PERSONALITÀ

 

PERSONALITÀ

Già​​ ​​ Allport ai suoi tempi diceva che esistevano circa cento definizioni di p., tutte diverse tra loro. A queste si potrebbero aggiungere altrettante definizioni date da altri ricercatori negli anni a seguire. Per evitare di creare una nuova definizione, ci limitiamo a trattare della p., avendo presente: ciò che caratterizza l’individualità nella sua singolarità; i fattori che contribuiscono alla formazione delle singole variabili di p.; la formazione della p. La disciplina che studia queste questioni è detta psicologia della p.

1.​​ La caratterizzazione tipologica.​​ Un primo modo di descrivere la p. individuale è quello della​​ caratterizzazione tipologica.​​ Essa si è sviluppata, in particolare, in modo sistematico nella psicologia differenziale e nella psicologia della p., con l’impegno di elaborare gruppi di caratteristiche che hanno tra altro, come criterio di varianza individuale, l’appartenenza ad un determinato sesso, ad una razza specifica, ad una particolare costituzione somatica o ad un tipico stile cognitivo. Rilevanti per la descrizione tipologica sono i tipi costituzionali e gli stili cognitivi. Le tipologie costituzionali riguardano l’esistenza di una relazione tra determinate caratteristiche fisiche e specifiche caratteristiche psichiche. Così Kretschmer (1953) osservando i pazienti nella clinica in cui lavorava, avanzò l’idea che i disturbi mentali rientranti nel quadro della schizofrenia, degli stati maniaco-depressivi e dell’epilessia, fossero collegati a ben precisi tipi di costituzione somatica che egli denominò picnico (basso e rotondo), astenico (alto e sottile), atletico (ben proporzionato) e displastico, quanto non rientrava in alcun tipo puro. Sheldon (1940; 1942) introdusse l’idea di variabili continue con cui è possibile caratterizzare più realisticamente il fisico di un individuo, e inoltre affermò che esiste un rapporto tra la struttura biologica dell’individuo (somatotipo) e la dinamica della sua p.

2.​​ La descrizione della p. secondo i tratti.​​ Altri, per descrivere la p. si rifanno al costrutto dei​​ tratti.​​ Essi, secondo Carr-Kingsbury (1937-38), possono essere interpretati come tendenze dedotte dal comportamento individuale che predispongono o rendono idonei gli individui a comportamenti uguali e consistenti. Per quanto riguarda l’elaborazione e la classificazione dei tratti, Lersch (1966) e Allport (1969) si limitano a semplici teorizzazioni, mentre Cattell (1957) e Eysenck (1947) usano tecniche statistiche allo scopo di trovare quei fattori che possono rappresentare unità descrittive. Guilford (1959) è piuttosto critico a riguardo della ricerca degli elementi ultimi della p. e propone uno studio dei tratti che consideri l’aspetto qualitativo dei comportamenti e che sia capace di trovare le caratteristiche diverse (per es. morfologiche, motorie). Nell’elaborare i tratti, gli studiosi spesso non partono dalla totalità dell’individuo come fonte di avvenimenti comportamentali da considerare, ma si servono principalmente di quei fatti psichici isolati che possono essere osservati e misurati in situazioni controllabili (questionari, situazioni sperimentali, ecc.). Tra le variabili da considerarsi maggiormente rappresentative al fine di caratterizzare le differenze individuali figurano le seguenti quattro dimensioni: estroversione-introversione, adattamento emozionale, accentuazione emozionale ed autonomia nella formazione dei giudizi.

3.​​ L’approccio situazionale.​​ Rispetto a coloro che credono che i tratti intrapsichici siano fondamentali per descrivere e predire il comportamento individuale, l’approccio situazionale​​ considera le differenze individuali come risultanti da fattori situazionali. Secondo questo approccio i comportamenti individuali sono da ricercarsi nei diversi legami stimolo (S) - risposta (R) che condizionano il comportamento della persona nelle diverse situazioni di vita. In particolare per conoscere le differenze individuali, che aderiscono al situazionalismo propongono di osservare anzitutto​​ che​​ cosa​​ una persona fa nelle diverse situazioni, per poi rilevarne le reazioni (R) alle condizioni specifiche (S) del suo ambiente. Tali comportamenti vengono dai behavioristi chiamati abiti. Quindi, mentre i sostenitori del modello intrapsichico della p. interpretano le variabili di p. come cause del comportamento individuale, i behavioristi considerano gli abiti come unità specifiche del comportamento individuale. Mentre i behavioristi concordano in linea di massima sulle variabili da loro elaborate, esistono delle divergenze nell’interpretare l’attuazione di un determinato abito. Per alcuni il comportamento individuale costituisce una reazione a uno o più stimoli, per altri le singole reazioni sono risposte a stimoli incondizionati e a stimoli condizionati.

4.​​ Approccio interazionale.​​ Come si è visto il modello intrapsichico ritiene che i fattori responsabili delle differenze individuali siano fondamentalmente all’interno della p., mentre l’approccio situazionale afferma che la fonte di tali differenze è legata alle condizioni ambientali. Secondo l’approccio interazionale la persona va vista piuttosto in relazione al suo mondo, per cui il comportamento individuale è il risultato dell’interazione tra persona-situazione. Fondamentalmente si possono distinguere tre indirizzi, ognuno con una diversa interpretazione degli aspetti dell’interazione individuo-ambiente: l’interazionismo statico o lineare, l’interazionismo come interdipendenza cognitivo-dinamica e l’interazionismo come transazione. a)​​ L’interazionismo statico o lineare.​​ Considera il comportamento individuale come il risultato a cui contribuiscono simultaneamente le variabili indipendenti della persona e dell’ambiente. Tra le variabili indipendenti possono esistere delle relazioni causali o funzionali; comunque queste due categorie di variabili sono definite indipendentemente una dall’altra. Il comportamento che risulta dalle condizioni personali e ambientali non produce effetti sulla persona e sull’ambiente. Un esempio tipico di tale interazione si può trovare nel modello di Murray (1938, 61), quando interpreta il comportamento individuale in funzione dei bisogni (needs)​​ e delle tendenze o forze appartenenti al campo oggettivo o ambientale. b) Per​​ l’interazionismo cognitivo-dinamico​​ il comportamento umano è il risultato della dinamica cognitiva individuale che, a sua volta, dipende sostanzialmente dall’apprendimento della persona nel relazionarsi al suo mondo, lungo l’intero arco della vita. Questo apprendimento è interpretato diversamente dalla corrente comportamentista ad orientamento cognitivo, dalla corrente fenomenologica e dall’interazionismo sociale. Tra i​​ comportamentisti di orientamento cognitivo​​ si accetta comunemente la tesi secondo cui il comportamento umano non viene controllato semplicemente attraverso proprietà personali e stimoli ambientali, ma viene condizionato in particolar modo dalla dinamica cognitiva dell’individuo, che trasforma l’interazione persona-ambiente in una situazione soggettiva. Come rappresentante di questo approccio ricordiamo Mischel (1976, 182). Per altri studiosi (Rogers, 1951) il comportamento individuale non risulta dall’interpretazione cognitiva della realtà attuata dalla persona, ma dipende da come la persona la​​ comprende​​ e da come la​​ sperimenta.​​ In questo senso possiamo dire che secondo l’approccio cognitivo di tipo fenomenologico,​​ l’individuo non agisce in relazione alla realtà soggettiva, ma al modo in cui essa è percepita e sperimentata soggettivamente. Un terzo modo di interpretare il comportamento individuale in senso cognitivo è quello​​ compreso come agire sociale.​​ In tal caso il comportamento individuale è fondato sull’interpretazione e sulla concordanza delle aspettative nella comunicazione interpersonale. Questo modo si contraddistingue da tutte le altre correnti in quanto mette in evidenza il significato come base fondamentale del comportamento umano. Questa corrente sostiene inoltre che i significati-simboli vengono appresi e modificati progressivamente dagli individui nelle loro interazioni sociali. Al centro viene posto il problema dell’identità personale e dell’identità sociale. c)​​ L’approccio transazionale.​​ Secondo Pervin (1976) esso si basa su tre proprietà principali: «a) nessuna parte del sistema resta indipendente sia dalle altre parti del sistema, sia dalla totalità del sistema; b) una parte del sistema non agisce semplicemente sulle altre parti del sistema, ma tra di loro esiste una relazione reciproca nella quale la natura della relazione non è di tipo causa-effetto, ma transazionale; c) l’azione di una parte del sistema ha delle conseguenze anche sulle altre parti del sistema». Secondo questa visione l’interazione individuo-ambiente non può essere di tipo lineare statico, in quanto non è una semplice interdipendenza tra variabili personali e variabili ambientali, né esprime un rapporto di causa-conseguenza tra esse. L’interazione come transazione si presenta, invece, come una relazione complessa, per cui il comportamento è il risultato delle azioni reciproche della persona e dell’ambiente e delle reazioni reciproche che queste azioni provocano. Il caratterizzarsi della transazione attraverso azioni e reazioni reciproche viene riferito soltanto all’aspetto formale dell’interazione individuo-ambiente. Argyle (1977) nel suo modello generativo interpreta l’agire individuale come risultato della reciproca definizione di abilità, di aspettative e di norme della comunicazione delle persone in interazione; Lantermann (1980) invece propone un modello eclettico: il comportamento di una persona in un ambiente attuale è in funzione di un condizionamento interdipendente dei fattori personali ed ambientali.

5.​​ Salute-malattia della p.​​ Dal punto di vista pedagogico è interessante studiare la genesi e la formazione della p. Oggi un modo di farlo è quello di considerare la p. secondo la categoria salute-malattia. Volendo esaminare le diverse accezioni terminologiche riferite alla salute-malattia della p., si può facilmente rimanere impressionati dai numerosi costrutti utilizzati per descriverla. Tra questi vi sono: adattamento, maturità, autorealizzazione, competenza, identità, integrità, controllo, benessere, normalità, ecc. La diversità nell’uso di questi costrutti è indicativa del fatto che esistono divergenze nell’interpretare lo stato di salute-malattia della persona. Le diverse definizioni si possono raggruppare nelle seguenti categorie: a)​​ Normalità come assenza di malattia.​​ Secondo la prassi tradizionale lo stato psichico dell’individuo viene considerato normale quando dall’esame clinico non emergono sintomi di interesse psicopatologico. b)​​ Normalità e salute come media statistica.​​ Attualmente nella psicologia clinica, il criterio di assenza di stati patologici rilevanti viene considerato come condizione necessaria, ma non basilare per valutare la persona sana o integrale. Per coloro che definiscono la normalità in riferimento a criteri di tipo statistico, la p. è da considerarsi sana se, oltre all’assenza di sintomi patologici, possiede qualità processuali (come per es. abilità, tratti stilistici) tipiche di un soggetto medio del gruppo di riferimento. Anche in questo modo di interpretare la salute si sono riscontrati notevoli limiti per il fatto che il «soggetto-tipo» non soltanto è molto difficile da definire, ma anche per il fatto che la salute-malattia stabilite con criteri statistici non sono rappresentative per descrivere le persone (perché per es. appartengono a diversi strati sociali o hanno avuto diversi influssi culturali). c)​​ Salute come concetto ideale-utopico.​​ Un altro modo per definire la normalità fa riferimento alla p. ottimale. Contributi in questo senso sono stati offerti dai diversi modelli terapeutici (per es. Io forte, Sé), dalle ricerche su individui particolarmente validi e su persone che si distinguono per la loro biografia. Pur essendo interessante per conoscere i punti di arrivo, in questo approccio rimane aperta la questione circa la normalità delle persone. d)​​ Salute-malattia come equilibrio dinamico della totalità individuale.​​ Nella psicologia attuale si prende progressivamente atto del ruolo attivo che l’individuo ha nei confronti del suo mondo e sempre più viene posta l’enfasi sulle risorse a cui questi può attingere per far fronte alle richieste che incontra nel relazionarsi al mondo. Nell’esaminare i fattori responsabili dell’adattamento dell’individuo, si tende ad assumere non più una visione statica, ma processuale e d’insieme (olistica).

6.​​ Il​​ coping.​​ A questo riguardo è molto rilevante il costrutto di​​ coping.​​ Esso costituisce attualmente un importante oggetto di studio nella psicologia ed è stato definito in modi diversi. Le varie definizioni, tuttavia, hanno in comune il fatto di considerare il​​ coping​​ come un processo mediante il quale le persone cercano di gestire la discrepanza percepita tra le richieste loro poste da una situazione stressante e le proprie risorse. Tra le​​ qualità processuali​​ caratterizzanti il​​ coping​​ possiamo distinguere: meccanismi o strategie intrapsichiche, risorse personali e risorse sociali, modalità interazionali cognitive e comportamentali. È di qualche interesse la questione circa quali forme del​​ coping​​ siano maggiormente funzionali per l’individuo nel relazionarsi alle specifiche situazioni del suo interagire. In genere gli individui che dispongono di meccanismi o strategie intrapsichiche di tipo proattivo, o che possiedono risorse personali e risorse sociali, o che possiedono buone modalità cognitive e comportamentali, sono più in grado di percepire e valutare il loro interagire col mondo e di utilizzare comportamenti convenienti e funzionali alle specifiche situazioni. Vero è che la salute-malattia costituisce, anche se non è sempre ammesso, una dimensione unica. In questo caso la persona può, sempre fino ad un certo punto, essere sana e malata. Di maggiore attualità nell’interpretare in senso olistico l’interagire della persona, si rivelano i modelli «bio-psico-sociali-spirituali», che mettono in particolare rilievo il rapporto tra salute e «come si pensa il mondo».

7.​​ Psicologia clinica e salute-malattia.​​ Tra i modelli che interpretano la salute-malattia in senso olistico, vi sono quelli in cui prevale la prospettiva centrata sulla persona, quelli secondo cui domina la prospettiva ambientale ed, infine, quelli in cui vale la prospettiva della corrispondenza persona-ambiente. Tipici modelli in cui prevalgono le attività delle persone sono riscontrabili per es. in Engel (1962; 1979) e in Hurrelmann (1989; 1991). Per Engel la totalità biopsicosociale è costituita da un sistema integrato composto in una struttura gerarchica formata da tanti altri sottosistemi. Ogni sistema costituisce una parte integrativa dell’immediato sistema gerarchico superiore ed è attraverso scambi di informazione che avviene il legame con tutti gli altri sistemi della totalità biopsicosociale. Per Hurrelmann la salute-malattia è interpretata in riferimento ai contributi raggiunti dalle ricerche realizzate sotto il paradigma stress-salute. Secondo questo modello il bios individuale è visto nella sua totalità biopsicosociale e la salute-malattia è investigata alla luce dei recenti principi teorici della socializzazione. La salute è, secondo questo modello, interpretata in riferimento al grado di riuscita della socializzazione dell’individuo nel relazionarsi al suo mondo. Modelli olistici della salute-malattia che rientrano nella prospettiva​​ ambientale​​ sono quelli che danno rilevante importanza ad influssi socioculturali, politici, ecologici ecc. Diversamente sono interpretati i fattori e i processi secondo i modelli olistici che riferiscono la salute-malattia al criterio della corrispondenza persona-ambiente. Secondo questi modelli il rapporto salute-malattia è riferito al raggiungimento dell’equilibrio persona-ambiente. L’equilibrio della dinamica persona-ambiente è interpretato, per es., da Kaplan (1983) e da Lauth (1982) in riferimento al rapporto tra aspettative e competenze individuali e tra esigenze psicofisiche ed esigenze ambientali. In ogni caso la salute-malattia resta una questione della vita personale nella sua globalità: ad essa la terapia, la prevenzione, l’educazione e l’istruzione dovranno necessariamente, comunque e sempre, ultimamente riferirsi.

Bibliografia

Murray H.,​​ Exploration in personality,​​ Oxford, Univ.​​ Press, 1938; Allport G. W.,​​ Personality,​​ a psychological interpretation,​​ New York, Henry Holt and Co., 1945; Rogers C. R.,​​ Client-centered therapy,​​ Boston, Houghton, 1951; Eysenck H. J.,​​ The scientific study of personality,​​ London, Routledge and Kegan, 1952; Pervin L. A.,​​ Personality: theory,​​ assessment,​​ and research,​​ New York, John Wiley, 1970; Mischel W.,​​ International psychology,​​ Ibid., 1976; Franta H.,​​ Psicologia della p. Individualità e formazione integrale,​​ Roma, LAS, 1982; Mischel W.,​​ Lo studio della p., Bologna, Il Mulino, 1996; Perwin L. A. - P. J. Oliver,​​ La scienza della p.: teorie,​​ ricerche,​​ applicazioni, Milano, Cortina, 2003; Lauriola M. - A. Saggino - M. Balsamo,​​ Tratti di p. nel contesto educativo: successo ed orientamento scolastico, in «Giornale Italiano di Psicologia dell’Orientamento»​​ (2005) 1, 13-25.

H. Franta

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