PARROCCHIA

 

PARROCCHIA

La P. è la cellula della diocesi. Essa costituisce la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale. È comunità di​​ fede,​​ illuminata e sorretta dalla Parola di Dio; è comunità di​​ culto,​​ per l’azione dei sacramenti che vi si celebrano; è comunità di​​ carità,​​ dove la realtà della comunione è vissuta nel servizio, nell’aiuto reciproco, nella testimonianza (Comunione e Comunità,​​ 44).

La P. è il “luogo privilegiato della C.” (CT 67), il luogo concreto per l’inserimento dei singoli fedeli nella Chiesa particolare e universale, l’ambito in cui si realizza la piena presentazione della Parola di Dio e in cui il credente deve poter vivere la vita cristiana in tutte le sue dimensioni.

1.​​ Il servizio profetico nella P.​​ Nell’adempimento del suo servizio profetico, la P. si avvale di molteplici risorse educative, di vari “canali cat.” e del collegamento con il territorio.

a)​​ La P. è il luogo dove i battezzati prendono coscienza di essere “popolo di Dio” e crescono nella vita cristiana grazie al radicamento nella realtà culturale e nella tradizione religiosa dell’ambiente, alla prossimità di persone e di famiglie credenti, alle varie forme di vita associativa che in essa si sviluppano, alle celebrazioni cristiane e in particolare all’eucaristia domenicale, alle feste dell’anno liturgico, all’esercizio della carità che in essa si promuove.

b)​​ Per annunciare la Parola di Dio e per promuovere la vita di fede nei battezzati la P. ha la possibilità di avvalersi dell’apporto convergente delle aggregazioni che in essa sono nate o possono nascere: gruppi di famiglie, associazioni e piccole comunità che riuniscono persone per affinità di interessi e di sensibilità, o per carismi particolari, o per compiti specifici di evangelizzazione e di promozione umana.

c)​​ La C. in P., più che altrove, può arricchirsi mediante il riferimento costante ai segni vivi della fede, i sacramenti; il confronto con testimonianze tangibili di carità e di impegno sociale; l’esperienza diretta della comunione ecclesiale con tutta la varietà dei suoi membri; l’impatto con i problemi umani, le situazioni sociali e gli avvenimenti di attualità che coinvolgono la comunità.

d)​​ La C. in P. si caratterizza anche come iniziazione all’apostolato. In P. si aprono gli spazi per la partecipazione attiva dei battezzati alla vita ecclesiale e le vie dell’impegno operativo nella società. Ad essa possono sempre fare riferimento anche coloro che hanno smarrito o non hanno mai conosciuto la fede cristiana.

2.​​ Le scelte pastorali per il servizio profetico della P.​​ La P., per diventare sempre più comunità profetica e missionaria e per poter adempiere efficacemente tale compito, deve far proprie alcune scelte pastorali.

a)​​ Anzitutto deve mettersi in​​ ascolto​​ permanente della Parola di Dio e dei “segni del tempo”, per convertirsi dalle possibili infedeltà alla sua missione e per restare aperta e accogliente verso le nuove istanze e i problemi che sorgono in essa e attorno a essa.

b)​​ La P. è chiamata a promuovere in tutti i suoi membri il senso della​​ comune responsabilità​​ nei confronti dell’annuncio del Vangelo e dell’educazione della vita di fede. In tal modo ogni problema educativo diviene ansia per tutti, e tutti collaborano per il bene comune secondo le proprie competenze (cf RdC 148).

c)​​ Una cura particolare deve essere rivolta dalla P. alla formazione degli​​ operatori​​ della C. sistematica, offrendo loro la possibilità di vivere una costruttiva esperienza di gruppo, di partecipare alle scuole e ai corsi di qualificazione, di mantenere un rapporto dinamico con tutta la realtà parrocchiale.

d)​​ Per promuovere una C. organica e sistematica, la P. è tenuta anche a delineare la necessaria programmazione cat., che consiste nella scelta organica e razionale di una serie di interventi pastorali, orientati al raggiungimento di alcuni obiettivi preordinati di formazione.

e)​​ È necessario che la P. coordini e dia unità ai contributi cat. delle varie “agenzie educative” cristiane: famiglia, associazioni, incontri vari, vita della comunità parrocchiale e IR nella scuola. Inoltre è necessario che essa crei​​ strutture​​ adeguate per l’evangelizzazione e “luoghi” di C.: itinerari di iniziazione cristiana per l’età evolutiva, occasioni di evangelizzazione per gli indifferenti e i non credenti, itinerari di formazione cristiana permanente per giovani e adulti credenti.

Lungo il suo itinerario di crescita e in questo servizio per l’educazione della vita cristiana la comunità par. si esprime secondo modalità che variano da luogo a luogo, in corrispondenza alla situazione locale, ma sempre in comunione con il vescovo e con l’intera Chiesa particolare.

Bibliografia

V. Bo,​​ Parrocchia Ira passato e futuro,​​ Assisi, Cittadella, 1977 (bibl. 190-198); A. Mazzoleni,​​ L'evangelizzazione nella comunità parrocchiale,​​ Alba, Ed. Paoline, 1975; L. Soravito,​​ La programmazione catechistica della comunità parrocchiale,​​ nel vol.​​ Formare i catechisti in Italia negli anni '80,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982, 146-159.

Lucio Soravito

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PARROCCHIA

Pino Scabini

 

1. Ragioni di un travaglio

1.1. Tra indifferenza e radicalismo

1.2. Tra «cristianità» e sana laicità

1.3. Tra pluralismo e unità

1.4. Tra clericalismo e ministerialità diffusa

1.4. Tipologia della parrocchia, tra vecchio e nuovo

2. I parametri di una nuova stagione della parrocchia

2.1. La parrocchia nel Codice di Diritto Canonico

2.2. Apporti della riflessione teologica

3. Per un itinerario pastorale sinfonico

3.1. Accettare e attuare il «principio del rinnovamento»

3.2. Verso una forma storica di parrocchia sanamente popolare, flessibile e integrata

3.3. Cercare, anziché subire, l’integrazione con altre forme

3.4. Accogliere con gratitudine la complessità di una comunità ministeriale

3.5. Rivalutare la «primarietà» della comunità parrocchiale

4. Quale parrocchia? Oggi per domani

 

Quanto di vecchio debba essere gettato, di antico debba continuare per giungere a compimento, di nuovo debba essere cercato e innestato in un ceppo secolare, come è la parrocchia, è oggi motivo di riflessione e di preoccupazione. Le mutate condizioni storiche e le innovazioni teologiche richiedono un​​ ripensamento​​ della parrocchia, perché possa essere una comunità evangelizzatrice e missionaria; d’altra parte, il realismo e il buon senso, non solo pastorale, consigliano di​​ continuare​​ nella strada che mantiene la parrocchia ma tende a restituirle, dove sia necessario, strutture più adeguate e, soprattutto, nuovo vigore, nuovo senso (cf CT, 67; CEI,​​ L ’Evangelizzazione nel mondo contemporaneo,​​ 1974, n. 78). È convinzione diffusa che la natura teologico-pastorale, e non puramente sociologica, della parrocchia s’innesta nel mistero della Chiesa e nella intrinseca sua tensione alla salvezza degli uomini. Di qui l’interrogativo dominante:​​ quale parrocchia, oggi?​​ In questa prospettiva, saranno sviluppati i punti indicati nel sommario, quali passaggi di una tensione pastorale che, attenta alla vita delle nuove generazioni, ne coglie le domande e vuole offrire risposte adeguate.

 

1.​​ Ragioni di un travaglio

«Parrocchia in crisi» è espressione corrente; logico appare di conseguenza il duplice schieramento dei difensori e degli accusatori, nessuno dei quali è vincitore.

La difesa della parrocchia, oggetto di non scarsa letteratura, tradisce l’affanno di una difficoltà che ha radici annose, fino a mostrarsi come un malessere diffuso. Ne sono segnali inequivocabili la variegata valutazione degli studiosi; la stanchezza di alcuni parroci; l’uscita di sicurezza di laici che cercano altrove spazi per la loro dignità e operosità; l’aggravio burocratico di alcuni servizi; l’indifferenza nemmeno problematica di molti ragazzi che nella parrocchia ci stanno fino alla cresima, il sacramento del congedo; l’aggressività di alcuni movimenti e gruppi, ecc. Ogni fatto ha la sua particolare spiegazione che peraltro risulta insufficiente in ordine anche al solo diagnosticare la messa in stato di accusa della parrocchia. Perché, ad esempio, si chiama in causa la parrocchia in sé stessa quando taluni movimenti creano problemi nelle celebrazioni liturgiche? Non sarebbe sufficiente correggere queste?

Il quadro è ovviamente più complesso. Gli aspetti particolari rimandano alla problematicità globale suscitata da alcuni avvenimenti ampi e sconvolgenti: la secolarizzazione con i suoi valori di soggettività e libertà, non sempre congrui a una istituzione; la forza del rinnovamento insita nel Vaticano II che può essere frenata ma non vanificata; la misteriosa (in senso teologico) polarità nella chiesa tra sacerdozio ordinato e sacerdozio comune dei fedeli, forse non ancora vissuta al meglio nell’esperienza cattolica sia pur secolare, e oggi urgente al punto tale da non sopportare soluzioni evasive oppure scorrette, come il neo-clericalismo e un insidioso «laicalismo». Non basta, dunque, scavare nelle pieghe della storia della parrocchia per diagnosticarne carenze e infedeltà. La più ampia storia degli uomini e della Chiesa, lo stesso incalzare misterico della storia della salvezza inquadrano gli avvenimenti citati e consentono una lettura di essi più incisiva in relazione ai bisogni attuali dalla parrocchia. L’impatto di tali avvenimenti sulla parrocchia — vero avamposto e crogiuolo di esperienze umane — si evince da alcune situazioni-limite variamente indagate, riassumibili nel seguente quadro di tensioni.

 

1.1. Tra indifferenza e radicalismo

La presenza dominante, almeno nell’area occidentale, del fenomeno dell’indifferenza sconvolge equilibri tradizionali e appare come una sfida alla strategia pastorale consolidata di cui si è avvalsa la grande maggioranza delle parrocchie fino a tempi recenti o ancora perdurante.

Il non terminato processo di secolarizzazione, anche quando non sfocia nel secolarismo, crea attorno all’uomo una atmosfera di assenza di Dio e di naturalismo agnostico che non solo non aiuta l’ascolto del messaggio evangelico ma positivamente lo impedisce. Si consolida di conseguenza la tendenza a mettere l’uomo al vertice assoluto, affermandone la piena autonomia da Dio e da ogni verità e norma morale trascendenti; Dio, la religione, la Chiesa e, più ampiamente, il sacroreligioso debbono considerarsi come nonvalori e, soprattutto, come irrilevanti per l’esistenza e l’attività umana. Si tende a privilegiare in modo esclusivo la realtà storicomondana con i suoi valori, ritenuti come unici e decisivi, così che tutto è chiuso nell’orizzonte dell’esperienza storicistica; tutto è​​ debole,​​ dal pensiero a Dio.

Si ipotizzano due ambiti separati e non comunicanti, l’umano-storico (o​​ profano)​​ e il religioso (o​​ sacro)​​ escludendo ogni influsso di questo su quello e delimitandolo sempre più nell’ambito del privato e del soggettivo; al religioso viene impedito l’accesso nella sfera pubblica o, nel migliore dei casi, se ne mette in dubbio la competenza così che i momenti decisionali prescindono sempre dai principi e dagli orientamenti religiosi. Quanto più si rende indifferente, l’uomo diviene chiuso o estraneo al problema religioso e al messaggio evangelico, conservando al massimo la nostalgia di un orizzonte trascendente che identifica nella sopravvivenza di alcune pratiche.

11 processo di secolarizzazione è attraversato, peraltro, da profonde inquietudini che ne impediscono una crescita lineare — come sembrerebbe quella sopra descritta — e ne svelano un volto segreto, non del tutto negativo. La crisi delle ideologie e dei grandi «miti» contemporanei — il benessere senza solidarietà, il progresso senza limiti, la scienza senza sapienza, la libertà senza responsabilità — acuiscono la domanda di senso, il bisogno di valori, la necessità di punti di riferimento comuni e di evidenze etiche, l’importanza delle istituzioni. L’inquietudine suscita nell’uomo attese di nuove certezze rassicuranti, unite a una nuova problematica nella quale rientrano, almeno come ipotesi, il bisogno di Dio e della comunità religiosa. C’è forse un bisogno emergente di radicalità, di trovare le radici, non esente da ambiguità. La caduta della razionalità infatti apre nuovi spazi per il mondo dei sentimenti e delle emozioni, ingenera il ricorso a nuovi «dogmi» all’insegna del radicalismo e stabilisce inedite regole di convivenza dove lo spontaneismo è soppiantato dalle esigenze rigide del gruppo. Tutto è nuova scoperta, rifondazione, modernità. In una parola, l’esigenza di radicalità porta con sé il rischio di un insidioso radicalismo.

In questa situazione di «rivoluzione silenziosa», a cui sono sensibili più di altre le nuove generazioni, la parrocchia stenta a decifrare il suo ruolo e, in concreto, «oscilla con moto pendolare tra integralismo e permissivismo, tra tradizionalismo conservatore e rottura totale con il passato, tra puro cultualismo e prevalente (se non esclusivo) impegno politico» (V. Bo,​​ Parrocchia,​​ 413). Alcuni s’interrogano onestamente sia sul senso di quanto avviene sia sull’adeguatezza dell’istituzione parrocchiale a rispondere ai nuovi bisogni. Ma si ha l’impressione che nella maggioranza dei casi si ricorre alla ricetta di moda o si difende ottusamente una prassi che non ha il minimo accento di modernità. In questo modo si autorizza l’interrogativo se al posto del rinnovamento non si debba affrontare il cambiamento del modello (cf G. Cardaropoli,​​ La pastorale parrocchiale,​​ 109). L’incertezza non è amica dell’azione pastorale che appare come paralizzata soprattutto nella parrocchia perché carente di progettazione e di continuità.

 

1.2. Tra «cristianità» e sana laicità

Fenomeni ampi e sconvolgenti dei tradizionali equilibri — quali l’urbanizzazione, la rottura tra cultura e vangelo, il «primato» della politica e l’aggressività marxista, il dominio dei mass-media, ecc. — non hanno trovato nel mondo cattolico, almeno in Italia, né una resistenza né una risposta concorde. Se ciò è comprensibile e in parte giustificabile, sul piano delle conseguenze pratiche non si può non rilevare una preoccupante ambiguità, esistente nell’ambito cattolico, che tocca da vicino l’identità della parrocchia e la sua capacità pastorale.

Sotto l’etichetta di «mondo cattolico» convivono due atteggiamenti pratici — o forse due «anime», come qualcuno dice — che in comune hanno soltanto una certa professione dell’unica fede e il soprassalto d’orgoglio di dirsi «cattolici». Il divario diventa evidente nell’interpretazione della parola e della realtà​​ mondo, con i conseguenti atteggiamenti di fronte ad esso.

Per alcuni​​ mondo​​ è il campo estraneo al vangelo e ai credenti, luogo sostanzialmente d’iniquità e d’incredulità considerato più come una «cosa» che non fatto di persone. Ciò che avviene nel mondo riguarda lui solo; ai cristiani è sufficiente la propria città che deve badare a difendersi dagli attacchi mondani e a non contaminarsi mai. Quanto più, ad esempio, la parrocchia è impermeabile ai venti diversi e chiusa nella gelosia della propria identità diversa, tanto meglio riesce a compiere la sua missione che deve esprimersi in realtà marcatamente ed esplicitamente «cattoliche». Alle opere mondane si risponde con le opere cattoliche; all’umanità-società con la «cristianità».

Altri ritengono che nell’unico​​ mondo​​ offerto dalla bontà di Dio alle creature umane, creato e salvato dal peccato dalla misericordia del Signore, occorre porre lo scenario sul quale s’incontrano e si distinguono, non separate né identificate, la storia umana e la storia della salvezza e le loro rispettive forme storiche, la comunità umana e la comunità ecclesiale.

Tutti sono titolari a pieno titolo della prima; tutti sono chiamati a vivere la seconda, anche se di fatto chi la sperimenta appartiene al mistero dei «pochi a favore di tutti».

Il cristiano sa di avere una duplice e indivisa cittadinanza; nel mondo e nella Chiesa. Sa anche che ciò l’autorizza non al privilegio né all’estraneità bensì al servizio agapico dove il dialogo, il confronto, il camminare insieme — dove e quando è possibile — diventano coefficienti necessari, mai disgiunti da una limpida testimonianza del dono ricevuto. Possono e devono coesistere comunità cristiana e comunità degli uomini, opere civili e «religiose», credenti e non credenti. Oltre che coesistere, i cristiani hanno viva coscienza di un’opera gigantesca da compiere: «purificare, assumere e consolidare, trascendere e elevare» (LG 13). Con amore, anzitutto, con discernimento, con perseveranza e pazienza, consapevoli di essere segni di contraddizione e nello stesso tempo solidali compagni di strada.

La parrocchia che deriva dall’una o dall’altra visione non è la stessa; luogo della «cristianità» la prima; segno e strumento di una presenza misteriosa, visibile e invisibile, la seconda. Tutta protesa alla cattura, per convertirlo, del sistema mondano è la parrocchia, come alternativa della convivenza umana, nel primo caso; spazio umano, dove dimora il trascendente, con carattere istituzionale e sanamente funzionale, umile realtà che non tiene per sé i doni ricevuti ma si sforza di vivere in missione, offrendo un esempio di reale comunione, nel secondo caso.

Di fatto le parrocchie attuali sono un solo e medesimo ambiente dove convivono sia i nostalgici della «cristianità» sia i cultori di un umanesimo plenario che ha in Cristo il suo centro focale e nella Chiesa un umile segno e strumento. La tensione è forte, e dà vita a fenomeni contrapposti. C’è chi cerca uscite di sicurezza, abbandonando la casa antica o volendo buttare fuori gli «altri»; c’è poi chi s’impegna nel progetto di comunione, comunità, missione, carità, pagando a volte prezzi eccessivi nella mediazione; c’è infine chi reputa inutile coltivare la corresponsabilità, scegliendo o accontentandosi di dare alla parrocchia un minimo di sé e di appartenenza e costruendosi un mondo a latere dove vivere in pienezza il proprio impegno e la propria appartenenza e spiritualità. Forse c’è dell’altro ancora, in una situazione davvero complessa e qualche volta confusa.

Non stupisce che venga chiamato in causa il Vaticano II; infatti, dalla qualità della recezione del Concilio dipende in gran parte la qualità della parrocchia odierna.

 

1.3. Tra pluralismo e unità

Proprio dal Vaticano II sgorga uno dei criteri più limpidi e corroboranti per assumere in modo adeguato l’impegno di una nuova evangelizzazione. Com’è noto, «nuova evangelizzazione» è per così dire l’urgenza odierna che la Chiesa, in varie sedi e in vari modi, sente per sé stessa. «La Chiesa è chiamata a dare un’anima alla società odierna, sia essa quella complessa e pluralistica dell’occidente, sia quella monolitica dell’oriente. E quest’anima la Chiesa deve infonderla non​​ al di sopra o al di fuori,​​ ma passando​​ al di dentro,​​ facendosi prossima dell’uomo d’oggi. S’impone quindi la presenza attiva e la partecipazione intensa alla vita dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Discorso al simposio dei vescovi europei,​​ L​​ ’Europa, secolarizzazione e evangelizzazione,​​ ottobre 1985). L’evangelizzazione, dunque, passa attraverso l’inculturazione, una presenza​​ al di dentro,​​ una​​ fervida prossimità​​ all’uomo. Questo calarsi nella storia del vangelo non può disattendere né sottrarsi alla realtà della varietà pluralistica delle culture e delle situazioni. La pluralità diventa coefficiente necessario dell’evangelizzazione. Come conciliare unità e pluralità? Entrambe sono un’esigenza intrinseca del Vangelo e della Chiesa, riferite al loro radicamento nella storia. Il Vaticano II non ha paura di questo connubio e proclama la legittimità dell’una e dell’altra, così che non c’è unità senza multiformità e non esiste autentica pluralità senza cogente tensione all’unità. Non solo; una più approfondita accezione della «cattolicità» della Chiesa conduce alla sinergia di unità e pluralità, richiesta non solo da circostanze sociali ma dalla realtà dei carismi e dalla consistenza delle chiese locali o particolari (cf LG 13).

Una debole attenzione e, ancor più, la disattenzione a uno dei due poli, conducono ad arroccarsi nell’uniformità oppure nel pluralismo anarchico. Ambedue i fatti sono presenti oggi nella Chiesa e si ripercuotono negativamente nella fisionomia e nella vita delle parrocchie, dando spazio — non sempre, per fortuna — a modelli radicalizzati e contrapposti.

Da una parte si persìste a esaltare l’unità come sinonimo di conformismo e di uniformità culturale, liturgica, pastorale, politica, ecc. D’altra parte, si celebra un dissennato pluralismo di idee e di prassi che, come minimo, crea disorientamento. Ne segue che «la vitalità, la carica espressiva, la testimonianza della parrocchia vengono spesso mortificati da veti o limitazioni pretestuose in nome di una ortodossia o di una ortoprassi non pertinenti» (V. Bo,​​ Parrocchia,​​ 413). Si crea così la convinzione in alcuni che la parrocchia non possa mai essere uno spazio di libertà. Si autorizza in altri la determinazione a ritenere che non possa esistere che un modello unico di parrocchia. E ciò è deleterio. Il tutto si ripercuote sulla parrocchia odierna che, anche quando non è dominata dagli eccessi citati, rischia di scontentare molti e di diventare il rifugio dei «senza nome e cognome».

 

1.4. Tra clericalismo e ministerialità diffusa

Epigoni di opposte concezioni e prassi sono spesso indicati i preti e i laici. Il rapporto pastori-laici soffre certamente di squilibri e di mancata armonia; ma sembra fuori della verità ricondurre solo a questo fatto una dinamica più grande, messa in moto dal Vaticano IL

I testi conciliari affermano a chiare lettere che tra sacerdozio ordinato e sacerdozio comune esiste uno stretto legame di reciprocità funzionale, anche se differiscono fondamentalmente (cf LG 10); aprono anche la strada alla ministerialità laicale che rompe la lunga solitudine del ministero ordinato. Lo sviluppo di una tale prospettiva ha prodotto sicure acquisizioni e, nello stesso tempo, questioni tuttora aperte, come testimonia il Sinodo dei Vescovi 1987. Di fatto, le linee pastoralmente cariche di vitalità del Vaticano II trovano attuazioni esitanti e nelle parrocchie non è ancora fugata la tentazione di un neoclericalismo che tende a regolare la vita parrocchiale su parametri che svuotano e vanificano le indicazioni conciliari.

La tribolata vicenda degli organismi di partecipazione (consigli pastorali, assemblee parrocchiali, ecc.) e, più ampiamente, la non precisa assunzione di responsabilità da parte dei laici testimoniano la crescita lenta della corresponsabilità ecclesiale e il disagio esistente nelle parrocchie non messe in grado di presentarsi come soggetto unitario, anziché uniforme.

 

1.5. Tipologia della parrocchia, tra vecchio e nuovo

L’esito di queste tensioni, spia a loro volta sia di problemi teorici mai sufficientemente affrontati sia di una evoluzione inerente alle strutture della Chiesa, si riscontra su un duplice piano.​​ 1

a) Sul piano immediato della prassi pastorale ritorna anzitutto l’annosa questione se la parrocchia abbia>ancora una legittimazione a esistere e a operare. Anziché in termini radicali o in forma teorica, prende consistenza l’alternativa di fatto alla parrocchia mediante nuove realtà comunitarie che — diverse per origine e per i nomi che si danno — operano come «altre» parrocchie o dentro all’antica struttura più o meno come «chiese parallele» o esplicitamente al di fuori, chiedendo riconoscimenti all’autorità episcopale o pontificia.

Anche coloro che rifiutano una scelta così radicale — almeno in Italia sono maggioranza

— non sono più concordi nella proposta di un’identità della parrocchia. Si assiste così alla compresenza di varie forme di parrocchia, a seconda dell’ottica iniziale con cui si guarda a questa realtà. In altre parole, diverse risultano le forme storiche se si pensa alla parrocchia come «chiesa di popolo», simile alla fontana del villaggio alla quale va ad abbeverarsi la gente che vuole e come vuole e che tende a «dare un’anima» a tutto quello che si fa, oppure se la parrocchia è concepita come comunità di cristiani in diaspora. Ugualmente è diverso se si guarda alla parrocchia come comunità fraterna con forti scambi interpersonali di quei «pochi» che dicono sì a Cristo e lottano per la sua causa oppure come a un efficiente centro di iniziative e di servizi.

Da queste impostazioni pregiudiziali nasce una tipologia della parrocchia odierna frastagliata e mista di vecchio e nuovo:

— la​​ parrocchia «gruppo esecutivo»,​​ come momento terminale di un movimento di Chiesa che predispone al centro i fini e i mezzi e che fa sentire «parte» di un qualcosa di grande e di affascinante;

— la​​ parrocchia​​ «centrale di iniziative»,​​ di attività e di proposte che, essendo attenta ai bisogni individuali, si pone essa stessa in prima persona come istituzione o stazione di servizi religiosi e moltiplica le proposte per poter coinvolgere quanti più è possibile;

— la​​ parrocchia «comunità fraterna»,​​ come piccolo gruppo di fedeli-testimoni-operatori, momento di vita e di intensa esperienza comunionale nella quale ognuno trova la sua identità, si sente accolto, responsabile e responsabilizzato, in grado di dare e di ricevere;

— la​​ parrocchia​​ «comunità di comunità»,​​ quasi come un contenitore di forme ben organizzate che convergono in un comune centro; altri invece intendono con questo nome la parrocchia come centro focale e unificatore di piccole comunità, tessuto associativo secondario che fa da epicentro.

E ovvio osservare che nessuna delle forme descritte vive allo stato puro; in realtà si assiste a una contaminazione che non alleggerisce i problemi e spinge a cercare nuove forme (cf C. Bonicelli,​​ Chiesa e parrocchia, oggi,​​ 11 ls; G. Ambrosio,​​ Chiesa e parrocchia).

b) Sul piano della ricerca teorica si notano un ritorno di attenzione, un impegno di nuova elaborazione e una ricerca di risposte a una duplice serie di osservazioni critiche, sollevate soprattutto dagli operatori pastorali. Essi osservano che quanto è stato elaborato in passato non risulta sufficiente né convincente (lo stesso Magistero non ha riservato molto spazio alla trattazione specifica sulla parrocchia); inoltre ritengono che i nodi problematici esistenti e i cammini storici aperti offrano nuovi spazi di riflessione, anzi incalzino la teologia a decidersi per una visione più organica della parrocchia. Solo una minoranza ristretta sembra optare per configurare la parrocchia nell’ambito di una entità sociologica; generalmente si ritiene che la parrocchia, se non è certamente possibile vederla come un istituto di diritto divino, abbia natura teologico-pastorale; la sua innegabile realtà sociologica, si osserva, non ne esaurisce la comprensione e va indagata con criteri e parametri che esprimono il mistero della Chiesa e l’intrinseca sua tensione alla salvezza degli uomini.

 

 

2.​​ I parametri di una nuova stagione della parrocchia

Nella consapevolezza di non dover partire da zero, la ricerca teorica sulla parrocchia indica anzitutto i parametri, i punti di riferimento da tener presenti, come un materiale da elaborare e come altrettanti segnavia che non possono essere disattesi.

Si tratta anzitutto della recente normativa canonica, quale appare nel Codice di Diritto Canonico del 1983 e che si presenta come sintesi, ovviamente non preclusa a futuri apporti, di elementi storici, magisteriali e pastora

li. La sua autorevolezza e il suo decisivo influsso sulla prassi parrocchiale, di cui si è ben coscienti, inducono a confrontarla con le fonti autentiche della tradizione cristiana, a valutarne i contenuti e a stimolarne un ripensamento là dove si pensa che sia necessario. Segue poi l’impegno di una riflessione teologica a carattere speculativo, con maggior completezza e organicità di quanto sia stato fatto finora.

C’è infine la disponibilità a lasciarsi interpellare dai segni dei tempi veicolati in maniera particolare dalle giovani generazioni che di fronte alla parrocchia — e anche alla Chiesa in senso più ampio — sembrano comportarsi come di fronte alle loro famiglie: forse non le amano ma non se ne vogliono allontanare; non sono particolarmente pronte a impegnarsi, ma si rivelano sensibili e capaci di apprezzare quanto di autentico v’è in esse. L’operatore pastorale e anche il semplice credente che non si rassegnano alla stasi e alle confusioni, possono contare, in definitiva, su parametri non scialbi per un lavoro di rigenerazione della parrocchia. Dell’ultimo parametro non si dirà qui nulla, rimandando alle voci apposite di questo dizionario, che sono state tenute ben presenti. Del primo parametro si presenterà una rapida scheda, rinviando anche qui alla letteratura apposita. Alla riflessione teologica in senso più proprio sarà dato maggior spazio.

 

2.1. La parrocchia nel Codice di Diritto Canonico

Giova premettere che nella normativa canonica confluiscono sia gli elementi storici che si ritiene facciano parte di una​​ continuità​​ della Chiesa da coniugarsi con una sapiente​​ innovazione,​​ sia il pensiero del Magistero ecclesiale che viene tradotto in norme e orientamenti. Soprattutto la presenza del Magistero porta a considerare come principio ermeneutico della lettura del Codice del 1983 il suo riferimento alla dottrina del Vaticano II e del tempo post-conciliare. Per cogliere dunque il concetto di parrocchia nel Codice occorre presentare, come in parallelo, l’analogo concetto nel Vaticano II e nel Magistero pontificio.

 

2.1.1. Il pensiero conciliare

Secondo il pensiero conciliare, la parrocchia si configura in questi termini: «comunità di fedeli, territorialmente individuata (“locale”, appunto) nell’ambito di una diocesi, avente a capo un presbitero che fa le veci del vescovo e lo rende in certo modo presente. Così strutturata, la parrocchia attua in un certo luogo la visibilità e la presenza della Chiesa e di Cristo» (F. Coccopalmerio,​​ La parrocchia nel nuovo Codice,​​ 149).

Sono qui compresi gli elementi basilari forniti dai documenti conciliari SC 42; LG 28 e 26. Se questa prima configurazione può dare l’impressione di una realtà statico-strutturale, altri testi (in particolare AA 10; AG 15 e 37; CD 30) completano la figura della parrocchia dandole un aspetto anche finalistico-dinamico: la parrocchia è da considerare come un soggetto unitario agente che svolge nel mondo i compiti​​ (munera)​​ sacerdotale-profetico-regale propri di Cristo e della Chiesa e che della Chiesa, nella sua misura, ha le attribuzioni e le attività. Così la parrocchia è «in un certo modo» (quodam modo)​​ rappresentazione della Chiesa visibile stabilita su tutta la terra e con la testimonianza della vita cristiana manifesta nel mondo la presenza salvifica del Signore.

 

2.1.2.​​ Il magistero postconciliare

Il Magistero del postconcilio sviluppa e mette in luce l’aspetto finalistico-dinamico della parrocchia. Si vedano Paolo VI, EN 58 e i due testi seguenti riassuntivi del magistero recente, specie della CEI sull’argomento.

«È indispensabile che la parrocchia si configuri sempre più secondo l’immagine offerta dal vigente Codice di diritto canonico, dove, a differenza della precedente legislazione, l’accento viene posto non più sul territorio, ma sul suo carattere di comunità di persone (can. 515, 1). Di qui la necessità che la parrocchia riscopra la sua funzione specifica di comunità di fede e di carità, che costituisce la sua ragion d’essere e la sua caratteristica più profonda. Ciò vuol dire fare dell’evangelizzazione il perno di tutta l’azione pastorale, quale esigenza prioritaria, preminente, privilegiata. Si supera così una visione puramente orizzontale di presenza solo sociale, e si rafforza l’aspetto sacramentale della chiesa; aspetto che si manifesta in modo tutto speciale nella comunità parrocchiale, quando questa attende ad essere formatrice della fede dei suoi figli e svolge la sua funzione missionaria ed evangelizzatrice. Altro punto importante, da tenere sempre presente, è la necessità della più stretta, organica, personale collaborazione di tutte le componenti della parrocchia con il proprio pastore. In modo particolare, potenziare e qualificare tutte le forze vive — religiosi e laici — per quei servizi che non richiedono la funzione insostituibile del sacerdozio ministeriale, è l’unico mezzo per un’adeguata cura pastorale là dove è eccessivo il numero dei fedeli, e per intraprendere un’attiva opera di penetrazione missionaria nell’ambito degli indifferenti e dei lontani. I laici, infatti, non sono soltanto destinatari del ministero pastorale, ma devono diventare operatori attivi di esso, per vocazione nativa dei laici stessi e per esigenza intrinseca della chiesa» (Giovanni Paolo II,​​ All’assemblea plenaria della Congregazione del clero,​​ 20.10.1984, nn. 4 e 5).

«Secondo il Concilio, la parrocchia è la “cellula” della diocesi, la famiglia di Dio, come fraternità animata nell’unità, o come insieme di fratelli animati da un solo spirito, capace di fondere insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserirle nell’universalità della Chiesa. In essa, il credente può vivere di fatto la sua vita cristiana quotidiana. In essa quotidianamente pervengono i problemi di ciascuno e del mondo e le questioni spettanti la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti. Il sacerdote vi rende presente il Vescovo, e così la parrocchia rende presente in sé stessa la Chiesa universale. A motivo della sua relazione alla Chiesa particolare, la parrocchia costituisce, di fatto ancora oggi, la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale, strutturata e integrata anche con esperienze articolate e aggregazioni intermedie, che ad essa devono naturalmente convergere o da essa non possono normalmente prescindere.

La parrocchia, organizzata localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo, è pertanto una comunità di fede, illuminata e sorretta dalla parola di Dio, investita del dovere dell’annuncio e di una catechesi che riveli l’intero mistero di Cristo con tutta la pienezza delle sue implicazioni e dei suoi sviluppi; è una comunità di preghiera, soprattutto nel giorno del Signore, per l’azione dei sacramenti che vi si celebrano e per l’Eucaristia, vertice dell’azione liturgica; ed è comunità d’amore, dove la realtà della comunione è vissuta nell’insieme dei gesti che, partendo dall’Eucaristia, traducono la fraternità dei discepoli del Signore nel servizio, nell’aiuto reciproco, nella testimonianza. La comunità parrocchiale riunisce i credenti senza chiedere nessun’altra condivisione che quella della fede e dell’unità cattolica. La sua ambizione pastorale è quella di raccogliere nell’unità persone le più diverse tra loro per età, estrazione sociale, mentalità ed esperienza spirituale. Inserita di regola nella popolazione di un territorio, la parrocchia è la comunità cristiana che ne assume la responsabilità. Ha il dovere di portare l’annuncio della fede a coloro che vi risiedono e sono lontani da essa, e deve farsi carico di tutti i problemi umani che accompagnano la vita di un popolo, per assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare. Così essa è dentro la società non solo luogo della comunione dei credenti, ma anche segno e strumento di comunione per tutti coloro che credono nei veri valori dell’uomo: simile alla fontana del villaggio, come amava dire papa Giovanni, a cui tutti ricorrono per la loro sete» (CEI,​​ Comunione e comunità,​​ documento pastorale, 1981, nn. 42-44). Per il pensiero CEI, cf anche​​ Evangelizzazione e sacramenti,​​ 1973, n. 94;​​ Eucaristia, comunione e comunità,​​ 1983, n. 71;​​ Comunione e comunità missionaria,​​ 1986, nn. 15, 17 e 35.

 

2.1.3. Indicazioni del CIC

Nel Codice di Diritto Canonico la parrocchia è presentata nei canoni 515-552, sotto il titolo:​​ Parrocchia, parroci e vicari parrocchiali.​​ Dall’insieme degli elementi offerti si desume il seguente concetto di parrocchia:​​ comunità di fedeli

territorialmente individuata nella chiesa particolare

stabilmente costituita

con un parroco come pastore

sotto l’autorità di un vescovo diocesano

e con la collaborazione degli altri presbiteri,

dei diaconi e dei fedeli laici.

Nei propri luoghi si rilevano le differenze non secondarie con il precedente Codice del 1917 e si confronta il dettato canonistico con il pensiero del Vaticano II sottolineandone le acquisizioni ma anche lamentandone la non piena recezione o almeno qualche incoerenza soprattutto nel non aver sempre presente che ad essere soggetto comunitario agente è la parrocchia. Sembra che talora si sposti l’asse del discorso sul parroco e sulla sua funzione, esaltandolo di più come​​ pastore​​ (di fronte al​​ gregge)​​ che non come​​ colui che presiede​​ ed è​​ capo​​ in una comunità di soggetti attivi (Coccopalmerio, cit., 152-154).

Qui s’impone di sottolineare che, come afferma il can. 529,2, «il parroco riconosca e promuova la parte propria che i fedeli laici hanno nella missione della Chiesa».​​ Parte propria​​ è indicazione di una dignità e di una responsabilità originale dei cristiani laici che non è sufficientemente recepita quando si continua a parlare di​​ collaborazione​​ e​​ collaboratori parrocchiali​​ nella missione propria del parroco. È aperta la via alla presenza di​​ operatori pastorali​​ veri e propri, alla luce di una ecclesiologia di comunione. Lo sviluppo dei ministeri ecclesiali e le acquisizioni del Sinodo dei Vescovi su​​ La vocazione e la missione dei cristiani laici​​ (1987) porteranno più maturi frutti anche nell’ambito parrocchiale.

 

2.2. Apporti della riflessione teologica

Per quanto non sia facile, si può tentare di dare conto della elaborazione teologica in movimento, costringendo entro brevi sintesi apporti di largo respiro.

Due sembrano essere i punti di cristallizzazione della rinnovata riflessione teologica.

 

2.2.1. Natura ecclesiale della parrocchia

Anzitutto, ci si chiede in quale ambito si debba indagare sulla realtà e sulla natura profonda della parrocchia. È pressoché unanime la risposta nell’indicare l’ecclesiologia come ambito proprio dello studio della parrocchia. La natura misterica della Chiesa, il suo essere​​ comunione-per-la-missione,​​ la sua teandrìa che la configura come visibile e nel contempo trascendente, la sua unità e unicità che non si oppone alla multiformità, consentono e impongono di sottrarre la parrocchia dal recinto chiuso di un dato solo giuridico-positivo per iscriverla come realtà spirituale nella natura della Chiesa. Di questa la parrocchia esalta e concretizza la funzione missionaria; la salvezza infatti investe le persone con una mediazione che non può esimersi dall'assumere in sé, dall’entrare dentro alla struttura sociale umana e allo stesso territorio. La parrocchia è appunto la forma primaria più normale della comunità ecclesiale che si rende «luogo» all’interno del vissuto umano. È la «concentrazione della Chiesa nella sua natura di avvenimento nel territorio» (K. Rahner).

Decisiva, in questa prospettiva, è stata la riflessione sulla chiesa locale, recepita in forme ancora acerbe nel Vaticano II e da esso rilanciata con grande vigore. Più che il principio territoriale ha avuto incidenza e priorità il «principio comunità». L’unico popolo​​ 1​​ di Dio, convocato da ogni razza, popolo e nazione, è la realtà da cui partire e a cui tornare. Ogni comunità che nella fede, speranza e carità rimane fedele al suo Signore e ne accoglie il comando missionario nel​​ qui​​ e​​ ora,​​ realizza la totalità della Chiesa, popolo di Dio. Il tutto è nel frammento. Se ciò in senso pieno si deve dire della chiesa particolare, in senso partecipato e analogico si attribuisce alla parrocchia solo in questo senso si può dire che le parrocchie nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e lavorano efficacemente all’edificazione di tutto il corpo di Cristo (cf LG 28); la chiesa di Cristo poi è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali dei fedeli, anche piccole, povere e disperse, le quali aderendo ai loro pastori sono anch’esse chiamate chiese del nuovo testamento (cf LG 26).

In sintesi si può dire che la parrocchia ha la sua consistenza nell’essere partecipe della chiesa locale. In sé stessa non ha la pienezza dell’ecclesialità e va sempre collocata nel contesto della chiesa episcopale di cui è come una cellula (cf AA 10). È dunque un’assemblea locale eminente (non esclusiva) in cui convergono armonicamente, come elementi caratterizzanti, il principio di comunità e il principio territoriale (a ben riflettere, non c’è contraddizione se il territorio è inteso, come avviene oggi, in senso prevalentemente antropologico e culturale). Solo «relativamente», cioè nella propria misura di realtà partecipata, la parrocchia è rappresentazione della chiesa visibile (cf SC 42).

Collegando l’esperienza storica con la riflessione teologica, si ritiene che la ragione d’essere della parrocchia sia teologico-pastorale. La parrocchia risponde a una duplice esigenza.

1) Istituzionalizzare, nelle concrete condizioni storiche dell’esistenza, la figura cristiana della fede o, in altre parole, essere modello specifico in cui si concretizza il dato oggettivo a cui si aderisce con scelta personale nella fede. In questo senso il modello istituzionale della parrocchia si oppone al modello «congregazionalista» che tende a dare a ogni percezione personale della fede una sua propria configurazione.

2) «Coprire a tappeto la faccia della terra», così che nessuno tra i fedeli resti senza una​​ comunità di appartenenza,​​ e così che anche nessuno tra i non credenti resti senza una comunità di tendenziale riferimento a cui rivolgersi quando la nostalgia o il desiderio e l’esigenza della fede cristiana diventano forti. Il non credente ha il diritto di cercare e di trovare non un qualsiasi referente, ma quello che, dentro alle proprie finalità istituzionali, abbia il compito di farsi carico della missione ecclesiale proprio verso i non credenti (T. Citrini,​​ Per una ecclesiologia postsinodale, 22).

La parrocchia, in quanto fatta «propria» come elemento di appartenenza da credenti e non credenti, garantisce dunque un riferimento obiettivo, carico di un significato enorme nell’ottica teologico-pastorale. «Il significato enorme sta nel fatto che la premura per ogni uomo è essenziale alla missione; che la parrocchia porta questa tensione scritta nei lineamenti stessi della propria forma istituzionale; che attorno a questo valore è e risulta possibile costruire progetti sensati di pastorale, significativi, fruttuosi» (T. Citrini,​​ cit.y​​ 23).

Tutto ciò conduce a concludere che la parrocchia è istituzione ecclesiastica, una forma storica di Chiesa, soggetta nella sua storia a non pochi cambiamenti, esigita da una superiore logica teologica e pastorale che ne connota la natura. Realtà non puramente sociologica, intrisa del mistero della Chiesa, la parrocchia rivendica una sua originalità di comunità cristiana che non consente affrettati parallelismi con altre entità ecclesiali.

La sua insostituibilità può essere affermata con sapienza, unitamente alla sua «relatività» e non compiutezza. In sede pastorale, può essere affermata unitamente anche alla sua attuale o, forse, connaturale insufficienza (cf G. Cardaropoli,​​ La pastorale parrocchiale,​​ 141-142).

 

2.2.2. Attuale configurazione della parrocchia

Il secondo punto di indagine teologica si coagula intorno alla questione di come debba configurarsi l’immagine della parrocchia all’interno dell’oggi socio-culturale e pastorale. Si tratta di elaborare un «modello» adeguato di parrocchia, teologicamente fondato. Qui la riflessione è variegata, articolata e non sempre concorde. A prima vista sembra emergere una polarizzazione di posizioni intorno alla parrocchia come​​ chiesa di popolo​​ oppure alla parrocchia come comunità.

La prima intendo la parrocchia come realtà comunitaria a vasto respiro antropologico e sociale, dotata di tutto rimpianto sacramentale e degna del nome di Chiesa in senso proprio, che si sostanzia del materiale umano della popolazione in mezzo alla quale si trova a esistere. L’aggregazione ecclesiale è diritto-dovere della popolazione di un luogo di cui occorre accogliere tutte le espressioni, i valori, le angosce e le speranze. Senza identificarsi con un popolo nel quale essa nasce e vive, la parrocchia ha fondamentalmente un carattere​​ popolare; i sacramenti, la catechesi, la carità sono per tutti, e per tutti, oltre che diritto, divengono doveri.

Evidente è il carattere di​​ globalità​​ della parrocchia. Questa si presenta come «luogo globale dell’esperienza cristiana, di per sé completo nella sua struttura sacramentale, in quanto tutto il sacerdozio nella vita vi trova il suo compimento sacramentale nel sacrificio eucaristico, anche se per l’ordinazione dei suoi pastori dipende dalla grande Chiesa e dal ministero episcopale» (S. Dianich,​​ La teologia della parrocchia,​​ 78).

Di grande rilievo, a questo punto, è la considerazione che il cammino dalla comunione alla comunità ammette, certo, configurazioni comunitarie diversificate ma non consente di attribuire il carattere di comunità ecclesiale in senso proprio se non a quelle strutturate intorno allo strumento normativo della sacra Scrittura e, in pari tempo, intorno al ministero ordinato e alla realtà sacramentale. Altre comunità saranno pre e paraeucaristiche e vivranno alTinterno della comunità ecclesiale o dovranno fare ad essa riferimento. Determinante è poi la​​ dimensione territoriale​​ della parrocchia. Essa «non fornisce solamente un criterio amministrativo all’organizzazione della vita ecclesiale, bensì chiama la comunità cristiana a misurarsi direttamente con la dimensione storica concreta della popolazione che risiede nel quartiere o nel villaggio sulla quale essa è situata. Anzi, proprio questo rapporto ne diventa una dimensione vitale e caratterizzante: non solo la popolazione del luogo offre alla chiesa la sua materia umana e il suo tessuto di fondo, ma anche la comunità cristiana fondata sul criterio del territorio resta essenzialmente legata alla popolazione tutta del territorio medesimo. In questo senso la comunità parrocchiale è necessariamente condizionata dalla cultura specifica della popolazione da cui nasce ed è determinata nella sua missione dal primo e principale interlocutore del suo annuncio e del suo dialogo che è ancora la popolazione del territorio in cui abita essa. Tradizione e missione, le due componenti fondamentali in forza delle quali dalla​​ communio​​ si sviluppa una​​ communitas,​​ saranno anche i legami di una chiesa disegnata sul territorio con la comunità umana vivente sul territorio» (S. Dianich,​​ La teologia della parrocchia,​​ 83).

L’altro modello che attrae teologi e pastoralisti è quello della​​ parrocchia comunità.​​ A partire dalla Chiesa nella sua natura di comunione-per-la missione, si tende a dare tutto il debito rilievo al fatto che la comunità cristiana dev’essere anzitutto comunità di credenti, dove ambedue i termini hanno il loro spessore. L’insignificanza odierna di molte parrocchie dipende non tanto da una presunta incapacità culturale e sociale quanto piuttosto da una carenza di vitalità di fede e di aggregazione comunitaria. La parrocchia merita questo nome sia, certo, quando supera una visione narcisistica o statica di sé sia quando prende sul serio la dimensione soggettiva della fede e delle persone. Sorgente primigenia della missionarietà è la testimonianza della fede che è comunicazione delle esperienze di fede ad altrui (fratelli o no) e costituisce così la chiesa: «edificazione del corpo di Cristo» (cf V. Bo,​​ Parrocchia,​​ 415). La presenza inefficace di parrocchie troppo grandi o troppo piccole, l’anonimato e la burocrazia religiosa, gli stimoli incalzanti delle recenti scienze umane, le esigenze della soggettività e del «movimentismo» sono altrettanti motivi per decidersi a favore della parrocchia come comunità di comunione, a misura umana, con il forte sigillo di una fede vissuta e alimentata adeguatamente dalla parola e dalla liturgia, ricca di comunicazione interpersonale e con una partecipazione attiva e consapevole, intelligentemente flessibile per adeguarsi alle esigenze della missione cioè — si dice — delle persone. Con tutto ciò, senza mai rinunciare agli elementi fondamentali della tradizione, ivi compreso il sacerdozio ordinato dei pastori e al loro compito ministeriale proprio. Importante risulta, in questa visione, l’assorbimento — per così dire — della vitalità spontanea odierna così che la parrocchia risulterebbe essere nello stesso tempo istituzione e movimento; rilevante infine la coltivazione dei ministeri o, meglio, dei doni-carismi e la scelta di essere poveri per i poveri.

Come appare dall’esposizione presentata, la polarizzazione non è radicale, se si eccettua qualche isolata applicazione dell’uno o dell’altro modello. Come già si è accennato, la tipologia della parrocchia odierna è multiforme («stazione» di servizi religiosi, comunità di sostituzione, comunità di comunità, comunità intenzionale, ecc.). La discussione poi va oltre le posizioni delineate. Resta il fatto che i due modelli accennati consentono, nel loro incrociarsi, di indicare elementi basilari di una corretta impostazione teologica della comunità cristiana nel suo volto efficace e odierno di parrocchia. Tali elementi ci sembrano i seguenti.

1.​​ La dimensione territoriale.​​ A quanto già si è detto, si può aggiungere che la parrocchia è anzitutto una figura storica privilegiata del «farsi luogo» della Chiesa, segno particolarmente espressivo della sua edificazione e della sua missione. In un luogo umano determinato e con caratteri di globalità essa offre a una certa comunità di credenti la possibilità reale di costituirsi come segno efficace dell’annuncio evangelico, come manifestazione visibile con proprietà istituzionali di una comunità di salvati. È proprio l’elemento territoriale che rende ciò possibile per tutti e per ogni condizione. «La parrocchia custodisce il principio di una universale accessibilità all’Évangelo. È in essa che la condizione civile comune si apre alla radicalità della fede» (L. Prezzi,​​ La parrocchia,​​ 136). Non sarà facile né sembra prossimo togliere dalla scena della Chiesa una simile realtà, a causa del dovere d’annuncio evangelico e di non banali motivi interni alla vita della fede. Rimane peraltro il problema di realizzare una forma concreta e attiva di comunità cristiana che la dimensione territoriale da sola non configura interamente.

2.​​ Il criterio di appartenenza.​​ Non facile problema in relazione al popolo di Dio (cf LG 14-16), l’appartenenza in ordine alla parrocchia diventa criterio coessenziale per realizzare una autentica comunità ecclesiale. Se l’appartenenza al territorio è già significativa, altrettanto lo è la professione di fede (prospettiva soggettiva) mai separata e anzi unita a una profonda radicazione nel contesto culturale. Il titolo del battesimo è motivo forte di appartenenza, purché sia completato da una forte e progressiva professione di fede e da una viva e personalizzata coscienza di responsabilità e di missione.

Nella realtà della situazioni odierne, il puro battesimo ricevuto da bambini diventa titolo assai debole di appartenenza; la maturazione della vita di fede poi è così variegata che nella parrocchia coesistono, come nel popolo di Dio, i fedeli pienamente congiunti con Cristo dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione; i cristiani che non professano la fede integrale o non conservano la pienezza della comunione con i pastori; i non più cristiani, se non di nome, che al pari dei non cristiani​​ tout court​​ sono tuttavia ordinati e orientati al Vangelo. Nessuno può essere escluso in via pregiudiziale ma resta la tensione da coltivare perché tutti arrivino a una professione di fede matura, attiva e missionaria.

L’appartenenza diventa così elemento essenziale di ogni modello concreto di parrocchia. Più che di «appartenenza graduata» con schemi pregiudiziali che risultano infondati, parleremmo di una «gradualità dell’appartenenza» che da iniziale deve diventare totale e matura.

3.​​ Il sigillo eucaristico.

Una comunità è autenticamente ecclesiale in forza dell’eucaristia nella quale si trovano, come in sintesi, tutti gli altri elementi necessari per essere chiesa. In essa si alimenta e si realizza il vero segno di comunione e missione; da essa scaturisce l’esigenza per ogni membro della comunità cristiana di attivare le disposizioni che consentono la pratica del vangelo, ossia le virtù teologiche della fedesperanzacarità. La celebrazione della fede che avviene nell’eucaristia deve dare forma concreta a un​​ ethos​​ capace di inverare il significato della fede stessa nella storia umana (cf G. Angelini,​​ Chiesa e parrocchia). L’eucaristia è comunione-per-la missione. Si vuol dire che dall’eucaristia la comunità parrocchiale attinge il comando («andate») e la forza di farsi «prossima», dando forme storiche di giustizia e di pace al comandamento della carità e attrezzando le coscienze dei suoi membri come il discernimento necessario per essere cristiani in ogni altra occasione della vita.

Particolarmente negli​​ habitat​​ urbani, la parrocchia potrebbe assumere la forma di una realtà comunitaria che cerca e valorizza tutte le occasioni di «prossimità», in vista non solo di una convivenza umana più piena ma di una originale esperienza del regno di Dio nel presente, sia pure con carattere di germe e di primizia. Una comunità eucaristica è il regno di Cristo già presente in mistero (cf Lg 3 e 5); l’eucaristia è il sigillo di una comunità ecclesiale autenticamente tale.

Non siamo ancora al modello o ai modelli concreti che la comunità ecclesiale può assumere oggi per svelare la sua identità e per adempiere la sua missione. Dalla pur vivace discussione teologica non si può attendere la realizzazione della forma storica bensì l’indicazione fondata degli elementi necessari ad essa. Da quanto si è venuto esponendo risulta che la parrocchia, oggi, è contrassegnata dalla dimensione territoriale, da un senso esplicito di appartenenza e dal sigillo eucaristico. È un insieme di elementi che la rende originale e nel contempo aperta, anzi bisognosa di altre integrazioni. È una formula umile e preziosa di una presenza misterica dalla quale ciascuno, credente e non credente, si sente più o meno attratto ma a cui si sente di non dover rinunciare, come non si rinuncia mai alla propria anima. La parrocchia è, come qualcuno ha detto, un «polo dell’anima». Si può aggiungere, dell’anima «comune» (che non significa mediocre).

 

3.​​ Per un itinerario pastorale sinfonico

La parrocchia sembra essere ancora oggi uno strumento indispensabile alla Chiesa. E proprio sul versante pastorale, peraltro, che affiorano le maggiori inquietudini: «La parrocchia, per sua natura, risulta figura pastorale impegnativa da gestire, a volerla gestire bene; porta in sé il rischio continuo dell’anonimato (tutti accolti, ma con una accoglienza di basso livello); porta il peso di tanti cristiani la cui appartenenza è di basso tono» (T. Citrini,​​ Per una ecclesiologia postsinodale,​​ 23).

I punti critici di maggior spessore sembrano, almeno nell’attuale situazione, quello di accompagnare la progressiva soggettività dell’atto di fede, una fede che appunto deve diventare sempre più personale ma che non può disattendere l’oggettività della tradizione e della «dottrina» cattolica; e quello di integrare la tendenza «settaria» (in senso socioculturale) oggi assai forte all’interno del compito istituzionale proprio della parrocchia. Alla parrocchia è chiesto di essere luogo formativo di buona qualità che, senza rinunciare agli apporti di tante «agenzie» educative, sia in grado di dare l’apporto decisivo in ordine al problema dell’unità tra fede e vita che deve risplendere in una personalità cristiana; si chiede pure di essere uno strumento e quasi un laboratorio di riconciliazione che della conflittualità esalti gli aspetti positivi, ma attenta a non sanzionare mai la spartizione illegittima e devastante tra comunità parrocchiale e altre ad essa alternative. Orientamenti, proposte e esperienze non mancano, con una tensione non dissimulata e ben esplicita al rinnovamento della parrocchia. Si consolida la convinzione che «nonostante le crisi, vere e supposte, da cui sarebbe stata colpita, la parrocchia è un istituto da conservare come​​ espressione normale e primaria​​ della cura d’anime» (Giovanni Paolo II,​​ All’assemblea plenaria della Congregazione per il clero,​​ 20.10.1984). In questa direzione si fa pure evidente l’opera di tutti affinché la parrocchia non si rinchiuda in forme statiche ma sviluppi le sue potenzialità a servizio della fede dei cristiani e del bene dell’uomo.

Con l’occhio attento alle esigenze e alle prospettive delle nuove generazioni, si può cogliere il seguente quadro di potenzialità da sviluppare, nel quadro di una pastorale che accetta la sfida di una nuova evangelizzazione e vuole caratterizzarsi sempre più come proposta anziché come difesa dell’esistente.

 

3.1. Accettare e attuare il «principio del rinnovamento»

Accettato serenamente il punto basilare secondo il quale, oggi, la parrocchia è un istituto canonico, con una specifica fisionomia giuridico-istituzionale, occorre aggiungere che essa appartiene all’ordine dei mezzi e strumenti in ordine alla edificazione visibile della comunità cristiana. Per questo la sua legge di vita è quella di rinnovarsi continuamente con la duplice fedeltà al vangelo e all’uomo. Senza rinnovamento la parrocchia rischia di anchilosarsi, diventando una pietra d’inciampo; le strutture e le organizzazioni esistono non per sé stesse ma per servire superiori finalità.

L’attuale normativa canonica sulla parrocchia va accettata e attuata con l’interiore convinzione che esiste sempre una più o meno considerevole distanza tra ciò che la parrocchia è realmente e ciò che dovrebbe e potrebbe essere.

 

3.2. Verso una forma storica di parrocchia sanamente popolare, flessibile e integrata

È ben noto che il «parrocchialismo» non è un’invenzione di malevoli. È esistito e non cessa di esistere, all’insegna di un infondato pregiudizio: «La parrocchia è tutto; tutto nella parrocchia».

Il superamento del «parrocchialismo» avviene accogliendo la realtà e le esigenze della natura «popolare» della chiesa, riflessa nella parrocchia. La comunità parrocchiale è popolare quando si sforza di realizzare nel suo vissuto feriale le seguenti condizioni: essere il popolo di Dio nella sua varietà di componenti e nella sua unità di fede e di testimonianza, che si pone come soggetto primario e responsabile di vita e di azione; l’apertura alle persone, colte nella loro condizione di vita e di fede, favorendo lo sviluppo di appartenenza che da iniziale e parziale deve diventare sempre più completa; l’immersione nella storia umana, nel territorio, dove il popolo, più che i singoli e le élites, è il vero e umile protagonista. Va da sé che si tratta di una immersione che ha le sue ben note regole, perché non diventi un asservimento e perché si tenga lontana dalle tentazioni del potere e del dominio.

Si può, dunque, parlare di una parrocchia necessariamente flessibile perché deve fare fronte a esigenze diversificate e non facilmente componibili tra loro.

 

3.3. Cercare, anziché subire, l’integrazione con altre forme

La conseguenza maggiore di questa caratteristica popolare sembra essere la convinzione permanente, da parte della comunità parrocchiale, della sua incompletezza (o, come altri dicono, insufficienza). Di qui la continua ricerca di integrazione con altre forme che con la storia della salvezza hanno pure a che fare.

In primo luogo l’integrazione della parrocchia deve avvenire con la chiesa particolareepiscopale (diocesi) e con la chiesa domestica, comunità cristiana a dimensione coniugale-familiare. Al di là delle affermazioni di principio di sicuro valore, ciò che sembra mancare oggi è l’armonia di una costruttiva coesistenza e di una comune azione tra diocesi-parrocchia-famiglia. La multiformità delle espressioni storiche della chiesa non contrasta con la loro armonia, anzi le esige.

A questo scopo possono servire forme organizzative e strumentali come la zona pastorale e le varie consulte dei componenti del popolo di Dio. Servirà certamente l’elaborazione di un progetto pastorale diocesano che consenta l’attuazione di programmi pastorali più legati ai soggetti interessati e alle circostanze socio-culturali.

In secondo luogo, l’integrazione cercata dalla comunità parrocchiale riguarda altre figure pastorali, come le associazioni tradizionali o i movimenti, gruppi, ecc. Non è tanto sul piano puramente organizzativo e operativo che l’integrazione va cercata ma nello sviluppare una viva coscienza dei vari doni e ministeri che anima la comunità ecclesiale. Non deve turbare più di tanto qualche momento di conflitto, se la ricerca di comunione è primaria, sincera e continua. Opportuni strumenti, come gli organismi pastorali collegiali, con chiara impronta sinodale, consentiranno di crescere insieme.

 

3.4. Accogliere con gratitudine la complessità di una comunità ministeriale

Il passaggio della concezione della parrocchia da territorio ecclesiastico a «una certa comunità dei fedeli», recepita e sancita nel Codice di Diritto Canonico, risponde a una logica profonda che si vuole persino rivoluzionaria. Soggetto unitario di santità, di mediazione salvifica e quindi di azione pastorale, di compresenza e di corresponsabilità non è tanto un singolo elemento della Chiesa — sia pure singolare nella sua origine e autorevolezza come è il «pastore» — quanto il popolo di Dio nella sua forma storica di comunità ecclesiale che vive di comunione-per-la missione. Non esiste dunque il parroco come sinonimo della parrocchia o come separato da essa; esiste una comunità ecclesiale nel cui seno la grazia del Signore suscita responsabilità ministeriali varie e molteplici per un integrale sevizio missionario. Ministero ordinato e ministeri «laicali» si armonizzano reciprocamente, senza snaturarsi e senza sopraffarsi.

Tutto ciò pone una non breve serie di interrogativi sulla qualità pastorale dei presbiteri e dei laici. Il paradigma a cui deve ispirarsi la prima è la presidenza dell’eucaristia e, dunque, della comunità. Il presbitero è chiamato a una presidenza tanto ospitale quanto imprevedibile, con viva coscienza che lo Spirito Santo «talvolta previene visibilmente l’azione apostolica, come incessantemente in vari modi l’accompagna e dirige» (AG 4). Quanto ai laici, il problema vero ci sembra essere quello di diventare, oggi, e di costituirsi soggetto di pastorale anziché restare solo oggetto destinatario. Con quali modi e strumenti? La risposta è ancora acerba, a cominciare dall’impasse​​ posto dal Diritto Canonico che non riconosce ancora ai cristiani «comuni» nessuna modalità per esprimersi come soggetto collettivo. Si aggiunga l’esilità degli strumenti a disposizione per influire sulle decisioni che contano; lungi dal voler discutere il diritto di chi ha autorità per «prendere la decisione», ci sembra di dover rivendicare il diritto a «elaborare» o preparare le decisioni (nella lingua inglese è nota la differenza tra​​ lo take​​ e​​ to make thè decisioni).​​ In questa prospettiva, sembra opportuno ripensare la funzione dei gruppi e delle associazioni giovanili che, talvolta, al di là delle intenzioni, contribuiscono a fare dei giovani altrettanti soggetti separati della vita ecclesiale parrocchiale, visti soltanto come utili strumenti per attuare quanto altri pensano, impostano e decidono.

 

3.5. Rivalutare la «primarietà» della comunità parrocchiale

Il fenomeno culturale di un esasperato «specialismo», nei suoi molteplici campi di attualizzazione, non risparmia nemmeno l’ambito cristiano e si fa sentire come una tentazione nella progettazione odierna della pastorale giovanile. Si vorrebbero giovani cristiani con una tale caratura di personalità che di fatto porta a emarginare la massa giovanile, costringendola sulla strada, incapace di riconoscersi nei modelli di giovani cristiani coltivati nei ghetti di qualche gruppo a vocazione speciale, vera o presunta. Le stesse parrocchie curano un piccolo resto di giovani, disattendendo la preziosa indicazione di don Bosco e di altri santi educatori per una «santità popolare». L’oratorio è soppiantato dai cenacoli.

Occorre riconoscere che il problema non è di facile soluzione. Un apporto non indifferente verrà dal rivalutare la parrocchia nel suo compito di «primarietà», soprattutto nell’ambito formativo. Valga qui una sintetica e lucida indicazione, pregnante nel suo contenuto: «La parrocchia è la​​ prima​​ comunità ecclesiale: dopo (o, meglio, con) la famiglia è la prima scuola della fede, della preghiera e del costume cristiano; è il primo campo della carità ecclesiale; il primo organo dell’azione pastorale e sociale; il terreno più adatto per fare sbocciare le vocazioni sacerdotali e religiose; la sede primaria della catechesi» (Giovanni Paolo II,​​ All’assemblea Congregazione del clero,​​ cit.).

È evidente che la​​ primarietà​​ indicata va nel senso di ciò che è basilare, essenziale, organico e strutturale. La parrocchia va attrezzata in ordine a questo, lasciando perdere specializzazioni che la superano e preziosità sofisticate da consumato giardiniere. Nella parrocchia si compie una necessaria e talora rude aratura; il giardinaggio non le appartiene. Sull’orizzonte appare anche la necessità di discernere bene le vocazioni; la vocazione parrocchiale ha sue esigenze da coltivare nei presbiteri e nei laici. Senza concludere, con questo, che vi siano coloro che sono chiamati alla parrocchia e altri no, si vuol dire che una forte formazione alla parrocchialità è uno dei problemi maggiori oggi esistenti.

 

4.​​ Quale parrocchia? Oggi per domani

Quale parrocchia, oggi? L’interrogativo è dominante in tutte le pagine dedicate alla voce​​ Parrocchia​​ in questo Dizionario. Sottintende una risposta positiva ma non già pronta; la ricerca di essa ha un suo prezzo. Richiede anzitutto una analisi delle radici profonde che alimentano l’attuale travaglio della parrocchia. Si tratta di una crisi, non necessariamente negativa, sulla quale influiscono il processo di secolarizzazione, la forza del rinnovamento del Vaticano II e alcune recenti acquisizioni di carattere teologico e, più ampiamente, culturale. Solo una tenace opera di «aggiornamento» consentirà di non perdere le non poche possibilità emergenti dal travaglio in atto, a cui sono assai sensibili le nuove generazioni.

Notevole contributo danno — a coloro che si sentono impegnati nel configurare la parrocchia come comunità tipicamente ecclesiale, animata da una forte tensione missionaria — sia la nuova normativa canonica sia i primi esiti di una vivace riflessione teologica. Più che modelli precisi, è possibile avere ormai a disposizione i parametri solidamente fondati di una multiforme iniziativa per adeguare la parrocchia ai compiti che l’attendono oggi in vista di un futuro già incominciato.

Si può pensare che la parrocchia dovrà essere sempre più una forma, primaria e necessaria, della presenza della Chiesa nell’ambito umano. Come tale, si richiede di avere una sua identità, per così dire una «personalità» matura e integrata, flessibile e sollecita di ricapitolare energie e attività molteplici. Occorre lavorare perché sia un luogo dell’inculturazione, aperta al futuro e all’universale, un laboratorio del discernimento in grado di coniugare contemplazione e azione, servizio agàpico e attività evangelizzatrice, che trova nell’Eucaristia il momento costitutivo e fondante del suo essere e del suo agire, del sacerdozio comune e di quello ordinato.

Così devono essere oggi i suoi pastori. Così saranno domani tutti i suoi membri, ciascuno secondo il proprio dono. A nessuno è concesso di essere parte passiva.

 

Bibliografia

Bo V.,​​ Parrocchia, in​​ Dizionario di Pastorale della comunità cristiana,​​ a cura di V. Bo, C. Bonicelli, I. Castellani, F. Peradotto, Cittadella, Assisi 1980, pp. 412-418; Bonicelli C.,​​ Chiesa e parrocchia oggi: quale forma storico-sociale,​​ in COP,​​ Oltre l’indifferenza. La parrocchia a vent’anni dal Concilio,​​ Dehoniane, Napoli-Roma 1985, pp. 111-121;​​ Chiesa e parrocchia,​​ LDC, Leumann 1989; Citrini T.,​​ Per una ecclesiologia postsinodale,​​ in «La rivista del clero italiano», n. 1-1988, p. 18-27; Coccopalmerio F.,​​ La parrocchia nel nuovo Codice,​​ in «Orientamenti pastorali», 9-11-1983, pp. 143-168;​​ Il ministero delparroco nel nuovo Codice di Diritto Canonico,​​ in «Orientamenti pastorali» n. 5-1985, pp. 11-34;​​ Scommesa sulla parrocchia,​​ Ancora, Milano 1989.

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