PAROLA DI DIO

 

PAROLA DI DIO

“La C. attingerà sempre il suo contenuto alla fonte viva della P. di Dio, trasmessa nella Tradizione e nella Scrittura, giacché “la Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono l’unico deposito inviolabile della P. di Dio, affidato alla Chiesa”, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, il quale ha auspicato che “il ministero della P. cioè la predicazione pastorale, la C. e ogni tipo di istruzione cristiana... abbia nella stessa P. della Scrittura il suo salutare nutrimento e il suo santo rigoglio”“ (CT 27).

È l’ultima di una serie di affermazioni magisteriali circa il rapporto essenziale tra C. e P. di Dio che CT solennemente ripropone richiamandosi esplicitamente alla Cost. Concilio​​ Dei Verbum​​ (nn. 10, 24) e al DCG (n. 45), e che oggi è presente e operante nei documenti cat. di tutte le Chiese del mondo (per l’Italia, cf RdC, cc. 1, 2, 5). Ciò non toglie che esistano dei problemi relativi alla comprensione di C. come servizio della P. e che di conseguenza sia necessaria una considerazione specifica del ruolo e compiti della P. di Dio nella C.

1.​​ Problemi aperti.​​ Riflettendo sulla natura interpretativa, e non ripetitiva, della C., E. Alberich osserva che “in quanto​​ espressione del ministero della parola di Dio,​​ la C. si trova coinvolta nella problematica generale che riguarda tale “Parola di Dio” come​​ evento​​ e come​​ mediazione storica:​​ che cos’è propriamente la parola di Dio? dove si trova? a quali condizioni può essere resa presente?” (Alberich 1982, 55).

— Non di rado è capitato di notare che il mancato riconoscimento della​​ verità​​ della P. come avvenimento storico-dinamico ha prodotto C. meccaniche, pura trasmissione di dati rivelati, o mera abilitazione nell’uso delle fonti, senza adeguata inculturazione della P., senza permettere cioè a Dio di dirci oggi ciò che ha inteso dire con le parole di ieri.

— Il mancato riconoscimento della​​ totalità​​ dei segni della P. ha prodotto invece C. unilaterali e separate. C. → biblica, C. storica, C. dottrinale, C. antropologica o esperienziale... sono C. che prediligono qualcuno dei segni dell’unica P.; ma sarà C. della P. soltanto se tutti i segni interagiscono, pur nella gerarchia della loro importanza. In questo senso il DCG 45, trattando delle → fonti della C. e della loro armonica unità, diventa un criterio essenziale di verifica di quanto la C. sia servizio della P. di Dio.

— Infine, il mancato riconoscimento del​​ mistero​​ della P. e del suo carattere di dono trascendente ha provocato C. illuministiche, in cui il sapere della fede non si è coniugato con​​ qatWaifectus fidei​​ che è fatto di adorazione, di eucaristia e prima ancora di ascolto attento e appassionato, di conversione... Dio potè essere presentato come un Oggetto sacro e non come quel “Padre che viene incontro ai suoi figli e parla con essi» (DV 21). Più specificamente vengono alla mente problemi tipici della C. in rapporto alla P.: processo di inculturazione, e quindi di creatività e insieme di fedeltà alla P.; gradualità del cammino cat. e pienezza del messaggio; rapporto tra esperienza e comunicazione della P.

2.​​ Il senso della Parola di Dio nella C.​​ Facendo leva sulla concezione teologica della P. di Dio così come appare nella → rivelazione, qui tocchiamo alcuni aspetti di più immediato riferimento alla C. La C. è anzitutto costitutivamente improntata dalle dimensioni che fanno la P. di Dio. Così le riassume l’Alberich (o.c., 58-76):

— dimensione cristocentrica e personalistica della P., per cui la C. si realizza come annuncio di Cristo e invito alla comunione personale;

carattere significante e liberante della P., e perciò C. come illuminazione e interpretazione della vita;

— dimensione storica e dialogale della P., per cui la C. diventa reinterpretazione della fede e dialogo culturale;

— dimensione spirituale della P., e quindi C. che si fa come azione dello Spirito e nello Spirito;

— dimensione escatologica della P., sicché la C. si prospetta come annuncio di certezze e cammino verso la verità.

3.​​ I diversi linguaggi e l’unità dinamica della P. di Dio nella C.​​ Essendo la P. autocomunicazione di Dio attraverso dei segni, questi saranno tanti quanti Dio impiega per manifestarsi. La profonda unità fra creazione e redenzione ha sollecitato fin dall’inizio del cristianesimo l’appassionata considerazione dei “semi del Verbo” nel cosmo (cf​​ At​​ 16,22ss). Così, assieme al linguaggio o segno biblico e a quello della vivente Tradizione della Chiesa, non è mancato, specialmente in epoca di pluralismo culturale e di più illuminata prassi missionaria, il tentativo più o meno riuscito, ma necessario, di decifrare e quindi di valorizzare quale P. di sé Dio ha lasciato nella stessa creazione, ma soprattutto nella storia degli uomini, nelle grandi religioni, nelle espressioni culturali e più in generale nei cosidetti “segni dei tempi”. Doverosamente quindi una C., come discorso di incarnazione della P., non può trascurare quanto nella concreta situazione ha grazia di preparare, accompagnare, approfondire la P. biblica espressa dalla Chiesa, che rimane segno primario e normativo della P. di Dio.

Ulteriormente si rende giustizia alla P. se la C. ne rispetta l’intimo dinamismo, per cui la P. viene anzitutto annunziata, ma tende pure ad essere celebrata (liturgia), diventare esperienza di vita in una prassi cristiana e prolungarsi nella testimonianza missionaria. Sempre di più il servizio della C., pur nella specificità del suo compito di annuncio, deve esprimersi aperto e integrabile con gli altri momenti dell’unica P.

4.​​ La C. come attualizzazione della Parola.​​ “Mai — scrive U. von Balthasar — la rivelazione cade dal cielo per comunicare agli uomini, dal di fuori e dall’alto, dei misteri trascendenti. Dio parla all’uomo dal di dentro del mondo e a partire dalle sue esperienze umane”. Più specificamente, considerando il codice per eccellenza della P., cioè la Bibbia, notiamo che ivi la P. si manifesta all’interno di un dialogo in cui l’uomo si trova confrontato con Dio. La C. si trova qui chiamata, e con una consapevolezza ben più acuta di ieri, ad un fondamentale compito → ermeneutico: non può limitarsi a ripetere testi biblici chiamandoli P. di Dio, ma deve comprenderli e spiegarli secondo il modo in cui essi sono P. di Dio, a un duplice livello: come lo sono stati per gli autori sacri e come oggi lo possono essere per noi (→ Letture attuali della Bibbia). Nasce così una operazione delicata ma insostituibile di → correlazione e di confronto fra esperienze: quelle fondanti di Cristo e della Chiesa (nel loro essere segno infallibile e pieno della P. di Dio) e l’esperienza del soggetto qui e ora chiamato a identificare e ad accogliere come P. per sé il significato vitale emergente nelle esperienze di fondazione dette sopra.

5.​​ Il dare e l’avere della P. di Dio nella​​ C. “La P. di Dio deve apparire ad ognuno come un’apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni. Diventerà agevolmente motivo e criterio per tutte le valutazioni della vita” (RdC 52). La P. di Dio rappresenta veramente l’abbraccio con cui Dio avvolge la vita dell’uomo nel segno della sua verità e del suo amore, del suo monito e del suo conforto, della sua risposta e della sua proposta, del suo consenso e della sua provocazione. È questa la verticale dall’alto che determina una C. quanto mai attenta ad evitare forme di razionalismo e di illusoria armonizzazione fra la divina P. e le attese dell’uomo.

Ma vi è anche una verticale dal basso su cui la C. costruisce il credente. A Dio che parla, la C. va incontro mediante un triplice gradino da mantenere armonicamente integrato: culturale o della corretta conoscenza delle figure della P.; pastorale o dell’efficace applicazione vitale dei significati della P.; contemplativo o dell’appassionato dialogo di adorazione e di amore con Dio che parla.

Oggi, quando si può felicemente intravedere la dominante presenza della P. nella C., si fa più urgente il compito di qualificare tale presenza secondo i dati della teologia e dell’antropologia, di due fonti del sapere che soltanto in sinergia permettono di rispettare il mistero integrale della P.: l’amore trasparente di Dio in linguaggio umano, così come si manifesta in Gesù Cristo, la P. di Dio fatta uomo.

Bibliografia

E. Alberich,​​ Catechesi e prassi ecclesiale,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982; C. Bissoli,​​ La Bibbia e la Tradizione come fonti della catechesi,​​ in “Catechesi” 49 (1980) 11, 3-13; R. Marie,​​ lìerméneutique et catéchèse,​​ Paris, Fayard-Mame, 1970; J. J. Rodrìguez Medina,​​ Teologia pastoral de la Palabra de Dios,​​ Madrid, PCC, 1978; H. Schliek,​​ La parola di Dio. Teologia della predicazione secondo il NT,​​ Roma, Ed. Paoline, 1963; O. Semmelroth,​​ Teologia della parola,​​ Bari, Ed. Paoline, 1968.

Cesare Bissoli

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PAROLA DI DIO

Carlo Buzzetti

 

1. Dio parla: autentiche parole?

1.1. Dio parla: ai patriarchi

1.2. Dio parla: mediante un profeta

1.3. Dio parla: parola e creazione

1.4. Dio parla: Testimonianza del NT

2. Fatti come parole?

3. Gesù come parola

3.1. Gesù come parola: profeta, autorevole, uguale a Dio

4. La parola scritta

4.1. La parola scritta: AT

4.2. La parola scritta: NT

4.3. La parola scritta: AT+NT

5. Parola di Dio e sacra scrittura

6. Diffusione della parola: diffusione della sacra scrittura

6.1. Continuazione della profezia

6.2. Bibbia e profezia

7. Dio parla ancora?

7.1. Vita, liturgia, magistero...

 

La formula «parola di Dio» è frequente nel linguaggio religioso in genere e nel linguaggio cristiano in particolare. Cerchiamo di comprendere il suo significato in ambito cristiano, esaminando successivamente diversi aspetti a partire dalla tradizione giudaica contenuta nell’AT.

 

1.​​ Dio parla: autentiche parole?

La tradizione giudaico-cristiana conferma mille e mille volte la persuasione che Dio ha ripetutamente parlato agli uomini. Dio è uscito dal suo eterno silenzio e ha stabilito una comunicazione mediante «parole». Come? Circa le idee più primitive non sappiamo molto e vi è spazio per ipotesi abbastanza diverse. Con notevole probabilità, le origini della comunicazione divina si trovano in fenomeni analoghi a quelli di altre persuasioni religiose: certi oracoli, certe esperienze più o meno mistiche, ecc. Alcuni individui percepiscono «parole» non umane che appaiono come di provenienza divina: un messaggio di Dio, una sua risposta, un suo ordine, una sua rivelazione, ecc. Già in questa fase bisogna notare che l’espressione «parola di Dio» contiene due elementi che sono da distinguere piuttosto nettamente: a) «di Dio» indica la divinità del messaggio, la sua fonte; b) «parola» indica il tipo di messaggio, la sua modalità.

Mentre il primo elemento è da ricondurre alla specificità della convinzione religiosa, quindi alla fede, il secondo può essere interpretato diversamente, almeno in due direzioni: 1) usando il termine «parola» i destinatari del messaggio intendono dire che veramente essi hanno percepito un suono vocale articolato, identico a quello che scorre nella comunicazione interpersonale; 2) oppure quei primi destinatari stabiliscono un’analogia, cioè affermano che il messaggio è stato ricevuto​​ come se​​ fosse espresso mediante parole; in questo caso essi non si impegnano ulteriormente a descrivere la concreta modalità della comunicazione, o forse non ne sanno dire di più; comunque, essi utilizzano la categoria umana più vicina per indicare un’esperienza che non si realizza soltanto in ambito umano. È difficile, e per certi aspetti impossibile, scegliere, dicendo quale strada, almeno probabilmente, fu seguita sin dagli inizi. Di quegli eventi originari conosciamo solamente qualcosa attraverso le tracce che essi hanno lasciato nella tradizione giudaica.

 

1.1. Dio parla: ai patriarchi

Dopo di allora, esiste la multiforme testimonianza dei patriarchi e dei profeti (usiamo qui il termine in senso molto ampio); nella storia dell’antico Israele, varie persone affermano di aver ricevuto un messaggio direttamente da Dio e lo indicano come avvenuto mediante parole. Elenchiamo soltanto alcuni dei moltissimi esempi.

La prima esperienza di questo genere nel periodo «storico» è quella di Abramo. Ora, l’esistenza di questo patriarca è scandita da numerosi interventi verbali da parte di Dio. Ne citiamo alcuni.

— «Il Signore​​ disse​​ ad Abram: — Vattene dal tuo paese (...)» (Gn 12,1).

— «Dopo tali fatti, questa​​ parola​​ del Signore fu rivolta ad Abram in visione: Non temere (...)» (Gn 15,1; nel seguito del cap. 15 più volte si legge che Dio «rivolge la parola», «dice», «conclude un’alleanza», ecc.).

— «Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli​​ disse​​ (...). Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio​​ parlò​​ con lui» (Gn 17,1-2).

— «Ma Dio​​ udì​​ la voce del fanciullo (...)» (Gn 21,17); notiamo che qui si usa il verbo «udire», tipico della percezione umana, senza con questo affermare che Dio ode proprio come noi...

Degli altri patriarchi segnaliamo soltanto alcuni episodi più espliciti.

— Rebecca: ella «consulta» il Signore, e «Il Signore le​​ rispose​​ (...)» (Gn 25,23).

— Isacco: «Gli apparve il Signore e​​ disse​​ (...)» (Gn 26,24).

— Il sogno di Giacobbe: «Ecco il Signore gli stava davanti e gli​​ disse​​ (...)» (Gn 28,13).

— Giacobbe: prima di traversare il fiume Iabbok, egli lotta con un personaggio misterioso e​​ dialoga con lui; a Betel egli​​ parla​​ con Dio (Gn 32,31 e 35,15).

Nella storia di Mosè vi sono vistose tracce di comunicazione verbale; un elenco completo sarebbe molto lungo.

In​​ Esodo: «Dio lo chiamò dal roveto e​​ disse​​ (...)» (3,4).

— «Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe,​​ dicendo​​ (...)» (3,16; in questo testo Dio ordina a Mosè di dire quel che egli ha detto...).

— «Il Signore​​ disse​​ a Mosè: Tu gli dirai quanto io ti​​ ordine​​ (...)» (7,1-2; cf tutto il racconto di 7-15).

— «Il Signore​​ disse​​ a Mosè e ad Aronne (...): Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi (...). Parlate a tutta la comunità di Israele e dite (...)» (12,1-3).

— Sul monte Sinai: «(...) Mosè parlava e Dio gli​​ rispondeva​​ con voce di tuono» (19,19).

— Il decalogo: «Dio allora​​ pronunciò​​ tutte queste​​ parole» (20,1)

— Durante la rivelazione al monte Sinai, il popolo si tiene lontano e chiede a Mosè di fare da intermediario: «Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci​​ parli​​ Dio altrimenti moriremo» (20,19); l’intero «codice dell’alleanza» — cap. 20-23 — e tutte le prescrizioni circa la costruzione del santuario e la preparazione dei ministri — cap. 25-31 — sono presentati come lunghi discorsi di Dio stesso.

— Mosè parla ai leviti quando vede il vitello d’oro; egli riferisce loro quanto​​ dice​​ il Signore, ma non è chiaro se riporti sue parole o se interpreti la sua volontà (32,27).

— Nella tenda del convegno: «Il Signore​​ parlava​​ con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro uomo» (33,11).

— Molte volte si dice che Mosè trasmette al popolo parole ascoltate oppure che egli esegue-fa eseguire ordini ricevuti.

Nei libri​​ Levitico​​ e​​ Numeri​​ la frase: «Dio​​ disse​​ a Mosè» ritorna frequentissima all’inizio di un nuovo paragrafo; più volte si indica come destinatario anche Aronne. E un giorno Aronne e sua sorella Maria contestano il loro fratello Mosè; essi dicono: «11 Signore​​ ha​​ forse​​ parlato​​ soltanto​​ per mezzo di​​ Mosè? Non​​ ha parlato​​ anche​​ per mezzo​​ nostro?» (Nm 12,2). Allora il Signore interviene a difendere Mosè indicando la sua posizione di natura unica; circa un profeta qualsiasi, egli dice: «In sogno​​ parlerò​​ con lui», mentre circa Mosè dichiara: «Bocca a bocca​​ parlo​​ con lui, in visione e non in enigmi» (12,6-8); questo branetto è particolarmente interessante perché dice che esiste un «parlare» di Dio a «profeti» che fanno da intermediari...

In​​ Deuteronomio​​ le parole del Signore sono evocate molto spesso nei discorsi di Mosè.

 

1.2. Dio parla: mediante un profeta

Globalmente, Mosè appare come un «profeta» eccezionale proprio nel senso che Dio ha parlato con lui in maniera particolarmente diretta (cf Dt 34,10). Il che significa mettere in risalto l’eminenza del suo ruolo nella storia del popolo eletto; ma, allo stesso tempo, questo collega a lui i «profeti» sorti in seguito. Anch’essi, in varie maniere, sono destinatari di «parole» di Dio (cf già Dt 18,18: «Io susciterò loro un profeta (...) e gli porrò in bocca​​ le mie parole​​ ed egli dirà loro quanto io gli​​ comanderò»).

Molte volte le storie dei profeti sono marcate da interventi espressi da frasi come le seguenti:

— «A lui fu rivolta la parola del Signore» (Ger 1,2).

— «Mi fu rivolta questa parola del Signore» (Ger 1,11).

— «Lo spirito del Signore parla in me, la sua parola è sulla mia lingua» (Ez 3,4).

Il profeta viene «afferrato» da Dio e quindi posto nella condizione di poter «vedere» e «udire» quel che Dio vuol fargli conoscere. L’iniziativa è di Dio, il quale risulta estremamente libero: egli parla a chi vuole, quando e come decide.

E quasi sempre, esplicito o implicito, troviamo nei testi anche un successivo compito del profeta: quello di comunicare agli altri. Anche se in molti casi egli non è subito entusiasta (cf Ger 1,6), il profeta si trova come forzato a seguire la sua vocazione (cf Am 3,3-8) : cioè ad ascoltare parole di Dio allo scopo di ripeterle; per questo egli afferma frequentemente: «Così dice il Signore», «ascoltate la parola del Signore», ecc. La parola del Signore è accolta e assimilata fino al punto da diventare la parola del profeta stesso (cf Ger 15,19: «Tu sarai come la mia bocca»). Quindi al popolo in genere le parole di Dio giungono attraverso questa mediazione. Ma pare che ciò non crei particolari problemi ermeneutici; soltanto, emerge più volte la preoccupazione di distinguere tra autentici e falsi profeti (cf Dt 18,22; 1 Re 17,24; Ger 28,9).

 

1.3. Dio parla: parola e creazione

La parola di Dio è potente, come Dio stesso (in Ger 23,29 è assimilata al «fuoco» e a «un martello»). Anche quando è pronunciata da un profeta, essa conserva le stesse caratteristiche (cf Ger 5,14): la sua efficacia è sempre infallibile (cf Is 55,10-11).

L’esperienza della «parola di Dio» nella vita dei patriarchi e dei profeti ha provocato una riflessione su di essa; e, molto probabilmente, è frutto di tale riflessione l’idea che la parola di Dio agisce nel mondo sin dalle origini. Infatti la Bibbia contiene vari accenni alla creazione di tutto mediante la sola parola divina (cf Gn 1; Sap 9,1; Sir 42,15; Gdt 16,14; Sai 33,6.9; 148,5; ecc.). Di quale parola si tratta? Nei vari testi essa è un dire, o un parlare, o un chiamare, o un dare ordine... Il risultato è sempre quello di far sorgere resistenza di nuove realtà. E per questa loro radicale dipendenza dalla parola di Dio, le cose tutte risultano docili e disciplinate, ubbidienti alla parola che le governa oppure le chiama a compiti particolari (cf Sir 39,17.31; 45,5.10.17.27; Sal 148,8; Gdt 16,14; Is 40,26; 48,13; Gb 37,6; ecc.).

Naturalmente nessuno può dire di essere stato uditore diretto delle parole creatrici; come notavamo appena sopra, è grazie a una lunga riflessione di tipo sapienziale che il popolo di Israele viene a sapere della presenza e del ruolo della «parola» di Dio sin dai momenti originari. Alla luce della propria esperienza religiosa storica, Israele comprende che il modo più adeguato di rappresentarsi l’attività creatrice di Dio è quello della parola, ciò che anche nell’esperienza umana appare come realtà immateriale (o quasi) eppure capace di generare situazioni nuove (cf qui la voce «Parola»).

Una considerazione complessiva dei testi mostra piuttosto chiaramente che gli autori biblici utilizzano senza timore schemi antropomorfici: molto spesso essi affermano che Dio «parla», ma molte volte non sappiamo a quale esperienza facciano riferimento; certamente essi attestano il fatto della comunicazione; ma dicono ben poco circa il modo con cui essa si realizza. Comunque, non vi è traccia di percezione della parola di Dio al di fuori del quadro di parole pienamente umane (pensatori cristiani in seguito svilupperanno questa osservazione per dire: Dio si è «abbassato» fino a noi, la sua parola è una «kenosis»...).

Ci sembra di poter concludere che, nella tradizione giudaica, il frequente accenno alla «parola di Dio» dipende soprattutto dall’esperienza profetica (in senso ampio). Sicuramente essa indica un effettivo ed efficace evento di comunicazione, paragonabile a quello della parola umana. Forse, indica un fenomeno che per tanti aspetti è identico ad essa.

 

1.4. Dio parla: testimonianza del NT

Analogo è lo sviluppo che riscontriamo nella tradizione cristiana più antica, là dove essa ripete o sviluppa temi già dell’AT. Elenchiamo solamente alcuni testi del NT che accennano alla creazione-conservazione del mondo e ai messaggi di Dio nei tempi passati:

— «Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio» (Eb 11,3).

— «La terra (...) ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio (...) i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola (...)» (2 Pt 3,5.7).

— «Dio aveva già parlato nei tempi antichi molte volte (...)» (Eb 1,1).

— «Guardatevi perciò di non rifiutare colui che parla (...). La sua voce infatti un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa (...)» (Eb 12,25-26).

Circa la modalità con cui la parola di Dio si è fatta presente, la tradizione cristiana conferma quella giudaica; infatti ricorda sempre il ruolo di alcuni uomini che furono profeti-mediatori (cf At 3,21: «(...) come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti»). Tutto il popolo è destinatario di «parole» che sono promesse, o comandamenti, o rivelazioni, ecc.; ma la comunicazione è costantemente mediata (cf 2 Pt 1,21: «(...) mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio»).

Del tutto nuovo, e tipico della tradizione cristiana, è invece un altro elemento: l’identificazione della «parola di Dio» con una persona, cioè con Gesù. Ma di questo parliamo più avanti.

 

2. Fatti come parole?

La fede degli antichi Ebrei non si limita ad affermare che Dio ha parlato e parla; ancor più, essa sostiene che Dio ha agito e agisce nella storia degli uomini. Primaria è l’idea dell’azione: in un certo senso secondaria è quella della parola che l’accompagna (o prepara, o annuncia, o commenta, o spiega...). Oppure le due idee sono intrecciate: la parola è azione e l’azione è una specie di parola... La «parola di Dio» ha dato origine alle cose (creazione) e la medesima «parola» più volte è intervenuta e interviene a chiamare alcune persone, a giudicare certe situazioni, a indicare il futuro. La «parola di Dio» è potente, carica di tutta la forza di Dio stesso; essa non si limita a descrivere, nominare, esortare, ecc.; oltre a ciò, essa realizza la volontà di Dio, determina il corso degli eventi, guida la storia, conduce a compimento tutto quanto Dio ha deciso. Una tale estensione è «logica»: infatti, poiché la parola di Dio è considerata come parola-forza, coerentemente essa è vista come artefice di realtà.

A questo punto è opportuno un rilievo: se consideriamo l’AT come testimone della tradizione ebraica antica, vediamo che in esso non si parla tanto di eventi metaforicamente considerati come «parole» di Dio; piuttosto, si parla di eventi che accadono secondo la «parola di Dio», docilmente ubbidienti ad essa.

Il NT, testimone della tradizione cristiana antica, fornisce indicazioni simili. Anche qui gli eventi sono il risultato della volontà di Dio che, quando è comunicata agli uomini, si mostra come «parola». In questo senso si indica che gli eventi sono generati-guidati dalla «parola di Dio». Elenchiamo qui pochi testi (tra cui vi sono esempi di vocazione e di compimento) e notiamo una conclusione che se ne può trarre: più volte la «parola di Dio» è chiaramente intesa come realtà-forza.

— «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta» (Mt 1,22).

— «(...) la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (Lc 3,2).

— «Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva» (At 12,24).

— «E ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare (...)» (At 20,32).

— «Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio (...)» (Rm 1,16).

— «Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno (...)» (Rm 9,6).

— «(...) l’avete accolta non quale parola di uomini, ma (...) quale parola di Dio che opera in voi che credete» (1 Ts 2,13).

— «(...) ma la parola di Dio non è incatenata» (2 Tm 2,9).

— «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio (...)» (Eb 4,12).

— «Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno (...) finché si realizzassero le parole di Dio» (Ap 17,17 dove l’angelo spiega il simbolismo delle corna della bestia).

Globalmente, si riconosce che la «parola di Dio» è una realtà e una forza attiva. E, di converso, che l’azione di Dio è un mezzo per inviare messaggi. Molte volte nella bibbia un evento è commentato da espressioni del tipo: «Così conoscerete che io sono il Signore», «così si adempì la parola del Signore», ecc. «L’azione di Dio appare quasi come un’altra specie di linguaggio. L’opera di Dio appare come la sua parola sotto un’altra forma» (in questi termini si esprimono certi studiosi; si veda ad es. Otto Semmelroth, in​​ Teologia della parola,​​ Bari 1967, p. 60). Grazie a questa stretta connessione, Dio comunica anche attraverso i fatti. Quindi, essi possono esser considerati «parole di Dio»; ma più che la bibbia, sarà la tradizione successiva a usare questo modo di dire.

 

3. Gesù come parola

Il tema della «parola «-persona è tipico della fede cristiana, fin dai suoi inizi. Per motivi teologici consistenti, i primi cristiani avevano difficoltà a dire, semplicemente, che Gesù è Dio; infatti questo poteva costituire un attentato all’unicità e trascendenza di Dio. Più coerentemente con la fede giudaica, ma superando i suoi limiti, la fede cristiana afferma: la parola di Dio è venuta tra noi; e non soltanto come un messaggio o un evento di natura transitoria; ora essa ha preso stabile dimora tra gli uomini dopo aver assunto la realtà di una persona... La «parola» di Dio è talmente «di Dio» da poter essere detta suo «Figlio»; e il Figlio è diventato un uomo concreto, Gesù di Nazaret. Continuità e superamento rispetto al passato sono espressi più volte nel NT; alcuni testi sono particolarmente espliciti.

— Il Verbo = la parola di Dio «era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui (...). E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,10.14).

— «Dio, che aveva parlato già nei tempi antichi molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (...). Questo Figlio (...) sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1,1-3).

 

3.1. Gesù come parola: profeta, autorevole, uguale a Dio

Innanzitutto è da registrare la persuasione che Gesù annuncia la parola di Dio; la sua predicazione si colloca, almeno, sulla linea dei profeti. Cf Le 8,11: «Il seme è la parola di Dio»; Me 2,2: «Si radunarono tante persone (...) ed egli annunziava loro la parola»; Le 5,2: «La folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio»; Gv 14,24: «La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato»; At 10,36: «Questa è la parola che egli ha inviato ai figli di Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo (...)»; ecc. Notiamo che l’ultimo testo citato è particolarmente significativo in quanto, subito dopo, Pietro riassume «ciò che è accaduto», cioè la vita di Gesù ancor prima delle sue parole. Sulla stessa linea, ma ancor più avanzata, è la sensazione della straordianaria autorevolezza manifestata da Gesù; si vedano in proposito i molti «io vi dico» (specialmente contrapposti a parole dell’AT, come in Mt 5) a volte rafforzati da un solenne «amen, amen»; si veda l’impressione che Gesù fa sulle folle. Cf Mt 7,29 par.: «(...) insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi»; Me 4,41 par. : «(...) Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?». In molti racconti di miracoli si presenta la parola di Gesù come una forza capace di cambiare la situazione, proprio come fa la parola di Dio; egli stesso parla con autorevolezza che scandalizza: cf Me 2,7 par.: «Perché costui parla così? Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Speciale considerazione merita il misterioso uso dell’autodefinizione «io sono» che suggerisce proprio l’identità di Gesù con Dio mediante l’autoapplicazione del nome divino. Gv 8,28: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che Io Sono e (...) come mi ha insegnato il Padre, così io parlo»; 8,58: (...) prima che Abramo fosse, Io Sono»; 13,19: «Ve lo dico fin d’ora (...) perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono». Soprattutto nel quarto vangelo si intrecciano diversi livelli di idee relative a questo tema: Gesù dona la parola di Dio, Gesù è Dio, la sua parola genera la vita piena, ecc.

— Gv 5,24: «Chi ascolta la mia parola (...) ha la vita eterna».

— Gv 10,33: «(...) tu, che sei un uomo, ti fai Dio».

— Gv 17,8 (Gesù si rivolge a Dio Padre): «le parole che tu hai dato a me, io le ho date a loro (...)».

4. La parola scritta

Prima di Gesù, la «parola di Dio» è accolta da vari «profeti» e da loro ripetuta; oppure si manifesta nella realizzazione di certi eventi. Da quando è presente Gesù, la «parola di

Dio» si identifica con la sua persona, quindi con le sue parole e i suoi gesti, con la sua vita. Abbiamo visto sopra che le due fasi sono insieme distinte e per molti aspetti collegate; in particolare, un fatto le accomuna: il passaggio alla condizione scritta.

 

4.1. La parola scritta: AT

L’AT è una raccolta di scritti che contengono detti, racconti, ecc. La parola di Dio rivolta ai profeti o manifestata negli eventi, a un certo punto diviene parola scritta che la registra, la racconta, la commenta, la attualizza... Esperienze mistiche, comandamenti, narrazioni popolari, preghiere, ecc., conoscono in genere un primo stadio orale in cui la parola di Dio è parlata e ascoltata; poi, in momenti e modi diversi, qualcuno scrive; a volte egli fissa nello scritto un detto profetico; a volte descrive un evento, e lo dichiara esecuzione della «parola di Dio»; a volte narra vicende che preparano, accompagnano o seguono una parola o un evento di Dio; a volte riporta pensieri-commenti-preghiere... È interessante notare che gli scritti dell’AT sono costituiti da testi di origini e autorità e stili palesemente diversi.

Esiste la traccia di alcuni scritti che intendono essere la riproduzione diretta di «parole» parlate o di eventi accaduti.

— «Allora il Signore disse a Mosè: Scrivi questo per ricordo nel libro (...)» (Es 17,14); notiamo che qui Mosè è invitato a scrivere non un messaggio da lui ricevuto ma il resoconto di un fatto provocato e guidato da Dio, la vittoria contro Amalek.

— «Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio» (Es 32,16; cf anche 24,12; 31,18; 34,1; 34,27).

— «Il Signore disse a Mosè: Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele» (Es 34,27).

— «(...) questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: Prendi un rotolo da scrivere e scrivici tutte le cose che ti ho detto (...)» (Ger 36,1-2).

Ma non tutti gli scritti dell’AT, anzi, soltanto una piccola parte di essi appartengono a quel genere. Tuttavia ciò basta a farci comprendere come la fede di Israele sia giunta alla convinzione di possedere alcune parole che devono essere dette «di Dio» perché possono essere fatte risalire a lui. Rimane tuttavia notevole e sorprendente il fatto che l’idea di «parola di Dio» sia stata poi enormemente ampliata: non soltanto le «dieci parole» ricevute da Mosè sul monte Sinai, ma anche tutta la legislazione mosaica successiva rientra nella stessa categoria; e analogamente: non solo gli oracoli dei profeti, ma anche il racconto delle loro vicende; non soltanto le parole che Samuele ha udito in sogno (cf 1 Sam 3), ma l’intera storia della sua vita e quella dei re; non solo la relazione di visioni e di eventi prodigiosi, ma anche le varie riflessioni sapienziali su di essi...

Quindi, per una specie di «contagio», tutto l’insieme degli scritti biblici a un certo punto è globalmente considerato «parola di Dio». In seguito, la tendenza a identificare la «parola di Dio» con il testo scritto si fa sempre più esplicita e solida. Anche le varie parole umane che riferiscono, o raccontano, o ricordano, o attualizzano la «parola di Dio» sono essé stesse considerate «parole di Dio». Quei primi scritti assumono ben presto un carattere sacro e normativo; di conseguenza, essi diventano una realtà definita, ben delimitata, distinta da ogni altra parola umana che la proclama, o la commenta, o la predica. In qualche maniera, la bibbia è​​ la​​ «parola di Dio» in senso esclusivo.

 

4.2. La parola scritta: NT

Il NT si presenta come fenomeno parallelo. Alla sua origine si trovano le parole di Gesù e le vicende della sua esistenza (come abbiamo visto, esse sono un inaudito eppure reale equivalente delle più antiche «parole» di Dio). Ma i primi cristiani non si sono limitati a fare una raccolta dei detti del Signore, delle sue parabole e delle sue dispute; alcuni di loro hanno voluto raccontare, meditare e spiegare le parole udite e i fatti accaduti. Nei loro scritti troviamo anche eventi marginali, parole e azioni relative alla vita dei discepoli, riflessioni teologiche, discussioni di problemi pastorali contingenti, brani di corrispondenza, ecc. A un certo punto, il tutto è considerato «parola di Dio». Così anche il NT costituisce la fissazione scritta di​​ alcune​​ «parole» che possono risalire a Dio (in questo caso: a Cristo, e quindi a Dio)​​ più​​ la fissazione di​​ altre​​ «parole» umane che costituiscono una sorta di cornice letteraria. L’insieme assume presto una fisionomia definita, diventa un «corpus» delimitato, un «canone» sacro e distinto da ogni altra parola; il tutto è considerato «parola di Dio».

 

4.3. La parola scritta: AT + NT

La bibbia intera (AT più NT) è questo: da una parte essa è lo scrigno che contiene alcune «parole di Dio» particolarmente dirette; dall’altra, essa stessa, anche come contenitore, è una realtà «sacra» nel senso che Dio l’ha voluta e quindi è un suo prodotto, una sua «parola». Su questo punto, le convinzioni giudaiche e cristiane convergono. In termini di riflessione teologica, si parla di «ispirazione» della Sacra Scrittura come di quella caratteristica grazie alla quale essa è interamente «parola di Dio» (cf DV 9.24).

 

5. Parola di Dio e sacra scrittura

Quando si parla di «parola di Dio» occorre quindi tener presenti due punti: per un verso la «parola di Dio» trascende la Scrittura, in quanto esiste già prima di essa, a un certo punto si incarna in essa, ma nulla permette di dire che vi sia come contenuta in maniera esaustiva e catturata in modo esclusivo; per altro verso, la Sacra Scrittura stessa è «parola di Dio»; tutto il suo contenuto — sia quello esplicitamente divino, sia quello palesemente umano — è un prodotto della volontà di Dio; nessun’altra parola umana può paragonarsi ad essa (proprio come nessuna carne umana è paragonabile alla carne umana di Gesù che — unica — è stata scelta da Dio come suo strumento specialissimo). Questa osservazione risulta concretamente utile per svolgere altri due temi: quello della diffusione della «parola di Dio» e quello della sua esistenza attuale. Li accenniamo qui di seguito in maniera schematica.

 

6. Diffusione della parola: diffusione della​​ sacra scrittura

Come si diffonde la «parola di Dio»? Fondamentalmente in due direzioni: data la sua esistenza nella Sacra Scrittura, diffondendo quest’ultima; data la sua trascendenza rispetto ad essa, continuando la tradizione profetica. Le due direzioni non sono totalmente separate (anzi, per certi aspetti si sovrappongono); ma in una presentazione schematica come la nostra sembra pratico distinguerle. Circa il primo aspetto potremmo descrivere i molti modi con cui si favorisce il contatto con la bibbia; per ragioni di brevità, ci limitiamo a un elenco delle principali vie.

1. Definizione e difesa critica del testo;

2. moltiplicazione (trascrizioni, stampa...);

3. lettura (liturgica, di gruppo, individuale...);

4. traduzione (in varie lingue e a vari livelli linguistici...);

5. attualizzazione (omelia, lectlo divina...);

6. introduzione (l’ambiente, la letteratura...);

7. commento (note, sintesi...);

8. illustrazione (immagini, fumetti...);

9. registrazione (dischi, nastri magnetici...);

10. adattamento (teatrale, cinematografico...).

Ciascuno dei punti indicati costituisce un’attività sufficiente a richiedere la competenza di una disciplina a sé stante (dalla critica testuale all’omiletica, alla linguistica del tradurre...). Qui basti pensare che la diffusione della «parola di Dio» scritta è un’impresa complessa e multiforme (per un panorama di quanto è stato fatto in passato e si può-deve fare oggi si veda Carlo Buzzetti,​​ La Bibbia e la sua comunicazione,Torino 1987).

6.1. Continuazione della profezia

Per il secondo aspetto, occorre saper percepire e saper comprendere volta per volta la volontà di Dio, e occorre saper ubbidire. La Sacra Scrittura non contiene tutto ciò che Dio ha detto e dice; il Signore ha parlato e parla in molti modi. Nella chiesa è compito specifico delle guide maggiori quello di ascoltare e conservare tutte le parole (anche la bibbia!), interpretarle, applicarle, riformularle, diffonderle. Si tratta di un ruolo profetico. Ma esso non è impegno esclusivo dei «capi»; ogni credente, ciascuno nella sua misura, può e deve ascoltare, capire e riesprimere le parole di Dio che vengono a lui attraverso la «tradizione» (nel senso più ampio e più teologica-menteuserio del termine).

Parlare della fede significa dare (oppure: ridare) voce umana alle «parole di Dio»; raccontare la fede, commentarla, applicarla alle varie situazioni della vita umana nei vari tempi: tutto ciò costituisce una vera attività profetica. La profezia non è una realtà esclusiva del passato, tipica dell’AT; essa continua a esistere anche in epoca cristiana (cf 1 Cor 12,28-30). È da considerare parziale, e in questo senso errata, l’idea che esistono ancora profeti soltanto nella misura in cui esistono nuove «parole» di Dio (di tale aspetto parliamo brevemente più avanti). Invece, profeta è anche colui che ascolta, conserva, medita «parole» preesistenti e le comunica, le spiega, le ricomprende, le collega a nuove situazioni, le attualizza... Così intesa, l’attività profetica è un principalissimo canale di diffusione della «parola di Dio».

 

6.2. Bibbia e profezia

Notavamo poco sopra la non totale separazione tra divulgazione biblica ed esercizio della profezia. Ora, dopo aver indicato a grandi linee la loro distinzione, possiamo aggiungere: chi divulga la Sacra Scrittura svolge anche un ruolo profetico (nel senso che sempre comprende e aiuta a far comprendere le «parole di Dio» depositate negli scritti ispirati); e, reciprocamente, il profeta attento ad accogliere e a prolungare la «tradizione» della fede, deve accogliere e comunicare principalmente la Bibbia. Di fatto, alcuni si dedicano prevalentemente alle «parole di Dio» che costituiscono la Sacra Scrittura, altri si prendono cura soprattutto delle parole di Dio disseminate nella storia del mondo e del popolo di Dio (cf​​ Dei Verbum​​ 8-10).

 

7. Dio parla ancora?

È un tema di fronte al quale la coscienza dei credenti è particolarmente sensibile in certi periodi, anche oggi. Per un verso, molti credenti pensano che il riferimento al passato sia decisivo, ineludibile ed essenziale; per altro verso, molti credenti considerano mortificante e piuttosto sacrilego immaginare l’azione di Dio quasi come esaurita e imbalsamata nei documenti del passato, costretta entro i limiti del già avvenuto e del già stabilito... Effettivamente bisogna comprendere e sostenere con decisione che noi oggi non stiamo vivendo una qualsiasi tappa della storia del mondo in cammino verso la salvezza definitiva: piuttosto, è vero che noi siamo nell’ultimo periodo, siamo ormai di fronte all’ultimo segmento di una lunga catena di «parole» che vanno dalla creazione fino a Cristo; quindi non dobbiamo più attendere nuove «parole» in grado di superare le precedenti così come il vangelo ha superato il messaggio anticotestamentario; il Cristo è «l’ultima parola» di Dio (cf DV 4).

Ma la fine totale non è ancor giunta; nel frattempo, noi viviamo una specie di intervallo: tra la Pasqua e la Parusia; ci sembra a volte un intervallo complesso e misterioso; ma questo non dovrebbe indurci ad alimentare fantasiose speranze circa ulteriori novità: infatti dalla Pasqua in poi nessuna parola, per quanto possa sembrare «nuova», sarà mai radicalmente nuova. Qui si insinua l’obiezione cui accennavamo prima: questo modo di vedere e pensare non finisce per incatenare Dio stesso, per negare la sua libertà, per mortificare la vivacità sempre imprevedibile del suo Spirito? Rispondiamo di no; e per due gruppi di motivi: 1. Dio stesso è l’autore di questo progetto, egli stesso ha stabilito una storia dove i suoi interventi (cioè le sue «parole») per moltissimi millenni sono stati una continua preparazione (all’insegna della gradualità, quindi all’insegna del continuo superamento) e dove il punto finale è costituito dalla presenza della parola-Gesù; 2. durante l’intervallo che esiste tra la Pasqua e la Parusia (cioè tra la parola ultima e la sua piena realizzazione) si snoda un periodo di tempo, forse lunghissimo, nel quale Dio continua a «parlare» per ripetere, commentare, tener viva, attualizzare la sua parola-vangelo che egli ci ha rivolto mediante Gesù.

7.1. Vita, liturgia, magistero...

Quindi, durante il periodo che stiamo vivendo, si può dire che Dio parla ancora? Se per «ancora» si intende un messaggio totalmente nuovo, la risposta è negativa; se invece per «ancora» si intende un’ampia e imprevedibile varietà di forme e mezzi con cui Dio ripresenta le parole già dette in Cristo, la risposta deve essere nettamente positiva. Quando qualcuno afferma che Dio parla attraverso gli eventi, la vita delle persone, la storia di ogni giorno, le cose, ecc., dice qualcosa di esatto; a condizione però che — esplicitamente o implicitamente — egli affermi un legame con il vangelo. Anche la liturgia, la predicazione e il magistero della Chiesa sono, per i credenti, luoghi speciali nei quali continua a risuonare la «parola» di Dio: ripetuta, meditata, applicata o autorevolmente interpretata...

Sì, Dio «parla» ancora; non per dire parole del tutto inaudite, ma per aiutare il mondo a comprendere la parola-vangelo che è già stata detta eppure non è stata ancora compresa del tutto né da tutti. In questo senso vi è ampio spazio per la «moderna» profezia: quella di chi percepisce e diffonde le «moderne» «parole» di Dio tese a far accogliere-assimilare l’ultima sua «parola». Esistono ancora «parole di Dio»: quelle che chiamano certe persone a compiti speciali, oppure esortano a particolari attenzioni, indicano concrete urgenze, promettono certi interventi concreti, ecc. Di conseguenza, devono esistere ancora i profeti: persone che sanno leggere nei fatti e nelle situazioni una «parola di Dio» rivolta agli uomini di un certo tempo e un certo ambiente affinché essi sappiano comprendere un aspetto trascurato del vangelo e possiedano la luce e la forza di metterlo in pratica.

Come nel passato, tutti, uomini e donne, anziani e giovani, possono improvvisamente essere chiamati ad essere profeti...

E come nel passato, la Parola di Dio, conserva due caratteristiche: è sempre espressa soltanto nel quadro delle parole umane, in modo che la conoscenza della parola umana è condizione anche per percepire i messaggi di Dio; a volte la Parola sembra stranamente muta, quasi assente: è il «silenzio di Dio» che si impone agli uomini per renderli più pensierosi, oppure per punirli delle loro nonattenzioni, oppure per prepararli a un messaggio particolarmente impegnativo; nella vita dell’umanità come nell’esistenza degli individui esistono di questi penosi periodi (cf Is 63-64): essi possono condurre alla preghiera oppure alla disperazione; in ogni caso, sono una sfida alla fede.

 

Bibliografia

Alonso Schoekel L.,​​ L’AT come parola dell'uomo e parola di Dio,​​ in «Parola e Messaggio»,​​ Bari 1970; Buzzetti C.,​​ La Bibbia e la sua comunicazione,​​ LDC, Leumann 1987; Cavedo R.,​​ Libro sacro​​ in «Nuovo Dizionario di teologia», Ed. Paoline, Roma 1979; Grelot P.,​​ La Bible parole de Dieu,​​ Desclée, Paris 1965; Scheffczyk L.,​​ Parola, parola di Dio​​ in «Sacramentum mundi»,​​ Morcelliana, Brescia 1976; Schlier H.,​​ La Parola di Dio,​​ Ed. Paoline, Roma 1963; Semmelroth O.,​​ Teologia della Parola,​​ Ed. Paoline, Bari 1968.

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