PARABOLE

 

PARABOLE

1.​​ Definizione e storia dell’interpretazione delle P.​​ P. deriva dal greco “paraballein”, che significa “mettere di fronte”, “confrontare”, “paragonare”. Si tratta del fenomeno dello spirito umano di mettere due oggetti, due idee di fronte, di paragonarle. Da questa attività spirituale dell’uomo scaturiscono a livello di linguaggio generi letterari come il simbolo (symballein), la metafora (metapherein), l’allegoria (allegorein) e la similitudine.

La P. non è prettamente di carattere religioso, ma è un fenomeno letterario molto diffuso in tutte le culture, soprattutto in quelle orientali.

A noi interessano qui le P. di Gesù in particolare e più in generale la P. come espressione del linguaggio religioso. J.​​ Jeremías​​ conta nel NT in tutto 41 P. Il suo criterio per definire le P. è però molto severo.

Le P. evangeliche furono interpretate dai Padri della Chiesa quasi esclusivamente con l’aiuto deU’allegoresi, in quanto si sforzarono di individuare in ogni particolare del racconto parabolico un elemento teologico, in genere cristologico.

A. Jùlicher nella sua opera fondamentale (Die Gleichnisreden Jesu)​​ si distanzia definitivamente da questo modo di interpretare le P. I risultati dei suoi studi si possono riassumere brevemente così: Gesù non ha mai parlato in allegorie, ma in P. La P., dal canto suo, non ha nessuna somiglianza con l’allegoria stessa, ma piuttosto con il paragone. Mentre l’allegoria sarebbe un derivato della metafora, la P. è un derivato del paragone. Il racconto parabolico non ha molti punti di contatto con il termine di paragone, ma solo — al contrario dell’allegoria — un tertium comparationis. Delle P. di Gesù Jùlicher distingue tre tipi: le P. in senso stretto (il racconto di un fatto individuale senza che il termine di paragone venga nominato), ad​​ es.​​ la P. del seminatore; la similitudine​​ (Gleichnis),​​ un racconto che nomina anche il termine di paragone​​ (es.:​​ “Il regno dei cieli è simile a un re che...”) e l’esempio, i cui termini di paragone si trovano allo stesso livello semantico​​ (es.​​ il buon samaritano, che diventa un esempio per noi).

Queste tesi di Jùlicher furono accettate senza discussioni da tutti gli studiosi successivi. Tanto era lo sbalzo qualitativo di fronte all’esegesi patristica, che esso fece dimenticare o addirittura non vedere i punti deboli di Jùlicher. Gli studiosi che seguirono a Jùlicher si limitarono a chiarire particolari delle P. e a stabilire quali P. possono derivare da Gesù e quali no. Sotto questo punto di vista si distinse soprattutto lo studioso tedesco​​ Joachim Jeremias,​​ la cui opera (Le parabole di Gesù)​​ anche oggi rappresenta una pietra miliare. Altri, come Ch.​​ Dodd,​​ E.​​ Linnemann,​​ ricalcano le orme lasciate da Jùlicher e​​ Jeremias.​​ Non tardò a farsi luce però la convinzione che molto spesso le difficoltà di stabilire il​​ Sitz im Leben​​ delle P. sono insormontabili.

Nel frattempo si cristallizzava lentamente un equivoco. Tutti parlavano di due parti della P.: della cosa che viene paragonata​​ (es.​​ il Regno dei cieli) e della cosa con cui avviene il paragone. La prima la chiamarono​​ SachHälfte,​​ la seconda​​ Bild-Hälfte.​​ Il pericolo di questa descrizione della P. consiste nel dividere quello che la P. vuol unire, paragonare. Tanto è vero che spesso gli autori, quando parlavano di P., intendevano praticamente solo il racconto​​ (Bild-Hälfte),​​ dimenticando che la P. è come uno specchio (il racconto) in cui si intravede un’altra realtà che non è lo specchio stesso: la parabola non è solo lo specchio, ma lo specchio con il riflesso di un’immagine.

Dan Otto Via (1967) costituisce il punto culminante di questo sviluppo. Egli isola il racconto parabolico e lo considera — quale momento estetico — indipendente dal termine di paragone e in quanto tale capace di diventare P. di infiniti termini di paragone, di acquistare insospettata attualità, P. della nostra vita. Nello stesso tempo però — staccata dal contesto evangelico — non possiamo più considerarla di diritto P. di Gesù. Negli ultimi anni si intravedono due nuovi tentativi di interpretazione. Il primo cerca di ricuperare quello che Julicher aveva perso di vista: la valenza metaforica della P. In pratica si afferma che la P. è una metafora che acquista una struttura narrativa (plot). In questo contesto si distinguono gli apporti di Crossan, Aurelio e Weder. Il secondo tentativo cerca — contro O. Via — di riscoprire l’intenzione originaria delle P. quali atti performativi di Gesù stesso. I due tentativi odierni si avvalgono degli studi recenti, letterari (la moderna metaforica) e linguistici (J. L. Austin).

2.​​ Il ruolo delle P. nella C.​​ Abbiamo definito la P. come forma letteraria, che è un prodotto della capacità dell’uomo di creare simboli e metafore. D’altro canto sembra fuori discussione che il linguaggio religioso, in quanto discorso su Dio, non può essere mai di carattere descrittivo diretto, ma è per sua natura di carattere metaforico. Ogni discorso di carattere religioso è nel modo più radicale una meta-phora.

La P. è una metafora ampliata, che assume la forma di un racconto, una struttura narrativa. Se prendiamo la metafora “Dio è il buon pastore” e le diamo una struttura narrativa, possiamo derivarne la P. del buon pastore. Se partiamo dalla metafora: “Dio è il nostro padre e noi siamo i suoi figli”, possiamo derivarne la P. del figlio prodigo (Lc​​ 15) e via dicendo.

Il compito principale della pedagogia religiosa oggi è di riabituare soprattutto noi occidentali a parlare di Dio. Ci si potrà riuscire solo riscoprendo il carattere fondamentalmente simbolico, metaforico, parabolico del discorso su Dio e riattivando la capacità di riflettere la nostra esperienza religiosa nella forma della metafora e della P. Gesù ha parlato in P. non perché volesse insegnarci verità difficili in un linguaggio semplice, ma perché come “incarnazione” radicale del Verbo (non è questa anche una parabola stupenda?) non poteva che servirsi del nostro linguaggio umano, parabolico.

Una teologia di carattere parabolico avrebbe questi vantaggi: indicherebbe i nostri limiti epistemologici e linguistici di fronte alla realtà che chiamiamo Dio. In quanto narrazione e non speculazione, ci darebbe la gioia fabulativa e riuscirebbe a convincerci meglio della teologia speculativa: ci porterebbe più vicini alla decisione di fede. Essa — quale P. — è in fondo il metodo più coerente di fare una pedagogia religiosa​​ 

Le P. dei Vangeli sono raccontate da Gesù. In esse ci parla di Dio, del suo e nostro Padre. Ma in queste P. si rispecchia Gesù stesso: vi si riscontra quella che gli studiosi indicano la cristologia indiretta, non quella speculativa, ma quella parabolica. La vita, il comportamento di Gesù, la sua presa di posizione per i peccatori rappresenta il quadro non solo — come pure accade spesso — contestuale, ma anche quello vivente, il Sitz im Leben in senso molto lato, delle P. Per fare un esempio: agli avversari che gli rimproverano il suo comportamento nei confronti dei peccatori, Gesù risponde con le P. della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figlio prodigo (Lc​​ 15). Gesù risponde che Dio agisce così con i peccatori, e che lui prende le difese dei peccatori perché il Padre celeste vuole così. In questo modo Gesù diventa la P. vivente di Dio.

Moltissime P. evangeliche si possono interpretare secondo questo schema. Gesù diventa così lo specchio, il quadro perfetto di Dio (Gv​​ 14,19; 17,5.24; 2​​ Cor​​ 3,18^1,4;​​ Col​​ 1,15), o — come si espresse la comunità primitiva — il figlio stesso di Dio (Air 3,17), tanto che chi vede lui vede il Padre (Gv​​ 14,19). Ciò che gli evangelisti annunciano di Gesù sono metafore, spesso concentrati delle P. di Gesù stesso.

Bibliografia

E. Arens,​​ Kotnmunikative Handlungen,​​ Dusseldorf,​​ 1982; T. Aurelio,​​ Disclosure in​​ den​​ Gleichnissen Jesu,​​ Frankfurt, 1977; J. D. Crossan,​​ In Parables. The​​ Challenge​​ of the Historical Jesus,​​ New York, 1973; C. H. Dodo,​​ Le parabole del regno,​​ Brescia, Paideia, 1970; V. Fosco,​​ Oltre la parabola. Introduzione alle parabole di Gesù,​​ Roma, Boria, 1983; E. Fuchs,​​ Bemerkungen zur Gleichnisauslegung,​​ in In.,​​ Gesammelte Aufsiitze,​​ vol. 2,​​ Tübingen,​​ 1960, 136-142; J.​​ Jeremias,​​ Le parabole di Gesù,​​ Brescia, Paideia, 1967; A. Julicher,​​ Die Gleichnisreden Jesu,​​ 2 vol.,​​ Tübingen,​​ 1910; E. Linnemann,​​ Le parabole di Gesù,​​ Brescia, Queriniana, 1982; G. Negri,​​ La parola del catecheta sul tema: le parabole,​​ in “Parole di vita» 20 (1975) 17-28; D. O.​​ Via,​​ The Parables,​​ Philadelphia,​​ 1967; H.​​ Weder,​​ Die​​ Gleichnisse Jesu als Metaphern,​​ Göttingen, 1978.

Tullio Aurelio

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