario relativo alle cinque proposizioni condannate di Giansenio e che inoltre, anziché accettare la bolla​​ Unigenitus​​ (1713) che condannava cento e una proposizioni estratte dalle​​ Réflexions morales​​ di Pasquier Quesnel, fecero appello al concilio ecumenico. Tra questi si distinsero come educatori, insegnanti e scrittori Ch.​​ Huré (1639-1717), A. Paccory (1649-1730), E. Gaudron (1672-1732), J.-B. Roussel (1686-1740), M. Tissart (1669-1745), F.-Ph.​​ Mésenguy (1677-1763). Sono da ricordare inoltre vari membri dell’Oratorio di Francia, interdetti in genere dall’accedere agli ordini sacri e allontanati dall’insegnamento che svolgevano presso collegi in diocesi rette da vescovi dichiaratamente antigiansenisti. Diversa fu la sorte di una comunità di educatori costituita da semplici laici e fondata dal prete Charles Tabourin. Il primo nucleo di maestri iniziò nel 1709 e a partire dal 1713 costituì una rete di piccole «scuole di carità» maschili nel faubourg Saint-Antoine a Parigi affiancata da scuole femminili tenute dalle Soeurs de Sainte-Marthe. Nonostante le traversie del fondatore, ch’era giansenista e appellante, le «scuole Tabourin» si diffusero anche altrove in Francia (Orléans, Auxerre, Normandia). Soppresse nel 1793 dalla Convenzione, poterono riaprire a Parigi nel 1802 e dedicarsi all’educazione di ragazzi della piccola borghesia in un pensionato che poté durare fino al 1887 coltivando la memoria di Port-Royal e proseguendone i metodi di formazione al rigore morale.

3. È soprattutto la produzione catechistica a prolungare del G. originario la visione fondamentalmente pessimista della natura umana, bisognosa della grazia in ordine al bene da discernere e da perseguire. Tra i numerosi catechismi giansenisti (tutti in genere sull’onda di quello composto da Saint-Cyran per i bambini delle​​ Petites Écoles)​​ ebbero particolare fortuna quello di mons. Colbert (1667-1738), vescovo di Montpellier, e gli altri del Mésenguy e di P.-E. Gourlin (1695-1775). Vasto influsso esercitarono nel ’700 e nel primo ’800 gli​​ Essais de morale​​ di P. Nicole (1625-1695).​​ 

4. La necessità di coltivare la buona formazione fin dalla prima infanzia è una istanza che caratterizza la riflessione pedagogica originaria di Port-Royal. Tra gli scritti che insistettero su tale tema sono da ricordare:​​ De l’éducation chrétienne des enfants​​ (1661) di A. Varet (1632-1676),​​ Avis salutaires aux pères et aux mères qui veulent se sauver par l’éducation chrétienne qu’ils doivent à leurs enfants​​ (1719) di A. Paccory e​​ Les règles de l’éducation des enfants​​ di P. Coustel​​ (1621-1704). Sul solco della precettistica destinata ai sovrani si collocano lo scritto​​ De l’éducation d’un prince​​ (1670) di P. Nicole e la​​ Institution d’un prince​​ (1739) di J.-J. Duguet (1649-1733). Il saggio di Nicole documenta l’attenzione che i portorealisti dedicano alle qualità morali e alla capacità di giudizio. L’ampio trattato di Duguet respira già i preludi del riformismo illuminato e prospetta un quadro di conoscenze che include anche lo studio dell’agricoltura e del commercio. Di vasto successo furono anche le opere pedagogiche e didattiche di Rollin, vicino allo spirito di Port-Royal.

5. Tra fine ’700 e primo ’800 si distinse come esponente del tardo G. francese H. Grégoire (1750-1831). Nel 1793-94 in sintonia con il giacobinismo politico si fece promotore di progetti radicali per la unificazione linguistica che avrebbe comportato in Francia l’abbandono dei linguaggi e dei dialetti regionali. Tra riformismo illuminato e restaurazione emerge in Italia la figura di P. Tamburini (1737-1827), combattivo nel sostenere i temi teologici dell’agostinismo, polemico portavoce del «partito» che non era opposto ai sovrani riformatori ma al cattolicesimo «ultramontano» imperniato sulla fedeltà alle tendenze politiche del papato. Tamburini affronta i temi dell’educazione in epoca rivoluzionaria nelle lezioni di filosofia morale tenute all’università di Pavia. In termini positivi vi prospetta le risorse naturali dell’uomo (sottacendo il tema dell’intrinseca debolezza della natura, bisognosa dalla grazia risanatrice di Cristo) e perora a favore di un insegnamento meno legato all’apprendimento del lat., più abilitante alle scienze sperimentali e più in ordine alla formazione civile.

6. I libri del G. più a lungo adoperati nell’insegnamento scolastico in Francia e altrove furono​​ La logica o l’arte di pensare​​ di Arnauld e Lancelot, il​​ Nuovo metodo per apprendere agevolmente la lingua lat.​​ e quello​​ per apprendere facilmente la lingua gr.,​​ entrambi dello stesso Lancelot. Un​​ Compendio del nuovo metodo per apprendere la lingua lat.​​ fu in uso nelle regie scuole del Piemonte nel periodo della restaurazione. F. De Sanctis (1817-1883) ricordava che a Napoli aveva imparato il lat. sul «Portoreale». Il​​ Nuovo metodo​​ fu ancora ristampato a Napoli nel 1848 e il​​ Compendio​​ nel 1853. Perdurarono insomma quei testi nei quali era netto il carattere innovativo in campo didattico, era meno esplicita l’ispirazione profondamente religiosa del G. e più agevole la trasposizione entro i quadri di una cultura laica moderna, potenzialmente post-cristiana.

Bibliografia

Gazier A.,​​ Histoire générale du mouvement janséniste des origines jusqu’à nos jours,​​ 2​​ voll., Paris, Champion, 1922; Cognet L.,​​ Le jansénisme,​​ Paris, PUF,​​ 1968; Zovatto P.,​​ Introduzione al G. italiano (Appunti dottrinali e critico-bibliografici),​​ Trieste, Facoltà di Magistero, 1970; Stella P.,​​ Il​​ G. in Italia. Piccola antologia di fonti,​​ Bari, Adriatica, 1972;​​ Taveneaux R.,​​ La vie quotidienne des jansénistes aux XVIIe​​ et XVIIIe​​ siècles,​​ Paris, Hachette, 1973; Martianais C.-M.,​​ Un pédagogue méconnu. Le diacre Ambroise Paccory (1649-1730),​​ Rome, Maison St. J.-B. de La Salle, 1976; Hildesheimer F.,​​ Le jansénisme en France aux XVIIe​​ et XVIIIe​​ siècles,​​ Paris, Publisud,​​ 1991; Hildesheimer F. - M. Pieroni Francini,​​ Il​​ G.,​​ Cinisello Balsamo (MI), Paoline, 1994; Stella P.,​​ Il​​ G. in Italia, 3 voll., Roma, Storia e Letteratura, 2006.

P. Stella

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GIANSENISMO

GINER DE LOS RÍOS Francisco

 

GINER DE LOS RÍOS Francisco

n. a Ronda nel 1839 - m. a Madrid nel 1915, filosofo, pedagogista e educatore spagnolo.

1. Compiuti gli studi secondari nella città natale, inizia quelli giuridici a Barcellona (1852), dove riceve l’influsso del pensatore hamiltoniano Llorens i Barba. Nell’università di Granada ha i primi contatti con il «panenteismo»del filosofo tedesco K. Krause (​​ Krausismo). Allontanato dalla cattedra universitaria dal governo conservatore, G. fonda a Madrid, con altri professori krausisti, la​​ Institución Libre de Enseñanza​​ (1876), centro superiore di studi e d’insegnamento secondario, che dirige fino alla morte. Tra gli scritti più noti:​​ Instrucción y educación​​ (1879),​​ El espíritu de la educación en la Institución Libre de Enseñanza​​ (1880),​​ Educación y enseñanza​​ (1889),​​ La enseñanza individual y la escuela​​ (1895),​​ Pedagogía universitaria​​ (1905). Nei suoi saggi filosofici e giuridici sono anche presenti i problemi educativi.

2. Il pensiero pedagogico di G. si innesta in una concezione antropologica di matrice krausista: G. definisce l’uomo come un «essere di unione», composto organico di due sfere (corpo e spirito) in intima connessione e azione reciproca. Attraverso lo strumento del corpo, l’uomo entra in contatto con le altre realtà finite; poiché l’uomo (essere in relazione) è membro dell’«universale organismo nel quale tutti gli esseri convivono». Nei primi scritti G. concepisce l’educazione come un fatto di dimensioni cosmiche. È compito dell’uomo fare in modo che tutti gli esseri dispieghino le loro forze in «unità proporzione e armonia», in cui si fonda la perfezione di ogni sfera del mondo. Tale impegno esige, anzitutto, dall’uomo stesso la propria realizzazione, cioè l’educazione per antonomasia, il cui fine è «formare l’uomo come tale, in armonia e unità di tutte le sue forze». Per G. l’impegno educativo non ha un limite definito, non si riduce a un periodo determinato della vita, ma coincide con essa e «dura fino a quando essa dura». In questo contesto si profila la funzione educativa della scuola, concepita da G. come un «laboratorio di ricerca personale», dove l’impostazione memoristica e autoritaria cede il posto ai metodi «intuitivi e socratici», «personali e attivi».

3. La concezione religiosa gineriana – vicina al​​ panenteismo​​ krausista – e alcune sue tesi, come la​​ ​​ coeducazione e la scuola neutra, provocarono forti riserve negli ambienti cattolici spagnoli. In Italia è stata messa molto in risalto la risonanza della sua opera: «il rinnovamento in senso europeo della università e della cultura spagnola dell’Ottocento fu, in gran parte, merito del movimento krausista e dell’Institución»​​ (Mazzetti, 1966, 78).

Bibliografia

Mazzetti R.,​​ Educazione e scuola nella Spagna contemporanea,​​ Firenze, La Nuova Italia, 1966; Prellezo J. M.,​​ F.G. de los R. y la​​ Institución Libre de Enseñanza.​​ Bibliografía (1876-1976), Roma / Madrid, LAS / CCS / , 1976;​​ Id.,​​ Rinnovamento della scuola. Proposta di F.G. de los R.,​​ in «Orientamenti Pedagogici»​​ 26 (1979) 939-953; Álvarez P. - E. M. Ureña (Edd.),​​ La actualidad del krausismo en su contexto europeo, Madrid, Universidad Comillas, 1999; Díaz E. et al.,​​ Educación y universidad, Madrid, C. Estudios R. Areces, 2005

J. M. Prellezo

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GINER DE LOS RÍOS Francisco

GINNASIO

 

GINNASIO

Dal gr.​​ gymnásion,​​ era originariamente il luogo dove i giovani si esercitavano nudi (gymnói)​​ in attività atletiche. In seguito il termine assunse il significato più ampio e complesso di luogo di istruzione ed educazione, di centro di ritrovo delle comunità greche, con una differenziazione fra ginnasi per fanciulli, per efebi e per adulti.

1. Vi si impartiva, soprattutto ai giovani, oltre l’educazione fisica, l’istruzione letteraria e musicale, da parte di grammatici, filosofi, retori, filologi e citaristi. In età ellenistica le città dell’Oriente conservarono i g. come simbolo di grecità, mentre a Roma essi trovarono scarso sviluppo, dovuto forse ad una certa avversione per la ginnastica. Nel periodo imperiale la funzione dei g. si può ritenere sia stata ripresa a Roma dalle terme, edifici pubblici per bagni, con annessi luoghi di riunione, palestre e biblioteche. Si fa menzione solo di g. privati, il primo dei quali è attribuito a Nerone.

2. Nell’accezione di luogo di istruzione, il termine g. figura negli ordinamenti scolastici di diversi Paesi europei, a partire dal sec. XIX. In Italia, con la legge Casati coincideva con i primi tre anni della scuola secondaria classico-umanistica (g. inferiore) e con il biennio della scuola secondaria superiore (g. superiore), che proseguiva con il triennio del​​ ​​ liceo classico. Tale struttura rimase invariata nella riforma​​ ​​ Gentile (1923), fino alla legge Bottai (1939), che abolì il g. inferiore per istituire una parvenza di scuola media unica (accanto alla scuola di avviamento professionale), in cui confluirono i corsi inferiori delle scuole di secondo grado (liceo classico, liceo scientifico, istituto magistrale, istituti tecnici). Ancora oggi sopravvivono in Italia i due anni del g. superiore (quarto e quinto), in attesa di una ristrutturazione di tutta la scuola secondaria di secondo grado. La tradizione dei g. è attestata anche in Germania (Gymnasien),​​ oggi a caratteri differenziati (linguistico-moderno, matematico-scientifico, classico) e articolati in tre anni di scuola secondaria inferiore e in tre anni di secondaria superiore. In Danimarca i tre anni di​​ Gymnasium,​​ ad indirizzo classico e ad indirizzo matematico, costituiscono il corso di scuola secondaria superiore. In Olanda l’istruzione secondaria che prevede uno sbocco universitario è articolata in tre tipi di scuola:​​ Atheneum,​​ Gymnasium​​ (con latino e greco obbligatori) e​​ Lyceum.​​ Anche in Grecia figura il​​ Gymnasio,​​ come scuola secondaria inferiore, cui segue il​​ Lykeio, i cui diversi indirizzi sono stati unificati con la riforma del 1997-98. Non in tutti Paesi di Europa la scuola secondaria porta la denominazione di g. In Francia, per es., la secondaria inferiore è chiamata​​ Collège​​ e quella superiore​​ Lycée;​​ in Inghilterra vi corrispondono più tipi di scuola secondaria;​​ in Spagna una​​ Enseñanza Básica,​​ cui seguono il​​ Bachillerato​​ e la​​ Formación profesional.

Bibliografia

Marrou H. I.,​​ Storia dell’educazione nell’antichità,​​ Roma, Studium, 1950; Cives G. (Ed.),​​ La scuola italiana dall’Unità ai nostri giorni,​​ Firenze, La Nuova Italia, 1990; Caron J. C., «I giovani a scuola: collegiali e liceali» (fine XVIII - fine XIX sec.), in G. Levi - J. C. Schmitt (Edd.),​​ Storia dei giovani,​​ vol. 2:​​ L’età contemporanea,​​ Bari, Laterza, 1994, 161-232;​​ www.eurydice.org / portal / page / portal / Eurydice /​​ DB_Eurybase_Home.

G. Proverbio

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GINNASIO

GINNASTICA

 

GINNASTICA

Rappresenta quella parte dell’educazione fisica che definisce, precisa e si interessa di far eseguire con armonia ed esattezza i movimenti fisici, a corpo libero o con attrezzi.

1. La g. ha avuto un ruolo assai importante lungo la storia a partire dalle civiltà greca e romana. Secondo molti studiosi il termine deriva infatti dal gr.​​ gymnós​​ (nudo), poiché nell’antica Grecia la g. veniva considerata un’arte del movimento fisico a servizio della grazia e della bellezza del corpo che, appunto, era nudo al momento degli esercizi ginnici. I romani spogliarono il concetto greco di g. di quelle qualità estetico-valoriali che lo caratterizzavano, limitandosi piuttosto alla formazione di un corpo sano e robusto, atto a sopportare le fatiche della lotta e della guerra. Nelle successive fasi della storia l’attività ginnica è rimasta a lungo trascurata; solo nel XVIII sec. è tornata in vigore, grazie soprattutto ai «concorsi sportivi» introdotti tra le attività organizzate in occasione di grandi celebrazioni nazionali (prima in Germania e successivamente in altri Stati europei).

2. Da allora la g. si è diffusa poco alla volta in tutto il mondo, fino ad entrare a far parte dei Giochi Olimpici (nel 1896 la g. maschile e nel 1928 quella femminile). Ancora oggi le gare vengono disputate separatamente da maschi e femmine, ma negli esercizi si continua a dare particolare importanza alla grazia e alla fluidità dei movimenti, recuperando almeno in parte l’antico concetto greco che univa la forza fisica espressa nell’esercizio a quella estetica ed armonica delle forme. Attualmente la g. trova applicazione non soltanto nell’attività sportiva ma anche in altre attività ludiche, militari (o paramilitari), dello spettacolo, della salute. Tutto questo ha permesso di fare una distinzione tra g. olimpica e quella militare, coreografica, respiratoria, ritmica, preventiva, correttiva..., ognuna secondo quegli scopi e quelle finalità che fanno capo ai differenti destinatari ed alle variegate forme, luoghi e momenti d’applicazione.

Bibliografia

Zaccà O.,​​ Enciclopedia sportiva,​​ Catania, Zaccà-Sport, 1960; Enrile E. (Ed.),​​ Dizionario dello sport,​​ Alba, Paoline, 1977; Wright G. (Ed.),​​ Illustrated handbook of sporting terms,​​ s.l., Hampton House Production Ltd., 1978; Petiot G. (Ed.),​​ Le Robert des sports. Dictionnaire de la langue des sports,​​ Paris, Le Robert,​​ 1982; Magnanimi A.,​​ Il corpo fra g. e igiene: aspetti dell’educazione popolare nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Aracne, 2005.

V. Pieroni

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GINNASTICA

GIOCO

GIOCO

Mario Pollo

 

1. Cosa è il gioco

1.1. I tre tipi di gioco

1.2. Il secondo livello di istituzionalizzazione

2. Lavoro e gioco nelle società industriali

2.1. Il gioco come compensazione e scarico

2.2. Il gioco come evasione: la felicità lontano dal quotidiano

3. Le vere funzioni del gioco

3.1. Il gioco come sistema di comunicazione

3.2. Il gioco come funzione del sistema sociale

4. Conclusione

 

1. Cosa è il gioco

La definizione classica indica nel gioco una attività strutturata mirante ad una gratificazione individuale o di gruppo, svincolata da fini immediati di produzione (lavoro) e da necessità immediate di difesa individuale o del gruppo o della specie. Come si osserva da questa definizione il gioco possiede due qualità particolari: la capacità di gratificare chi lo pratica e l’assoluta gratuità. Tuttavia nella cultura sociale attuale è invalsa l’abitudine di designare come gioco alcune attività che sono gratificanti ma tutt’altro che gratuite, essendo finalizzate a scopi «produttivi» o, addirittura, di sopravvivenza dell’individuo. Vengono, infatti, dette giochi attività didattiche, tecniche di animazione di gruppo e attività lavorative vere e proprie come lo sport professionistico.

Se una attività viene svolta per conseguire un fine particolare (l’apprendimento, la sperimentazione di dinamiche di gruppo o la produzione di una competizione-spettacolo retribuita), anche se gratificante per chi la pratica essa, a rigore, non può essere detta gioco. Manca a questa attività, infatti, il requisito della gratuità. Questo requisito è fondamentale per poter definire una attività gioco avendo il gioco come suo fine proprio null’altro che sé stesso.

Questa affermazione non vuole assolutamente negare che il gioco possa avere benefici effetti sulla persona umana. È noto ad esempio che esso è per i bambini una notevole forma di apprendimento, oppure che esso è per gli adulti una importante forma di compensazione psicologica e di creatività. Questa affermazione vuole solo sottolineare che il gioco offre questi suoi benefici effetti gratuitamente, senza, cioè, che chi gioca debba proporseli.

Il gioco è nato ed esiste sotto il segno della libertà tipica del gesto gratuito e ogniqualvolta si vogliono piegare intenzionalmente i suoi effetti ad un particolare disegno esso si trasforma in lavoro, in manipolazione o in qualcos’altro che non è più certamente gioco vero.

L’uso ambiguo che della parola gioco viene fatto nella vita sociale odierna è il segno della volontà di piegare l’inutilità del gioco, e quindi la ricchezza di cui questa inutilità è portatrice per la vita umana, a fini eminentemente utilitaristici.

Nella attuale vita sociale delle società industriali la liberazione del gioco passa, perciò, necessariamente attraverso la liberazione della sua gratuità.

 

1.1. I tre tipi di gioco

Gli studiosi hanno raggruppato le forme di gioco che compaiono nella vita umana in tre grandi classi:

—​​ Puro divertimento

In questa classe sono comprese tutte quelle attività di improvvisazione motoria, verbale o mentale, che hanno un elevato carattere di gioiosità ed un quasi inesistente fondo di strutturazione.

—​​ Trastullo

Sono solitamente collocate in questa classe quelle attività che si articolano attraverso regole informali, improvvisate e chi vi partecipa finge, imita e viene sollecitato ad una continua invenzione.

—​​ Gioco vero e proprio​​ Appartengono a questa classe i giochi strutturati secondo regole formali che consistono o nello svolgimento gratuito di un compito finalizzato o nella competizione secondo gli schemi codificati di una fittizia battaglia. La caratteristica di questa classe di giochi è quella di avere al proprio interno un insieme di attività che vivono una condizione di difficile equilibrio tra la volontarietà, la libertà e la creatività tipiche del gratuito atto di giocare e un sistema di costrizioni, regole, rischi e punizioni. Lo sport, almeno quello autentico, appartiene a questa classe. Lo sport ha alcune caratteristiche particolari: si esplica prevalentemente attraverso la destrezza, lo sforzo fisico all’interno di un elevato livello di competitività che richiede la dimostrazione di capacità personali.

Nel caso dello sport vi è un ulteriore fattore, oltre quello della gratuità, che segna positivamente o negativamente la sua apparenza alle attività umane dette gioco. Questo fattore è legato alla presenza istituzionale del pubblico nel suo schema di svolgimento.

 

1.2. Il secondo livello di istituzionalizzazione del gioco

Il gioco vero e proprio, di cui lo sport è un esempio, si distingue dalle altre forme di gioco per il possesso di un insieme di regole formalizzate. Questo livello di istituzionalizzazione è l’unico che il gioco sopporta. Ora nella realtà sociale attuale molte attività sportive sono fatte prevedendo organicamente la presenza del pubblico al suo interno e tendono a definirsi, correttamente, come forme di sport-spettacolo. La presenza del pubblico, formalizzata, rappresenta un secondo livello di istituzionalizzazione che ha come effetto quello di far perdere alle persone che praticano lo sport, o qualsiasi altro gioco, il loro atteggiamento volontario e libero e di trasformare lo sport stesso in una attività ripetitiva ed ossessiva simile a quella lavorativa.

 

2. Lavoro e gioco nelle società industriali

Dopo aver definito cosa è il gioco autentico e la sua tipologia principale è necessario affrontare il discorso sulla funzione che ad esso viene assegnata nella cultura delle società industriali e post-industriali.

Dalle riflessioni sviluppate intorno alla definizione di gioco è emersa, anche se un po’ indirettamente, la tendenza delle moderne società industriali a trasformare in molti casi il gioco in una forma di lavoro. Questa tendenza può essere considerata l’effetto della manifestazione di quella volontà di potenza che accompagna lo sviluppo delle società industriali. Una volontà di potenza che vuole governare ogni aspetto della vita umana e renderlo funzionale alle esigenze dell’organizzazione sociale e dei modelli di realizzazione umana culturalmente dominanti. Questa volontà fa si che il gioco, di cui si sono individuati gli indubbi positivi effetti sulla vita sociale ed individuale, sia forzatamente condotto all’interno di funzioni sociali particolari. La programmazione sociale del gioco ha fatto in modo che esso assumesse un ruolo parallelo a quello della produzione industriale all’interno dell’area economica del cosiddetto «terziario avanzato». Il gioco, snaturato della sua gratuità e della sua libertà, è diventato in alcuni casi una sorta di funzione sociale di servizio utile a sostenere l’attività della produzione di beni.

Il gioco vero è rimasto una attività riconosciuta utile solo all’età infantile. Occorre però dire che anche nell’età infantile il gioco è minacciato sia dalla produzione industriale di giochi e di giocattoli, sia dalla produzione di metodi e strumenti didattici centrati sul gioco. Tuttavia, nonostante tutto, il gioco vero continua, magari tra mille difficoltà, ad abitare i tempi ed i luoghi dell’infanzia e della fanciullezza. Con più difficoltà il gioco abita i tempi della giovinezza e, soprattutto, dell’età adulta.

2.1. Il gioco come compensazione e scarico

Nelle società industriali o post-industriali la funzione di gran lunga dominante è quella legata allo sviluppo economico e, quindi, alla produzione. Questa funzione subordina tutte le altre, anche quelle legate alla realizzazione della persona umana. L’avere, per usare una formula che ha avuto un grande successo, prevale sull’essere. In questo schema di fondo il gioco, che ha subito la doppia istituzionalizzazione, assolve la funzione di scarico e di compensazione. Scarico delle tensioni e dello stress che gli individui accumulano nella loro attività lavorativa e sociale in genere. Compensazione delle varie forme di spossessamento e di alienazione che sono connesse al lavoro e a una vita sociale in cui la persona non si sente protagonista ma oggetto di un processo che sfugge alla sua possibilità di controllo. In altre parole questo significa che il gioco serve alle persone per recuperare il loro equilibrio psico-fisico ed il controllo delle finalità dei propri gesti che, troppo spesso, il lavoro e la vita sociale non offrono loro. Da questo punto di vista la funzione del gioco consiste nel liberare gli individui dalle tossine che il lavoro e la vita sociale producono, per consentire loro di riprendere con rinnovato vigore il ciclo della produzione e del consumo a cui la società li chiama.

Il gioco, che per alcuni è divenuto un lavoro altamente retribuito, è in quanto compensazione e scarico un’attività collaterale al lavoro e al consumo che svolge la funzione di regolatore dell’accumulo di stress e di alienazione delle persone che producono e consumano nelle società industriali. Da questo punto di vista il gioco appare anche come una sorta di funzione di controllo che il sistema sociale si è dato e che dovrebbe consentirgli una certa stabilità.

Questa concezione dominante, dualistica, che affida al gioco la funzione di compensare gli effetti negativi del lavoro e della vita sociale, di fatto, introduce anche la concezione della felicità umana come evasione dalla realtà del quotidiano.

 

2.2. Il gioco come evasione: la felicità lontano dal quotidiano

Se giocare è trovare quella felicità che il quotidiano non offre, se il quotidiano viene vissuto come immutabile, se il lavoro è solo una fonte di reddito che consente di acquistare i beni ed i servizi — tra cui il gioco — che possono dare la felicità, allora il gioco è vissuto dalle persone come qualcosa che non ha relazione con la realtà che intesse di sé l’esperienza del quotidiano, come una realtà separata in cui sarebbe bello stare per sempre ma da cui la necessità della sopravvivenza costringono dopo un po’ a tornare. Il tempo del gioco è un tempo festivo, fuori dal mondo, in cui è possibile vivere una esperienza di felicità.

Questo tempo, però, non è in grado di dire

nulla al tempo del quotidiano se non attraverso le sfumature della nostalgia e del rimpianto. Giocare significa perciò, dentro questa concezione culturale, evadere dalla prigione delle ferree leggi della sopravvivenza che il quotidiano impone.

Questa concezione oscura e snatura la vera funzione che il gioco ha nella vita umana, sociale ed individuale. Non consente soprattutto di cogliere la carica di trasformazione della realtà di cui esso è portatore.

 

3. La vera funzione del gioco

Dopo avere rapidamente evocato alcune suggestioni su come il gioco è concepito e vissuto nell’attuale realtà sociale è perciò utile cercare di esplorare, al di là del suo uso attuale, la vera funzione del gioco nella vita umana individuale e sociale.

 

3.1. Il gioco come sistema di comunicazione

Il gioco può essere definito un sistema di comunicazione in quanto possiede le caratteristiche tipiche di questo tipo di sistemi. Esso, infatti, è un sistema di relazioni che la persona stabilisce con sé stessa, con gli altri e con la realtà naturale e simbolica in cui vive. Questo sistema di relazioni ha una propria struttura logica e veicola attraverso i segni ed i simboli dei particolari significati. Ogni gioco è costituito da un insieme di segni che spesso hanno anche una dimensione simbolica, in quanto oltre al significato letterale manifesto possiedono un senso latente o, addirittura, più sensi latenti. Da questo punto di vista il gioco appare come uno dei fattori responsabili della organizzazione da parte dell’individuo della realtà nella sua coscienza e nel suo inconscio.

Questa dimensione del gioco, anche se maggiormente verificabile nell’età infantile, dove il suo contributo alla formazione della coscienza di sè e del mondo è molto evidente, è presente anche, in misura minore, nell’età adulta.

 

3.2. Il gioco come funzione del sistema sociale

Il gioco svolge nel sistema sociale alcune funzioni rilevanti che non sempre però si sviluppano concretamente. Ciò a causa o del forte controllo sociale, specialmente nelle società autoritarie, o della presenza del mito della produzione. In questi casi queste funzioni sono sostituite, come si è già visto, da quelle della distensione e della compensazione e trasformate in funzioni di scarico della fatica e delle tensioni della vita sociale ed individuale. Una funzione rilevante del gioco è indubbiamente quella di consentire alle persone ed ai gruppi sociali di esplorare, sperimentandole in modo simulato, modalità di comportamento individuale e sociale nuove che tendono ad ampliare le possibilità di relazione e di azione dell’uomo nella vita quotidiana. Questo avviene anche perché il gioco consente una esplorazione non traumatica dei limiti dei comportamenti umani e delle loro combinazioni. La persona, che giocando sperimenta nuove realtà mentali o relazionali, non va incontro ad alcuna sanzione sociale per aver deviato dagli schemi culturali abituali del suo gruppo sociale. Nello stesso tempo sperimenta la possibilità di nuovi modi di pensare la realtà e di vivere i rapporti con gli altri. Questa sperimentazione apre indubbiamente la persona umana verso l’innovazione. Tuttavia il gioco non apre solo al nuovo perché esso consente al bambino, ad esempio di apprendere i comportamenti sociali ammessi dal suo gruppo sociale e di inibire quelli vietati. Questa funzione di comunicazione del gioco, che mette in relazione l’individuo con la realtà delle norme e della cultura sociale in cui vive, è perciò assai complessa in quanto consente sia la conservazione che l’innovazione.

Un’altra funzione del gioco è quella della liberazione della fantasia attraverso l’offerta alle persone ed ai gruppi sociali della possibilità di trascendere il limite dell’utilità e della finalità biologica. Questa funzione è vicina, ma non identica, a quella che consente alle stesse persone di recuperare il valore gratuito della vita e dei rapporti umani. Valore che sovente è offuscato dalla subordinazione delle azioni umane a ideologie o a fini particolari.

La funzione centrale del gioco però è quella della ricerca della felicità. Il gioco è il luogo in cui ogni persona può sperimentare la possibilità reale della felicità nello spazio-tempo della vita umana. Il gioco può infatti dare felicità all’uomo anche quando vive l’esperienza dell’esilio, inteso come impossibilità per l’uomo di una vita piena a causa delle condizioni naturali, sociali e personali che affliggono la sua vita. Il gioco è un dono di felicità e di speranza.

Un’ultima funzione del gioco è quella di dare stabilità ai sistemi di relazione tra le persone. Stabilità che il gioco ottiene sostituendo gli abituali schemi di relazione sociale con i propri. Questa sostituzione interrompe l’accumulazione delle tensioni presenti nelle forme simmetriche di interazione sociale. In altre parole questo significa che il gioco consente di allentare le tensioni derivanti dalla competitività, dal bisogno di affermazione e di dominio che, purtroppo, compaiono nei rapporti quotidiani tra le persone che sono prossime. È questa la funzione che, isolata dalle altre, è alla base della ideologizzazione del gioco come forma di scarico e di compensazione delle tensioni e delle alienazioni della vita sociale a cui si accennava prima.

 

4. Conclusione

Queste brevi note sul gioco hanno voluto sottolineare come esso sia importante all’interno di ogni progetto di costruzione della persona umana e, quindi, di ogni progetto pastorale. Tuttavia esse vogliono anche essere un monito a coloro che cercano di piegare il gioco ai loro fini, trasformandolo in una sorta di espediente didattico. Infatti il gioco dona le sue potenzialità educative solo se non le si ricercano in esso, solo se esso viene accettato per ciò che è: un gioco.

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GIOCO

Tutti gli studiosi sono concordi nell’attribuire al g. un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’uomo, in quanto porta a far emergere le sue peculiari qualità potenziali: correre, saltare, lanciare, mettere alla prova il proprio corpo di fronte ad ostacoli di varia natura sono caratteristiche spontanee e naturali che appartengono all’«homo ludens». È questo il motivo per cui l’attività ludica è stata da sempre considerata una componente fondamentale del processo evolutivo che va dall’infanzia all’età adulta, quale veicolo di particolari valori portanti come la gratuità, la libertà di espressione, la creatività, la gioia, la festa, la vitalità, l’apprendimento polivalente, la cooperazione. Dal canto suo Huizinga definisce il g. un’attività libera, volontaria e del tutto gratuita, compiuta entro certi limiti di tempo e di spazio, seguendo regole liberamente accettate, provvista di un fine in sé e accompagnata da un sentimento di tensione e di gioia. Al g. spesso si accompagna e / o ne è una indispensabile componente il giocattolo, fin dall’antichità considerato nelle sue multiformi versioni creative, tutte comunque accomunate da un unico principio, funzionale allo sviluppo delle facoltà creative, immaginative ed intellettuali del soggetto ludico; semmai la messa in discussione di tale principio afferisce alla sua perfettibilità (per​​ ​​ Montessori deve avere una struttura perfezionata) o meno (per​​ ​​ Dewey deve rimanere allo stato grezzo).

1.​​ Le teorie sul g.​​ Fin dall’antichità filosofia e pedagogia e, più recentemente, psicologia, sociologia e antropologia si sono interessate di volta in volta al g. cercando di rispondere, ognuna dal proprio punto di vista, a due principali quesiti: che cosa è il g., perché l’«homo ludens» gioca.​​ ​​ Platone ed​​ ​​ Aristotele avevano attribuito al g. la funzione di «esercizio» che prepara alla vita, ma è soprattutto all’inizio di questo sec. che sono nate varie teorie sul g. Per K. Gross il g. è un pre-esercizio di attività future, serve cioè ad esercitare le più importanti abilità e funzioni necessarie per un buon adattamento dell’individuo all’ambiente. D. W.​​ ​​ Winnicott ha contribuito con varie opere allo studio del g. sui bambini ricostruendone lo scenario motivazionale sotteso: egli sostiene che il g. più che un’attività distinta dalle altre è una dimensione propria di qualsiasi attività umana in quanto creativa. L. E. Peller ha individuato 4 fasi nel g. del bambino: narcisistica, pre-edipica, edipica, post-edipica. R. Callois dal canto suo ha proposto una classificazione dei g., suddividendoli in 4 categorie: di competizione, d’azzardo, d’imitazione (o rappresentazione di un ruolo), di stimolo di stati emotivi. E. H.​​ ​​ Erikson distingue tre tipi di g.: quelli che si svolgono nell’autosfera (esplorazione del proprio corpo), quelli nella microsfera (riguardano l’ambiente circostante / vicino) e quelli nella macrosfera (coinvolgono l’ambiente sociale più allargato). E. A. Plaut suddivide il g. in 8 stadi, ciascuno rispondente ad una diversa fase della vita: scoperta del g. (prima infanzia), differenziazione del g. (seconda infanzia), g. simbolico (età pre-scolare), g. con ruoli (età scolare), giocosità con confini (adolescenza), g. integrato (giovinezza), g. generativo (età adulta), g. creativo (età matura).​​ ​​ Piaget e​​ ​​ Klein sono tra coloro che hanno studiato più a fondo l’attività ludica in rapporto alle varie tappe evolutive della vita del bambino. Il primo, pur non avendo formulato una vera e propria teoria sul g., ne ha approfondito tuttavia lo studio nel trattare lo sviluppo dell’attività intellettuale e della maturazione del bambino. Ne è scaturita così una classificazione secondo la quale il g. può essere suddiviso in tre categorie: di immaginazione o simbolico, di esercizio o funzionale, di regole. In sostanza l’A. distingue il simbolo ludico, in cui la rappresentazione è adattata a qualcosa di eterogeneo (g. simbolico), dall’intelligenza, in cui l’immagine è adeguata all’oggetto o all’esperienza reale e produce un’azione che opera sul concreto (g. di regole). A livello di ricerca sperimentale quest’ultimo si è dimostrato un prezioso strumento per stimolare l’evoluzione del bambino sul piano della partecipazione, della creatività, dell’accettazione e del rispetto delle regole, della costruzione di rapporti stabili e collaborativi nel gruppo, di democratizzazione della vita di gruppo. L’interpretazione dell’inconscio attraverso la tecnica del g. è l’obiettivo primario che si propone M. Klein, la quale parte dall’inconscio per arrivare gradualmente all’«Io» del bambino utilizzando il g. come fattore catartico. Secondo tale A. il linguaggio del g. è lo stesso di quello dei sogni e va trattato non solo analizzandolo simbolicamente ma studiando anche le associazioni fra i vari significati simbolici presenti in esso. Si tratterà perciò di fare attenzione al soggetto dei g., al tipo di g., al motivo del passaggio da un g. all’altro. Tra l’interpretazione del g. di Piaget e quella freudiana di Klein si riscontrano analogie e differenze. Per entrambi il g. mobilita tutte le potenze della psiche, dall’intelligenza all’emotività, e si radica nel profondo della stessa. La principale differenza tra i due consiste nel fatto che Piaget auspica che si realizzi un equilibrio tra «assimilazione» ed «accomodamento»; in tal senso le funzioni della creatività ludica sono integrate in quelle delle condotte intelligenti. Viceversa, per la teoria kleiniana l’ispirazione del g. è di ordine emotivo e non intellettuale; pur appoggiandosi al reale, lo trascende in virtù del potere trasfigurativo del simbolismo presente in esso, inteso quale generatore di rappresentazioni. Dall’insieme delle analisi riportate, i molteplici studi sulla natura e funzione dell’attività ludica possono essere ricondotti a tre principali filoni interpretativi: quello​​ funzionalista,​​ che cerca di stabilire quale sia la funzione del g. per perseguire un dato scopo; quello​​ cognitivista,​​ che vede il g. come metodo di apprendimento sia ai fini dello sviluppo dell’intelligenza, sia a scopo riabilitativo; quello della​​ psicologia dinamica,​​ che arricchisce l’attività ludica di significati e funzioni fino a farla divenire il mezzo attraverso cui il bambino arriva a conoscere e ad accettare i desideri più inconsci.

2.​​ «A che g. giochiamo?».​​ Anche lo​​ ​​ sport è g. e, viceversa, il g. può diventare sport. Cos’è quindi ciò che distingue il g. dallo sport e che cosa invece li accomuna? Come lo sport, il g. è un mezzo ideale per lo sviluppo della socialità, in quanto coinvolge le persone in un processo di azione e reazione dove la presenza delle «regole» fa da «collante» per la realizzazione di tale attività. La differenza, sostanziale, consiste nel fatto che lo scopo del g. non è necessariamente quello di consentire all’individuo di affermare la propria superiorità sugli altri, pur facendo salva quell’attività agonistica di base secondo la quale «senza avversario non c’è g.». Nel g., di rimando, vengono attesi e salvaguardati alcuni valori che nello sport non sono prioritari (quando non vengono del tutto disattesi), quali l’amicizia con l’altro, la scoperta dello spirito comunitario, il manifestarsi del senso di fiducia e di sicurezza che proviene dal giocare assieme, il senso di «gruppo». In sostanza, il g. dà importanza alla solidarietà più che all’ostilità, alla cooperazione più che all’opposizione, alla​​ ​​ socializzazione più che alla competizione (senza peraltro escludere la componente agonistica); favorisce le attività motorie di ogni tipo e luogo senza restrizioni di spazio, di tempo e di età; valorizza le situazioni in cui l’impatto affettivo ha una profonda risonanza sulla personalità di chi lo esercita; moltiplica le esperienze relazionali con persone e gruppi sociali diversi. Dal versante funzionale l’accento si sposta quindi sulla dimensione socio-comportamentale. I g., in particolare i g. con regole, rappresentano di conseguenza degli ottimi strumenti di maturazione della personalità in quanto permettono di passare da una socializzazione di tipo affettivo a una di carattere cooperativistico, da una visione egocentrica dei rapporti a quella che tiene conto anche del punto di vista dell’altro, da un approccio istintivo ad un maturo ed equilibrato confronto su base competitivo-agonistica. In sintesi, il g. svolge una funzione che è in grado di coinvolgere l’intera personalità dell’«homo ludens».

Bibliografia

Huizinga H.,​​ Homo ludens,Torino, Einaudi, 1968; Piaget J.,​​ La costruzione del reale nel bambino,​​ Firenze, La Nuova Italia,1973; Winnicott D.W.,​​ G. e realtà,​​ Roma, Armando, 1974; Callois R.,​​ I g. e gli uomini,​​ Milano, Bompiani, 1981; Polisportive Giovanili Salesiane,​​ A che g. giochiamo?,​​ Roma, Juvenilia, 1991; D’Andretta P.,​​ Il g. nella didattica interculturale, Bologna, EMI, 1999; Kaiser A.,​​ Genius ludi: il g. nella formazione umana, Roma, Armando, 2001; Lucchini E.,​​ Giocattoli e bambini dall’antichità al 2000, Lanciano, Ed. Carabba, 2003.

V. Pieroni

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GIOCO

GIORNALE

 

GIORNALE

Per g. si intende una pubblicazione stampata giornalmente, settimanalmente o, comunque, a intervalli frequenti, contenente notizie e pubblicità.

1. L’espansione di questo strumento di comunicazione è segnata dalle invenzioni e innovazioni della tecnologia grafica, che hanno caratterizzato la storia della stampa dalla sua origine e in questo secolo in particolare. È stato infatti il​​ logotype,​​ un sistema di composizione a mano inventato nel 1682 e basato sulla fusione di un gruppo di lettere in blocco, a permettere la realizzazione rapida di stampati e quindi la nascita dei primi fogli quotidiani. Allo stesso modo che le innovazioni tipografiche di John Bell (1745-1832), stampatore inglese e fondatore del «Morning Post», resero possibile con l’introduzione della spaziatura la lettura rapida delle notizie.

2. Il procedimento litografico inventato nel 1796 consentì la graduale introduzione delle immagini e subito della caricatura politica. Il primo foglio con periodicità giornaliera, nato a Lipsia nel 1660, fu «Leipziger Zeitung» mentre il primo g. londinese fu il«Daily Courant» nel 1702. Entrambi i g. sono legati alla realizzazione in questi Paesi del servizio postale. Anche nel resto dell’Europa vedono la luce numerose «gazzette», per lo più legate al mondo della letteratura e dell’economia. In Italia la maggior parte dei g. moderni sono nati fra l’Otto e il Novecento. La diffusione e il moltiplicarsi dell’editoria giornalistica sono legati alla scolarizzazione di massa e a sempre nuove invenzioni tecnologiche che rendono il g. commercialmente fruibile. L’invenzione della radio prima e della televisione successivamente, ha imposto cambiamenti redazionali non indifferenti. Hubert Beuve-Méry, direttore e fondatore del g. francese «Le Monde», ha così sintetizzato le differenze: la radio lancia la notizia, la TV la fa vedere, il g. la spiega. I nuovi sistemi informatici ed elettronici hanno oggi trasformato le redazioni dei g. in centrali informative, internazionalmente collegate e dalla fruizione immediata.

3. Il mondo educativo e scolastico ha avuto relazioni con i g. in duplice direzione. Il g. viene considerato come oggetto e fonte di studio da un lato e dall’altro diventa esso stesso strumento di formazione e di sperimentazione. Gli stessi produttori di g., con iniziative tipo «Il quotidiano in classe», mirano a formare i loro futuri clienti e lettori. L’uso del​​ desktop publishing​​ dal 1985 ha rilanciato la pubblicazione dei g. studenteschi che sembravano soccombere di fronte al diffondersi di radio e televisione all’interno dei​​ campus​​ e dei​​ college​​ universitari e nelle scuole in genere. Molte scuole producono g. in proprio con iniziative che, negli Stati Uniti, spesso escono dall’ambito prettamente scolastico per irraggiarsi nell’intera comunità civile in una simbiosi fatta di informazione e​​ ​​ comunicazione.

Bibliografia

D’Amico N. - L. Della Seta,​​ Il​​ quotidiano di classe,​​ 2​​ voll., Bologna, Zanichelli, 1981; Lazzaroto F. (Ed.),​​ Giornalini giornaletti,​​ Roma, Nuove Edizioni Romane, 1990;​​ Chernevez O.,​​ Faire son journal au lycée et au collège,​​ Paris, Centre de Formation et de Perfectionnement des Journalistes,​​ 1991; Cervellati M. - G. Farini,​​ G. e didattica,​​ Teramo, Giunti e Lisciani, 1992;​​ Spirlet J. P.,​​ Utiliser la presse à l’école de la maternelle à la 6e,​​ Paris, Centre de Formation et de Perfectionnement des Journalistes, 1995; Hodgson H. V.,​​ Giornalismo in pratica,​​ Torino, SEI, 1996; Murialdi P.,​​ Storia del giornalismo italiano,​​ Bologna, Il Mulino, 1996; Salemi G.,​​ L’Europa di carta. Guida alla stampa estera, Milano, Angeli, 2002; Hallin D. - P. Mancini,​​ Modelli di giornalismo, Bari, Laterza, 2004; Costa G. - F. Zangrilli,​​ Giornalismo e letteratura, Caltanissetta, Sciascia, 2005; Basso S. - P. L. Vercesi,​​ Storia del giornalismo americano, Milano, Mondadori, 2005; Costa G. - A. Paoluzi,​​ Giornalismo. Teoria e pratica,​​ Roma, LAS, 2006.​​ 

G. Costa

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GIORNALE

GIOVANI

GIOVANI

Giancarlo Milanesi

 

1. Una metodologia di approccio al tema

1.1. Uno studio oggetto di molte discipline

1.2. Modalità differenti di lettura

2. Una definizione socio-culturale di gioventù

2.1. Un concetto «relativo» di gioventù

2.2. Il prolungamento artificiale della gioventù

2.3. I fattori incentivanti del prolungamento artificiale della gioventù

2.4. Le conseguenze del prolungamento artificiale della gioventù

2.5. L’assenza di prolungamento della gioventù

2.6. Le categorie per una definizione di «gioventù»

3. Le caratteristiche descrittive della gioventù

4. Le categorie interpretative

4.1. La categoria della marginalità

4.2. La categoria della frammentarietà

4.3. La categoria del cambiamento culturale

4.4. La categoria dell'eccedenza delle opportunità

4.5. La lotta per l’identità

5. Temi e problemi particolari

5.1. I giovani e la religione

5.2. I giovani e il lavoro

5.3. I giovani e le istituzioni

5.4. I giovani e il tempo libero

6. Un bilancio in prospettiva

6.1. L ’ipotesi dell’esplosione del disagio giovanile

6.1.1. Il volto concreto del disagio

6.1.2. Dal disagio alla irrazionalità

6.2. Il ripiegamento adottivo e il rischio della mediocrità

6.2.1. La generazione dell’abbastanza

6.2.2. Una profonda crisi morale​​ 

6.3. I giovani come risorsa

6.3.1. Dalla marginalità alla partecipazione

6.3.2. Dalla frammentazione alla personalizzazione

6.3.3. Dalla difficile identità ai nuovi bisogni

6.3.4. Dal presentismo alla cultura del tempo

 

1. Una metodologia di approccio al tema

Lo studio della realtà giovanile è stato affrontato​​ da più discipline scientifiche,​​ che convergono nel darne un’immagine complessa e articolata.

1.1. Uno studio oggetto di molte discipline

La​​ storia​​ documenta l’evoluzione che il concetto di «gioventù» ha subito lungo l’arco dei processi di formazione e sviluppo di diverse entità etniche, regionali, nazionali e internazionali, soffermandosi soprattutto sulle forme di aggregazione giovanile (movimenti, gruppi, associazioni).

La​​ biologia e la fisiologia,​​ insieme a diverse scienze mediche, hanno approfondito le basi genetiche e le modalità di sviluppo corporeo della persona umana in età evolutiva, sottolineando in modo particolare i problemi relativi alla maturazione fisio-psicologica (pubertà) e alle patologie tipiche dell’età.

Gli studi​​ etno-antropologici​​ hanno fornito ampi materiali e importanti documentazioni, utili a confronti tra diversi contesti culturali entro cui si colloca la condizione giovanile.

Le diverse scienze​​ psicologiche,​​ oltre a descrivere i processi di maturazione della persona in età evolutiva, ne hanno ampiamente analizzato le patologie specifiche e le distorsioni di sviluppo.

L’approccio​​ socio-politico-culturale​​ ha contribuito a collocare adeguatamente la condizione giovanile entro le coordinate che caratterizzano l’identità dei diversi sistemi sociali. Infine, le scienze​​ pedagogiche,​​ utilizzando in diversa misura gli apporti delle altre discipline, presentano una propria sintesi interpretativa della realtà giovanile, avviando la progettazione e la realizzazione di interventi educativi.

È importante sottolineare che in base alla sensibilità culturale di una certa epoca o di un certo contesto sociale si tende a privilegiare uno degli approcci elencati rispetto agli altri, adottandolo come «filtro» di lettura della complessa realtà giovanile e lasciando in ombra gli altri approcci; così, ad esempio, nelle ultime decadi l’approccio socio-politico-culturale è stato spesso preferito a quello bio-psicologico, che aveva prevalso durante una lunga stagione culturale precedente.

Anche in questo contributo si tenterà una lettura prevalentemente socio-politico-culturale della condizione giovanile, pur tenendo presenti elementi di analisi provenienti da altre discipline.

 

1.2. Modalità differenti di lettura

Supponendo di potere utilizzare uno studio interdisciplinare, si possono indicare due modalità di lettura complessiva, tra di loro complementari e convergenti, della realtà giovanile.

La​​ lettura strutturale​​ utilizza soprattutto l’analisi delle​​ condizioni e situazioni obiettive​​ (ecologiche, climatiche, economiche, politiche, culturali, religiose, storiche, ecc.) entro cui viene a svolgersi il vissuto giovanile. Questa prospettiva tende a considerare la gioventù come una variabile «dipendente» del sistema sociale, cioè come un «prodotto» dei processi che si instaurano a livello macroscopico (cioè nell’intero sistema) e microscopico (cioè nelle singole istituzioni, gruppi, classi sociali, ecc.). La lettura strutturale mira a collocare i giovani entro le coordinate sociali, culturali, politiche, ecc., definendone l’importanza storica in base ai ruoli e alle funzioni che i giovani stessi sono in grado di svolgervi. È pertinente a questo approccio l’interrogativo circa la «natura» sociale delle masse giovanili in termini di gruppo, generazione, classe o quasi classe, strato o condizione. È ugualmente riferibile a questa lettura strutturale la descrizione dei giovani in base alle categorizzazioni di età, sesso, scolarizzazione, occupazione, estrazione sociale e alle altre numerose variabili di status. In altre parole, la lettura strutturale offre un’immagine dei giovani «come sono», in rapporto ai referenti storici che ne definiscono la cornice esistenziale; è per questo motivo che, pur evitando di sottolineare unilateralmente il peso di questi condizionamenti, essi si devono considerare come le premesse necessarie per comprendere la «soggettività giovanile», cioè le risposte che i giovani danno alla società, interpretandola a loro modo e cercando di condizionarla a loro volta, adattandovisi, criticando, rassegnandosi o ribellandosi

La​​ lettura culturale​​ o sovrastrutturale utilizza invece prevalentemente l’analisi del​​ vissuto giovanile, ampiamente inteso come somma di modelli di comportamento e di comportamenti reali che caratterizzano la vita dei giovani di un determinato contesto sociale. Analiticamente questo approccio dà molto rilievo alle percezioni che i giovani hanno del mondo e di sé, ai bisogni e alle attese, ai valori e alle opinioni, alle sensibilità e ai progetti. Più compiutamente si può dire che la lettura sovrastrutturale ha come oggetto la «cultura» dei giovani quando l’insieme dei loro vissuti si configura come​​ sistema organico​​ di adattamento significativo alla realtà circostante, nell’intento di comprenderla e di gestirla.

In generale l’ipotesi di una «cultura giovanile» come prodotto organico e coerente dell’elaborazione della soggettività giovanile è plausibile solo dove i giovani rappresentano una realtà sociale abbastanza omogenea, unita, capace di mobilitare la maggioranza dei membri e di suscitare motivazioni adeguate a rispondere alla società. L’elaborazione di una cultura presuppone tra l’altro una serie di condizioni previe che non sempre si verificano in concreto.

Più spesso si parla di​​ «subcultura giovanile»,​​ intendendola in due modi diversi: o come cultura parzialmente diversa da quella degli adulti (e perciò anche parzialmente identica), oppure come cultura totalmente diversa da quella degli adulti, ma solo in alcuni settori della cultura stessa.

L’ipotesi della «subcultura» è ovviamente più credibile di quella più radicale che parla di «cultura» giovanile totalmente diversa o totalmente contrapposta a quella degli adulti (che si dovrebbe allora chiamare «controcultura», come è stato fatto durante la stagione della contestazione giovanile europea e nordamericana della fine degli anni ’60).

Molte analisi sovrastrutturali si orientano di fatto in due direzioni:

a. a identificare l’esistenza di eventuali subculture​​ giovanili (in prima analisi come costrutti relativamente compiuti in sé stessi, anche se parziali rispetto alla cultura prevalente);

b. a identificare le​​ componenti specifiche di tali subculture;​​ a questo proposito vengono utilizzati costrutti e concetti di diversa consistenza e ampiezza, quali ad esempio i bisogni, le domande, le attese, le opinioni, le interpretazioni, i progetti, gli ideali, i valori, ecc.

Ognuno di questi termini è di fatto assunto nell’analisi secondo diverse modalità teoriche, che rispecchiano i diversi approcci psico-sociologici e le scuole, gli indirizzi, gli orientamenti ideologici degli studiosi o ricercatori.

Esemplificando, si possono segnalare alcune delle subculture che sono state identificate e utilizzate a scopi interpretativi in certe ricerche recenti sulla condizione giovanile: la subcultura del consumo, la subcultura del privato, la subcultura politica, la subcultura del sacro, la subcultura dell’irrazionalità, ecc.

Nell’analisi sovrastrutturale sarà bene tener presente sempre due preoccupazioni: considerare la soggettività come condizionata dalle situazioni oggettive studiate mediante l’analisi strutturale e considerare la soggettività come possibile variabile indipendente rispetto alle stesse situazioni obiettive. Ogni approccio separato porta necessariamente a distorsioni.

2. Una definizione socioculturale di gioventù

È difficile dare una definizione di gioventù o dei giovani che possa applicarsi universalmente a contesti diversi nel tempo e nello spazio. Il concetto di gioventù infatti è condizionato da molte variabili contingenti.

 

2.1. Un concetto «relativo» di gioventù

In particolare​​ la storia​​ ci dice che nel passato il concetto di gioventù, anche solo rispetto alle coordinate cronologiche, ha subito molti cambiamenti (vedi il concetto di «juvenis» presso i romani o presso i medievali). La​​ biologia​​ ci avverte che le condizioni di vita di una determinata società possono anticipare o posticipare le date di inizio della maturità bio-psicologica dell’individuo e del suo compimento (come di fatto è avvenuto nei paesi di rapida industrializzazione).

La​​ psicologia​​ ha studiato molto le trasformazioni che avvengono nella personalità adolescenziale e giovanile prima, durante e dopo l’avvento della pubertà, arrivando ormai alla convinzione che tali trasformazioni non sono legate nella loro variabilità solo a «condizioni» naturali, presenti in modo identico in tutti gli adolescenti o giovani, ma dipendono in gran parte dal contesto sociale, che è molto mutevole.

L’etno-antropologia​​ ha contribuito in modo decisivo, insieme all’approccio sociologico, a relativizzare il concetto di gioventù, facendo notare che nelle culture in cui la maturità fisiologica tende a coincidere con la maturità sociale non esiste praticamente l’adolescenza e neppure la giovinezza, per cui il fanciullo viene integrato direttamente nell’età adulta attraverso i riti di iniziazione e di inserimento (vedi studi di M. Mead sulle isole Samoa). Di qui l’ipotesi, successivamente sviluppata, che l’adolescenza, la giovinezza, siano solo prodotti sociali, cioè​​ l’esito problematico di un certo tipo di sviluppo​​ (possibile in certe società caratterizzate da rapidi cambi) e​​ non la caratteristica «naturale» dello sviluppo della persona umana.

2.2. Il prolungamento artificiale della gioventù

L’analisi sociologica ha portato avanti l’approfondimento dell’ipotesi emergente dai vari approcci menzionati, mettendo in evidenza alcuni aspetti tipici della logica di sviluppo propria delle società industriali e postindustriali.

Il prolungamento dell’adolescenza e della giovinezza appare come​​ necessità fisiologica delle società complesse;​​ per ottenere il riconoscimento dell’avvenuta maturità sociale si richiede l’acquisizione di un numero crescente di conoscenze, abilità, atteggiamenti mentali, ecc., per la quale l’infanzia e la fanciullezza sono chiaramente insufficienti. L’assunzione dei ruoli connessi all’identità adulta è posposta ad età sempre più matura. Questo avviene soprattutto per i giovani che accettano pienamente tale logica; in pratica per quelli che prolungano la scolarizzazione e le altre forme di socializzazione meno istituzionalizzate. È per questi motivi che​​ gli studenti,​​ in generale, manifestano più degli altri giovani i problemi connessi al prolungamento artificioso della giovinezza; come è altrettanto vero che​​ le società​​ caratterizzate da​​ alti tassi di scolarizzazione​​ presentano, a parità di altre condizioni, un più alto livello di problematicità giovanile.

Il fatto del prolungamento artificiale della giovinezza sembra assorbire in sé stesso i problemi cosiddetti «psicologici» dell’età; essi infatti sarebbero la conseguenza del disadattamento provocato da fattori sociali più che la conseguenza del disadattamento provocato da fattori endogeni (bio-psicofisiologici).

2.3. I fattori incentivanti del prolungamento artificiale della gioventù

Sembra che il prolungamento della adolescenza e giovinezza sia particolarmente problematico in alcuni contesti socio-culturali. A parità di altre variabili è influente il grado di​​ sviluppo complessivo del sistema sociale,​​ in termini di modernizzazione tecnologico-scientifica, industrializzazione, urbanizzazione, complessificazione culturale, burocratizzazione, ecc.

Importanti sono certi​​ tipi di organizzazione​​ della vita sociale, economica, politica, culturale; ad esempio una società permissiva, democratica e aperta; una società ad economia capitalista; una società pluralista, ecc. Importante è anche​​ l’appartenenza sociale​​ (di strato o di classe) che sembra discriminare, quanto più ci si innalza nella scala sociale. Rilevante è in certe culture​​ il sesso,​​ nel senso che la problematica della condizione femminile sembra sovrapporsi a quella della condizione giovanile, accumulando contraddizioni e tensioni.

Decisiva è in certi casi​​ la struttura demografica della società:​​ il prolungamento dell’adolescenza e giovinezza ha un significato diverso in una società in cui i giovani sono maggioranza e in una in cui i giovani sono in fase di decremento o addirittura in minoranza.

2.4. Le conseguenze del prolungamento artificiale della gioventù

Si è già accennato a certe conseguenze di tipo​​ psico-sociologico;​​ su questo terreno si sono prodotte analisi abbastanza numerose e attendibili che convergono nell’indicare soprattutto gli effetti​​ negativi​​ del prolungamento: instabilità emotiva e affettiva, insicurezza, senso dell’impotenza e della inutilità, perdita dell’autostima, ecc.

Sotto il profilo più​​ sociologico​​ si è molto usata la categoria della marginalità per descrivere la condizione obiettiva dei giovani in questo contesto; il che equivale a sottolineare la condizione di dipendenza prolungata e forzata, lo sperpero delle risorse umane, l’assenza di responsabilità e di partecipazione. Non mancano tuttavia coloro che vedono nella condizione di prolungata dipendenza dei giovani una situazione di privilegio sociale e psicologico; la gioventù sarebbe un lusso che viene concesso ai giovani delle società industriali avanzate, cioè un periodo di esperienza protetta, di consumo gratuito, di tempo libero garantito, di apprendimento facilitato, ecc.

Sembra che nell’attuale fase di sviluppo delle società avanzate il prolungamento della gioventù provochi​​ effetti positivi e negativi ad un tempo.

Mentre aumentano i livelli di preparazione (e non solo intellettuale), aumentano anche le situazioni di rischio, di problematicità, di contraddittorietà, di alienazione; la condizione giovanile si presenta in questa fattispecie come un vero «problema sociale» da affrontare e da risolvere.

2.5. L’assenza di prolungamento della gioventù.

Bisogna però prendere in considerazione il fatto che non in tutte le società e in tutti gli strati di una stessa società si ha lo stesso fenomeno del prolungamento dell’adolescenza e della giovinezza.

In alcune società contemporanee (le meno evolute sotto il profilo economico) si ha una situazione di​​ negazione dell'adolescenza,​​ che investe larghi strati della popolazione che sarebbe in età di adolescenza. Ciò è tanto più grave quanto più si avverte anche in quelle società una forte pressione culturale a considerare la giovinezza come un bene, una possibilità, una mèta obbligatoria.

In altre parole, non si può parlare di giovinezza nel senso sociologico del termine là dove non esistono le condizioni per il prolungamento dell’adolescenza; cioè dove le condizioni economiche, sociali e culturali delle famiglie e della società non possono permettersi il lusso di un’età di transizione, protetta e improduttiva. È il caso di molti paesi del Terzo Mondo, in cui si passa direttamente dalla fanciullezza alle responsabilità (sproporzionate) dell’età adulta, con gravi conseguenze sul piano psico-sociologico.

2.6. Le categorie per una definizione di «gioventù»

Avendo ipotizzato che la gioventù è un periodo di transizione compreso tra il raggiungimento della maturità bio-fisiologica e il raggiungimento della maturità sociale (che può essere più o meno prolungato e più o meno problematico), resterebbe da dire come si possono qualificare i soggetti che vi si riferiscono, dal punto di vista dell’analisi sociologica.

A questo proposito si sono utilizzate nel passato alcune «categorie», che attualmente sono considerate più o meno valide.

La categoria «gruppo di età» o​​ «gruppo generazionale» appare troppo nominalista per essere veramente utile all’analisi. L’età, la contrapposizione tra due diverse generazioni ha un senso solamente se si caratterizzano meglio le identità di cui i gruppi di età o le diverse generazioni sono portatori. È necessario cioè riempire di altre connotazioni sociali, culturali, politiche, religiose, ecc., la pura connotazione cronologica. Di fatto la categoria «generazione» è pressoché abbandonata nell’analisi sociologica della gioventù. La categoria «cultura» o «subcultura»,​​ usata da certi studiosi degli anni ’60, è ugualmente messa in crisi oggi da considerazioni sulla reale impossibilità di considerare i giovani come un «soggetto» unitario e omogeneo, almeno quando se ne parla a livello macroscopico. La categoria «cultura» o «subcultura» è forse utilizzabile solo per gruppi ben definiti che rappresentano solo una parte della condizione giovanile in un determinato contesto; ad esempio, si potrà parlare a certe condizioni di «subcultura giovanile della droga», o di «subcultura giovanile delinquenziale» o di «subcultura giovanile religiosa» e simili, con riferimento a gruppi, movimenti, aggregazioni particolari.

La categoria «classe» e «quasi classe» è stata anche proposta durante gli anni ’60 e ’70 per definire sociologicamente la condizione giovanile. In termini specificamente marxisti ortodossi, non è possibile applicare ai giovani la definizione di classe; essi non adempiono alle condizioni fondamentali per essere «classe» in senso marxista e cioè l’avere una chiara e comune collocazione entro i processi produttivi, una coscienza esplicita di tale collocazione, una capacità omogenea di elaborazione di un progetto alternativo di uomo e dì società, un’organizzazione efficace, capace di tradurre nella storia tale progetto. Per questo motivo le organizzazioni politiche e sindacali di orientamento marxista hanno sempre respinto la definizione dei giovani in termini di classe (riservata al proletariato e ai suoi alleati), respingendo con ciò anche le ipotesi del protagonismo giovanile nella storia rivoluzionaria.

Anche il concetto di «quasi classe» fondata sulla constatazione che i giovani sono «oggetto di una discriminazione di classe» simile a quella del proletariato e del sottoproletariato non ha avuto migliore fortuna. La frantumazione reale della condizione giovanile (sotto il profilo strutturale e soprattutto culturale) mette in evidenza come i giovani nella loro variegata identità appartengono di fatto a diverse classi e ne rispecchiano gli interessi, gli orientamenti di valore, i progetti, ecc.

Forse è più realistico utilizzare la categoria di «strato sociale»,​​ che è molto più generica e perciò si adatta a una pluralità di situazioni assai diverse; i giovani come «strato» sarebbero definibili come «categoria» a cui non corrisponde necessariamente un’aggregazione reale, una qualche forma di organizzazione e di istituzionalizzazione, ma solo un insieme di caratteristiche di status, di opzioni valoriali e culturali, di identità «abbastanza» o «relativamente» comuni a un grande numero di essi, pur senza determinare un’identità precisa.

Ciò sembra vero in maggior misura là dove non vi sono elementi che possano far pensare ai giovani come ad una entità ben precisa sotto il profilo sociologico, come in molte società del mondo occidentale a economia capitalista (ma è vero per altri motivi anche per le società a economia socialista, almeno dell’Est europeo).

Per questi motivi appare talora improprio parlare di «condizione»​​ giovanile,​​ termine che in qualche modo richiama un «soggetto storico» dalle precise caratteristiche (anche se non fino al punto di parlare di classe), capace di azioni collettive dotate di senso, in grado di elaborare e realizzare progetti unitari, ecc.; è forse meglio parlare di «giovani» e non di «condizione giovanile» là dove non esistono le condizioni per usare tale termine.

In definitiva, i giovani si possono considerare uno​​ strato di popolazione caratterizzato sostanzialmente da attribuzioni di età, i cui limiti tendono a fluttuare e ad espandersi, come effetto di certe dinamiche tipiche delle società caratterizzate da alti livelli di divisione del lavoro (e cioè di articolazione interna, strutturale e culturale), le cui conseguenze sono generalmente problematiche.

 

3. Le caratteristiche descrittive della gioventù

Per avviare una descrizione sostanzialmente «strutturale» dei giovani è bene riferirsi ai dati statistici che ne quantificano la consistenza e le caratteristiche (i dati si riferiscono all’Italia).

L’andamento generale della curva demografica in Europa e in Italia indica che complessivamente si va verso un​​ invecchiamento progressivo​​ della popolazione sin oltre l’anno 2000; attualmente la popolazione compresa tra i 15 e i 24 anni si aggira attorno al 15.8% della popolazione totale in Europa e al 15.6% in Italia. Le previsioni ammoniscono che presto in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale (e anche orientale) le persone con più di 65 anni saranno più numerose di quelle che hanno meno di 15 anni.

La​​ speranza di vita​​ della popolazione giovanile è aumentata in quasi tutti i paesi europei; in Italia alla nascita si ha la previsione di 71 anni per i maschi e di 77.7 per le femmine; a 15 anni la previsione è di 57.5 anni per i maschi e di 64 anni per le femmine. In complesso la gioventù attuale ha davanti a sé una prospettiva molto consistente di esperienza vitale.

Tra le cause di​​ mortalità​​ più rilevanti si hanno (in Italia) gli incidenti stradali (46.5 morti per i maschi e 10.1 per le femmine su 100.000), mentre i suicidi si assestano attorno al 5.3 per i maschi e al 2.4 delle femmine su 100.000.

Per quanto riguarda l’area dei comportamenti sessuali-familiari si nota tra i giovani un decremento costante dei​​ tassi di nuzialità​​ (tendenza a convivere liberamente anziché a legittimare giuridicamente il matrimonio) e di fecondità (sono feconde 23.0 donne su 1000 tra i 15 e i 19 anni; 105.2 su 1000 tra i 20 e 24 anni; 114.8 su 1000 tra i 25 e i 29; il numero medio di figli per donna in questo lasso complessivo di tempo - 15-29 - è di 1.74).

Gli aborti indotti, sempre per l’Italia, arrivano a 7.5% sotto i 20 anni a 22.6% tra i 20 e 24 anni, a 25.6% tra 25 e 29 anni; ogni donna ha mediamente in questa età 0.55 aborti, cioè abortisce almeno una volta una donna su due.

Quanto alla collocazione nell’apparato produttivo​​ si hanno dati abbastanza problematici. Il tasso di occupazione tra i 14 e 29 anni si aggira mediamente negli anni ’80 attorno al 32-33% della popolazione, mentre quello di disoccupazione supera di molto quello della media della popolazione attiva (30-32% contro il 10-12%); alti rimangono i tassi di non presenza sul mercato del lavoro (35-40% circa, composto soprattutto da donne, destinate a restare casalinghe).

1 tassi di​​ scolarità​​ sono generalmente aumentati negli ultimi anni in tutti i paesi europei, anche in Italia, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria e l’istruzione universitaria, raggiungendo livelli del 55-60% per l’istruzione secondaria e il 15% circa per quella universitaria.

Resta tuttavia consistente, soprattutto in Italia, in tasso di evasione dalla scuola dell’obbligo che sembra attingere i livelli del 3% annuo. Infine vanno sottolineate alcune statistiche riguardanti i problemi della devianza giovanile. Attorno alla metà degli anni ’80 gli utenti complessivi dei servizi finalizzati al ricupero dei tossicodipendenti ammontavano a 85.448 (cioè circa FI.5% della popolazione di pari età). Di essi, 8.287 stavano in comunità terapeutiche, 67.970 utilizzavano strutture pubbliche di trattamento e 9.181 strutture private. Mediamente attorno alla metà degli anni ’80 venivano condannati ogni anno da Tribunali dei minorenni o da tribunali ordinari circa 130.000 giovani tra gli anni 10 e 29 (di cui circa 17-18.000 femmine). Queste e altre più analitiche statistiche danno una prima idea della «condizione» dei giovani nella società occidentale (e in particolar modo in Italia), sollecitando un’analisi più qualitativa dei dati, che richiede particolari categorie interpretative, fornite dalle diverse scienze dell’uomo contemporanee.

 

4. Le categorie interpretative

Al di là delle descrizioni della condizione giovanile offerte dalle statistiche sociali, è utile riferirsi a certe categorie sintetiche che utilizzano approcci interdisciplinari e che permettono di comprendere alcuni aspetti essenziali del​​ condizionamento socio-culturale​​ a cui i giovani sono sottoposti e del​​ protagonismo​​ di cui possono o vogliono essere i rappresentanti.

Tali categorie sono di diversa consistenza e orientamento e rispecchiano anche le mutevoli sensibilità dei ricercatori e le circostanze contingenti del periodo storico; vanno prese perciò con molto senso critico e vanno utilizzate a modo di «cocktail» variabile, cioè traendone combinazioni variegate che si possano applicare a situazioni concrete e contingenti.

Se ne presentano qui alcune tra le più significative.

4.1. La categoria della marginalità

La categoria «marginalità» comincia ad apparire nella letteratura sociologica applicata alla condizione giovanile attorno al 1970 cioè a partire dal congresso internazionale di sociologia di Varna, e si presenta fin dall’inizio come un’estensione del concetto di marginalità elaborato nel contesto dell’analisi delle dinamiche territoriali (città-campagna; centro-periferia) o dei rapporti, a livello nazionale o internazionale, tra sistemi economici sviluppati e sottosviluppati. Parlare dei giovani in termini di marginalità significa attribuire loro gli stessi caratteri di esclusione dal godimento dei diritti e risorse promesse dal sistema, di non partecipazione alle decisioni che li riguardano, di irrilevanza sul piano del potere, che si attribuiscono più generalmente ai «sistemi» economici e politici subalterni.​​ Il concetto di marginalità​​ risulta pertanto necessariamente caricato di significati tendenzialmente simbolici e di risvolti ideologici. La elaborazione marcusiana della protesta sessantottesca, ad esempio, assegna ai giovani un’importanza strategica centrale all’interno delle lotte di tutti gli emarginati del mondo e perciò ne considera le iniziative come premessa necessaria di un processo alternativo e-o rivoluzionario di grande portata storica. Un concetto analogo è sviluppato da studiosi quali Rowntree, Touraine e Alberoni che equiparano la marginalità all’alienazione e considerano i giovani come i più evidenti protagonisti di una nuova lotta di classe, quella concernente il controllo della società tecnologica.

Oggi queste connotazioni appaiono molto sfumate; caduta l’ipotesi dei «giovani come nuova classe» e caduta l’eventualità di una gestione rivoluzionaria della emarginazione, ci si orienta verso interpretazioni politicamente meno incisive della marginalità giovanile. Generalmente essa viene definita in termini di effettiva esclusione, di isolamento, di neutralizzazione dei giovani che sono l’effetto di un processo più o meno intenzionale di obiettiva emarginazione gestito dal sistema sociale nel suo complesso e spesso rafforzato da fenomeni di autoemarginazione posti in atto da aliquote minoritarie di giovani stessi.​​ L’emarginazione​​ e la correlativa situazione di marginalità che ne risulta è fatta risalire alla logica di sviluppo dei sistemi neocapitalisti che per assicurarsi un equilibrio produttivo ottimale esigono che gli strati più deboli della popolazione restino a lungo parcheggiati in aree di forzata attesa e dipendenza. I segni dell’emarginazione sono numerosi: il soggiorno artificiosamente prolungato nelle strutture formative, l’esclusione dal lavoro legale, lo sfruttamento nel lavoro illegale, la condanna a funzioni quasi esclusive di consumo coatto, la limitazione ed esclusione dalle diverse opportunità di partecipazione protagonista e lo svuotamento delle forme stesse di partecipazione subalterna.

Se la logica dei sistemi che esaltano il ciclo produzione-consumo, come fattore di moltiplicazione della remunerazione del capitale ad ogni costo, spiega in gran parte la condizione di marginalità giovanile, la crisi degli ultimi anni ne spiega l’ampiezza inusitata e la profondità. L’ipotesi più diffusa infatti è che in molti paesi tutti i giovani sono oggetto diretto dei processi di emarginazione, anche se il rischio e la minaccia diventano reale condizione di marginalità solo per pochi, in modo chiaramente selettivo, colpendo soprattutto i più deboli, cioè i meno attrezzati, tra i giovani, a rispondere alla pressione emarginante.

Per questi motivi gli effetti della marginalità sono diffusi in tutta la condizione giovanile: si nota soprattutto la​​ sindrome di caduta di senso​​ che colpisce molti giovani ed in particolare emergono la perdita dell’autostima, il sentimento dell’inutilità, il venire meno del protagonismo ed infine, su un piano di assoluta gravità, l’eventualità di una progressiva interiorizzazione dell’emarginazione stessa come cultura, cioè come ragione di vita, come modello totalizzante di comportamento, che prelude spesso all’autoemarginazione in subculture separate.

E tuttavia l’emarginazione è letta talora in chiave almeno parzialmente positiva, come quando si ipotizza una certa capacità dei giovani stessi di sfruttare pragmaticamente la condizione di dipendenza, facendone una pre-condizione di relativa de-responsabilizzazione, che permette di difendersi dai tentativi di omologazione e di sperimentare una certa stabilità o equilibrio emotivo, almeno per periodi particolarmente delicati dello sviluppo.

Si è già detto dell’interpretazione ideologica della marginalità come pre-condizione rivoluzionaria; è possibile anche leggerla ideologicamente come colpevole fuga dalla responsabilità e dalla partecipazione che denota una voluta inerzia e mancanza di creatività, ed è l’interpretazione più corrente nell’ambito del funzionalismo.

Oggi però tra coloro che ancora utilizzano la categoria della marginalità, si propende a considerarla soprattutto un fattore di disgregazione, di anomia, di rottura dei processi di autorealizzazione individuale e collettiva.

In definitiva​​ la categoria «marginalità» sembra essere applicabile a larghi strati di popolazione giovanile, anche se non è più forse utilizzabile complessivamente per tutti i giovani allo stesso modo e allo stesso livello; marginalità inoltre è un concetto che esprime sostanzialmente un processo strutturale che tende a collocare e a definire obiettivamente i giovani, ma che non implica necessariamente il risvolto «soggettivo» rappresentato dalle loro «reazioni» al tentativo di emarginazione. Il concetto cioè si rivela molto più ricco se si approfondiscono anche le molteplici forme di «adattamento» all’emarginazione, che non si possono più ridurre ideologicamente solamente o alla reazione alternativa o alla accettazione passiva.

La categoria «marginalità» infine si comprende meglio se coniugata con altre (quali ad esempio quella della frammentarietà e dell’eccedenza delle opportunità) che analizzerò più oltre.

 

4.2. La categoria della frammentarietà

Ho accennato precedentemente all’ipotesi della fine della «condizione giovanile». L’ipotesi non consiste solo nella previsione di una progressiva perdita di rilevanza dei giovani nelle società occidentali per effetto del loro sempre minore peso demografico e per il disciogliersi delle loro problematiche in quelle dell’intera società, ma più precisamente nella constatazione di un inarrestabile sgretolarsi della condizione giovanile verso la completa frammentazione strutturale e culturale.

L’ipotesi parte dall’analisi di due fenomeni sociali tra di loro collegati:​​ la perdita del centro​​ (cioè di un punto di riferimento normativo capace di legittimare il significato unitario della società) che è fenomeno tipico delle società in via di complessificazione e di secolarizzazione, cioè in crisi di totalizzazione;​​ la crisi dei processi di socializzazione,​​ descrivibile come sfaldamento (relativo) delle agenzie tradizionali di ottenimento del consenso sociale sui valori dominanti, di legittimità dei messaggi culturali trasmessi, di obsolescenza delle metodologie di trasmissione, ecc. Le conseguenze più macroscopiche della condizione di frammentarietà vengono identificate, in riferimento alla condizione giovanile, almeno a due livelli:

1. Come​​ venir meno di una coscienza collettiva​​ e come emergere di coscienze di piccolo gruppo, o al limite come affermazione di una radicale privatizzazione (prevalentemente individualistica) del comportamento. II che equivale alla crisi dell’identità collettiva dei giovani, alla difficoltà di rappresentarsi collettivamente come soggetti storici capaci di produzione culturale relativamente autonoma e quindi di partecipare efficacemente alla determinazione del cambio sociale.

Si riferisce a questa tematica l’ampia letteratura non sempre scientifica, che ha utilizzato​​ la categoria del «riflusso»,​​ etichettata di volta in volta con i termini di «privatizzazione», «soggettivizzazione», «attenzione all’identità individuale», ecc.

2. Come​​ segmentazione del vissuto individuale,​​ la cui importanza e significazione rispetto all’esigenza di identità dovrebbe invece aumentare, anche in rapporto al venir meno delle identità collettive.

Generalmente se ne individuano almeno due aspetti.

a.​​ La frammentazione del «tempo psichico»,​​ cioè l’allentarsi dei legami esistenti tra le diverse esperienze distribuite nel tempo e l’affermarsi di un «presentismo» che è interpretato e vissuto come una sorta di sospensione illimitata del tempo reale. La frammentazione del tempo psichico implica da una parte una certa scarsa memoria del passato, l’irrilevanza cioè delle radici, della tradizione, della storia, verso cui molti giovani esercitano spesso un processo di censura automatica o di rimozione intenzionale. Implica anche una scarsa capacità di progettare il futuro, che è fondata indubbiamente su situazioni obiettivamente difficili, ma che dipende anche da una soggettiva riluttanza a investire totalmente e definitivamente le proprie risorse umane su una sola opportunità o ipotesi di vita. Ciò non toglie che vi siano grandi ideali tra i giovani di questa generazione, ma, secondo l’ipotesi, essi stentano a tramutarsi in progetti realizzabili e verificabili: a questo fenomeno guardano con preoccupata attenzione soprattutto i responsabili delle organizzazioni di chiesa, di partito e di sindacato.

b. A ciò si aggiunge​​ la frammentazione del quotidiano;​​ il presente stesso infatti è minacciato da una radicale relativizzazione delle esperienze che lo compongono, anzi i singoli segmenti di vita tendono ad assumere significati mutevoli anche all’interno di una singola «storia di vita». Ciò è spiegabile come effetto di una scarsa socializzazione; l'ipo-socializzazione riflette infatti il quadro generale di una società in cui la disgregazione culturale non può che riprodursi anche a livello individuale, di personalità.

È ben vero che la frammentazione del quotidiano implica in qualche modo un aumento delle esperienze e delle appartenenze e che la mancanza di una precoce canalizzazione dei vissuti individuali può permettere una più ricca opportunità di scelte; si tratta di risvolti considerati positivi e capaci di mitigare gli effetti perversi della frammentazione stessa, ma in generale in questo approccio si tende a sottolineare la pericolosità di questi vissuti, soprattutto in rapporto all’esperienza dell’identità e più in generale al bisogno di significato.

Frammentazione ed emarginazione infatti appaiono spesso combinate nella spiegazione di non pochi fenomeni problematici della condizione giovanile, come ad esempio il riflusso come «ultima spiaggia» su cui è possibile attestarsi prima di cedere alla definitiva perdita di senso, il consumo esasperato come risposta alienata alla mancanza di progetto e di continuità, la devianza come conseguenza quasi-automatica alla perdita dei valori e delle norme.

Ma non mancano neppure qui i​​ risvolti ideologici:​​ la frammentazione è indicata spesso come conseguenza logica della «bancarotta delle ideologie totalizzanti» e non tanto come effetto di processi sociali quali la socializzazione competitiva e conflittuale e la divisione del lavoro sociale; come conseguenza logica dello schema di sviluppo, tutto incentrato su valori di scambio e d’uso e poco attento alle esigenze della ragione sostanziale. Come pure risulta talora ideologica la lettura che si fa, entro questa prospettiva, delle risposte date ai giovani alla frammentazione; tipico è il giudizio dato su certe forme di aggregazione giovanile che vengono considerate sostanzialmente ambigue. Secondo questa interpretazione dei fatti, aggregarsi significa per molti giovani opporre un antidoto solo apparente alla frammentazione; si verifica invece un meccanismo di esaltazione delle caratteristiche che rendono differenti, si nota la tendenza all’esclusione o alla selettività verso gli altri; si legittima la sollecitazione di forti dinamiche interne; si procede all’elaborazione di sistemi di significato sempre meno universali e sempre meno comunicabili; si diffonde la propensione a letture negativistiche della realtà esterna.

La frammentazione come categoria è molto utilizzata​​ in tutta la sua vasta gamma di significati sia in ricerche empiriche che in interpretazioni teoriche globali come strumento di comprensione della fase post-sessantottesca, soprattutto da quanti vedono tale stagione della condizione giovanile come un fenomeno sostanzialmente negativo e recessivo che non poteva produrre che disgregazione. D’altra parte risulta invece molto arduo, a quanti hanno tentato di ricondurre il ’68 a espressione di un bisogno di cambiamento radicale fondato su un preciso progetto culturale, spiegare il repentino cambio di direzione e di contenuti del vissuto giovanile e la caduta della identità collettiva.

 

4.3. La categoria del cambiamento culturale

Una certa letteratura psico-sociologica, cito soprattutto Grasso, Tullio-Altan e Secchiaroli, ma anche un’ampia letteratura angloamericana e tedesca (Inglehart) che ha le sue radici in alcune analisi degli anni ’60 e che si estende per larga parte dei ’70, tende ad accreditare l’ipotesi secondo cui i giovani​​ sono protagonisti di una rivoluzione culturale lenta e non vistosa,​​ che peraltro produce una notevole innovazione sul piano dei​​ valori elaborati e proposti.​​ Demistificando il periodo sessantottesco, questo approccio tende a minimizzare l’importanza delle azioni collettive più vistose e dei contenuti più propriamente utopici delle proposte di cambio culturale gestite dalla contestazione giovanile di allora. È convinzione dei fautori dell’ipotesi che il cambio delle opzioni di fondo, ravvisabile solo con sofisticate tecniche di analisi del profondo non sia possibile se non sui tempi lunghi; e che perciò il ’68 abbia rappresentato solo un momento espressivamente significativo di un progresso già in atto e solo momentaneamente esaltato nelle sue componenti più esteriori.

Su questa linea vanno letti gli studi di P. G. Grasso, intesi a dimostrare una differenziata velocità di cambio (più lenta a livello di atteggiamenti-opinioni-disponibilità superficiali) e orientati a sottolineare l’emergere di una sempre più convinta solidarietà personalistica ed universalistica. Altrettanto si può dire degli studi di Tullio-Altan, che sulla scorta di certe intuizioni di Inglehart tendono a dimostrare il cambio avvenuto a cavallo del ’68, in termini di:​​ fine della stagione dei valori acquisitivi connessi con la soddisfazione dei bisogni primari​​ (sicurezza, lavoro, casa, ecc.)​​ ed emergenza di valori nuovi​​ (postmaterialistici, post-borghesi, espressivi, ecc., quali la libertà, l’autorealizzazione, la convivenza pacifica, in una parola la «coscienza politica progressiva»). Questi studi inoltre affermano che la novità del vissuto giovanile consiste soprattutto nel fatto che​​ i nuovi modelli sono tradotti in stili di vita quotidianamente praticabili, che rendono possibile l’utopia e agibili i contenuti delle istanze politiche che il ’68 aveva focalizzato.

L’ipotesi tende infine ad accreditare l’idea che i giovani sono in grado di realizzare all’interno della società complessa una sintesi felice tra passato e presente, in modo non traumatico e silenzioso, e allo stesso tempo duraturo e profondo.

Tutto ciò sembra supporre un insieme di caratteri nuovi che nel «dopo-sessantotto» permettono di situarsi costruttivamente in una società che per altri versi si presenta come disgregante e destabilizzante; in particolare una ripresa di progettualità intenzionale, una dilatazione delle possibilità di opzione, un aumento della coscienza dell’importanza della vita quotidiana, una nuova capacità di controllare il proprio destino.

Molti critici ritengono che questa prospettiva pecchi di un certo​​ meccanicismo e comunque di ottimismo.​​ L’ipotesi suppone infatti che i giovani arrivino a fare quotidianamente ciò che gli adulti non riescono affatto, proprio per difficoltà intrinseche della società complessa; che è una società in cui è difficile trovare soluzioni generali e definitive; in cui la previsione e la programmazione sono vanificate dal cambio troppo rapido e dalla incontrollabilità dei fattori in gioco, in cui i riferimenti di valore vengono meno; in cui risulta arduo coniugare le esigenze della complessità del sistema con le esigenze delle diverse soggettività emergenti nei mondi vitali, cioè nelle esperienze sottratte al controllo del sistema sociale.

D’altra parte la definizione dei valori «nuovi» è quanto mai problematica; che senso ha veramente definire un valore come postmoderno, post-industriale, post-materialista? Forse che i sistemi sociali mutano unitariamente e univocamente senza lasciare residui o aree di arretratezza? E il «dopo» è da intendersi in senso puramente cronologico o anche logico e culturale? Ed è un «dopo» che significa necessariamente un «meglio»?

A queste domande si aggiungono i discorsi sui portatori della​​ presunta rivoluzione silenziosa;​​ in genere si tratta di giovani delle classi medie o medio-alte, dotati di alti livelli di scolarizzazione, capaci di utilizzare il loro tempo libero in modo proficuo e intelligente (anche perché ne hanno molto di tempo libero ed hanno i mezzi per viverlo intensamente). Sono esclusi dalla rivoluzione coloro che, storicamente, nel ’68 erano stati pensati come gli analoghi della classe operaia, detentrice del diritto-dovere della rivoluzione storica (cioè i giovani di estrazione popolare).

Per tutte queste ragioni la categoria del cambiamento culturale è spesso guardata con sospetto da certi osservatori; essa è ritenuta null’altro che una riedizione della tradizionale concezione funzionalista della condizione giovanile, secondo cui i giovani gestiscono quasi fisiologicamente la transizione, in quanto capaci di immettere nel processo la freschezza della loro vitalità bio-psicologica. Sociologicamente parlando la categoria «cambiamento culturale» sembra dunque indicare solamente che il sistema sociale è in grado di utilizzare intelligentemente le sue risorse umane per mantenersi e svilupparsi in modo e misura illimitati.

 

4.4. La categoria dell’eccedenza delle opportunità

All’interno della società complessa alcuni osservatori notano l’emergere di notevoli possibilità di moltiplicare le esperienze, di utilizzare strumenti di comprensione e di dominio della realtà; di ricevere stimoli e di rispondere in modo differenziato ad essi.

In questo contesto non è più necessario legarsi alla finalità del sistema ruoli-status, ma è offerta​​ l’opportunità di percorrere itinerari diversificati verso la propria realizzazione individuale e collettiva.

Questa sarebbe la risposta unica possibile alla eterogeneità differenziata della società complessa; e se ne troverebbero tra i giovani i segni inequivocabili: quali ad esempio la​​ preferenza per occupazioni saltuarie ed occasionali, l’abbandono degli ideali del successo e della carriera, il bisogno diffuso di fare molte esperienze senza totalizzarsi su nessuna​​ (in questo la categoria «eccedenza delle opportunità» specifica quella della frammentazione);​​ la capacità di vivere e convivere decentemente con le precarietà. In altre parole l’eccedenza delle opportunità permette un modello flessibile e mobile di identità e di autorealizzazione, da non confondersi con il riflusso rinunciatario e disimpegnato.

Una specificazione di questa categoria sembra essere quella dell’adattamento. Nella società complessa si risponde all’assenza di riferimenti, all’aumento dell’incertezza, alla non praticabilità delle risposte totalizzanti, al rischio della dissociazione, adattandosi. Il che significa ricercare soluzioni solo possibili e non necessariamente ottimali, nella quotidianità (e perciò lontano da modelli onnicomprensivi, totalizzanti e pretendenti alla razionalità e alla progettualità). Adattarsi significa dunque ripercorrere a ritroso l’itinerario dell’identità, cercandone le basi non nel sociale o nel politico o nelle esperienze produttive (sono luoghi dell’identità che per molti giovani sono del tutto impraticabili) ma negli ambiti che possono essere direttamente controllati dai giovani stessi. Questa area dotata di più agilità esperienziale coincide con quella delle relazioni microsociali e delle esperienze strettamente personali. Il tempo libero, l’amicizia, l’affettività, le attività espressive, i temi della formazione e della coscienza, gli hobbies, il volontariato, ecc. diventano gli ambiti in cui ogni soggetto investe parzialmente le proprie risorse vitali per raggiungere un’identità personale, diventano i luoghi in cui è possibile tentare di ridurre la complessità e le contraddizioni del sistema sociale (cioè la sua incapacità a conferire identità accettabili) e di conferirsi autonomamente identità e senso.

Certamente l’area descritta porta il segno delle opportunità dimezzate e ridotte (rispetto alle possibilità tendenzialmente utopiche, prefigurate nei segni della generazione precedente); ma la soggettività, che è il regno di questa esperienza, può essere ulteriormente e illimitatamente dilatata.

Non è difficile immaginare che questo modello sottintende un certo​​ rischio di pragmatismo strumentale​​ che confina con il cinismo e l’opportunismo. Ma quando l’adattamento è contenuto nei limiti indicati esso può conferire almeno una identità parziale e provvisoria, in un accumulo di opportunità di vita, che segna le tappe di un percorso di per sé mai terminato. Effettivamente esso non è molto definito dai suoi contenuti, perché conserva il carattere dell’indeterminatezza e della imprevedibilità, della labilità degli atteggiamenti e dell’eclettismo.

È a questo punto che​​ una valutazione critica del modello​​ non può che sottolinearne il rischio intrinseco di un esito dissociativo. Non è facile infatti sostenere a lungo la mancanza di una gerarchizzazione dei valori e delle norme; o convivere nella precarietà all’infinito; o lasciare nell’indeterminatezza i contenuti del proprio progetto di vita. Il modello dell’adattamento nel quadro di eccedenza delle opportunità rivela dunque il carattere di intrinseca provvisorietà e di limitata funzionalità del comportamento che esso analizza. L’adattamento svolge probabilmente una funzione insostituibile nell’ambito della società complessa e differenziata; ma non è in grado se non di spiegare il carattere nuovo della soggettività giovanile, senza approfondire adeguatamente le ragioni dell’obbiettiva «perdita di senso» che si produce nella società complessa.

In altre parole il modello va ripensato alla luce delle categorie più «strutturali» quali l’emarginazione e la frammentazione che tentano di rendere conto del perché radicale della perdita di significato nella società attuale da parte dei giovani. In mancanza di ciò la categoria rischia di perdersi nell’imprecisione di certi discorsi puramente sovrastrutturali.

 

4.5. La lotta per l’identità

Il tema dell’identità è centrale in tutti gli approcci che utilizzano soprattutto categorie psicologiche o psicosociologiche. Si può citare a questo proposito almeno Erikson e la rivisitazione recente che ne ha fatto in Italia Palmonari. Anche a livello sociologico il tema è stato ripreso da più parti recentemente, in rapporto all’ipotesi di una generale caduta dell’identità collettiva dei giovani (vedi ad esempio la categoria della frammentazione).

Questo approccio parte dalla constatazione che nella società complessa e avviata verso l’era post-industriale il conflitto sociale non è più solo un conflitto di classe centrato sul controllo e sulla proprietà dei mezzi di produzione, ma è un conflitto radicale che supera i confini tradizionali di classe e che riguarda invece il modo di produrre sviluppo, di definire i bisogni e l’identità, di determinare la qualità della vita nella società complessa. Sotto questo profilo il modello rivela notevoli analogie con il modello del «cambiamento culturale», nella misura in cui sottolinea l’emergere di nuovi bisogni, di carattere prevalentemente espressivo e non strumentale.

Esiste conflitto attorno a questi oggetti sociali perché i sistemi tendono a imporre le identità da loro predisposte (a loro funzionali) indiscriminatamente a tutti i soggetti, che in molti casi reattivamente difendono e rivendicano il proprio diritto all’identità. Presupposto fondamentale di questa ipotesi è il riemergere di una soggettività rimossa, che non è solo riflusso e solo folklore, ma piuttosto rivendicazione radicale del diritto a definire i propri bisogni e delle lotte per la loro soddisfazione.

Gli autori annotano che​​ questa lotta ha caratteri peculiari-,​​ ha come oggetto esigenze poco negoziabili (nascita, morte, affetti, relazioni, malattia, sopravvivenza, pace, ecc.); rifiuta il controllo politico (partitico e sindacale) sulla negoziazione del bisogno, riappropriandosi il controllo diretto sulle condizioni di esistenza, indipendentemente dal sistema; tende a coniugare sempre più privato e pubblico, superandone la separatezza; tende ad avvalersi di solidarietà comunitarie (di piccolo gruppo) come supporto ad un conflitto di minoranze capaci di gestire in proprio il confronto.

Al centro di questa lotta riappare il «corpo», luogo della resistenza contro la manipolazione e luogo dell’espressione del desiderio rivoluzionario; allo stesso tempo riappare il vecchio concetto di natura che sta a sottolineare il carattere non assoluto della storicità del bisogno; riemerge infine l’individuo come soggetto sociale irriducibile, terreno dei conflitti sociali fondamentali.

È importante verificare se e come i giovani sono coinvolti in questa lotta per l’identità. L’ipotesi in analisi individua un certo percorso privilegiato che spiega la presenza dei​​ giovani al centro di questo conflitto.

Secondo questo modello la scolarizzazione di massa che prolunga la dipendenza non è che un momento interlocutorio del processo; è infatti la disoccupazione, la sottoccupazione, l’occupazione illegale che conferiscono al vissuto di dipendenza un’essenziale precarietà e marginalità, che rende i giovani disponibili ad ogni forma di manipolazione ideologica. Di fatto il mercato riesce quasi sempre a dare alla dipendenza-precarietà-marginalità un contenuto simbolico illusorio, promette cioè al giovane un’identità che si paga a prezzo di consumo illimitato.

Lo sbocco di questa situazione​​ apparentemente senza ritorno è dato invece unicamente dalla presa di coscienza del proprio «nulla» che reclama identità solida, o meglio sottolinea drammaticamente il diritto di conferirsela autonomamente.

L’esigenza di identità, peraltro, si esprime prevalentemente in negativo: i giovani reclamano identità con il loro silenzio, con l’indifferenza verso il potere, con la separatezza (che è quanto dire: trovare un modo di comunicare senza perdere identità), con la mancanza di progetto (e dunque con un ritorno duro al presentismo, inteso come unica misura del mutamento).

Anche in questa linea come in quella tracciata dalla categoria «eccedenza delle opportunità» si considera ovvia la rivendicazione alla provvisorietà e alla reversibilità delle scelte, alla pluralità e al policentrismo delle biografie individuali e degli orientamenti collettivi. In altre parole la protesta silenziosa che esprime il bisogno di identità è accompagnata dal​​ rifiuto degli itinerari prefabbricati​​ attraverso cui l’identità è conferita ufficialmente nel sistema (cioè i processi di socializzazione istituzionalizzati) e dalla valorizzazione delle diverse forme di autosocializzazione, anche quelle più radicali.

Non per questo i giovani diventano automaticamente protagonisti assoluti della lotta-conflitto per l’identità; essi sono di fatto assoggettati a condizioni di marginalità, massificazione, condanna al consumo coatto che ne diminuiscono di molto le capacità di opposizione alternativa.

Riemergono nel modello descritto alcuni elementi categoriali già evidenziati in altri modelli, ma senza dubbio la categoria «lotta per l’identità» sembra adattarsi precipuamente a fenomeni recenti di aggregazione e di esperienza giovanile del tutto imprevedibili durante la stagione sessantottesca (i movimenti pacifisti, le associazioni di interesse religioso, ecologico, salutistico, culturale, le varie forme di impegno nel volontariato, ecc.).

Il modello​​ soffre forse di poca specificità, perché la lotta per l’identità radicale non sembra manifestare le caratteristiche di un interesse o bisogno di generazione; ingloba infatti componenti di età, di classe o di strato, di scolarità e di militanza sociale e politica molto eterogenee.

Con tutto ciò anche questo modello sembra ricco di stimoli e applicazioni.

 

5. Temi e problemi particolari

Le categorie interpretative globali possono costituire uno sfondo su cui inserire analisi particolari di temi e problemi che toccano​​ aspetti specifici​​ della condizione giovanile. Qui se ne presentano alcuni, rinviando ad altre voci del presente dizionario l’approfondimento di argomenti analoghi, quali: associazionismo, appartenenza politica, devianza, ecc.

 

5.1. I giovani e la religione

Sulla base di non poche ricerche recenti si può ritenere che:

1. Nell’attuale atteggiamento giovanile verso i valori e verso la fede emerge il carattere della​​ soggettivazione​​ e della​​ frammentarietà,​​ espresso come subordinazione della domanda e del vissuto religioso ai bisogni di identità individuale, di autorealizzazione e di autovalutazione come ne fanno evidenza i risultati riguardanti le domande su Dio, sulla fede, sul messaggio cristiano, sul rapporto fede-politica e fede-etica. In altre parole, la religiosità dei giovani di questa generazione è sottoposta ad una forte spinta verso la soggettivazione e la privatizzazione, da intendersi sia come «psicologizzazione» della religione, cioè come utilizzazione della religione a strumento di soluzione e risposta ai propri problemi psicologici, sia come tendenza al consumo passivo e individualistico della religione.

2. Il carattere di soggettivazione è presente però anche in termini di​​ domanda di protagonismo​​ dei giovani nei riguardi della religione. Essa consiste nella spiccata disponibilità alla riappropriazione creativa del fatto religioso in chiave personale, accompagnata da un certo distanziamento dal modello istituzionale e da un’esplicita richiesta di fare esperienza religiosa in aggregazioni vivaci. Il protagonismo così inteso è diametralmente opposto all’atteggiamento «consumista», perché è aperto ad una esperienza gratuita della religione, intesa come valore autonomamente motivante rispetto agli impegni sociali, nel culturale e nel politico.

3. Esiste tra i giovani italiani di questa generazione una esplicita​​ domanda di religione,​​ anche se non la si può considerare maggioritaria. Il «ritorno al sacro» e la «ripresa di religione» sono fenomeni rilevanti più sul versante «qualitativo» che su quello «quantitativo», cioè più per quello che viene espresso dal bisogno di protagonismo e di radicalità evangelica dei pochi, che per quello che viene evidenziato nel tradizionalismo religioso della maggioranza dei praticanti.

4. Questa domanda di religione rischia molto quando cerea i canali entro cui esprimersi come vissuto significativo nella quotidianità: parte di essa si perde e si vanifica in una privatizzazione che è funzionale solo ai bisogni di sicurezza e di equilibrio psicologico, mentre è soltanto un segmento quello che cresce nella ricerca costante di equilibri difficili tra fede e prassi, tra identità «settaria» e «integrazione ecclesiale», rischiando anche forme di ghettizzazione, o forme di integrismo, o forme di secolarismo.

 

5.2. I giovani e il lavoro

Molte ricerche teoriche ed empiriche hanno analizzato in questi anni le modalità di presenza dei giovani nel​​ mercato del lavoro​​ e nella stessa​​ struttura occupazionale.

Risulta anzitutto che i giovani premono sul mercato del lavoro anche con maggior urgenza che in passato, sfatando l’ipotesi della​​ disaffezione​​ nei riguardi del lavoro o per lo meno limitandola ai lavori più pesanti, nocivi, alienanti.

Resta anche confermata la generalizzata difficoltà di quasi tutti i giovani nel periodo della​​ transizione​​ tra strutture formative e attività lavorativa, non tanto e non solo per la mancanza di posti di lavoro quanto per la sfasatura esistente tra formazione e esigenze produttive.

Sul versante più soggettivo si analizzano soprattutto gli​​ atteggiamenti verso il lavoro,​​ il valore che gli viene assegnato, la qualità attribuita al lavoro, il rapporto tra lavoro e tempo libero. Emerge dalle ricerche uno spostamento netto verso una concezione prevalentemente​​ strumentale​​ del lavoro (è una necessità che fornisce i mezzi per risolvere i problemi pratici della vita quotidiana e nulla più) rispetto a una concezione etica che esaltava il lavoro come esperienza capace di conferire identità, di stimolare la socialità e la creatività umana, di modificare la qualità della vita.

Inoltre le ricerche mettono in evidenza che i giovani sperimentano per motivi diversi una certa​​ alienazione da lavoro,​​ legata alla fatica, alla nocività, alla ripetitività, alla incongruenza tra attese e realtà del lavoro, all’assenza di utilità sociale di molti lavori. Molti giovani si attendono dal lavoro le sole soddisfazioni legate alla maggior retribuzione, alla possibilità di fare carriera, alla sicurezza del posto.

Il lavoro in definitiva pare perdere importanza nella scala dei valori; viene dopo l’interesse per la famiglia, ma prima degli interessi affettivi; è un «pezzo della vita», ma non è più la via maestra per l’autorealizzazione.

 

5.3. I giovani e le istituzioni

Gli atteggiamenti nei riguardi delle istituzioni si diversificano assai in base all’importanza delle singole istituzioni nella vita dei giovani. Contrariamente a quanto si può immaginare, la​​ famiglia​​ occupa ancora una parte importante tra i desideri e i valori dei giovani di questa generazione; essa è intesa come luogo ideale della comunicazione interpersonale profonda e non tanto come struttura giuridica che legittima i ruoli sessuali e parentali. Si pensa cioè non tanto al modello della famiglia tradizionale quanto alla famiglia a legami allentati, fondata sulla libera e flessibile scelta reciproca e poco proiettata sui figli o sulla parentela. Su questo modello per altro pesano le ipoteche di una intrinseca fragilità, documentabile attraverso le statistiche problematiche (se non proprio allarmanti) riguardanti le unioni di fatto, le separazioni, i divorzi, le conflittualità diffuse.

Rispetto alla​​ scuola,​​ permangono le ambiguità di sempre: diminuita la tensione che aveva caratterizzato le stagioni della contestazione, nella scuola i giovani sembrano stare tranquillamente parcheggiati, quasi subendone la paralisi culturale e organizzativa, senza forti propensioni alla partecipazione e alla responsabilità. Si pensa generalmente che la funzione culturale sia impari alle esigenze del sistema produttivo, ma ciò non ha impedito una certa ripresa dell’impegno che porta almeno alla conquista del titolo di studio, se non proprio all’acquisizione di una cultura adatta alla società complessa, e post-industriale.

Verso le​​ istituzioni politiche​​ l’atteggiamento prevalente è quanto mai problematico: la crisi di credibilità della politica continua a influire negativamente sui giovani, limitandone la partecipazione attiva alle diverse forme di aggregazione partitica e sindacale. Allo stesso tempo la logica della società complessa ha relativizzato le pretese totalizzanti delle ideologie politiche, ridimensionando perciò la funzione, che si voleva universale, della politica come soluzione ideale dei problemi umani. Di qui la ricerca sofferta, in gruppi giovanili minoritari, di un nuovo concetto di politica che passa attraverso prassi di piccolo contenuto ideale e di maggiore concretezza storica. Un esempio tra i tanti di questa propensione a riscoprire la politica si ha nel​​ volontariato​​ e in tutte le altre forme di presenza nel sociale (cooperative di vario genere, associazioni a scopo ecologico, pacifista, ecc.) che qualificano l’impegno di non pochi giovani della presente generazione.

 

5.4. I giovani e il tempo libero

Quest’area di interessi tende da tempo ad ampliarsi per effetto di una convergente serie di fattori: assenza o limitazioni del lavoro, bisogno di esperienze alternative a quelle tradizionalmente considerate «forti» in rapporto alla formazione dell’identità, migliore definizione e specificazione delle «offerte» riversate sul mercato del tempo libero dai mass media e dalle varie organizzazioni turistiche, sportive, ecc.

In altre parole, prende consistenza l’ipotesi secondo cui l’area del tempo libero può diventare ormai per molti giovani l’occasione prioritaria per esperienze che conferiscono​​ identità​​ in alternativa alla scuola che non forma, al lavoro che non c’è o è alienante, alla politica che ha perso credibilità; si tratta solo di un’ipotesi, perché ancora molte ricerche sottolineano il fatto che per molti giovani il tempo libero è tempo della compensazione, funzionale alla ricostituzione delle energie produttive o al superamento delle alienazioni accumulate nella vita sociale e individuale. Spesso il tempo libero giovanile appare ipotecato da pesanti modelli consumistici, che ne impediscono un uso più intelligente e produttivo.

Va riservata, in questo contesto, particolare attenzione al​​ fenomeno sportivo​​ che registra un’innegabile espansione presso i giovani in termini di pratica agonistica o dilettantistica (quasi la metà dell’associazionismo giovanile è concentrata nell’attività sportiva), ma che allo stesso tempo evidenzia periodicamente fenomeni di alienazione collettiva (vedi violenza negli stadi) che confermano la vecchia ipotesi secondo cui lo sport mercificato e strumentalizzato a scopo puramente evasivo diventa droga pericolosa e distruttiva.

Poche ricerche focalizzano la funzione educativa dello sport per i giovani; esse sottolineano che la domanda di sport, pur inserendosi tra i bisogni del privato e oscillando tra individualismo consumista e personalismo impegnato, evidenzia tratti educativamente rilevanti: bisogno di piena autorealizzazione anche attraverso la riappropriazione dei valori della corporeità, bisogno di relazioni umane significative, ricerca di soddisfazioni concrete e realistiche attraverso il sacrificio e l’impegno.

Una richiesta esplicita di valori espressivi quali lo star bene insieme, il condividere la felicità, il manifestare solidarietà attraversano la pratica sportiva dei giovani più sensibili.

 

6. Un bilancio in prospettiva

Oltre a offrire stimoli utili alla rivisitazione di certe categorie di lettura della condizione giovanile, le considerazioni fin qui fatte ricollocano il discorso sui giovani al centro di una lettura complessiva della realtà italiana e riportano alla necessità di ipotizzare e rendere effettive le risposte che sono urgentemente sollecitate dai problemi.

La preminente dimensione operativa delle conclusioni a cui il discorso può condurre non deve far dimenticare lo spessore scientifico delle questioni in discussione; la politica rinvia pertanto alla scienza, per quel poco o molto che quest’ultima può dire in termini di comprensione e previsione circa i comportamenti giovanili. Quanto si dice qui a modo di conclusione mantiene dunque il carattere di discorso necessariamente aperto ad ulteriori verifiche.

 

6.1. L’ipotesi dell’esplosione del disagio giovanile

La parola «disagio» racchiude un contenuto variegato: ha indubbiamente una sua base obiettiva, che coincide con la somma di inadempienze, ritardi, tradimenti di cui i giovani sono stati l’oggetto privilegiato degli ultimi anni ed ha anche un vissuto soggettivo ad ampio spettro fenomenologico.

 

6.1.1. Il volto concreto del disagio

Senza volere generalizzare ad ogni costo e senza cadere nel moralismo, non è difficile elencare una serie di percezioni, emozioni e sentimenti, valutazioni, bisogni e domande che nascono da una sofferenza spesso sommersa, ma non per questo meno autentica e sincera. Più frequentemente si fa riferimento alle frustrazioni che nascono dalla precaria situazione occupazionale e dalla incertezza degli sbocchi d’inserimento; è forse l’aspetto più appariscente, ma non l’unico o il più importante del disagio giovanile. Più globalmente le radici della sofferenza vanno cercate nell’inadeguatezza degli atteggiamenti con cui gli adulti si relazionano alle domande problematiche dei giovani: non è raro registrare risposte che vanno dalla incompetenza alla strumentalizzazione, dalla sfiducia all’inerzia, dal cinismo alla stigmatizzazione.

Il problema essenziale del disagio giovanile va dunque ravvisato in una generalizzata incapacità del mondo adulto a riconoscere le esigenze della realizzazione, così come si presentano nell’attuale momento di transizione. Le espressioni di questa inadeguatezza si distribuiscono lungo l’asse privato-pubblico, con specifiche accentuazioni e tematiche: l’abbandono familiare, l’incomunicabilità, l’inutilizzazione, il mantenimento in una dipendenza forzata, la mediocrità della risposta, il giovanilismo ad oltranza, la deresponsabilizzazione, il calcolo e il non riconoscimento, la dispersione delle risorse, ecc. Vi è una gamma di non-risposte di cui la crisi delle istituzioni preposte alla socializzazione e alla valorizzazione delle nuove generazioni rappresenta il compendio più sintomatico.

 

6.1.2. Dal disagio alla irrazionalità

Se il disagio con tutte le sue articolazioni fenomenologiche appare indiscutibile, più difficile risulta la connessione tra esso e i suoi sbocchi ipotetici. Fino ad ora il disagio si è irrobustito a livello di «sommerso», non trovando fattori d’innesco sufficienti a farlo esplodere in comportamenti devianti, carichi di significato eversivo o, comunque, di conflittualità sociale. La tossicodipendenza, specialmente nel suo massimo sviluppo quantitativo, ha provocato soprattutto una preoccupazione centrata sul destino individuale e sul deterioramento delle relazioni microsociali dei giovani coinvolti; solamente in alcuni brevi momenti il comportamento «tossico» ha potuto assumere il ruolo di veicolo simbolico di una generalizzata contestazione del sistema, riducendosi in genere a solo meccanismo di fuga da una realtà non più sopportabile.

La valenza potenzialmente esplosiva della droga è stata abilmente neutralizzata mediante una sua radicale privatizzazione, che di fatto non ha provocato altro che un’ulteriore emarginazione di tossicodipendenti. Ora però riemergono forme vecchie e nuove di devianza giovanile legate alla criminalità organizzata; si agita nuovamente lo spauracchio di un terrorismo a radici internazionali; si registra una preoccupante «escalation» della violenza degli stadi; gli studenti scendono in piazza con rivendicazioni urgenti; si verificano spesso episodi di vandalismo su cose e di crudeltà su persone ed animali. Siamo arrivati forse ai livelli di guardia, cioè ai valori di soglia del disagio giovanile, oltre cui non c’è se non l’irrazionalità collettiva?

 

6.2. Il ripiegamento adattivo e il rischio della mediocrità

Se il «disagio» giovanile chiama in causa le contraddizioni e le strozzature che caratterizzano il modello di sviluppo del sistema sociale, altri aspetti odierni della questione giovanile sembrano mettere sotto accusa i giovani stessi, l'inadeguatezza della loro stessa risposta adattiva o alternativa ai problemi che li riguardano.

Sarebbe fuori posto, in questo contesto, una generica colpevolizzazione dei giovani che non tenga conto delle radici obiettive della loro eventuale inadeguatezza; e, dall’altra parte, vanno ormai respinte come pericolosamente irresponsabili tutte le forme di complicità e di vezzeggiamento che tentano di legittimare tutto ciò che è espressione giovanile, senza criterio e discernimento. Giustamente è stato osservato che i giovani stessi non hanno paura della verità che li riguarda e che preferiscono la «critica impietosa dei profeti» alla menzogna ambigua degli adulti insicuri.

Già nelle pagine precedenti non si è omesso di sottolineare certe ambivalenze insite in alcuni meccanismi di difesa e di adattamento adottati dai giovani di fronte alla complessità sociale; come pure certi rischi connessi ad una interpretazione unilateralmente pragmatica della propria condizione esistenziale. Sono ambivalenze e rischi non estranei neppure al mondo adulto, ma che in un giovane si è portati, forse per inconscia deformazione professionale, a considerare quanto meno controproducenti.

Senza timore di scadere in un «j’accuse» indiscriminato, credo siano da segnalare comportamenti che risultano certamente disfunzionali al superamento delle diverse forme di «disagio» e di «estraniazione» di cui soffrono i giovani.

 

6.2.1. La generazione dell’abbastanza

Sono modelli che non sono generalmente condivisi dalla maggioranza e che trovano spesso una smentita clamorosa in modelli diametralmente opposti, che dimostrano la possibilità concreta (anche se difficile) di comportamenti alternativi. Realmente vi sono alcuni modi di pensare, valutare ed agire che denotano l’accettazione fatalistica delle condizioni di marginalità, frammentazione, perdita di identità ecc. e che tendono a considerare queste condizioni come alibi che giustificano la mediocrità. Il consumismo sfacciato dei figli di papà, la rinuncia consapevole alla progettualità, una certa allergia nei riguardi di ciò che è arduo e impegnativo, l’inerzia che accompagna la lunga stagione della dipendenza; queste ed altre sono le modalità di un vissuto che è effetto e causa del disagio giovanile.

Chi ha definito questa generazione come «generazione dell’abbastanza» ha forse centrato con esattezza l’aspetto problematico di una generazione che, pur avendo ricevuto più di ogni altra le risposte essenziali ai bisogni primari, è tentata di adagiarsi sui risultati ottenuti, mortificando il gusto di scoprire e soddisfare nuovi bisogni e valori.

Vi è inoltre una curiosa tendenza alla spettacolarizzazione della vita, che si nutre talora di ciò che è effimero e superficiale, che premia l’apparenza e il successo gratuito, che gioca con il linguaggio senza significarlo; indubbiamente ciò è perfettamente consono ad una certa tendenza generale alla spettacolarizzazione che ha investito diversi settori della vita sociale, dalla politica alla religione, dallo sport alla cultura e trova vigoroso impulso nel contenuto prevalente dei networks radiofonici e televisivi.

 

6.2.2. Una profonda crisi morale

Un altro risvolto problematico è forse rappresentato dalla progressiva banalizzazione del linguaggio; non siamo più ai «cioè» e ai «non so» post-sessantotteschi, ma si verifica largamente un imbarbarimento delle espressioni orali e scritte. La volgarità e l’equivoco hanno preso il posto dell’ironia e dell’invettiva che in altra epoca nobilitavano per certi aspetti il graffito politico o lo slogan dei cortei.

Infine va forse segnalata una crisi morale più profonda di quanto non appaia dai comportamenti visibili. La delegittimazione in atto di molti modelli di comportamento, fino ad ora sostenuti da un generale consenso sociale, ha spinto molti (giovani e no) a forme diverse di autolegittimazione che spesso non corrispondono affatto allo sforzo di inventare una morale autonoma alternativa, ma scadono inevitabilmente nella giustificazione di comodo della scelta contingente. Al di là di questa radicale relativizzazione non resta che il gregarismo opportunista, il cinismo, l’individualismo. Spesso non si nota la ricerca faticosa di nuovi equilibri (vedi l’equivoco annaspare che ha seguito la liberalizzazione di comportamenti sessuali), ma solo una progressiva deriva verso la sterilità morale. Questo discorso critico sui giovani non è nuovo al discorso sociologico; e risente necessariamente delle scelte valoriali, delle identità e delle appartenenze dei singoli osservatori sociali.

Se ne trova un’eco, anche recentemente, in certe rammaricate constatazioni circa l’allontanamento dei giovani dalla politica o dalla religione, il presunto «riflusso» privatistico, o la negazione edonistico-narcisistica, la scelta della violenza terrorista, la «fuga» nella droga, ecc.

È un discorso che rischia di diventare moralistico e paternalistico se pretende di proiettare sui soli giovani le contraddizioni che sono di tutti e che in ogni caso non è giusto se applicato indiscriminatamente; ma può anche essere ripreso entro una più articolata e realistica valutazione di modelli di comportamento giovanile che anticipano in positivo una migliore qualità della vita e già realizzano forme creative e innovative. È anche da questi chiaroscuri che prende senso il complesso «puzzle» giovanile.

 

6.3. I giovani come risorsa

Forse va dato per scontato che i giovani rappresentano una «risorsa» sociale solo a certe condizioni. Non è il loro numero che conta, né il clamore che circonda certe iniziative o manifestazioni di cui i giovani sono protagonisti.

È invece la qualità della proposta che emerge dagli stessi problemi e dalle domande più o meno inespresse che contraddistinguono i comportamenti giovanili. A ben guardare, i problemi e le domande non sono sempre originali ed inedite, ma trovano accenti di autenticità proprio in rapporto alla capacità di incidere nel processo di cambiamento sociale in termini concreti e costruttivi.

La «risorsa» si specifica come anticipazione di valori, modelli, stili di vita realistici e allo stesso tempo utopici.

Alcuni osservatori ed operatori del settore hanno già esplicitato alcune delle domande giovanili che includono un valore, cioè una parziale ma reale produzione di significato per la vita e che stimolano l’attenzione operosa degli adulti. Si tratta di indicazioni apparentemente banali, e quasi solo fondate su considerazioni di senso comune, ma che nella loro semplicità rappresentano un momento di rottura rispetto al convenzionalismo di tanta letteratura sui giovani. Vi si parla di «valore-domanda» di verità, amore, fortezza, autenticità, protagonismo, soggettività, personalizzazione, fede, ricerca, purezza, felicità.

Ne risulta una immagine della realtà giovanile che forse pecca di ottimismo perché non è attribuibile nella sua totalità alla generalità dei giovani, ma che indubbiamente esprime una ragionata fiducia nel potenziale creativo che i giovani sono in grado di esprimere, se accompagnati da un’attenzione educativa onesta e liberante e se agevolati da un apparato istituzionale adeguato alle loro esigenze reali.

Quali sono in sintesi le domande che anche da questa variegata serie di saggi ricevono una più circostanziata legittimazione? La risposta, interlocutoria, è aperta ad ulteriori approfondimenti.

 

6.3.1. Dalla marginalità alla partecipazione

Dalla marginalità, o meglio dalla presa di coscienza della propria possibile o reale condizione di marginalità, può nascere una domanda di partecipazione-appartenenza-responsabilità che diventa proposta concreta di protagonismo serio, costante, vigoroso.

Già sono all’opera e si diffondono iniziative che ne documentano la ricchezza progettuale e la creatività metodologica: in prima linea il movimento cooperativistico e le diverse forme di impegno per la creazione di nuovi posti di lavoro, poi anche le articolate forme di volontariato giovanile (dall’educativo al culturale, dal sociale al ricreativo, ecc.), infine il risorgente impegno nelle più svariate realtà associative (dal politico all’ecclesiale, dallo sportivo al sindacale, ecc.).

Vi sono sintomi non trascurabili di un ritrovato gusto per impegni che abbiano una chiara finalità di utilità sociale; e non raramente si trovano giovani che identificano il percorso della propria realizzazione personale con quello della solidarietà universalistica. La qualità della vita, centrata attorno a valori che più o meno correttamente sono stati definiti post-materialistici, si precisa ormai in rapporto ad un bisogno di relazione non solo funzionale alla securizzazione o espansione personale, ma sensibile ad esigenze «di sistema».

 

6.3.2. Dalla frammentazione alla personalizzazione

Dalla frammentazione, se colta consapevolmente nella sua valenza positiva, può nascere una forte domanda di riflessività, interiorità, personalizzazione che viene investita prioritariamente sulla variegata e ricca produzione soggettiva di senso. Sembra esserci in alcuni giovani il bisogno di ridurre a unità l’esperienza senza mortificarne la complessità e il bisogno di ricomporre in totalità il vissuto senza operare tagli ingiustificati. Sintomi di una ritrovata capacità di superare la frammentazione (o almeno di convivere decentemente con essa) si ritrovano in certi vissuti comunitari, in certe relazioni di coppia, in certe sperimentazioni di comunicazione aperta e profonda: vi è un mondo giovanile da riscoprire nella sua differenziata capacità di riflessione non evasiva, che include credenti e non credenti, tossicodipendenti in via di autoriscatto e artisti, ex-sessantottini neocontemplativi e nuove leve di impegnati politicamente.

 

6.3.3. Dalla difficile identità ai nuovi bisogni

Dall’espropriazione dell’identità, cioè dall’impoverimento progressivo di valori e dall’incertezza dei percorsi verso l’autorealizzazione, può nascere una domanda urgente di soddisfazione di​​ nuovi bisogni,​​ espressa come riappropriazione del diritto a darsi un’identità fortemente personalizzata e fortemente storicizzata. Questa tensione si muove, sul versante critico, tra rifiuto dell’ideologia e sfiducia verso l’utopia gratuita; e sul versante propositivo si nutre in prima istanza del ricupero di alcuni valori che la società postindustriale rende praticabili: la corporeità, la relazione, l’etica, l’amicizia, la dignità personale, la realizzazione di sé, l’impegno sociale. Recedono alcuni bisogni di tipo acquisitivo (ma non del tutto e forse non per sempre) ed emergono, come essenziali all’identità, nuove ed antiche esigenze espressive. I sintomi di tutto ciò sono sparsi in misura non esigua in tutta la produzione culturale giovanile.

 

6.3.4. Dal presentismo alla cultura del tempo

Dall’estraniazione prodotta da un tempo scandito secondo ritmi non ancora consueti può nascere una nuova consapevolezza del valore del tempo individuale e sociale. Vi sono i segni di una diversa «cultura del tempo»; non solo e non più l’esperienza della noia e dello spreco dentro un tempo senza significato, né l’urgenza di un presentismo che brucia ogni possibilità ad ogni istante, ma la consapevolezza dell’importanza e della irripetibilità delle opportunità offerte ad ogni stagione della vita.

Si può leggere tutto ciò nella domanda di un tempo più pieno e più vivo per il momento formativo (vedi proteste per le inadempienze della scuola), nell’urgenza di vivere diversamente la transizione verso il lavoro, nell’esigenza di anticipare la stagione dell’impegno sociale e dell’attività produttiva e più in generale nella domanda di ritmi di vita più «a misura d’uomo».

Queste ed altre domande, variamente combinate in ogni giovane e in ogni strato, aggregazione, gruppo giovanile, in modo da comporre un cocktail imprevedibile di intenzioni progettuali, convivono e interagiscono con le contraddizioni ed ambivalenze altrettanto variegate che accompagnano il vissuto giovanile. Ne risulta una geografia estremamente complessa, il cui senso globale può facilmente sfuggire, ma la cui ricchezza problematica continuerà a sollecitare la ricerca scientifica e l’interesse degli operatori.

 

Bibliografia

Un’informazione bibliografica aggiornata sui problemi della condizione giovanile a livello internazionale si può avere dal bollettino trimestrale​​ Tuttogiovani Notizie​​ edito dall’Osservatorio della Gioventù dell’Università Pontificia Salesiana di Roma (P. Ateneo Salesiano 1, 00139 Roma).

L’Osservatorio possiede un’ampia banca dati bibliografica computerizzata e un centro di documentazione. Inoltre si tengano presenti: Cavalli A. (et alii),​​ Giovani oggi,​​ Il Mulino, Bologna 1984;​​ Ipotesi sui giovani,​​ Borla, Roma 1986; Milanesi G.,​​ I giovani nella società complessa, LDC, Leumann 1989.

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GIOVANI

GIOVANI

GIOVANI

Giancarlo Milanesi

 

1. Una metodologia di approccio al tema

1.1. Uno studio oggetto di molte discipline

1.2. Modalità differenti di lettura

2. Una definizione socio-culturale di gioventù

2.1. Un concetto «relativo» di gioventù

2.2. Il prolungamento artificiale della gioventù

2.3. I fattori incentivanti del prolungamento artificiale della gioventù

2.4. Le conseguenze del prolungamento artificiale della gioventù

2.5. L’assenza di prolungamento della gioventù

2.6. Le categorie per una definizione di «gioventù»

3. Le caratteristiche descrittive della gioventù

4. Le categorie interpretative

4.1. La categoria della marginalità

4.2. La categoria della frammentarietà

4.3. La categoria del cambiamento culturale

4.4. La categoria dell'eccedenza delle opportunità

4.5. La lotta per l’identità

5. Temi e problemi particolari

5.1. I giovani e la religione

5.2. I giovani e il lavoro

5.3. I giovani e le istituzioni

5.4. I giovani e il tempo libero

6. Un bilancio in prospettiva

6.1. L ’ipotesi dell’esplosione del disagio giovanile

6.1.1. Il volto concreto del disagio

6.1.2. Dal disagio alla irrazionalità

6.2. Il ripiegamento adottivo e il rischio della mediocrità

6.2.1. La generazione dell’abbastanza

6.2.2. Una profonda crisi morale​​ 

6.3. I giovani come risorsa

6.3.1. Dalla marginalità alla partecipazione

6.3.2. Dalla frammentazione alla personalizzazione

6.3.3. Dalla difficile identità ai nuovi bisogni

6.3.4. Dal presentismo alla cultura del tempo

 

1. Una metodologia di approccio al tema

Lo studio della realtà giovanile è stato affrontato​​ da più discipline scientifiche,​​ che convergono nel darne un’immagine complessa e articolata.

1.1. Uno studio oggetto di molte discipline

La​​ storia​​ documenta l’evoluzione che il concetto di «gioventù» ha subito lungo l’arco dei processi di formazione e sviluppo di diverse entità etniche, regionali, nazionali e internazionali, soffermandosi soprattutto sulle forme di aggregazione giovanile (movimenti, gruppi, associazioni).

La​​ biologia e la fisiologia,​​ insieme a diverse scienze mediche, hanno approfondito le basi genetiche e le modalità di sviluppo corporeo della persona umana in età evolutiva, sottolineando in modo particolare i problemi relativi alla maturazione fisio-psicologica (pubertà) e alle patologie tipiche dell’età.

Gli studi​​ etno-antropologici​​ hanno fornito ampi materiali e importanti documentazioni, utili a confronti tra diversi contesti culturali entro cui si colloca la condizione giovanile.

Le diverse scienze​​ psicologiche,​​ oltre a descrivere i processi di maturazione della persona in età evolutiva, ne hanno ampiamente analizzato le patologie specifiche e le distorsioni di sviluppo.

L’approccio​​ socio-politico-culturale​​ ha contribuito a collocare adeguatamente la condizione giovanile entro le coordinate che caratterizzano l’identità dei diversi sistemi sociali. Infine, le scienze​​ pedagogiche,​​ utilizzando in diversa misura gli apporti delle altre discipline, presentano una propria sintesi interpretativa della realtà giovanile, avviando la progettazione e la realizzazione di interventi educativi.

È importante sottolineare che in base alla sensibilità culturale di una certa epoca o di un certo contesto sociale si tende a privilegiare uno degli approcci elencati rispetto agli altri, adottandolo come «filtro» di lettura della complessa realtà giovanile e lasciando in ombra gli altri approcci; così, ad esempio, nelle ultime decadi l’approccio socio-politico-culturale è stato spesso preferito a quello bio-psicologico, che aveva prevalso durante una lunga stagione culturale precedente.

Anche in questo contributo si tenterà una lettura prevalentemente socio-politico-culturale della condizione giovanile, pur tenendo presenti elementi di analisi provenienti da altre discipline.

 

1.2. Modalità differenti di lettura

Supponendo di potere utilizzare uno studio interdisciplinare, si possono indicare due modalità di lettura complessiva, tra di loro complementari e convergenti, della realtà giovanile.

La​​ lettura strutturale​​ utilizza soprattutto l’analisi delle​​ condizioni e situazioni obiettive​​ (ecologiche, climatiche, economiche, politiche, culturali, religiose, storiche, ecc.) entro cui viene a svolgersi il vissuto giovanile. Questa prospettiva tende a considerare la gioventù come una variabile «dipendente» del sistema sociale, cioè come un «prodotto» dei processi che si instaurano a livello macroscopico (cioè nell’intero sistema) e microscopico (cioè nelle singole istituzioni, gruppi, classi sociali, ecc.). La lettura strutturale mira a collocare i giovani entro le coordinate sociali, culturali, politiche, ecc., definendone l’importanza storica in base ai ruoli e alle funzioni che i giovani stessi sono in grado di svolgervi. È pertinente a questo approccio l’interrogativo circa la «natura» sociale delle masse giovanili in termini di gruppo, generazione, classe o quasi classe, strato o condizione. È ugualmente riferibile a questa lettura strutturale la descrizione dei giovani in base alle categorizzazioni di età, sesso, scolarizzazione, occupazione, estrazione sociale e alle altre numerose variabili di status. In altre parole, la lettura strutturale offre un’immagine dei giovani «come sono», in rapporto ai referenti storici che ne definiscono la cornice esistenziale; è per questo motivo che, pur evitando di sottolineare unilateralmente il peso di questi condizionamenti, essi si devono considerare come le premesse necessarie per comprendere la «soggettività giovanile», cioè le risposte che i giovani danno alla società, interpretandola a loro modo e cercando di condizionarla a loro volta, adattandovisi, criticando, rassegnandosi o ribellandosi

La​​ lettura culturale​​ o sovrastrutturale utilizza invece prevalentemente l’analisi del​​ vissuto giovanile, ampiamente inteso come somma di modelli di comportamento e di comportamenti reali che caratterizzano la vita dei giovani di un determinato contesto sociale. Analiticamente questo approccio dà molto rilievo alle percezioni che i giovani hanno del mondo e di sé, ai bisogni e alle attese, ai valori e alle opinioni, alle sensibilità e ai progetti. Più compiutamente si può dire che la lettura sovrastrutturale ha come oggetto la «cultura» dei giovani quando l’insieme dei loro vissuti si configura come​​ sistema organico​​ di adattamento significativo alla realtà circostante, nell’intento di comprenderla e di gestirla.

In generale l’ipotesi di una «cultura giovanile» come prodotto organico e coerente dell’elaborazione della soggettività giovanile è plausibile solo dove i giovani rappresentano una realtà sociale abbastanza omogenea, unita, capace di mobilitare la maggioranza dei membri e di suscitare motivazioni adeguate a rispondere alla società. L’elaborazione di una cultura presuppone tra l’altro una serie di condizioni previe che non sempre si verificano in concreto.

Più spesso si parla di​​ «subcultura giovanile»,​​ intendendola in due modi diversi: o come cultura parzialmente diversa da quella degli adulti (e perciò anche parzialmente identica), oppure come cultura totalmente diversa da quella degli adulti, ma solo in alcuni settori della cultura stessa.

L’ipotesi della «subcultura» è ovviamente più credibile di quella più radicale che parla di «cultura» giovanile totalmente diversa o totalmente contrapposta a quella degli adulti (che si dovrebbe allora chiamare «controcultura», come è stato fatto durante la stagione della contestazione giovanile europea e nordamericana della fine degli anni ’60).

Molte analisi sovrastrutturali si orientano di fatto in due direzioni:

a. a identificare l’esistenza di eventuali subculture​​ giovanili (in prima analisi come costrutti relativamente compiuti in sé stessi, anche se parziali rispetto alla cultura prevalente);

b. a identificare le​​ componenti specifiche di tali subculture;​​ a questo proposito vengono utilizzati costrutti e concetti di diversa consistenza e ampiezza, quali ad esempio i bisogni, le domande, le attese, le opinioni, le interpretazioni, i progetti, gli ideali, i valori, ecc.

Ognuno di questi termini è di fatto assunto nell’analisi secondo diverse modalità teoriche, che rispecchiano i diversi approcci psico-sociologici e le scuole, gli indirizzi, gli orientamenti ideologici degli studiosi o ricercatori.

Esemplificando, si possono segnalare alcune delle subculture che sono state identificate e utilizzate a scopi interpretativi in certe ricerche recenti sulla condizione giovanile: la subcultura del consumo, la subcultura del privato, la subcultura politica, la subcultura del sacro, la subcultura dell’irrazionalità, ecc.

Nell’analisi sovrastrutturale sarà bene tener presente sempre due preoccupazioni: considerare la soggettività come condizionata dalle situazioni oggettive studiate mediante l’analisi strutturale e considerare la soggettività come possibile variabile indipendente rispetto alle stesse situazioni obiettive. Ogni approccio separato porta necessariamente a distorsioni.

2. Una definizione socioculturale di gioventù

È difficile dare una definizione di gioventù o dei giovani che possa applicarsi universalmente a contesti diversi nel tempo e nello spazio. Il concetto di gioventù infatti è condizionato da molte variabili contingenti.

 

2.1. Un concetto «relativo» di gioventù

In particolare​​ la storia​​ ci dice che nel passato il concetto di gioventù, anche solo rispetto alle coordinate cronologiche, ha subito molti cambiamenti (vedi il concetto di «juvenis» presso i romani o presso i medievali). La​​ biologia​​ ci avverte che le condizioni di vita di una determinata società possono anticipare o posticipare le date di inizio della maturità bio-psicologica dell’individuo e del suo compimento (come di fatto è avvenuto nei paesi di rapida industrializzazione).

La​​ psicologia​​ ha studiato molto le trasformazioni che avvengono nella personalità adolescenziale e giovanile prima, durante e dopo l’avvento della pubertà, arrivando ormai alla convinzione che tali trasformazioni non sono legate nella loro variabilità solo a «condizioni» naturali, presenti in modo identico in tutti gli adolescenti o giovani, ma dipendono in gran parte dal contesto sociale, che è molto mutevole.

L’etno-antropologia​​ ha contribuito in modo decisivo, insieme all’approccio sociologico, a relativizzare il concetto di gioventù, facendo notare che nelle culture in cui la maturità fisiologica tende a coincidere con la maturità sociale non esiste praticamente l’adolescenza e neppure la giovinezza, per cui il fanciullo viene integrato direttamente nell’età adulta attraverso i riti di iniziazione e di inserimento (vedi studi di M. Mead sulle isole Samoa). Di qui l’ipotesi, successivamente sviluppata, che l’adolescenza, la giovinezza, siano solo prodotti sociali, cioè​​ l’esito problematico di un certo tipo di sviluppo​​ (possibile in certe società caratterizzate da rapidi cambi) e​​ non la caratteristica «naturale» dello sviluppo della persona umana.

2.2. Il prolungamento artificiale della gioventù

L’analisi sociologica ha portato avanti l’approfondimento dell’ipotesi emergente dai vari approcci menzionati, mettendo in evidenza alcuni aspetti tipici della logica di sviluppo propria delle società industriali e postindustriali.

Il prolungamento dell’adolescenza e della giovinezza appare come​​ necessità fisiologica delle società complesse;​​ per ottenere il riconoscimento dell’avvenuta maturità sociale si richiede l’acquisizione di un numero crescente di conoscenze, abilità, atteggiamenti mentali, ecc., per la quale l’infanzia e la fanciullezza sono chiaramente insufficienti. L’assunzione dei ruoli connessi all’identità adulta è posposta ad età sempre più matura. Questo avviene soprattutto per i giovani che accettano pienamente tale logica; in pratica per quelli che prolungano la scolarizzazione e le altre forme di socializzazione meno istituzionalizzate. È per questi motivi che​​ gli studenti,​​ in generale, manifestano più degli altri giovani i problemi connessi al prolungamento artificioso della giovinezza; come è altrettanto vero che​​ le società​​ caratterizzate da​​ alti tassi di scolarizzazione​​ presentano, a parità di altre condizioni, un più alto livello di problematicità giovanile.

Il fatto del prolungamento artificiale della giovinezza sembra assorbire in sé stesso i problemi cosiddetti «psicologici» dell’età; essi infatti sarebbero la conseguenza del disadattamento provocato da fattori sociali più che la conseguenza del disadattamento provocato da fattori endogeni (bio-psicofisiologici).

2.3. I fattori incentivanti del prolungamento artificiale della gioventù

Sembra che il prolungamento della adolescenza e giovinezza sia particolarmente problematico in alcuni contesti socio-culturali. A parità di altre variabili è influente il grado di​​ sviluppo complessivo del sistema sociale,​​ in termini di modernizzazione tecnologico-scientifica, industrializzazione, urbanizzazione, complessificazione culturale, burocratizzazione, ecc.

Importanti sono certi​​ tipi di organizzazione​​ della vita sociale, economica, politica, culturale; ad esempio una società permissiva, democratica e aperta; una società ad economia capitalista; una società pluralista, ecc. Importante è anche​​ l’appartenenza sociale​​ (di strato o di classe) che sembra discriminare, quanto più ci si innalza nella scala sociale. Rilevante è in certe culture​​ il sesso,​​ nel senso che la problematica della condizione femminile sembra sovrapporsi a quella della condizione giovanile, accumulando contraddizioni e tensioni.

Decisiva è in certi casi​​ la struttura demografica della società:​​ il prolungamento dell’adolescenza e giovinezza ha un significato diverso in una società in cui i giovani sono maggioranza e in una in cui i giovani sono in fase di decremento o addirittura in minoranza.

2.4. Le conseguenze del prolungamento artificiale della gioventù

Si è già accennato a certe conseguenze di tipo​​ psico-sociologico;​​ su questo terreno si sono prodotte analisi abbastanza numerose e attendibili che convergono nell’indicare soprattutto gli effetti​​ negativi​​ del prolungamento: instabilità emotiva e affettiva, insicurezza, senso dell’impotenza e della inutilità, perdita dell’autostima, ecc.

Sotto il profilo più​​ sociologico​​ si è molto usata la categoria della marginalità per descrivere la condizione obiettiva dei giovani in questo contesto; il che equivale a sottolineare la condizione di dipendenza prolungata e forzata, lo sperpero delle risorse umane, l’assenza di responsabilità e di partecipazione. Non mancano tuttavia coloro che vedono nella condizione di prolungata dipendenza dei giovani una situazione di privilegio sociale e psicologico; la gioventù sarebbe un lusso che viene concesso ai giovani delle società industriali avanzate, cioè un periodo di esperienza protetta, di consumo gratuito, di tempo libero garantito, di apprendimento facilitato, ecc.

Sembra che nell’attuale fase di sviluppo delle società avanzate il prolungamento della gioventù provochi​​ effetti positivi e negativi ad un tempo.

Mentre aumentano i livelli di preparazione (e non solo intellettuale), aumentano anche le situazioni di rischio, di problematicità, di contraddittorietà, di alienazione; la condizione giovanile si presenta in questa fattispecie come un vero «problema sociale» da affrontare e da risolvere.

2.5. L’assenza di prolungamento della gioventù.

Bisogna però prendere in considerazione il fatto che non in tutte le società e in tutti gli strati di una stessa società si ha lo stesso fenomeno del prolungamento dell’adolescenza e della giovinezza.

In alcune società contemporanee (le meno evolute sotto il profilo economico) si ha una situazione di​​ negazione dell'adolescenza,​​ che investe larghi strati della popolazione che sarebbe in età di adolescenza. Ciò è tanto più grave quanto più si avverte anche in quelle società una forte pressione culturale a considerare la giovinezza come un bene, una possibilità, una mèta obbligatoria.

In altre parole, non si può parlare di giovinezza nel senso sociologico del termine là dove non esistono le condizioni per il prolungamento dell’adolescenza; cioè dove le condizioni economiche, sociali e culturali delle famiglie e della società non possono permettersi il lusso di un’età di transizione, protetta e improduttiva. È il caso di molti paesi del Terzo Mondo, in cui si passa direttamente dalla fanciullezza alle responsabilità (sproporzionate) dell’età adulta, con gravi conseguenze sul piano psico-sociologico.

2.6. Le categorie per una definizione di «gioventù»

Avendo ipotizzato che la gioventù è un periodo di transizione compreso tra il raggiungimento della maturità bio-fisiologica e il raggiungimento della maturità sociale (che può essere più o meno prolungato e più o meno problematico), resterebbe da dire come si possono qualificare i soggetti che vi si riferiscono, dal punto di vista dell’analisi sociologica.

A questo proposito si sono utilizzate nel passato alcune «categorie», che attualmente sono considerate più o meno valide.

La categoria «gruppo di età» o​​ «gruppo generazionale» appare troppo nominalista per essere veramente utile all’analisi. L’età, la contrapposizione tra due diverse generazioni ha un senso solamente se si caratterizzano meglio le identità di cui i gruppi di età o le diverse generazioni sono portatori. È necessario cioè riempire di altre connotazioni sociali, culturali, politiche, religiose, ecc., la pura connotazione cronologica. Di fatto la categoria «generazione» è pressoché abbandonata nell’analisi sociologica della gioventù. La categoria «cultura» o «subcultura»,​​ usata da certi studiosi degli anni ’60, è ugualmente messa in crisi oggi da considerazioni sulla reale impossibilità di considerare i giovani come un «soggetto» unitario e omogeneo, almeno quando se ne parla a livello macroscopico. La categoria «cultura» o «subcultura» è forse utilizzabile solo per gruppi ben definiti che rappresentano solo una parte della condizione giovanile in un determinato contesto; ad esempio, si potrà parlare a certe condizioni di «subcultura giovanile della droga», o di «subcultura giovanile delinquenziale» o di «subcultura giovanile religiosa» e simili, con riferimento a gruppi, movimenti, aggregazioni particolari.

La categoria «classe» e «quasi classe» è stata anche proposta durante gli anni ’60 e ’70 per definire sociologicamente la condizione giovanile. In termini specificamente marxisti ortodossi, non è possibile applicare ai giovani la definizione di classe; essi non adempiono alle condizioni fondamentali per essere «classe» in senso marxista e cioè l’avere una chiara e comune collocazione entro i processi produttivi, una coscienza esplicita di tale collocazione, una capacità omogenea di elaborazione di un progetto alternativo di uomo e dì società, un’organizzazione efficace, capace di tradurre nella storia tale progetto. Per questo motivo le organizzazioni politiche e sindacali di orientamento marxista hanno sempre respinto la definizione dei giovani in termini di classe (riservata al proletariato e ai suoi alleati), respingendo con ciò anche le ipotesi del protagonismo giovanile nella storia rivoluzionaria.

Anche il concetto di «quasi classe» fondata sulla constatazione che i giovani sono «oggetto di una discriminazione di classe» simile a quella del proletariato e del sottoproletariato non ha avuto migliore fortuna. La frantumazione reale della condizione giovanile (sotto il profilo strutturale e soprattutto culturale) mette in evidenza come i giovani nella loro variegata identità appartengono di fatto a diverse classi e ne rispecchiano gli interessi, gli orientamenti di valore, i progetti, ecc.

Forse è più realistico utilizzare la categoria di «strato sociale»,​​ che è molto più generica e perciò si adatta a una pluralità di situazioni assai diverse; i giovani come «strato» sarebbero definibili come «categoria» a cui non corrisponde necessariamente un’aggregazione reale, una qualche forma di organizzazione e di istituzionalizzazione, ma solo un insieme di caratteristiche di status, di opzioni valoriali e culturali, di identità «abbastanza» o «relativamente» comuni a un grande numero di essi, pur senza determinare un’identità precisa.

Ciò sembra vero in maggior misura là dove non vi sono elementi che possano far pensare ai giovani come ad una entità ben precisa sotto il profilo sociologico, come in molte società del mondo occidentale a economia capitalista (ma è vero per altri motivi anche per le società a economia socialista, almeno dell’Est europeo).

Per questi motivi appare talora improprio parlare di «condizione»​​ giovanile,​​ termine che in qualche modo richiama un «soggetto storico» dalle precise caratteristiche (anche se non fino al punto di parlare di classe), capace di azioni collettive dotate di senso, in grado di elaborare e realizzare progetti unitari, ecc.; è forse meglio parlare di «giovani» e non di «condizione giovanile» là dove non esistono le condizioni per usare tale termine.

In definitiva, i giovani si possono considerare uno​​ strato di popolazione caratterizzato sostanzialmente da attribuzioni di età, i cui limiti tendono a fluttuare e ad espandersi, come effetto di certe dinamiche tipiche delle società caratterizzate da alti livelli di divisione del lavoro (e cioè di articolazione interna, strutturale e culturale), le cui conseguenze sono generalmente problematiche.

 

3. Le caratteristiche descrittive della gioventù

Per avviare una descrizione sostanzialmente «strutturale» dei giovani è bene riferirsi ai dati statistici che ne quantificano la consistenza e le caratteristiche (i dati si riferiscono all’Italia).

L’andamento generale della curva demografica in Europa e in Italia indica che complessivamente si va verso un​​ invecchiamento progressivo​​ della popolazione sin oltre l’anno 2000; attualmente la popolazione compresa tra i 15 e i 24 anni si aggira attorno al 15.8% della popolazione totale in Europa e al 15.6% in Italia. Le previsioni ammoniscono che presto in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale (e anche orientale) le persone con più di 65 anni saranno più numerose di quelle che hanno meno di 15 anni.

La​​ speranza di vita​​ della popolazione giovanile è aumentata in quasi tutti i paesi europei; in Italia alla nascita si ha la previsione di 71 anni per i maschi e di 77.7 per le femmine; a 15 anni la previsione è di 57.5 anni per i maschi e di 64 anni per le femmine. In complesso la gioventù attuale ha davanti a sé una prospettiva molto consistente di esperienza vitale.

Tra le cause di​​ mortalità​​ più rilevanti si hanno (in Italia) gli incidenti stradali (46.5 morti per i maschi e 10.1 per le femmine su 100.000), mentre i suicidi si assestano attorno al 5.3 per i maschi e al 2.4 delle femmine su 100.000.

Per quanto riguarda l’area dei comportamenti sessuali-familiari si nota tra i giovani un decremento costante dei​​ tassi di nuzialità​​ (tendenza a convivere liberamente anziché a legittimare giuridicamente il matrimonio) e di fecondità (sono feconde 23.0 donne su 1000 tra i 15 e i 19 anni; 105.2 su 1000 tra i 20 e 24 anni; 114.8 su 1000 tra i 25 e i 29; il numero medio di figli per donna in questo lasso complessivo di tempo - 15-29 - è di 1.74).

Gli aborti indotti, sempre per l’Italia, arrivano a 7.5% sotto i 20 anni a 22.6% tra i 20 e 24 anni, a 25.6% tra 25 e 29 anni; ogni donna ha mediamente in questa età 0.55 aborti, cioè abortisce almeno una volta una donna su due.

Quanto alla collocazione nell’apparato produttivo​​ si hanno dati abbastanza problematici. Il tasso di occupazione tra i 14 e 29 anni si aggira mediamente negli anni ’80 attorno al 32-33% della popolazione, mentre quello di disoccupazione supera di molto quello della media della popolazione attiva (30-32% contro il 10-12%); alti rimangono i tassi di non presenza sul mercato del lavoro (35-40% circa, composto soprattutto da donne, destinate a restare casalinghe).

1 tassi di​​ scolarità​​ sono generalmente aumentati negli ultimi anni in tutti i paesi europei, anche in Italia, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria e l’istruzione universitaria, raggiungendo livelli del 55-60% per l’istruzione secondaria e il 15% circa per quella universitaria.

Resta tuttavia consistente, soprattutto in Italia, in tasso di evasione dalla scuola dell’obbligo che sembra attingere i livelli del 3% annuo. Infine vanno sottolineate alcune statistiche riguardanti i problemi della devianza giovanile. Attorno alla metà degli anni ’80 gli utenti complessivi dei servizi finalizzati al ricupero dei tossicodipendenti ammontavano a 85.448 (cioè circa FI.5% della popolazione di pari età). Di essi, 8.287 stavano in comunità terapeutiche, 67.970 utilizzavano strutture pubbliche di trattamento e 9.181 strutture private. Mediamente attorno alla metà degli anni ’80 venivano condannati ogni anno da Tribunali dei minorenni o da tribunali ordinari circa 130.000 giovani tra gli anni 10 e 29 (di cui circa 17-18.000 femmine). Queste e altre più analitiche statistiche danno una prima idea della «condizione» dei giovani nella società occidentale (e in particolar modo in Italia), sollecitando un’analisi più qualitativa dei dati, che richiede particolari categorie interpretative, fornite dalle diverse scienze dell’uomo contemporanee.

 

4. Le categorie interpretative

Al di là delle descrizioni della condizione giovanile offerte dalle statistiche sociali, è utile riferirsi a certe categorie sintetiche che utilizzano approcci interdisciplinari e che permettono di comprendere alcuni aspetti essenziali del​​ condizionamento socio-culturale​​ a cui i giovani sono sottoposti e del​​ protagonismo​​ di cui possono o vogliono essere i rappresentanti.

Tali categorie sono di diversa consistenza e orientamento e rispecchiano anche le mutevoli sensibilità dei ricercatori e le circostanze contingenti del periodo storico; vanno prese perciò con molto senso critico e vanno utilizzate a modo di «cocktail» variabile, cioè traendone combinazioni variegate che si possano applicare a situazioni concrete e contingenti.

Se ne presentano qui alcune tra le più significative.

4.1. La categoria della marginalità

La categoria «marginalità» comincia ad apparire nella letteratura sociologica applicata alla condizione giovanile attorno al 1970 cioè a partire dal congresso internazionale di sociologia di Varna, e si presenta fin dall’inizio come un’estensione del concetto di marginalità elaborato nel contesto dell’analisi delle dinamiche territoriali (città-campagna; centro-periferia) o dei rapporti, a livello nazionale o internazionale, tra sistemi economici sviluppati e sottosviluppati. Parlare dei giovani in termini di marginalità significa attribuire loro gli stessi caratteri di esclusione dal godimento dei diritti e risorse promesse dal sistema, di non partecipazione alle decisioni che li riguardano, di irrilevanza sul piano del potere, che si attribuiscono più generalmente ai «sistemi» economici e politici subalterni.​​ Il concetto di marginalità​​ risulta pertanto necessariamente caricato di significati tendenzialmente simbolici e di risvolti ideologici. La elaborazione marcusiana della protesta sessantottesca, ad esempio, assegna ai giovani un’importanza strategica centrale all’interno delle lotte di tutti gli emarginati del mondo e perciò ne considera le iniziative come premessa necessaria di un processo alternativo e-o rivoluzionario di grande portata storica. Un concetto analogo è sviluppato da studiosi quali Rowntree, Touraine e Alberoni che equiparano la marginalità all’alienazione e considerano i giovani come i più evidenti protagonisti di una nuova lotta di classe, quella concernente il controllo della società tecnologica.

Oggi queste connotazioni appaiono molto sfumate; caduta l’ipotesi dei «giovani come nuova classe» e caduta l’eventualità di una gestione rivoluzionaria della emarginazione, ci si orienta verso interpretazioni politicamente meno incisive della marginalità giovanile. Generalmente essa viene definita in termini di effettiva esclusione, di isolamento, di neutralizzazione dei giovani che sono l’effetto di un processo più o meno intenzionale di obiettiva emarginazione gestito dal sistema sociale nel suo complesso e spesso rafforzato da fenomeni di autoemarginazione posti in atto da aliquote minoritarie di giovani stessi.​​ L’emarginazione​​ e la correlativa situazione di marginalità che ne risulta è fatta risalire alla logica di sviluppo dei sistemi neocapitalisti che per assicurarsi un equilibrio produttivo ottimale esigono che gli strati più deboli della popolazione restino a lungo parcheggiati in aree di forzata attesa e dipendenza. I segni dell’emarginazione sono numerosi: il soggiorno artificiosamente prolungato nelle strutture formative, l’esclusione dal lavoro legale, lo sfruttamento nel lavoro illegale, la condanna a funzioni quasi esclusive di consumo coatto, la limitazione ed esclusione dalle diverse opportunità di partecipazione protagonista e lo svuotamento delle forme stesse di partecipazione subalterna.

Se la logica dei sistemi che esaltano il ciclo produzione-consumo, come fattore di moltiplicazione della remunerazione del capitale ad ogni costo, spiega in gran parte la condizione di marginalità giovanile, la crisi degli ultimi anni ne spiega l’ampiezza inusitata e la profondità. L’ipotesi più diffusa infatti è che in molti paesi tutti i giovani sono oggetto diretto dei processi di emarginazione, anche se il rischio e la minaccia diventano reale condizione di marginalità solo per pochi, in modo chiaramente selettivo, colpendo soprattutto i più deboli, cioè i meno attrezzati, tra i giovani, a rispondere alla pressione emarginante.

Per questi motivi gli effetti della marginalità sono diffusi in tutta la condizione giovanile: si nota soprattutto la​​ sindrome di caduta di senso​​ che colpisce molti giovani ed in particolare emergono la perdita dell’autostima, il sentimento dell’inutilità, il venire meno del protagonismo ed infine, su un piano di assoluta gravità, l’eventualità di una progressiva interiorizzazione dell’emarginazione stessa come cultura, cioè come ragione di vita, come modello totalizzante di comportamento, che prelude spesso all’autoemarginazione in subculture separate.

E tuttavia l’emarginazione è letta talora in chiave almeno parzialmente positiva, come quando si ipotizza una certa capacità dei giovani stessi di sfruttare pragmaticamente la condizione di dipendenza, facendone una pre-condizione di relativa de-responsabilizzazione, che permette di difendersi dai tentativi di omologazione e di sperimentare una certa stabilità o equilibrio emotivo, almeno per periodi particolarmente delicati dello sviluppo.

Si è già detto dell’interpretazione ideologica della marginalità come pre-condizione rivoluzionaria; è possibile anche leggerla ideologicamente come colpevole fuga dalla responsabilità e dalla partecipazione che denota una voluta inerzia e mancanza di creatività, ed è l’interpretazione più corrente nell’ambito del funzionalismo.

Oggi però tra coloro che ancora utilizzano la categoria della marginalità, si propende a considerarla soprattutto un fattore di disgregazione, di anomia, di rottura dei processi di autorealizzazione individuale e collettiva.

In definitiva​​ la categoria «marginalità» sembra essere applicabile a larghi strati di popolazione giovanile, anche se non è più forse utilizzabile complessivamente per tutti i giovani allo stesso modo e allo stesso livello; marginalità inoltre è un concetto che esprime sostanzialmente un processo strutturale che tende a collocare e a definire obiettivamente i giovani, ma che non implica necessariamente il risvolto «soggettivo» rappresentato dalle loro «reazioni» al tentativo di emarginazione. Il concetto cioè si rivela molto più ricco se si approfondiscono anche le molteplici forme di «adattamento» all’emarginazione, che non si possono più ridurre ideologicamente solamente o alla reazione alternativa o alla accettazione passiva.

La categoria «marginalità» infine si comprende meglio se coniugata con altre (quali ad esempio quella della frammentarietà e dell’eccedenza delle opportunità) che analizzerò più oltre.

 

4.2. La categoria della frammentarietà

Ho accennato precedentemente all’ipotesi della fine della «condizione giovanile». L’ipotesi non consiste solo nella previsione di una progressiva perdita di rilevanza dei giovani nelle società occidentali per effetto del loro sempre minore peso demografico e per il disciogliersi delle loro problematiche in quelle dell’intera società, ma più precisamente nella constatazione di un inarrestabile sgretolarsi della condizione giovanile verso la completa frammentazione strutturale e culturale.

L’ipotesi parte dall’analisi di due fenomeni sociali tra di loro collegati:​​ la perdita del centro​​ (cioè di un punto di riferimento normativo capace di legittimare il significato unitario della società) che è fenomeno tipico delle società in via di complessificazione e di secolarizzazione, cioè in crisi di totalizzazione;​​ la crisi dei processi di socializzazione,​​ descrivibile come sfaldamento (relativo) delle agenzie tradizionali di ottenimento del consenso sociale sui valori dominanti, di legittimità dei messaggi culturali trasmessi, di obsolescenza delle metodologie di trasmissione, ecc. Le conseguenze più macroscopiche della condizione di frammentarietà vengono identificate, in riferimento alla condizione giovanile, almeno a due livelli:

1. Come​​ venir meno di una coscienza collettiva​​ e come emergere di coscienze di piccolo gruppo, o al limite come affermazione di una radicale privatizzazione (prevalentemente individualistica) del comportamento. II che equivale alla crisi dell’identità collettiva dei giovani, alla difficoltà di rappresentarsi collettivamente come soggetti storici capaci di produzione culturale relativamente autonoma e quindi di partecipare efficacemente alla determinazione del cambio sociale.

Si riferisce a questa tematica l’ampia letteratura non sempre scientifica, che ha utilizzato​​ la categoria del «riflusso»,​​ etichettata di volta in volta con i termini di «privatizzazione», «soggettivizzazione», «attenzione all’identità individuale», ecc.

2. Come​​ segmentazione del vissuto individuale,​​ la cui importanza e significazione rispetto all’esigenza di identità dovrebbe invece aumentare, anche in rapporto al venir meno delle identità collettive.

Generalmente se ne individuano almeno due aspetti.

a.​​ La frammentazione del «tempo psichico»,​​ cioè l’allentarsi dei legami esistenti tra le diverse esperienze distribuite nel tempo e l’affermarsi di un «presentismo» che è interpretato e vissuto come una sorta di sospensione illimitata del tempo reale. La frammentazione del tempo psichico implica da una parte una certa scarsa memoria del passato, l’irrilevanza cioè delle radici, della tradizione, della storia, verso cui molti giovani esercitano spesso un processo di censura automatica o di rimozione intenzionale. Implica anche una scarsa capacità di progettare il futuro, che è fondata indubbiamente su situazioni obiettivamente difficili, ma che dipende anche da una soggettiva riluttanza a investire totalmente e definitivamente le proprie risorse umane su una sola opportunità o ipotesi di vita. Ciò non toglie che vi siano grandi ideali tra i giovani di questa generazione, ma, secondo l’ipotesi, essi stentano a tramutarsi in progetti realizzabili e verificabili: a questo fenomeno guardano con preoccupata attenzione soprattutto i responsabili delle organizzazioni di chiesa, di partito e di sindacato.

b. A ciò si aggiunge​​ la frammentazione del quotidiano;​​ il presente stesso infatti è minacciato da una radicale relativizzazione delle esperienze che lo compongono, anzi i singoli segmenti di vita tendono ad assumere significati mutevoli anche all’interno di una singola «storia di vita». Ciò è spiegabile come effetto di una scarsa socializzazione; l'ipo-socializzazione riflette infatti il quadro generale di una società in cui la disgregazione culturale non può che riprodursi anche a livello individuale, di personalità.

È ben vero che la frammentazione del quotidiano implica in qualche modo un aumento delle esperienze e delle appartenenze e che la mancanza di una precoce canalizzazione dei vissuti individuali può permettere una più ricca opportunità di scelte; si tratta di risvolti considerati positivi e capaci di mitigare gli effetti perversi della frammentazione stessa, ma in generale in questo approccio si tende a sottolineare la pericolosità di questi vissuti, soprattutto in rapporto all’esperienza dell’identità e più in generale al bisogno di significato.

Frammentazione ed emarginazione infatti appaiono spesso combinate nella spiegazione di non pochi fenomeni problematici della condizione giovanile, come ad esempio il riflusso come «ultima spiaggia» su cui è possibile attestarsi prima di cedere alla definitiva perdita di senso, il consumo esasperato come risposta alienata alla mancanza di progetto e di continuità, la devianza come conseguenza quasi-automatica alla perdita dei valori e delle norme.

Ma non mancano neppure qui i​​ risvolti ideologici:​​ la frammentazione è indicata spesso come conseguenza logica della «bancarotta delle ideologie totalizzanti» e non tanto come effetto di processi sociali quali la socializzazione competitiva e conflittuale e la divisione del lavoro sociale; come conseguenza logica dello schema di sviluppo, tutto incentrato su valori di scambio e d’uso e poco attento alle esigenze della ragione sostanziale. Come pure risulta talora ideologica la lettura che si fa, entro questa prospettiva, delle risposte date ai giovani alla frammentazione; tipico è il giudizio dato su certe forme di aggregazione giovanile che vengono considerate sostanzialmente ambigue. Secondo questa interpretazione dei fatti, aggregarsi significa per molti giovani opporre un antidoto solo apparente alla frammentazione; si verifica invece un meccanismo di esaltazione delle caratteristiche che rendono differenti, si nota la tendenza all’esclusione o alla selettività verso gli altri; si legittima la sollecitazione di forti dinamiche interne; si procede all’elaborazione di sistemi di significato sempre meno universali e sempre meno comunicabili; si diffonde la propensione a letture negativistiche della realtà esterna.

La frammentazione come categoria è molto utilizzata​​ in tutta la sua vasta gamma di significati sia in ricerche empiriche che in interpretazioni teoriche globali come strumento di comprensione della fase post-sessantottesca, soprattutto da quanti vedono tale stagione della condizione giovanile come un fenomeno sostanzialmente negativo e recessivo che non poteva produrre che disgregazione. D’altra parte risulta invece molto arduo, a quanti hanno tentato di ricondurre il ’68 a espressione di un bisogno di cambiamento radicale fondato su un preciso progetto culturale, spiegare il repentino cambio di direzione e di contenuti del vissuto giovanile e la caduta della identità collettiva.

 

4.3. La categoria del cambiamento culturale

Una certa letteratura psico-sociologica, cito soprattutto Grasso, Tullio-Altan e Secchiaroli, ma anche un’ampia letteratura angloamericana e tedesca (Inglehart) che ha le sue radici in alcune analisi degli anni ’60 e che si estende per larga parte dei ’70, tende ad accreditare l’ipotesi secondo cui i giovani​​ sono protagonisti di una rivoluzione culturale lenta e non vistosa,​​ che peraltro produce una notevole innovazione sul piano dei​​ valori elaborati e proposti.​​ Demistificando il periodo sessantottesco, questo approccio tende a minimizzare l’importanza delle azioni collettive più vistose e dei contenuti più propriamente utopici delle proposte di cambio culturale gestite dalla contestazione giovanile di allora. È convinzione dei fautori dell’ipotesi che il cambio delle opzioni di fondo, ravvisabile solo con sofisticate tecniche di analisi del profondo non sia possibile se non sui tempi lunghi; e che perciò il ’68 abbia rappresentato solo un momento espressivamente significativo di un progresso già in atto e solo momentaneamente esaltato nelle sue componenti più esteriori.

Su questa linea vanno letti gli studi di P. G. Grasso, intesi a dimostrare una differenziata velocità di cambio (più lenta a livello di atteggiamenti-opinioni-disponibilità superficiali) e orientati a sottolineare l’emergere di una sempre più convinta solidarietà personalistica ed universalistica. Altrettanto si può dire degli studi di Tullio-Altan, che sulla scorta di certe intuizioni di Inglehart tendono a dimostrare il cambio avvenuto a cavallo del ’68, in termini di:​​ fine della stagione dei valori acquisitivi connessi con la soddisfazione dei bisogni primari​​ (sicurezza, lavoro, casa, ecc.)​​ ed emergenza di valori nuovi​​ (postmaterialistici, post-borghesi, espressivi, ecc., quali la libertà, l’autorealizzazione, la convivenza pacifica, in una parola la «coscienza politica progressiva»). Questi studi inoltre affermano che la novità del vissuto giovanile consiste soprattutto nel fatto che​​ i nuovi modelli sono tradotti in stili di vita quotidianamente praticabili, che rendono possibile l’utopia e agibili i contenuti delle istanze politiche che il ’68 aveva focalizzato.

L’ipotesi tende infine ad accreditare l’idea che i giovani sono in grado di realizzare all’interno della società complessa una sintesi felice tra passato e presente, in modo non traumatico e silenzioso, e allo stesso tempo duraturo e profondo.

Tutto ciò sembra supporre un insieme di caratteri nuovi che nel «dopo-sessantotto» permettono di situarsi costruttivamente in una società che per altri versi si presenta come disgregante e destabilizzante; in particolare una ripresa di progettualità intenzionale, una dilatazione delle possibilità di opzione, un aumento della coscienza dell’importanza della vita quotidiana, una nuova capacità di controllare il proprio destino.

Molti critici ritengono che questa prospettiva pecchi di un certo​​ meccanicismo e comunque di ottimismo.​​ L’ipotesi suppone infatti che i giovani arrivino a fare quotidianamente ciò che gli adulti non riescono affatto, proprio per difficoltà intrinseche della società complessa; che è una società in cui è difficile trovare soluzioni generali e definitive; in cui la previsione e la programmazione sono vanificate dal cambio troppo rapido e dalla incontrollabilità dei fattori in gioco, in cui i riferimenti di valore vengono meno; in cui risulta arduo coniugare le esigenze della complessità del sistema con le esigenze delle diverse soggettività emergenti nei mondi vitali, cioè nelle esperienze sottratte al controllo del sistema sociale.

D’altra parte la definizione dei valori «nuovi» è quanto mai problematica; che senso ha veramente definire un valore come postmoderno, post-industriale, post-materialista? Forse che i sistemi sociali mutano unitariamente e univocamente senza lasciare residui o aree di arretratezza? E il «dopo» è da intendersi in senso puramente cronologico o anche logico e culturale? Ed è un «dopo» che significa necessariamente un «meglio»?

A queste domande si aggiungono i discorsi sui portatori della​​ presunta rivoluzione silenziosa;​​ in genere si tratta di giovani delle classi medie o medio-alte, dotati di alti livelli di scolarizzazione, capaci di utilizzare il loro tempo libero in modo proficuo e intelligente (anche perché ne hanno molto di tempo libero ed hanno i mezzi per viverlo intensamente). Sono esclusi dalla rivoluzione coloro che, storicamente, nel ’68 erano stati pensati come gli analoghi della classe operaia, detentrice del diritto-dovere della rivoluzione storica (cioè i giovani di estrazione popolare).

Per tutte queste ragioni la categoria del cambiamento culturale è spesso guardata con sospetto da certi osservatori; essa è ritenuta null’altro che una riedizione della tradizionale concezione funzionalista della condizione giovanile, secondo cui i giovani gestiscono quasi fisiologicamente la transizione, in quanto capaci di immettere nel processo la freschezza della loro vitalità bio-psicologica. Sociologicamente parlando la categoria «cambiamento culturale» sembra dunque indicare solamente che il sistema sociale è in grado di utilizzare intelligentemente le sue risorse umane per mantenersi e svilupparsi in modo e misura illimitati.

 

4.4. La categoria dell’eccedenza delle opportunità

All’interno della società complessa alcuni osservatori notano l’emergere di notevoli possibilità di moltiplicare le esperienze, di utilizzare strumenti di comprensione e di dominio della realtà; di ricevere stimoli e di rispondere in modo differenziato ad essi.

In questo contesto non è più necessario legarsi alla finalità del sistema ruoli-status, ma è offerta​​ l’opportunità di percorrere itinerari diversificati verso la propria realizzazione individuale e collettiva.

Questa sarebbe la risposta unica possibile alla eterogeneità differenziata della società complessa; e se ne troverebbero tra i giovani i segni inequivocabili: quali ad esempio la​​ preferenza per occupazioni saltuarie ed occasionali, l’abbandono degli ideali del successo e della carriera, il bisogno diffuso di fare molte esperienze senza totalizzarsi su nessuna​​ (in questo la categoria «eccedenza delle opportunità» specifica quella della frammentazione);​​ la capacità di vivere e convivere decentemente con le precarietà. In altre parole l’eccedenza delle opportunità permette un modello flessibile e mobile di identità e di autorealizzazione, da non confondersi con il riflusso rinunciatario e disimpegnato.

Una specificazione di questa categoria sembra essere quella dell’adattamento. Nella società complessa si risponde all’assenza di riferimenti, all’aumento dell’incertezza, alla non praticabilità delle risposte totalizzanti, al rischio della dissociazione, adattandosi. Il che significa ricercare soluzioni solo possibili e non necessariamente ottimali, nella quotidianità (e perciò lontano da modelli onnicomprensivi, totalizzanti e pretendenti alla razionalità e alla progettualità). Adattarsi significa dunque ripercorrere a ritroso l’itinerario dell’identità, cercandone le basi non nel sociale o nel politico o nelle esperienze produttive (sono luoghi dell’identità che per molti giovani sono del tutto impraticabili) ma negli ambiti che possono essere direttamente controllati dai giovani stessi. Questa area dotata di più agilità esperienziale coincide con quella delle relazioni microsociali e delle esperienze strettamente personali. Il tempo libero, l’amicizia, l’affettività, le attività espressive, i temi della formazione e della coscienza, gli hobbies, il volontariato, ecc. diventano gli ambiti in cui ogni soggetto investe parzialmente le proprie risorse vitali per raggiungere un’identità personale, diventano i luoghi in cui è possibile tentare di ridurre la complessità e le contraddizioni del sistema sociale (cioè la sua incapacità a conferire identità accettabili) e di conferirsi autonomamente identità e senso.

Certamente l’area descritta porta il segno delle opportunità dimezzate e ridotte (rispetto alle possibilità tendenzialmente utopiche, prefigurate nei segni della generazione precedente); ma la soggettività, che è il regno di questa esperienza, può essere ulteriormente e illimitatamente dilatata.

Non è difficile immaginare che questo modello sottintende un certo​​ rischio di pragmatismo strumentale​​ che confina con il cinismo e l’opportunismo. Ma quando l’adattamento è contenuto nei limiti indicati esso può conferire almeno una identità parziale e provvisoria, in un accumulo di opportunità di vita, che segna le tappe di un percorso di per sé mai terminato. Effettivamente esso non è molto definito dai suoi contenuti, perché conserva il carattere dell’indeterminatezza e della imprevedibilità, della labilità degli atteggiamenti e dell’eclettismo.

È a questo punto che​​ una valutazione critica del modello​​ non può che sottolinearne il rischio intrinseco di un esito dissociativo. Non è facile infatti sostenere a lungo la mancanza di una gerarchizzazione dei valori e delle norme; o convivere nella precarietà all’infinito; o lasciare nell’indeterminatezza i contenuti del proprio progetto di vita. Il modello dell’adattamento nel quadro di eccedenza delle opportunità rivela dunque il carattere di intrinseca provvisorietà e di limitata funzionalità del comportamento che esso analizza. L’adattamento svolge probabilmente una funzione insostituibile nell’ambito della società complessa e differenziata; ma non è in grado se non di spiegare il carattere nuovo della soggettività giovanile, senza approfondire adeguatamente le ragioni dell’obbiettiva «perdita di senso» che si produce nella società complessa.

In altre parole il modello va ripensato alla luce delle categorie più «strutturali» quali l’emarginazione e la frammentazione che tentano di rendere conto del perché radicale della perdita di significato nella società attuale da parte dei giovani. In mancanza di ciò la categoria rischia di perdersi nell’imprecisione di certi discorsi puramente sovrastrutturali.

 

4.5. La lotta per l’identità

Il tema dell’identità è centrale in tutti gli approcci che utilizzano soprattutto categorie psicologiche o psicosociologiche. Si può citare a questo proposito almeno Erikson e la rivisitazione recente che ne ha fatto in Italia Palmonari. Anche a livello sociologico il tema è stato ripreso da più parti recentemente, in rapporto all’ipotesi di una generale caduta dell’identità collettiva dei giovani (vedi ad esempio la categoria della frammentazione).

Questo approccio parte dalla constatazione che nella società complessa e avviata verso l’era post-industriale il conflitto sociale non è più solo un conflitto di classe centrato sul controllo e sulla proprietà dei mezzi di produzione, ma è un conflitto radicale che supera i confini tradizionali di classe e che riguarda invece il modo di produrre sviluppo, di definire i bisogni e l’identità, di determinare la qualità della vita nella società complessa. Sotto questo profilo il modello rivela notevoli analogie con il modello del «cambiamento culturale», nella misura in cui sottolinea l’emergere di nuovi bisogni, di carattere prevalentemente espressivo e non strumentale.

Esiste conflitto attorno a questi oggetti sociali perché i sistemi tendono a imporre le identità da loro predisposte (a loro funzionali) indiscriminatamente a tutti i soggetti, che in molti casi reattivamente difendono e rivendicano il proprio diritto all’identità. Presupposto fondamentale di questa ipotesi è il riemergere di una soggettività rimossa, che non è solo riflusso e solo folklore, ma piuttosto rivendicazione radicale del diritto a definire i propri bisogni e delle lotte per la loro soddisfazione.

Gli autori annotano che​​ questa lotta ha caratteri peculiari-,​​ ha come oggetto esigenze poco negoziabili (nascita, morte, affetti, relazioni, malattia, sopravvivenza, pace, ecc.); rifiuta il controllo politico (partitico e sindacale) sulla negoziazione del bisogno, riappropriandosi il controllo diretto sulle condizioni di esistenza, indipendentemente dal sistema; tende a coniugare sempre più privato e pubblico, superandone la separatezza; tende ad avvalersi di solidarietà comunitarie (di piccolo gruppo) come supporto ad un conflitto di minoranze capaci di gestire in proprio il confronto.

Al centro di questa lotta riappare il «corpo», luogo della resistenza contro la manipolazione e luogo dell’espressione del desiderio rivoluzionario; allo stesso tempo riappare il vecchio concetto di natura che sta a sottolineare il carattere non assoluto della storicità del bisogno; riemerge infine l’individuo come soggetto sociale irriducibile, terreno dei conflitti sociali fondamentali.

È importante verificare se e come i giovani sono coinvolti in questa lotta per l’identità. L’ipotesi in analisi individua un certo percorso privilegiato che spiega la presenza dei​​ giovani al centro di questo conflitto.

Secondo questo modello la scolarizzazione di massa che prolunga la dipendenza non è che un momento interlocutorio del processo; è infatti la disoccupazione, la sottoccupazione, l’occupazione illegale che conferiscono al vissuto di dipendenza un’essenziale precarietà e marginalità, che rende i giovani disponibili ad ogni forma di manipolazione ideologica. Di fatto il mercato riesce quasi sempre a dare alla dipendenza-precarietà-marginalità un contenuto simbolico illusorio, promette cioè al giovane un’identità che si paga a prezzo di consumo illimitato.

Lo sbocco di questa situazione​​ apparentemente senza ritorno è dato invece unicamente dalla presa di coscienza del proprio «nulla» che reclama identità solida, o meglio sottolinea drammaticamente il diritto di conferirsela autonomamente.

L’esigenza di identità, peraltro, si esprime prevalentemente in negativo: i giovani reclamano identità con il loro silenzio, con l’indifferenza verso il potere, con la separatezza (che è quanto dire: trovare un modo di comunicare senza perdere identità), con la mancanza di progetto (e dunque con un ritorno duro al presentismo, inteso come unica misura del mutamento).

Anche in questa linea come in quella tracciata dalla categoria «eccedenza delle opportunità» si considera ovvia la rivendicazione alla provvisorietà e alla reversibilità delle scelte, alla pluralità e al policentrismo delle biografie individuali e degli orientamenti collettivi. In altre parole la protesta silenziosa che esprime il bisogno di identità è accompagnata dal​​ rifiuto degli itinerari prefabbricati​​ attraverso cui l’identità è conferita ufficialmente nel sistema (cioè i processi di socializzazione istituzionalizzati) e dalla valorizzazione delle diverse forme di autosocializzazione, anche quelle più radicali.

Non per questo i giovani diventano automaticamente protagonisti assoluti della lotta-conflitto per l’identità; essi sono di fatto assoggettati a condizioni di marginalità, massificazione, condanna al consumo coatto che ne diminuiscono di molto le capacità di opposizione alternativa.

Riemergono nel modello descritto alcuni elementi categoriali già evidenziati in altri modelli, ma senza dubbio la categoria «lotta per l’identità» sembra adattarsi precipuamente a fenomeni recenti di aggregazione e di esperienza giovanile del tutto imprevedibili durante la stagione sessantottesca (i movimenti pacifisti, le associazioni di interesse religioso, ecologico, salutistico, culturale, le varie forme di impegno nel volontariato, ecc.).

Il modello​​ soffre forse di poca specificità, perché la lotta per l’identità radicale non sembra manifestare le caratteristiche di un interesse o bisogno di generazione; ingloba infatti componenti di età, di classe o di strato, di scolarità e di militanza sociale e politica molto eterogenee.

Con tutto ciò anche questo modello sembra ricco di stimoli e applicazioni.

 

5. Temi e problemi particolari

Le categorie interpretative globali possono costituire uno sfondo su cui inserire analisi particolari di temi e problemi che toccano​​ aspetti specifici​​ della condizione giovanile. Qui se ne presentano alcuni, rinviando ad altre voci del presente dizionario l’approfondimento di argomenti analoghi, quali: associazionismo, appartenenza politica, devianza, ecc.

 

5.1. I giovani e la religione

Sulla base di non poche ricerche recenti si può ritenere che:

1. Nell’attuale atteggiamento giovanile verso i valori e verso la fede emerge il carattere della​​ soggettivazione​​ e della​​ frammentarietà,​​ espresso come subordinazione della domanda e del vissuto religioso ai bisogni di identità individuale, di autorealizzazione e di autovalutazione come ne fanno evidenza i risultati riguardanti le domande su Dio, sulla fede, sul messaggio cristiano, sul rapporto fede-politica e fede-etica. In altre parole, la religiosità dei giovani di questa generazione è sottoposta ad una forte spinta verso la soggettivazione e la privatizzazione, da intendersi sia come «psicologizzazione» della religione, cioè come utilizzazione della religione a strumento di soluzione e risposta ai propri problemi psicologici, sia come tendenza al consumo passivo e individualistico della religione.

2. Il carattere di soggettivazione è presente però anche in termini di​​ domanda di protagonismo​​ dei giovani nei riguardi della religione. Essa consiste nella spiccata disponibilità alla riappropriazione creativa del fatto religioso in chiave personale, accompagnata da un certo distanziamento dal modello istituzionale e da un’esplicita richiesta di fare esperienza religiosa in aggregazioni vivaci. Il protagonismo così inteso è diametralmente opposto all’atteggiamento «consumista», perché è aperto ad una esperienza gratuita della religione, intesa come valore autonomamente motivante rispetto agli impegni sociali, nel culturale e nel politico.

3. Esiste tra i giovani italiani di questa generazione una esplicita​​ domanda di religione,​​ anche se non la si può considerare maggioritaria. Il «ritorno al sacro» e la «ripresa di religione» sono fenomeni rilevanti più sul versante «qualitativo» che su quello «quantitativo», cioè più per quello che viene espresso dal bisogno di protagonismo e di radicalità evangelica dei pochi, che per quello che viene evidenziato nel tradizionalismo religioso della maggioranza dei praticanti.

4. Questa domanda di religione rischia molto quando cerea i canali entro cui esprimersi come vissuto significativo nella quotidianità: parte di essa si perde e si vanifica in una privatizzazione che è funzionale solo ai bisogni di sicurezza e di equilibrio psicologico, mentre è soltanto un segmento quello che cresce nella ricerca costante di equilibri difficili tra fede e prassi, tra identità «settaria» e «integrazione ecclesiale», rischiando anche forme di ghettizzazione, o forme di integrismo, o forme di secolarismo.

 

5.2. I giovani e il lavoro

Molte ricerche teoriche ed empiriche hanno analizzato in questi anni le modalità di presenza dei giovani nel​​ mercato del lavoro​​ e nella stessa​​ struttura occupazionale.

Risulta anzitutto che i giovani premono sul mercato del lavoro anche con maggior urgenza che in passato, sfatando l’ipotesi della​​ disaffezione​​ nei riguardi del lavoro o per lo meno limitandola ai lavori più pesanti, nocivi, alienanti.

Resta anche confermata la generalizzata difficoltà di quasi tutti i giovani nel periodo della​​ transizione​​ tra strutture formative e attività lavorativa, non tanto e non solo per la mancanza di posti di lavoro quanto per la sfasatura esistente tra formazione e esigenze produttive.

Sul versante più soggettivo si analizzano soprattutto gli​​ atteggiamenti verso il lavoro,​​ il valore che gli viene assegnato, la qualità attribuita al lavoro, il rapporto tra lavoro e tempo libero. Emerge dalle ricerche uno spostamento netto verso una concezione prevalentemente​​ strumentale​​ del lavoro (è una necessità che fornisce i mezzi per risolvere i problemi pratici della vita quotidiana e nulla più) rispetto a una concezione etica che esaltava il lavoro come esperienza capace di conferire identità, di stimolare la socialità e la creatività umana, di modificare la qualità della vita.

Inoltre le ricerche mettono in evidenza che i giovani sperimentano per motivi diversi una certa​​ alienazione da lavoro,​​ legata alla fatica, alla nocività, alla ripetitività, alla incongruenza tra attese e realtà del lavoro, all’assenza di utilità sociale di molti lavori. Molti giovani si attendono dal lavoro le sole soddisfazioni legate alla maggior retribuzione, alla possibilità di fare carriera, alla sicurezza del posto.

Il lavoro in definitiva pare perdere importanza nella scala dei valori; viene dopo l’interesse per la famiglia, ma prima degli interessi affettivi; è un «pezzo della vita», ma non è più la via maestra per l’autorealizzazione.

 

5.3. I giovani e le istituzioni

Gli atteggiamenti nei riguardi delle istituzioni si diversificano assai in base all’importanza delle singole istituzioni nella vita dei giovani. Contrariamente a quanto si può immaginare, la​​ famiglia​​ occupa ancora una parte importante tra i desideri e i valori dei giovani di questa generazione; essa è intesa come luogo ideale della comunicazione interpersonale profonda e non tanto come struttura giuridica che legittima i ruoli sessuali e parentali. Si pensa cioè non tanto al modello della famiglia tradizionale quanto alla famiglia a legami allentati, fondata sulla libera e flessibile scelta reciproca e poco proiettata sui figli o sulla parentela. Su questo modello per altro pesano le ipoteche di una intrinseca fragilità, documentabile attraverso le statistiche problematiche (se non proprio allarmanti) riguardanti le unioni di fatto, le separazioni, i divorzi, le conflittualità diffuse.

Rispetto alla​​ scuola,​​ permangono le ambiguità di sempre: diminuita la tensione che aveva caratterizzato le stagioni della contestazione, nella scuola i giovani sembrano stare tranquillamente parcheggiati, quasi subendone la paralisi culturale e organizzativa, senza forti propensioni alla partecipazione e alla responsabilità. Si pensa generalmente che la funzione culturale sia impari alle esigenze del sistema produttivo, ma ciò non ha impedito una certa ripresa dell’impegno che porta almeno alla conquista del titolo di studio, se non proprio all’acquisizione di una cultura adatta alla società complessa, e post-industriale.

Verso le​​ istituzioni politiche​​ l’atteggiamento prevalente è quanto mai problematico: la crisi di credibilità della politica continua a influire negativamente sui giovani, limitandone la partecipazione attiva alle diverse forme di aggregazione partitica e sindacale. Allo stesso tempo la logica della società complessa ha relativizzato le pretese totalizzanti delle ideologie politiche, ridimensionando perciò la funzione, che si voleva universale, della politica come soluzione ideale dei problemi umani. Di qui la ricerca sofferta, in gruppi giovanili minoritari, di un nuovo concetto di politica che passa attraverso prassi di piccolo contenuto ideale e di maggiore concretezza storica. Un esempio tra i tanti di questa propensione a riscoprire la politica si ha nel​​ volontariato​​ e in tutte le altre forme di presenza nel sociale (cooperative di vario genere, associazioni a scopo ecologico, pacifista, ecc.) che qualificano l’impegno di non pochi giovani della presente generazione.

 

5.4. I giovani e il tempo libero

Quest’area di interessi tende da tempo ad ampliarsi per effetto di una convergente serie di fattori: assenza o limitazioni del lavoro, bisogno di esperienze alternative a quelle tradizionalmente considerate «forti» in rapporto alla formazione dell’identità, migliore definizione e specificazione delle «offerte» riversate sul mercato del tempo libero dai mass media e dalle varie organizzazioni turistiche, sportive, ecc.

In altre parole, prende consistenza l’ipotesi secondo cui l’area del tempo libero può diventare ormai per molti giovani l’occasione prioritaria per esperienze che conferiscono​​ identità​​ in alternativa alla scuola che non forma, al lavoro che non c’è o è alienante, alla politica che ha perso credibilità; si tratta solo di un’ipotesi, perché ancora molte ricerche sottolineano il fatto che per molti giovani il tempo libero è tempo della compensazione, funzionale alla ricostituzione delle energie produttive o al superamento delle alienazioni accumulate nella vita sociale e individuale. Spesso il tempo libero giovanile appare ipotecato da pesanti modelli consumistici, che ne impediscono un uso più intelligente e produttivo.

Va riservata, in questo contesto, particolare attenzione al​​ fenomeno sportivo​​ che registra un’innegabile espansione presso i giovani in termini di pratica agonistica o dilettantistica (quasi la metà dell’associazionismo giovanile è concentrata nell’attività sportiva), ma che allo stesso tempo evidenzia periodicamente fenomeni di alienazione collettiva (vedi violenza negli stadi) che confermano la vecchia ipotesi secondo cui lo sport mercificato e strumentalizzato a scopo puramente evasivo diventa droga pericolosa e distruttiva.

Poche ricerche focalizzano la funzione educativa dello sport per i giovani; esse sottolineano che la domanda di sport, pur inserendosi tra i bisogni del privato e oscillando tra individualismo consumista e personalismo impegnato, evidenzia tratti educativamente rilevanti: bisogno di piena autorealizzazione anche attraverso la riappropriazione dei valori della corporeità, bisogno di relazioni umane significative, ricerca di soddisfazioni concrete e realistiche attraverso il sacrificio e l’impegno.

Una richiesta esplicita di valori espressivi quali lo star bene insieme, il condividere la felicità, il manifestare solidarietà attraversano la pratica sportiva dei giovani più sensibili.

 

6. Un bilancio in prospettiva

Oltre a offrire stimoli utili alla rivisitazione di certe categorie di lettura della condizione giovanile, le considerazioni fin qui fatte ricollocano il discorso sui giovani al centro di una lettura complessiva della realtà italiana e riportano alla necessità di ipotizzare e rendere effettive le risposte che sono urgentemente sollecitate dai problemi.

La preminente dimensione operativa delle conclusioni a cui il discorso può condurre non deve far dimenticare lo spessore scientifico delle questioni in discussione; la politica rinvia pertanto alla scienza, per quel poco o molto che quest’ultima può dire in termini di comprensione e previsione circa i comportamenti giovanili. Quanto si dice qui a modo di conclusione mantiene dunque il carattere di discorso necessariamente aperto ad ulteriori verifiche.

 

6.1. L’ipotesi dell’esplosione del disagio giovanile

La parola «disagio» racchiude un contenuto variegato: ha indubbiamente una sua base obiettiva, che coincide con la somma di inadempienze, ritardi, tradimenti di cui i giovani sono stati l’oggetto privilegiato degli ultimi anni ed ha anche un vissuto soggettivo ad ampio spettro fenomenologico.

 

6.1.1. Il volto concreto del disagio

Senza volere generalizzare ad ogni costo e senza cadere nel moralismo, non è difficile elencare una serie di percezioni, emozioni e sentimenti, valutazioni, bisogni e domande che nascono da una sofferenza spesso sommersa, ma non per questo meno autentica e sincera. Più frequentemente si fa riferimento alle frustrazioni che nascono dalla precaria situazione occupazionale e dalla incertezza degli sbocchi d’inserimento; è forse l’aspetto più appariscente, ma non l’unico o il più importante del disagio giovanile. Più globalmente le radici della sofferenza vanno cercate nell’inadeguatezza degli atteggiamenti con cui gli adulti si relazionano alle domande problematiche dei giovani: non è raro registrare risposte che vanno dalla incompetenza alla strumentalizzazione, dalla sfiducia all’inerzia, dal cinismo alla stigmatizzazione.

Il problema essenziale del disagio giovanile va dunque ravvisato in una generalizzata incapacità del mondo adulto a riconoscere le esigenze della realizzazione, così come si presentano nell’attuale momento di transizione. Le espressioni di questa inadeguatezza si distribuiscono lungo l’asse privato-pubblico, con specifiche accentuazioni e tematiche: l’abbandono familiare, l’incomunicabilità, l’inutilizzazione, il mantenimento in una dipendenza forzata, la mediocrità della risposta, il giovanilismo ad oltranza, la deresponsabilizzazione, il calcolo e il non riconoscimento, la dispersione delle risorse, ecc. Vi è una gamma di non-risposte di cui la crisi delle istituzioni preposte alla socializzazione e alla valorizzazione delle nuove generazioni rappresenta il compendio più sintomatico.

 

6.1.2. Dal disagio alla irrazionalità

Se il disagio con tutte le sue articolazioni fenomenologiche appare indiscutibile, più difficile risulta la connessione tra esso e i suoi sbocchi ipotetici. Fino ad ora il disagio si è irrobustito a livello di «sommerso», non trovando fattori d’innesco sufficienti a farlo esplodere in comportamenti devianti, carichi di significato eversivo o, comunque, di conflittualità sociale. La tossicodipendenza, specialmente nel suo massimo sviluppo quantitativo, ha provocato soprattutto una preoccupazione centrata sul destino individuale e sul deterioramento delle relazioni microsociali dei giovani coinvolti; solamente in alcuni brevi momenti il comportamento «tossico» ha potuto assumere il ruolo di veicolo simbolico di una generalizzata contestazione del sistema, riducendosi in genere a solo meccanismo di fuga da una realtà non più sopportabile.

La valenza potenzialmente esplosiva della droga è stata abilmente neutralizzata mediante una sua radicale privatizzazione, che di fatto non ha provocato altro che un’ulteriore emarginazione di tossicodipendenti. Ora però riemergono forme vecchie e nuove di devianza giovanile legate alla criminalità organizzata; si agita nuovamente lo spauracchio di un terrorismo a radici internazionali; si registra una preoccupante «escalation» della violenza degli stadi; gli studenti scendono in piazza con rivendicazioni urgenti; si verificano spesso episodi di vandalismo su cose e di crudeltà su persone ed animali. Siamo arrivati forse ai livelli di guardia, cioè ai valori di soglia del disagio giovanile, oltre cui non c’è se non l’irrazionalità collettiva?

 

6.2. Il ripiegamento adattivo e il rischio della mediocrità

Se il «disagio» giovanile chiama in causa le contraddizioni e le strozzature che caratterizzano il modello di sviluppo del sistema sociale, altri aspetti odierni della questione giovanile sembrano mettere sotto accusa i giovani stessi, l'inadeguatezza della loro stessa risposta adattiva o alternativa ai problemi che li riguardano.

Sarebbe fuori posto, in questo contesto, una generica colpevolizzazione dei giovani che non tenga conto delle radici obiettive della loro eventuale inadeguatezza; e, dall’altra parte, vanno ormai respinte come pericolosamente irresponsabili tutte le forme di complicità e di vezzeggiamento che tentano di legittimare tutto ciò che è espressione giovanile, senza criterio e discernimento. Giustamente è stato osservato che i giovani stessi non hanno paura della verità che li riguarda e che preferiscono la «critica impietosa dei profeti» alla menzogna ambigua degli adulti insicuri.

Già nelle pagine precedenti non si è omesso di sottolineare certe ambivalenze insite in alcuni meccanismi di difesa e di adattamento adottati dai giovani di fronte alla complessità sociale; come pure certi rischi connessi ad una interpretazione unilateralmente pragmatica della propria condizione esistenziale. Sono ambivalenze e rischi non estranei neppure al mondo adulto, ma che in un giovane si è portati, forse per inconscia deformazione professionale, a considerare quanto meno controproducenti.

Senza timore di scadere in un «j’accuse» indiscriminato, credo siano da segnalare comportamenti che risultano certamente disfunzionali al superamento delle diverse forme di «disagio» e di «estraniazione» di cui soffrono i giovani.

 

6.2.1. La generazione dell’abbastanza

Sono modelli che non sono generalmente condivisi dalla maggioranza e che trovano spesso una smentita clamorosa in modelli diametralmente opposti, che dimostrano la possibilità concreta (anche se difficile) di comportamenti alternativi. Realmente vi sono alcuni modi di pensare, valutare ed agire che denotano l’accettazione fatalistica delle condizioni di marginalità, frammentazione, perdita di identità ecc. e che tendono a considerare queste condizioni come alibi che giustificano la mediocrità. Il consumismo sfacciato dei figli di papà, la rinuncia consapevole alla progettualità, una certa allergia nei riguardi di ciò che è arduo e impegnativo, l’inerzia che accompagna la lunga stagione della dipendenza; queste ed altre sono le modalità di un vissuto che è effetto e causa del disagio giovanile.

Chi ha definito questa generazione come «generazione dell’abbastanza» ha forse centrato con esattezza l’aspetto problematico di una generazione che, pur avendo ricevuto più di ogni altra le risposte essenziali ai bisogni primari, è tentata di adagiarsi sui risultati ottenuti, mortificando il gusto di scoprire e soddisfare nuovi bisogni e valori.

Vi è inoltre una curiosa tendenza alla spettacolarizzazione della vita, che si nutre talora di ciò che è effimero e superficiale, che premia l’apparenza e il successo gratuito, che gioca con il linguaggio senza significarlo; indubbiamente ciò è perfettamente consono ad una certa tendenza generale alla spettacolarizzazione che ha investito diversi settori della vita sociale, dalla politica alla religione, dallo sport alla cultura e trova vigoroso impulso nel contenuto prevalente dei networks radiofonici e televisivi.

 

6.2.2. Una profonda crisi morale

Un altro risvolto problematico è forse rappresentato dalla progressiva banalizzazione del linguaggio; non siamo più ai «cioè» e ai «non so» post-sessantotteschi, ma si verifica largamente un imbarbarimento delle espressioni orali e scritte. La volgarità e l’equivoco hanno preso il posto dell’ironia e dell’invettiva che in altra epoca nobilitavano per certi aspetti il graffito politico o lo slogan dei cortei.

Infine va forse segnalata una crisi morale più profonda di quanto non appaia dai comportamenti visibili. La delegittimazione in atto di molti modelli di comportamento, fino ad ora sostenuti da un generale consenso sociale, ha spinto molti (giovani e no) a forme diverse di autolegittimazione che spesso non corrispondono affatto allo sforzo di inventare una morale autonoma alternativa, ma scadono inevitabilmente nella giustificazione di comodo della scelta contingente. Al di là di questa radicale relativizzazione non resta che il gregarismo opportunista, il cinismo, l’individualismo. Spesso non si nota la ricerca faticosa di nuovi equilibri (vedi l’equivoco annaspare che ha seguito la liberalizzazione di comportamenti sessuali), ma solo una progressiva deriva verso la sterilità morale. Questo discorso critico sui giovani non è nuovo al discorso sociologico; e risente necessariamente delle scelte valoriali, delle identità e delle appartenenze dei singoli osservatori sociali.

Se ne trova un’eco, anche recentemente, in certe rammaricate constatazioni circa l’allontanamento dei giovani dalla politica o dalla religione, il presunto «riflusso» privatistico, o la negazione edonistico-narcisistica, la scelta della violenza terrorista, la «fuga» nella droga, ecc.

È un discorso che rischia di diventare moralistico e paternalistico se pretende di proiettare sui soli giovani le contraddizioni che sono di tutti e che in ogni caso non è giusto se applicato indiscriminatamente; ma può anche essere ripreso entro una più articolata e realistica valutazione di modelli di comportamento giovanile che anticipano in positivo una migliore qualità della vita e già realizzano forme creative e innovative. È anche da questi chiaroscuri che prende senso il complesso «puzzle» giovanile.

 

6.3. I giovani come risorsa

Forse va dato per scontato che i giovani rappresentano una «risorsa» sociale solo a certe condizioni. Non è il loro numero che conta, né il clamore che circonda certe iniziative o manifestazioni di cui i giovani sono protagonisti.

È invece la qualità della proposta che emerge dagli stessi problemi e dalle domande più o meno inespresse che contraddistinguono i comportamenti giovanili. A ben guardare, i problemi e le domande non sono sempre originali ed inedite, ma trovano accenti di autenticità proprio in rapporto alla capacità di incidere nel processo di cambiamento sociale in termini concreti e costruttivi.

La «risorsa» si specifica come anticipazione di valori, modelli, stili di vita realistici e allo stesso tempo utopici.

Alcuni osservatori ed operatori del settore hanno già esplicitato alcune delle domande giovanili che includono un valore, cioè una parziale ma reale produzione di significato per la vita e che stimolano l’attenzione operosa degli adulti. Si tratta di indicazioni apparentemente banali, e quasi solo fondate su considerazioni di senso comune, ma che nella loro semplicità rappresentano un momento di rottura rispetto al convenzionalismo di tanta letteratura sui giovani. Vi si parla di «valore-domanda» di verità, amore, fortezza, autenticità, protagonismo, soggettività, personalizzazione, fede, ricerca, purezza, felicità.

Ne risulta una immagine della realtà giovanile che forse pecca di ottimismo perché non è attribuibile nella sua totalità alla generalità dei giovani, ma che indubbiamente esprime una ragionata fiducia nel potenziale creativo che i giovani sono in grado di esprimere, se accompagnati da un’attenzione educativa onesta e liberante e se agevolati da un apparato istituzionale adeguato alle loro esigenze reali.

Quali sono in sintesi le domande che anche da questa variegata serie di saggi ricevono una più circostanziata legittimazione? La risposta, interlocutoria, è aperta ad ulteriori approfondimenti.

 

6.3.1. Dalla marginalità alla partecipazione

Dalla marginalità, o meglio dalla presa di coscienza della propria possibile o reale condizione di marginalità, può nascere una domanda di partecipazione-appartenenza-responsabilità che diventa proposta concreta di protagonismo serio, costante, vigoroso.

Già sono all’opera e si diffondono iniziative che ne documentano la ricchezza progettuale e la creatività metodologica: in prima linea il movimento cooperativistico e le diverse forme di impegno per la creazione di nuovi posti di lavoro, poi anche le articolate forme di volontariato giovanile (dall’educativo al culturale, dal sociale al ricreativo, ecc.), infine il risorgente impegno nelle più svariate realtà associative (dal politico all’ecclesiale, dallo sportivo al sindacale, ecc.).

Vi sono sintomi non trascurabili di un ritrovato gusto per impegni che abbiano una chiara finalità di utilità sociale; e non raramente si trovano giovani che identificano il percorso della propria realizzazione personale con quello della solidarietà universalistica. La qualità della vita, centrata attorno a valori che più o meno correttamente sono stati definiti post-materialistici, si precisa ormai in rapporto ad un bisogno di relazione non solo funzionale alla securizzazione o espansione personale, ma sensibile ad esigenze «di sistema».

 

6.3.2. Dalla frammentazione alla personalizzazione

Dalla frammentazione, se colta consapevolmente nella sua valenza positiva, può nascere una forte domanda di riflessività, interiorità, personalizzazione che viene investita prioritariamente sulla variegata e ricca produzione soggettiva di senso. Sembra esserci in alcuni giovani il bisogno di ridurre a unità l’esperienza senza mortificarne la complessità e il bisogno di ricomporre in totalità il vissuto senza operare tagli ingiustificati. Sintomi di una ritrovata capacità di superare la frammentazione (o almeno di convivere decentemente con essa) si ritrovano in certi vissuti comunitari, in certe relazioni di coppia, in certe sperimentazioni di comunicazione aperta e profonda: vi è un mondo giovanile da riscoprire nella sua differenziata capacità di riflessione non evasiva, che include credenti e non credenti, tossicodipendenti in via di autoriscatto e artisti, ex-sessantottini neocontemplativi e nuove leve di impegnati politicamente.

 

6.3.3. Dalla difficile identità ai nuovi bisogni

Dall’espropriazione dell’identità, cioè dall’impoverimento progressivo di valori e dall’incertezza dei percorsi verso l’autorealizzazione, può nascere una domanda urgente di soddisfazione di​​ nuovi bisogni,​​ espressa come riappropriazione del diritto a darsi un’identità fortemente personalizzata e fortemente storicizzata. Questa tensione si muove, sul versante critico, tra rifiuto dell’ideologia e sfiducia verso l’utopia gratuita; e sul versante propositivo si nutre in prima istanza del ricupero di alcuni valori che la società postindustriale rende praticabili: la corporeità, la relazione, l’etica, l’amicizia, la dignità personale, la realizzazione di sé, l’impegno sociale. Recedono alcuni bisogni di tipo acquisitivo (ma non del tutto e forse non per sempre) ed emergono, come essenziali all’identità, nuove ed antiche esigenze espressive. I sintomi di tutto ciò sono sparsi in misura non esigua in tutta la produzione culturale giovanile.

 

6.3.4. Dal presentismo alla cultura del tempo

Dall’estraniazione prodotta da un tempo scandito secondo ritmi non ancora consueti può nascere una nuova consapevolezza del valore del tempo individuale e sociale. Vi sono i segni di una diversa «cultura del tempo»; non solo e non più l’esperienza della noia e dello spreco dentro un tempo senza significato, né l’urgenza di un presentismo che brucia ogni possibilità ad ogni istante, ma la consapevolezza dell’importanza e della irripetibilità delle opportunità offerte ad ogni stagione della vita.

Si può leggere tutto ciò nella domanda di un tempo più pieno e più vivo per il momento formativo (vedi proteste per le inadempienze della scuola), nell’urgenza di vivere diversamente la transizione verso il lavoro, nell’esigenza di anticipare la stagione dell’impegno sociale e dell’attività produttiva e più in generale nella domanda di ritmi di vita più «a misura d’uomo».

Queste ed altre domande, variamente combinate in ogni giovane e in ogni strato, aggregazione, gruppo giovanile, in modo da comporre un cocktail imprevedibile di intenzioni progettuali, convivono e interagiscono con le contraddizioni ed ambivalenze altrettanto variegate che accompagnano il vissuto giovanile. Ne risulta una geografia estremamente complessa, il cui senso globale può facilmente sfuggire, ma la cui ricchezza problematica continuerà a sollecitare la ricerca scientifica e l’interesse degli operatori.

 

Bibliografia

Un’informazione bibliografica aggiornata sui problemi della condizione giovanile a livello internazionale si può avere dal bollettino trimestrale​​ Tuttogiovani Notizie​​ edito dall’Osservatorio della Gioventù dell’Università Pontificia Salesiana di Roma (P. Ateneo Salesiano 1, 00139 Roma).

L’Osservatorio possiede un’ampia banca dati bibliografica computerizzata e un centro di documentazione. Inoltre si tengano presenti: Cavalli A. (et alii),​​ Giovani oggi,​​ Il Mulino, Bologna 1984;​​ Ipotesi sui giovani,​​ Borla, Roma 1986; Milanesi G.,​​ I giovani nella società complessa, LDC, Leumann 1989.

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GIOVANI

GIOVANI – Catechesi dei

GIOVANI (Catechesi dei)

1.​​ L’orizzonte

a) L’interesse della C. per i giovani è un dato relativamente recente. Nella sua rilevanza attuale è dovuto ad alcuni fattori di indole generale che qui si possono solo ricordare.

Anzitutto, il rinnovamento dei metodi pedagogici che progressivamente spostano l’asse d’interesse dalla dottrina al soggetto. Donde la preponderante attenzione alla maturazione personale e ai dinamismi psicosociali che la promuovono; ma anche la parte attiva che il soggetto ha nell’elaborazione della stessa dottrina: il G. assume quindi un ruolo significativo anche per interpretarla ed esprimerla, soprattutto sul fronte operativo. Recentemente l’urto della contestazione ha radicalizzato la conflittualità giovanile; anche la fede è stata severamente criticata e poi massicciamente disertata dai G. Il fatto ha sconcertato la comunità credente: l’ha costretta a ripensare la propria proposta e le sue condizioni di credibilità.

b) Per quanto concerne specificamente la C., s’impongono problemi molteplici; due soprattutto: l’identificazione dei destinatari, la loro disponibilità alla fede.

— L’identificazione dei destinatari.

Parlando di giovani ci si riferisce tendenzialmente all’età con tutte le fluttuazioni che le diverse teorie psico-sociologiche propongono. Nella C. il termine G. è assunto per lo più a partire da una condizione di incipiente maturità: indicativamente i diciott’anni. Essi, oltre che una connotazione psicosomatica, denotano per molti Paesi europei la conclusione della Scuola Media Superiore, con il conseguente inserimento nefl’ambiente di lavoro o, se gli studi continuano, l’orientamento ad una peculiare professione. Quindi corrispondono ad un processo di integrazione sociale in cui il G. è sollecitato ad assumersi ruoli definiti, a fare scelte operative e ideologiche precise se non definitive.

La sua situazione educativa cambia profondamente. Gode di più larga autonomia, è spesso chiamato a responsabilità: a verificare le proprie convinzioni in confronto con le situazioni concrete, spesso disumanizzanti. Recenti esperienze, specialmente contestative, hanno portato alla ribalta il tema globale della condizione giovanile: è stato molto discusso se i G. rappresentino una cultura sostanzialmente unitaria e identificabile. Si può ragionevolmente scartare l’ipotesi.

— La disponibilità dei G. alla fede.

In termini molto generali e approssimati si può notare una progressiva disaffezione al fatto religioso: la documentazione ormai largamente confermata e attendibile concerne soprattutto la pratica religiosa. Il G. critica l’istituzione, ma coinvolge ben presto la dottrina.

C’è chi vede nell’atteggiamento giovanile attuale indifferenza e rifiuto della religione e della sua proposta; e c’è chi vi presagisce un’esigenza di autenticità e di rinnovamento da operare soprattutto lungo la spinta dell’istanza secolare o anche delle fedi alternative (religioni sotterranee).

Inoltre la C. è chiamata in causa nella sua dimensione educativa, perché a questo livello si verificano i mutamenti più profondi. I

G. annunciano una “diversa” presenza: esigono più larga responsabilità e partecipazione; oltre le consuetudini e le norme vogliono scoprire valori: cercano il dialogo improntato a libertà e franchezza.

La proposta cristiana è quindi sottoposta a verifica esigente e a confronto critico: imposta un rapporto fra G. e adulti sotto molti aspetti inedito nella consuetudine ecclesiale.

2.​​ L’azione catechetica

a) I giovani rappresentano quindi una sfida palese alla C. Gli anni successivi al Concilio hanno visto la comunità ecclesiale impegnata con serietà sul problema giovanile, aggiornando metodi e interventi: progressivamente consapevole dell’urgenza di elaborare una strategia unitaria e di ripensare l’obiettivo stesso della C. ai G.

Soprattutto si fanno insistenti e allarmanti i richiami del magistero all’incontro con i G. A livello di Chiesa universale il problema è chiaramente avvertito nel Sinodo del 1974. Con esso la Chiesa intende “uscire” ad incontrare i G. Nella EN Paolo VI richiama un’attenzione “tutta speciale ai giovani” per offrire loro l’ideale evangelico, ma anche perché essi stessi diventino apostoli della gioventù (n. 72).

Ma il problema è a fuoco soprattutto con il Sinodo del 1977, che esplicitamente punta alle “giovani generazioni” come fulcro dell’impegno cat. e pastorale. Lo stesso titolo,​​ La C. del nostro tempo con particolare riferimento alla C. dei fanciulli e dei G.,​​ dice la preoccupazione che muove e attraversa il Sinodo. In realtà, il Sinodo ha spostato man mano l’asse dell’interesse sulla comunità. Tuttavia i G. vi conservano una considerazione assidua e privilegiata: “La preoccupazione di fare autentica C. ai G. è stata onnipresente nei lavori sinodali”.

Si può dire di fatto che dai lavori del Sinodo 1977 sono emerse indicazioni preziose:

— Ai G. va data speciale attenzione perché portatori di atteggiamenti nuovi — socializzano attorno a nuovi bisogni (Instrumentum laboris,​​ n. 11); e perché particolarmente disponibili alla fede​​ (ibid.,​​ n. 12).

— Si tratta tuttavia di pensare le condizioni corrette in cui la loro presenza e partecipazione risulti accolta, venga sollecitata da scelte di campo solidali con le loro aspirazioni; trovi spazio di responsabilità: essi “non solo debbono ascoltare e imparare, ma hanno qualcosa di loro specifico da dare”​​ (ibid.,​​ nn. 34-35). La comunità vive e s’alimenta anche del loro entusiasmo, della loro iniziativa e creatività.

Donde l’attenzione alla dinamica complessa e provocante della condizione giovanile, sottintendendo con ciò stesso una precisa scelta di metodo: le connotazioni sulla condizione giovanile restano inevitabilmente parziali, indicative, discutibili; ma appunto lo sforzo di interpretare i giovani nella situazione reale — personale e collettiva​​ (Messaggio,​​ n. 3)

— che li definisce, privilegia una metodologia esperienziale ormai acquisita: irrinunciabile nell’educazione delle giovani generazioni, ma importante a tutte le età, in quanto interpreta una cultura, oltre che una sensibilità.

Privilegiare l’età giovanile non è dunque strategia momentanea e settoriale. È scelta che qualifica e focalizza il rinnovamento della C. e dell’esperienza ecclesiale: “Scegliendo di focalizzare l’attenzione sui G., sui loro problemi, sulle loro esigenze, sulle loro domande, il Sinodo ha scelto il punto di vista più stimolante per inquadrare tutta la problematica cat. attuale e interrogarsi su di essa” (A. Del Monte).

La CT puntualizza alcuni elementi certamente significativi per una pedagogia della fede ai G.:

— responsabilità e consapevolezza morale;

— prospettive e proposte che la C. è chiamata ad elaborare;

— significato che queste possono assumere per le scelte fondamentali che il G. opera e per il senso che va conferendo alla propria esistenza (CT 39).

b) Nella concretezza della prassi ecclesiale si opera su fronti molteplici, non sempre organicamente coordinati. Gli apporti vengono da aree diverse:

— i movimenti ecclesiali, ciascuno con una propria esperienza educativa, spesso anche teoricamente elaborata: lo spazio dato alla maturazione e alla responsabile collaborazione dei G. è di solito preponderante;

— i gruppi spontanei ecclesiali, profondamente diversificati secondo la situazione dei vari Paesi: per lo più i G. vi sono chiamati a dare un contributo fattivo alla soluzione dei problemi incombenti sia a livello ecclesiale, sia, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, a livello socio-politico;

— infine, rinnovamento conciliare, esigenze di collaborazione ecclesiale — C., liturgia, impegno caritativo — o comunque provocazioni culturali (secolarizzazione) hanno complessivamente risvegliato interesse e partecipazione a corsi di studio, anche specializzati; raccolgono un numero notevole di G., li mettono a contatto reciproco, consentono esperienze di condivisione comunitaria oltre che di approfondimento dottrinale.

Un discorso a parte comporta l’educ. rel. scolastica. L’ → IR assume in talune nazioni

— esempio tipico la Rep. Fed. tedesca — un’importanza preponderante; resta tuttavia attraversato da problemi complessi, soprattutto per la difficile composizione fra esigenze confessionali e rispetto della laicità della scuola.

c) In Italia c’è anche da segnalare fra le sollecitazioni più significative la pubblicazione del Catechismo dei G.,​​ Non di solo pane;​​ rappresenta un’esperienza assai rilevante.

Non è qui il caso di entrare nei dettagli. Resta invece importante rilevare lo sforzo del catechismo

— di incontrare il G. nella sua atmosfera culturale. L’estensore sottolinea la “presenza alla cultura”, soprattutto nella prima parte:​​ Alla ricerca;

— di presentargli una figura di Cristo storicamente incarnata ed esistenzialmente credibile; seconda parte:​​ Gesù il Cristo;

— di annunciargli il messaggio con considerevole serietà ed esigenza, anche quando la proposta risulta alternativa o provocante; terza parte:​​ La vita nuova.

3.​​ Problemi e prospettive

a) Si può dire che la C. giovanile ha recentemente percorso un cammino notevole. Restano resistenze e problemi di non facile soluzione. Sottolineo i più rilevanti con cui oggi la ped. cat. si confronta.

— La condizione fluttuante, frammentata e diversificata che scoraggia la pretesa di dare un volto unitario alla gioventù, e quindi di identificare precisamente l’interlocutore;

— cui accede una divaricazione culturale che in taluni paesi — l’Italia è fra questi — porta ad atteggiamenti di contrapposizione ideologica, spesso indifferente, se non ostile, alla religione;

— provocazioni professionali ed esistenziali che urgono negli anni giovanili, impongono scelte e decisioni da cui la fede risulta per

10 più estranea, dato anche il processo ormai largo di secolarizzazione che coinvolge il Paese.

b) Va comunque sempre meglio delineandosi la diversa e complementare responsabilità delle varie aree educative.

La famiglia perde man mano di incidenza: non solo per la naturale emancipazione che

Il G. rivendica e consegue, ma anche per ragioni più specifiche, quali la rapida evoluzione culturale, la divaricazione ideologica, l’incidenza dei mass-media, gli impegni di studio e di lavoro, per lo più vissuti lontano, o comunque fuori della famiglia: condizioni tutte che ne riducono notevolmente le possibilità educative.

L’educazione scolastica è segnata da tentativi controversi ed estenuanti di riforma: denunciano il disagio e l’impasse. In Italia l’IR scolastico risulta fortemente condizionato. Il recente approdo concordatario e la conseguente faticosa elaborazione organizzativa possono aprire varchi di evasione e di disinformazione evidenti. L’opportunità di offrire un’occasione seria di confronto maturo e organico sull’esperienza religiosa a tutti i G. italiani è compromessa.

La comunità ecclesiale si riafferma quale luogo privilegiato di esperienza e di maturazione di fede. Del resto i G. tornano a guardare con un certo interesse alla Chiesa, almeno come a luogo aperto di confronto e magari di impegno. Promettente appare la partecipazione a iniziative di approfondimento teologico-culturale (teologia per laici) o di impegno cat., di animazione pastorale.

Il gusto ritrovato di stare assieme, di fare gruppo, ripopola le aggregazioni e i movimenti. È evidente l’apporto di questi ultimi in particolare: offrono una proposta differenziata e spesso sollecitante, intensamente condivisa, sia pure con rischio anche palese di enfatizzazione unilaterale.

Le aggregazioni ecclesiali ribadiscono l’urgenza di comunità a dimensione umana, che consentano rapporti interpersonali autentici. Resta ancora problematica la caratterizzazione, la funzione, la stessa identità dei gruppi ecclesiali: gruppo di aggregazione o di riferimento, rapporto con la comunità parrocchiale, correlazione fra impegno religioso ed esperienza affettiva, professionale, politica... L’integrazione fra le diverse aree educative si rivela diffìcile; manca per lo più un progetto unitario: tentativi di elaborare una strategia educativa condivisa in ambito giovanile risultano occasionali, né vanno molto oltre i “buoni propositi”.

L’area ecclesiale è comunque in movimento, e i G. vanno prendendovi una parte rilevante. Una pedagogia della fede è per lo più implicita e soggiacente sia nei vari movimenti che nello “stile” delle diverse aggregazioni. Anche l’esperienza di gruppo resta debitrice degli orientamenti pedagogici man mano vincenti; basta pensare per il recente passato ai metodi ispirati alla nondirettività, alla revisione di vita, all’animazione...

Comunque i tentativi di offrire un’elaborazione unitaria di itinerario formativo sono obbligati a tener conto delle varie componenti che qualificano l’esperienza giovanile. In questo senso risulta ad es. ancora “centrata” la scelta suggerita per la giovinezza da → Colomb: C.​​ di integrazione.

4.​​ Il nodo attualmente provocante

Riguarda il ruolo della fede, la sua corretta collocazione e funzione nella maturazione del G. credente. L’educazione giovanile alla fede ha da riformulare il proprio obiettivo. Il che comporta un ricupero urgente della credibilità della fede, del suo significato per l’esistenza e la sua piena espansione: compito ermeneutico. C’è inoltre un itinerario pedagogicamente attento all’apporto delle scienze antropologiche. E, soprattutto, c’è un’esperienza di corresponsabilità e di fraternità ecclesiale da promuovere.

 

Bibliografia

G.​​ Adler -​​ G.​​ Vogeleisen,​​ Uh​​ siede de catéchèse en trance,​​ Paris, Beauchesne, 1981; A.​​ Amato - G. Zevini​​ (ed.),​​ Annunciare Cristo ai giovani,​​ Roma, LAS, 1980; P.​​ Babin,​​ I giovani e la fede,​​ Roma, Ed. Paoline, 1965;​​ Id.,​​ Metodologia,​​ Leumann-Torino, LDC, 1967; P.​​ Braido​​ (ed.),​​ Educare,​​ vol. III, Zürich, PAS Verlag, 1962, cap. IV: Catechesi giovanile; G.​​ Caprile​​ (ed.),​​ Il Sinodo dei Vescovi 1977,​​ Roma, La Civiltà Cattolica, 1978;​​ Il Catechismo dei giovani “Non di solo pane”, Roma, CEI, 1979;​​ (Verso il) catechismo dei giovani,​​ in “Notiziario” 7 (1978) n. 1; nn. 3-4; J.​​ Colomb,​​ Al servizio della fede,​​ vol. II, Leumann-Torino, LDC, 1968, cap. VI: Catechesi d’integrazione. La giovinezza; F.​​ Coudreau,​​ Si può insegnare la fede?,​​ ivi, 1978; B.​​ Grom,​​ Metodi per l'insegnamento della religione, la pastorale giovanile e la formazione degli adulti,​​ ivi, 1981; G.​​ Milanesi,​​ Oggi credono così, 2​​ vol., ivi, 1982; D.​​ Piveteau,​​ Aprire i giovani alla fede,​​ ivi, 1979; M.​​ Sauvétre,​​ I giovani scoprono la catechesi,​​ ivi, 1970; Z.​​ Trenti,​​ Giovani e proposta cristiana,​​ ivi, 1985.

Zelindo Trenti

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