PAROLA

PAROLA

Carlo Buzzetti

 

1. Il fatto del comunicare

1.1. La comunicazione diretta

1.2. La comunicazione mediata

1.3. Comunicazione naturale e comunicazione artificiale

2. Il posto della parola

2.1. La parola è esclusivamente umana?

2.2. Parola e cose; linguaggio e conoscenza

2.3. Parola e pensiero

3. Il ruolo della parola: varie funzioni

3.1. Parole e pubblicità

3.2. Altre funzioni

3.3. Un suggerimento e un’osservazione

4. La parola parlata

4.1. La doppia articolazione

4.2. Natura sociale della parola

5. La parola scritta. Natura e tecnica

5.1. Confronto con la parola parlata

 

1.​​ Il fatto del comunicare

Per riflettere sulla «parola» e cercare di comprenderla, è opportuno partire dalla comune esperienza umana di essa. Ora, almeno a prima vista, pare innegabile il suo riferimento al quadro più generale del comunicare. Altri riferimenti — quali ad esempio la «nominazione» o la «espressione» — possiedono senza dubbio un rilievo e fanno parte dell’esperienza comune; ma ci sembrano fenomeni meno macroscopici o meno originali del «comunicare». A sua volta la comunicazione è ricca di aspetti diversi-problematici, tanto da meritare un articolo a parte in molti dizionari (anche nel nostro). Qui non esaminiamo il tema in maniera esaustiva; vogliamo soltanto descrivere le grandi linee del fenomeno quale esso appare agli occhi di un osservatore non specialista e intendiamo utilizzarlo come sfondo o punto di partenza dal quale abbozzare una comprensione della «parola».

Quasi ovviamente si riconosce che esistono molti esseri umani, molte persone, e che in genere la gente non vive isolata (individui o momenti eccezionali costituiscono — appunto — eccezioni). Di fatto, questo stare l’uno accanto all’altro è sorgente del comunicare. Sia che la comunicazione venga intesa come realtà imposta, o necessaria, o naturale, o istintiva, o convenzionale, o culturale, o altro, il comunicare esiste. Le forme e i modi in cui esso si realizza sono svariati. Distinguiamo, per ora, due grandi categorie: quella della comunicazione diretta e quella della comunicazione indiretta o mediata.

 

1.1. La comunicazione diretta

La comunicazione «diretta», cioè da persona a persona, si verifica lungo le vie della sensorialità. A volte essa consiste nel vedere e nel mostrarsi: l’esperienza comune insegna quali e quante possibilità di informazione, sorpresa, gioia, paura, noia, ecc., siano realizzabili mediante la semplice comunicazione visiva. A volte consiste nel passaggio di odori: questi hanno un ruolo di grandissimo rilievo nella vita animale, come si fa notare ampiamente nella divulgazione degli studi zoologici; ma anche nell’esistenza dell’animale-uomo essi occupano un posto notevole. A volte la comunicazione avviene lungo la via del gusto, il che è comunissimo tra persone e cose ma in alcuni casi si verifica anche nelle relazioni interpersonali. A volte ancora la comunicazione assume la forma tattile: questa via può sembrare secondaria laddove fonte e destinatario sono primariamente intesi come «spiriti»; ma si pensi al grande spazio che essa occupa nell’ambito dell’affettività sensibile e si consideri il ruolo principale che il tatto assume in casi di crisi totale o parziale della vista. A volte, infine, essa consiste nel passaggio di rumori o suoni che sono portatori di messaggi.

 

1.2. La comunicazione mediata

La comunicazione «indiretta», cioè quella che si verifica da persona a persona ma attraverso la mediazione di qualche oggetto, ricalca tutte le linee precedentemente descritte; infatti le persone, che esistono soprattutto insieme tra di loro, esistono sempre anche nel mondo delle cose. A volte le cose sono escluse o quasi escluse dalla comunicazione interpersonale (si pensi, ad esempio a ciò che spesso avviene nel settore visivo); molto frequenti sono invece altri casi nei quali esse risultano profondamente coinvolte nel comunicare: sia nella produzione dei messaggi (il che nell’esperienza umana accade da millenni, forse da sempre), sia nella recezione di essi (il che sembra tipico dell’esperienza umana moderna dove le risorse scientifico-tecniche hanno permesso di produrre un’ampia gamma di «ricevitori» in grado di captare segnali non avvertibili soltanto mediante i sensi).

 

1.3. Comunicazione naturale e comunicazione artificiale

Più arduo, ma pur sempre legittimo e istruttivo, sarebbe l’esame di ambiti che si incrociano con quelli visti appena sopra: a) l’area della comunicazione «naturale», dove il rapporto tra segnale e messaggio sembra obbligato e immediato (come, ad es., nel linguaggio visivo diretto la fuga esprime in genere un qualche tipo di rifiuto; e come, ad es., nel linguaggio visivo indiretto, il fumo indica sempre un qualche tipo di combustione; b) l’area della comunicazione «artificiale», dove invece si applica un sistema di convenzioni grazie al quale un segnale diventa portatore di un certo messaggio. Consideriamo due semplici esempi: nell’ambito «diretto» il suono di un fischio può significare disapprovazione, oppure lode, oppure entusiasmo, ecc., al variare del sistema di convenzioni; nell’ambito «indiretto» il mostrare-offrire un fiore può veicolare messaggi molto diversi quali gentilezza, o amore, o nostalgico ricordo, o desiderio-augurio di pace, ecc., a seconda dei diversi sistemi nei quali si colloca.

Per onestà, anche in una breve esposizione schematica come la presente, pare necessario ricordare che questa seconda distinzione (tra segnali «naturali» e segnali «artificiali») se è abbastanza facile in casi estremi, risulta incerta e discutibile in molti casi intermedi. Soprattutto, molti segnali che sembrano «naturali» in un certo ambiente, in realtà sono il frutto di convenzioni molto antiche e — in quell’ambiente — ormai unanimamente condivise magari in maniera inconscia. Ad esempio, un abito bianco è il segno visivo naturale di una qualche serenità-innocenza? Non sempre; infatti, in certe convenzioni culturali, esso esprime lutto, o divinità, o altro. Oppure, il gesto di stringere la mano è sempre il segno naturale di una forma di accordo? Non sempre; infatti sappiamo che in certe culture non-occidentali tale gesto non è compreso oppure non possiede il medesimo significato.

 

2. Il posto della parola

Nel quadro che abbiamo abbozzato è semplice compiere un primo passo in ordine alla collocazione della «parola»; infatti, chiaramente, essa è un esempio di fenomeno che accade nella comunicazione «diretta». Più problematico si presenta un secondo passo; infatti, che cosa bisogna dire: che la «parola» è una realtà «naturale» oppure «artificiale», nel senso che essa è costituita da un insieme di convenzioni? Sembra che entrambi gli aspetti siano in qualche modo presenti: da un lato pare doveroso riconoscere la «parola» come possibilità data a tutti gli esseri umani, e quindi come «naturale»; d’altro lato è molto evidente l’influsso di abitudini culturali, convenzioni e regole all’interno di ogni sistema linguistico. In questa prospettiva è utile richiamare, almeno a grandi linee, una riflessione o un’ipotesi che con qualche variante è sviluppata da molti studiosi della «parola».

a) In tempi remoti, lontani da ogni memoria storica (tempi che in tal senso si possono dire «primitivi») è probabilmente «naturale» per ogni essere umano la capacità di emettere vari suoni vocali.

b) Poi — non sappiamo quando — ogni suono viene collegato a un oggetto, o a un’azione; così che una serie di suoni può equivalere più o meno a una frase. Con una certa approssimazione e con necessaria fantasia immaginiamo una serie del tipo: suono A = io + suono B = andare + suono C = casa; grosso modo, tale serie o successione di suoni equivale a una delle seguenti frasi che conosciamo: io vado-andrò-andai a casa; io voglio-posso-devo andare a casa...

c) Solamente in uno stadio successivo, del quale pure non si hanno precise tracce storiche, alla facoltà di emettere suoni vocali si aggiunge quella di articolarli e quindi si creano le convenzioni che danno origine alle molte e svariate lingue del mondo. In questo schema la fase iniziale, come il tronco di un albero, è identica o simile per tutti gli esseri umani, mentre le tappe successive, come i molti rami di un albero, si presentano all’insegna di un’ampia diversificazione.

 

2.1. La parola è esclusivamente umana?

Continuando a usare come supporto e punto di riferimento le considerazioni abbozzate nel numero precedente, risulta semplice comprendere la «parola» come un fenomeno caratteristico della condizione umana. Qui non ci pronunciamo in maniera definitoria sulla complessa questione circa la possibile esistenza di «parole» non umane (si veda, ad es., la grande quantità di teorie e discussioni circa il linguaggio degli animali, soprattutto quello di alcune specie — come le api — che avrebbero addirittura raggiunto un notevole sviluppo di sofisticazione). Diciamo che, probabilmente, le analogie si collocano ai livelli​​ a)​​ e​​ b) dello schema appena visto; mentre a livello​​ c)​​ è molto più discussa l’esistenza di un qualche parallelo extra-umano. Ad ogni modo, la «parola» è forse la via più vistosa lungo la quale si realizza la comunicazione tra persone.

Grazie alla «parola» gli esseri umani si pongono in relazione tra di loro e coinvolgono nei rapporti interpersonali tutta la realtà circostante. Anzi, in un certo senso, la «parola» sembra persino più ampia della stessa comunicazione tra persone; infatti esistono, marginali ma non insignificanti, casi in cui qualcuno «parla» con sé stesso, oppure «parla» con un animale o un oggetto... Tuttavia, in genere questi esempi sono ricondotti al modello interpersonale: si osserva che chi parla da solo funziona allo stesso tempo come destinatario come fonte della comunicazione; per una specie di duplicazione, egli applica a sé stesso quel che abitualmente rivolge a un’altra persona; e, analogamente, a volte si realizza una sorta di finzione grazie alla quale si attribuiscono caratteristiche personali a un animale o a un oggetto: gli si parla «come se potesse capire» proprio come una persona... Se tali osservazioni sono giuste — e personalmente ci sembrano piuttosto convincenti — allora non si danno vere e proprie eccezioni: la «parola» accade e si muove nell’ambito della comunicazione umana.

 

2.2. Parola e cose; linguaggio e conoscenza

Tuttavia, un aspetto pare da sottolineare ulteriormente. Così come essa si presenta nella «moderna» condizione umana (quella conosciuta dall’insieme della memoria storica) la «parola» risulta ampiamente rivolta anche alla realtà non umana. Non possiamo dire che le cose siano semplicemente strumenti i quali permettono di incrementare dal punto di vista tecnico la raffinatezza e l’efficacia della comunicazione interpersonale. Meglio, dobbiamo riconoscere che la «parola» considera le cose come «argomento» o come «materiale» cui applicarsi. In altri termini, un essere umano «parla» sempre a esseri umani, ma molto spesso parla «a proposito di» cose.

A questo punto si può inserire la complessa questione del rapporto tra «parola» e conoscenza. Ci si chiede: quando un uomo conosce un aspetto della realtà, sia esso umano o no, egli utilizza sempre «parole»? Si fa spesso osservare che un conoscere elaborato implica un certo grado di individuare, «nominare», paragonare, confrontare, classificare, ecc.; e ci si chiede: tutto questo avviene con o senza «parole»?

La risposta è ardua, ma in parte la domanda si riconduce a un problema di termini. Il conoscere implica certamente un’elaborazione dei dati dell’esperienza che per molti aspetti si può chiamare invenzione e utilizzo di «parole». D’altra parte è difficile pensare che queste parole sarebbero le stesse in assenza di persone con cui comunicare. La «parola» ha una dimensione sociale che la caratterizza; se la conoscenza costituisce un momento in cui si producono, si trovano e si utilizzano «parole», ciò si deve al fatto che la conoscenza non rimane isolata in sé stessa, nell’individuo che conosce, ma è orientata ad esser posta sui binari dei processi comunicativi. Che cosa accadrebbe se, per ipotesi, ci fosse una conoscenza la quale non avesse legami con la comunicazione interpersonale? È quasi impossibile rispondere, perché di fatto quella situazione non esiste; volendo, si potrebbe forse dire che in essa si usano «pseudoparole»... Ma non ci pare utile introdurre e sviluppare qui tale terminologia.

2.3. Parola e pensiero

Un altro aspetto merita considerazione esplicita. In concreto, chi usa la «parola» quasi sempre usa una realtà che già esiste prima; i casi di «invenzione» di parole del tutto nuove sono statisticamente rari. Ora, poiché comunicando si trasmette quel che si «pensa», in senso ampio, quando la comunicazione si realizza mediante «parole» dobbiamo riconoscere un influsso di esse sul pensiero? La questione è molto importante, ricca di molte conseguenze. In altri termini, essa viene espressa come problema del rapporto tra lingua e pensiero. Chi utilizza parole utilizza un sistema organizzato di esse (= una lingua); possiamo dire che tale fatto avviene come se egli versasse il metallo fuso del suo pensiero in una serie di «forme» pre-costituite? E inoltre: dobbiamo dire che tali «forme» condizionano lo stesso pensiero, così che la dipendenza da una lingua comporta fatalmente una dipendenza da modelli e prospettive preesistenti che superano la consapevolezza e-o la libertà di colui che pensa o parla?

Ad esempio: quando la «parola» si incarna nella lingua greca, essa assume le forme tipiche di quella struttura; dobbiamo perciò stesso concludere che essa esprime un certo orientamento greco del pensiero, una certa visione greca del mondo? Non è qui il luogo per svolgere un’ampia trattazione di questo tema; ci limitiamo a due note che consideriamo praticamente preziose.

1.​​ Il legame​​ lingua-pensiero,​​ oppure il legame tra forma delle parole e loro contenuto, è da ritenere meno rigido e meno rilevante di quel che in genere una certa divulgazione filosofico-linguistica induce a credere. Basti pensare che opinioni e idee anche diversissime si possono esprimere mediante un medesimo sistema di «parole» e, viceversa, le stesse idee si possono esprimere in sistemi linguistici molto diversi tra loro. In concreto, suggeriamo una formula che nella sua semplicità può sembrare paradossale (e infatti noi ammettiamo che certe sfumature esistono, ma rimangono sempre a livello di sfumature): ogni lingua può esprimere ogni pensiero, più o meno agevolmente, più o meno bene. Se ciò è vero, risultano esagerazioni piuttosto mitiche certe enfasi comuni circa le cosiddette lingue «ricche» e lingue «povere»; è meglio dire che esistono soltanto lingue diverse, più o meno brillanti nell'esprimere questo o quel genere di pensiero, nel descrivere questo o quell’ambito del mondo; ma non esiste nessun sistema di parole-forme che sia radicalmente incapace di poter diventare la nuova e buona incarnazione di precedenti parole-pensiero.

2.​​ D’altra parte, un sistema linguistico di parole-forma costituisce una realtà che esiste prima e indipendentemente da certe parole-pensiero; e quando queste s’incarnano in quello, di fatto esse sono immerse in una rete di rapporti, ricevono alcuni orientamenti semantici, assumono sfumature di indirette e possibili parentele e connessioni formali... Tutto ciò è vero; ma non fino al punto da costringere la parola-pensiero ad assumere soltanto o primariamente un certo significato; infatti, ogni sistema linguistico di parole-forma è un sistema «elastico» e i significati si realizzano nelle varie combinazioni di parole, combinazioni che non sono mai prestabilite del tutto.

Piuttosto, quanto detto sopra è vero nel senso che le parole-forma ricevono un qualche parziale condizionamento; in pratica: è compito di chi utilizza un sistema di parole-forma, preesistente alle proprie parole-pensiero, essere consapevole dello strumento che assume, per riuscire a padroneggiarlo e quindi poter accogliere o respingere quei supplementi semantici che ogni incarnazione linguistica trascina con sé.

 

3. Il ruolo della parola: varie funzioni

Vediamo ora schematicamente quale uso si fa o si può fare della «parola». Chi utilizza un sistema di suoni già elaborato e socialmente rilevante può ottenere da esso vari risultati. Accenniamo ai maggiori di essi.

A volte la mia parola comunica qualcosa di me: un mio sentimento, un mio pensiero una mia volontà...; in questo caso essa serve a dire come sono io, svela e manifesta il segreto della mia persona, schiude ad altri le porte di quel sacrario che prima di allora era conosciuto soltanto da me; cose ed eventi possono essere argomento di quella «parola», ma principale rimane il riferimento a me, al​​ mio​​ modo di comprendere cose ed eventi; così, chi riceve la mia parola riceve la rivelazione di una prospettiva, cioè di certi pensieri-sentimenti, che prima gli era estranea; per me il mio parlare è un’eventuale forma di sfogo, per chi lo riceve esso è l’occasione di un arricchimento, vale a dire il dono di una luce e di una possibilità nuove.

Spesso si realizza un secondo tipo di funzione della «parola», quando prevale il rapporto con la realtà esterna a me che parlo e a chi riceve il mio messaggio; allora si dice che il ruolo della «parola» è soprattutto «informativo». Qui il tipo di comunicazione ha lo scopo di far sapere qualcosa che il destinatario si suppone non sappia; come è facile immaginare, in questo caso la comunicazione che procede da un medesimo io-fonte può assumere forme svariate: la descrizione di una cosa o di un pezzo di mondo; la relazione di un evento; l’illustrazione di un processo; la spiegazione di un’ipotesi; il riassunto di un precedente discorso; la drammatizzazione di una storia, ecc. Al termine, il destinatario sa qualcosa più di prima.

Qui la «parola» costituisce per lui un surrogato o un complemento dell’esperienza; o meglio, essa porta a lui il contenuto di esperienze che altri hanno fatto in prima persona e che la fonte ha raccolto-ricevuto-elaborato e quindi ha trasmesso a lui. In certi casi, la fonte è anche il soggetto diretto dell’esperienza; ma non sempre. Così chi riceve la mia «parola» arricchisce il suo mondo interiore di esperienze che forse gli sarebbero rimaste irraggiungibili; la mia «parola» è come una finestra supplementare attraverso cui egli può «vedere» e «comprendere» il mondo più e meglio di quanto non facesse prima da sé stesso.

A volte invece si realizza un terzo tipo di funzione: la mia «parola» è prevalentemente centrata sul recettore stesso; io non parlo soprattutto per svelare la mia persona o per comunicare mie-altrui esperienze, ma per influire sul comportamento del mio destinatario. Allora — si dice — la mia «parola» ha una funzione di tipo esortativo-imperativo; pensiamo a molte esclamazioni quali: forza!, attento!, aiuto!, allarme!, ecc. Come sempre, anche in casi come questi la parola è un suono articolato che utilizza regole convenzionali (cui aggiunge una particolare intonazione, anch’essa per lo più convenzionale); eppure, in forma sintetica, essa equivale a intere frasi che in altre occasioni direbbero ad esempio: «Io ti raccomando di impegnare tutte le tue forze», oppure: «Io ti ordino di prestare la massima attenzione», ecc. Naturalmente, questa terza area di funzioni, che molti studiosi chiamano «suggestive», in certi casi si nasconde e quasi si mimetizza in forme di messaggio che a prima vista possono sembrare di natura informativa. Ciò accade, ad esempio, infinite volte nel linguaggio pubblicitario.

 

3.1. Parole e pubblicità

In questo ambito è sistematico l’intento di far apparire che il processo di comunicazione è di natura neutrale-scientifica; in realtà, le «parole» del linguaggio pubblicitario sono veicolo di indirette e spesso potentissime suggestioni. Se, ad esempio, un messaggio pubblicitario dice: «La persona elegante veste abiti X», l’apparente e semplice informazione fa leva sulla forza di «elegante»; la maggior parte dei destinatari desidera essere elegante; quindi il messaggio insinua un consiglio o un comando del tipo: «Compera X!». Consideriamo un altro semplice esempio: un messaggio pubblicitario dice: «Y fa vivere bene»; chi lo ha preparato ha calcolato che un certo tipo di destinatari (un tipo «mirato» e quindi bersagliato da opportuni mezzi di comunicazione) ama molto vivere bene; quindi gli invia in maniera indiretta un messaggio del tipo: «Procurati Y!». Si tratta di un settore della «parola» nel quale i destinatari dovrebbero imparare ad essere piuttosto guardinghi e ad andare oltre la superficie dei messaggi; i giovani, ad esempio, devono riconoscere che i gestori dei messaggi pubblicitari quasi sempre sono più astuti di loro e che proprio i giovani costituiscono spesso il bersaglio delle loro intenzioni.

 

3.2. Altre funzioni

Abbiamo descritto le principali funzioni, spesso chiamate: espressiva, informativa, suggestiva (ma teniamo presente che vari studiosi utilizzano anche termini diversi). Ad esse si aggiungono molte altre funzioni che qui decidiamo di indicare come secondarie. Di fatto, in casi concreti, esse risultano importanti e interessanti da esaminare; ora, per ragioni di concisione, accenniamo solamente ad un elenco incompleto.

La​​ funzione estetica: a volte la «parola» è ricercata e usata per la sua bellezza, il suo suono gradevole, la sua rarità, la sua sorprendente armonia, ecc.; letterati e poeti sono spesso particolarmente dediti a questo esercizio.

La​​ funzione ludica: a volte la «parola» è usata per giocare, come fosse una trottola o una palla; certe cantilene o certe catene di suoni «senza senso» sono come giocattoli che divertono chi parla e chi ascolta (anche soliloqui e dialoghi giocosi sono possibili...); questa risorsa è ben nota agli anziani, ma anche i giovani, pur in maniera diversa, la utilizzano spesso.

La​​ funzione performativa: in certi casi una «parola» crea una situazione, scatena un succedersi di eventi; tra i molti esempi, pensiamo alla parola di un giudice («innocente» o «colpevole»), alla parola di un insegnante al termine di un esame («promosso» o «bocciato»), alla parola di chi dice «ti perdono» o «ti voglio bene», ecc.; questa funzione si applica non soltanto nell’ambito dei rapporti formali e ufficiali, ma anche in quelli di carattere intensamente interpersonale; in tal senso può riguardare tutte le persone, compresi i giovani, che sono direttamente coinvolte in sentimenti e passioni.

La​​ funzione magica.​​ E altre...

3.3. Un suggerimento e un’osservazione

Ci pare importante proporre un suggerimento complessivo: di fronte a una qualsiasi «parola» è cosa saggia chiedersi sempre: quale è la sua funzione? Quale scopo ha il messaggio? Quale «gioco linguistico» la fonte sta attuando? Così facendo si possono evitare gravi malintesi, si può trarre il miglior profitto dalla comunicazione linguistica ed eventualmente ci si può difendere.

Un’ultima osservazione in questo campo. Molto spesso una «parola» non possiede o attua una sola funzione, ma più funzioni contemporaneamente. Per esempio, l’esclamazione: «Il mare!» può essere insieme indicativa-informativa di una realtà ed espressiva di uno stato d’animo; le semplici parole: «Ti amo» possono essere allo stesso tempo informazione e rivelazione ed esortazione (cioè: possono dire un fatto, svelare un sentimento e invitare a una risposta); la «parola» più o meno magica «abracadabra» può ottenere un effetto pratico, più quello di produrre un certo suono, e insieme quello di provocare una certa suggestione... La compresenza di funzioni diverse è particolarmente notevole nel linguaggio elaborato dell’arte e dei mass-media; per cui il recettore avveduto deve saper analizzare bene, per comprendere bene.

 

4. La parola parlata

Una distinzione quasi ovvia è quella che riguarda «parola parlata» e «parola scritta». I rapporti tra le due realtà sono piuttosto complessi e sono analizzati in studi a volte minuziosi. Qui ci limitiamo ad accennare alle caratteristiche maggiori e alle connessioni più notevoli.

L’esperienza della «parola parlata» è ben nota a tutti i parlanti; di conseguenza, per molti aspetti, essa non ha neppure bisogno di essere descritta. In realtà, può essere utile illustrare il modo con cui «funziona» questo mezzo principalissimo tra le varie forme del comunicare. Consideriamo solamente la fisionomia che la «parola parlata» possiede nel periodo «moderno» (vale a dire dopo il lungo e non sempre chiaro segmento preistorico); vediamo come essa nasce e si diffonde. Ad esempio: io ho un sentimento, provo una sensazione, faccio un’esperienza... e parlo. Quale legame esiste tra il mio stato d’animo o la realtà esterna da me sperimentata e la mia «parola»?

Per quanto schematica, una risposta a tale domanda implica una descrizione sommaria del processo cognitivo-comunicativo. Il contatto con la realtà provoca in me il sorgere di una qualche nuova «immagine»; a volte essa è il prodotto di un mio incontro recente o recentissimo con un aspetto del mondo; a volte essa sorge come mia elaborazione di incontri antichi... In ogni caso, si tratta di un qualcosa che possiede una consistenza «astratta», cioè si tratta di una mia realtà interiore che riflette o rappresenta un aspetto della realtà esteriore. Non esaminiamo qui il tratto cognitivo che sempre precede la comunicazione; ci basti notare che la «parola» è da intendere come atto secondo di una storia il cui primo atto consiste in un conoscere e un elaborare quel che si è conosciuto. Alcuni si chiedono: noi conosciamo mediante «parole»? Tale questione è già emersa poco sopra; non la esaminiamo ulteriormente. Ci chiediamo soprattutto: come la realtà astratta diventa «parola» comunicabile e quindi viene tramessa ad altri?

 

4.1. La doppia articolazione

Ebbene, esiste una risorsa tecnica che si ritrova uguale in tutte le lingue, per quanto diverse esse siano. Ogni uomo è in grado di produrre qualche decina di suoni diversi; e ogni cultura ha elaborato la capacità di unificare un gruppo di suoni in una serie continua; un tale «pacchetto» di suoni diversi e successivi (da un minimo di due fino a una dozzina circa) costituisce un termine che per convenzione culturale si riferisce a una cosa, un’azione, un sentimento, una qualità, una relazione, ecc. Io che parlo produco una serie di suoni; chi ascolta li riconosce come rappresentativi di quella cosa, quell’azione o altro, e così accoglie dentro di sé una «immagine» equivalente alla mia, una realtà astratta più o meno simile a quella che è in me. Inoltre, analogamente, ogni parlante impara a produrre «catene» di «pacchetti» di suoni. Almeno approssimativamente, i «pacchetti» sono parole e le «catene» sono frasi. Bastano quindi poche decine di suoni diversi per realizzare migliaia di combinazioni diverse (= termini); e con questi è possibile costruire un numero quasi illimitato di frasi: ciascuna di esse si riferisce a un insieme di cose, un plesso di sentimenti, una serie di azioni, una successione di idee, ecc.; quindi ciascuna può essere utilizzata per descrivere un paesaggio, oppure per raccontare una storia, oppure per esporre una teoria, ecc. Questa risorsa sembra comune a tutti gli uomini di tutte le lingue; con una terminologia tecnica, si chiama «doppia articolazione». Essa dà origine alla «parola parlata».

Attorno a tale realtà, mille sono le osservazioni che potrebbero essere fatte. Ci limitiamo a una: imparare a parlare bene significa imparare a combinare suoni in maniera distinta (= produrre termini riconoscibili, diversi gli uni dagli altri) e imparare a combinare i termini in maniera logica-elegante (= produrre frasi comprensibili-belle); abilità, ubbidienza alle norme convenzionali di una certa cultura e fantasia creatrice sono gli ingredienti della correttezza, dello stile originale e della ricchezza verbale.

4.2. Natura sociale della parola

L’intrinseca natura sociale della «parola» la rende in certi casi uno strumento sofisticatissimo nel regolare i rapporti sociali tra le persone. Il che accade non soltanto tra persone eccezionalmente colte o molto abili, ma anche tra persone socialmente «semplici», purché mature e intelligenti. Il campo, ricchissimo e affascinante, della «sociolinguistica», è costituito proprio dallo studio dei fenomeni di cui la «parola» diviene specchio e mezzo. Infatti, il tipo di «parola» non è indicatore soltanto della realtà esterna, ma anche del tipo di rapporto che esiste tra parlante e destinatario. Così, ad esempio, parlando della mia casa io posso chiamarla «il mio nido», oppure «la mia residenza ordinaria» secondo se mi rivolgo a qualcuno con intento confidenziale oppure con una certa freddezza formale; mia madre si chiama «mamma» nei colloqui affettuosi e «genitrice» in quelli polemici, ecc.

Su questa linea è possibile un semplice esercizio che può rivelarsi molto interessante e istruttivo. Persone diverse descrivono un oggetto, o un individuo, o un evento, o una relazione; al termine si confrontano le varie descrizioni e si mettono in parallelo: parole ed espressioni differenti sono usate per designare medesime realtà, perché diversi sono i rapporti tra «parlante» e «cosa». In forma più sofisticata, l’esercizio si realizza mediante la registrazione (magari nascosta) di parole parlate da persone che possiedono svariate attitudini: comunque, il confronto è in genere illuminante e sorprendente. Questo esercizio può costituire un gioco non usuale e fruttuoso per l’intelligenza; i giovani dovrebbero avere occasione di praticarlo almeno qualche volta.

 

5. La parola scritta. Natura e tecnica

In tempi molto recenti della storia umana è divenuta usuale la capacità di registrare messaggi di ogni genere (pensiamo al processo fotografico, all’incisione magnetica di suoni, odori, sapori e pressioni varie, ecc.). Ma qui non vogliamo considerare innanzitutto i suggestivi ritrovati moderni; ci interessa in primo luogo quel che sorge già qualche migliaio di anni prima, quando nasce la scrittura, cioè la capacità di trasformare un messaggio umano fonetico in un messaggio visivo. E ciò comporta l’enorme vantaggio di ottenere un sorprendente effetto pratico: mentre il messaggio sonoro è (o meglio: era) inafferrabile come il vento e in antico non lo si può fissare-conservare perfettamente in maniera da trasmetterlo oltre, la sua forma visiva è costituita da un oggetto materiale o da una modificazione permanente di esso, quindi è fissata in maniera tale da poter essere conservata e trasmessa ancora in altre occasioni. La tecnica con cui ciò si realizza è notevolmente varia.

Un primo passo, ancora diverso dalla scrittura vera e propria, è costituito da esempi di «mitografia», dove non si trova nessun riferimento diretto alla parola parlata, ma si fa uso di oggetti cui viene attribuita una relazione simbolica indipendente. Per es., a Sumatra, il popolo dei «lutsu» dichiara guerra inviando un pezzo di legno segnato da piccole tacche, accompagnato da tre oggetti: una piuma, l’estremità di un tizzone e un pesce; il tutto significa: ci sarà un attacco di tante centinaia o migliaia di uomini quante sono le tacche del legno, i guerrieri saranno rapidi come uccelli (= la piuma), essi bruceranno tutto (= il tizzone) e annegheranno i nemici (= il pesce).

Altro esempio è quello del direttore d’azienda il quale, non contento di uno dei dipendenti, non gli dice di andarsene, ma gli regala una valigia; il che viene compreso come messaggio di andarsene, specialmente se si tratta di un atteggiamento tradizionale. Oppure — altro esempio ampiamente noto — vi è l’uso di inviare un mazzo di fiori a una ragazza: il gesto e l’oggetto equivalgono a una dichiarazione o un invito.

Nel complesso gli esempi, anche moderni, non sono pochi. Un passaggio ulteriore verso il sistema-scrittura è costituito dalla «pittografia», dove cose ed eventi vengono disegnati e le relazioni o qualità sono suggerite dall’insieme del disegno. Sulla stessa linea sembrano da collocare i noti «geroglifici»; alcuni di essi, però, rappresentano già suoni e non cose.

Ancora diversa è la tecnica della «logografia», dove un segno corrisponde a una parola parlata: qui possiamo considerare di essere ormai nell’ambito specifico della scrittura. A questo stadio sono da situare anche i cosiddetti «ideogrammi»; essi sono rappresentazioni di cose soltanto in maniera schematica e indiretta; meglio, sono rappresentazioni di idee. L’insieme della «logografia» di deve considerare diviso in due rami: quello della «morfemografia», dove un segno (su pietra, legno, carta, ecc.) corrisponde a una parola intera, cioè dove è possibile stabilire un rapporto tra segno e parola parlata; e quello della «fonografia», dove i segni non corrispondono a parole intere ma a suoni, e in genere soltanto un insieme di segni equivale a una parola parlata.

Il primo ramo è costituito da scritture come quella cinese; tuttavia bisogna ricordare che neppure quel grande esempio è riconducibile al modello del produrre disegni stilizzati; al contrario, vari segni della lingua cinese hanno un valore fonetico. Il secondo ramo si realizza per es. nelle note scritture delle lingue occidentali; tuttavia occorre notare che neppure in esse i segni hanno una funzione pienamente e univocamente fonetica: certi segni, come quelli della punteggiatura, hanno un equivalente fonetico soltanto approssimativo; segni uguali possono corrispondere a suoni diversi; e infine certi elementi fonici — quali molti aspetti dell’intonazione — non hanno alcun equivalente grafico.

 

5.1. Confronto con la parola parlata

Il brevissimo panorama precedente ci pare suggerire soprattutto tre idee.

1. La parola scritta è da intendere come seconda rispetto alla parola parlata. In moltissimi casi il destinatario incontra un testo scritto, ma per comprenderlo rettamente egli è consigliato di risalire alla parola parlata, reale o potenziale, che sta a monte; in altri termini, è fruttuoso applicare sempre la seguente domanda: come sarebbe questo messaggio nella sua forma orale? Oppure, ancor più semplicemente, si consiglia di leggere ad alta voce un messaggio scritto: allora, spesso, il suo significato risulta più incisivo, più complesso o più chiaro. A questo aggiungiamo che, più limitatamente, a volte la scrittura merita una sua considerazione autonoma; in certi casi un messaggio nasce subito scritto e non possiede alcuna preesistenza orale, neppure implicita; la «grammatologia» è lo studio della scrittura in quanto tale.

2. La parola scritta non è un equivalente totale della parola parlata; per un verso essa è una sua trasformazione, che opera il passaggio dalla dimensione fonetico-uditiva a quella visiva; per un altro verso è una sua schematizzazione che appiattisce o annulla molte differenze e omette molte sfumature anche importanti. Basti pensare a un esempio: la parola scritta «niente!» può equivalere a molte parole parlate che esprimono informazione, oppure gioia, delusione, scoraggiamento, sollievo, speranza, ecc. In pratica: quando io uso la forma scritta devo essere consapevole di questi limiti e devo aiutare il mio destinatario a comprendere quel che gli comunicherei mediante parole parlate. Contrariamente a ciò che spesso si pensa, un mio messaggio scritto dovrebbe essere più lungo dell’equivalente mio messaggio orale, altrimenti non si dà vera equivalenza.

3. La comprensione di un messaggio scritto richiede la conoscenza delle convenzioni che regolano la formazione di parole o di frasi scritte e la conoscenza di convenzioni più o meno «sregolate». In certe lingue — come quella francese o inglese, molto più che quella italiana — il saper leggere-scrivere costituisce un’abilità ben distinta dal saper parlare perché la forma non è semplicemente dedotta o deducibile dal suono familiare o memorizzato. Inoltre, per quanto si è detto sopra, in particolare al punto 2, la dimensione interpretativa è più accentuata nel processo di assimilazione di un messaggio scritto; anche la parola parlata è da comprendere-interpretare, ma la parola scritta in genere è più oscura, più ambigua e più difficile: di fronte a un messaggio scritto l’impegno del recettore è maggiore e la sua vigilanza deve essere particolarmente accentuata.

 

Bibliografia

Alonso Schoekel L.,​​ La parola ispirata,​​ Paideia, Brescia 1967; Antiseri D.,​​ La filosofia del linguaggio,​​ Morcelliana, Brescia 1973; Buzzetti C.,​​ La parola tradotta,​​ Morcelliana, Brescia 1973; Ducrot-Todorov,​​ Dizionario enciclopedico delle scienze del linguaggio,​​ Ist. Editoriale Italiano, Milano 1972 (opera di consultazione utile per vari temi linguistici; da qui riportiamo alcuni esempi che descrivono le tecniche della parola parlata); Louw J. P. (ed.),​​ Sociolinguistics and Communication,​​ London-New York-Stuttgart 1986 (contiene vari accenni ai livelli linguistici e alle funzioni linguistiche); Martinet A. (a cura),​​ La linguistica. Guida alfabetica,​​ Rizzoli, Milano 1972; Wittgenstein L.,​​ Ricerche filosofiche,​​ Einaudi, Torino 1976 (ai nn. 23-24 contiene un famoso e suggestivo sviluppo filosofico del tema «il ruolo della parola»).

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