ORIGENE

 

ORIGENE

Nato ad Alessandria intorno al 185 da padre cristiano, Leonida, che fu martirizzato nella persecuzione di Settimio Severo, ed educato cristianamente, appena diciottenne divenne catechista della Chiesa locale. Il suo insegnamento col passar del tempo ottenne un successo tale che le sue lezioni furono frequentate anche da pagani. Per tal motivo e per essere più libero di esporre le sue idee, intorno al 220 O. lasciò l’istruzione dei catecumeni e si riservò un tipo d’insegnamento di livello superiore. A questa data si fa iniziare la Scuola di → Alessandria. Ma il suo successo e la fama che gliene derivò anche presso i pagani dettero ombra al vescovo Demetrio che, sotto pretesto di una irregolarità formale (O. era stato ordinato sacerdote in Palestina senza che Demetrio ne fosse informato), lo fece condannare nel 233 da due concili di vescovi egiziani. O. abbandonò l’Egitto e si stabilì a Cesarea di Palestina, ove continuò la sua scuola e si dette anche alla predicazione in chiesa. In effetti le Chiese d’Oriente non sottoscrissero la condanna e continuarono ad apprezzare O. e a valersi della sua opera. Arrestato durante la persecuzione di Decio (250), confessò la fede, pur fra i tormenti. Rilasciato in cattive condizioni di salute, morì nel 253 a Tiro.

La sua grande attività letteraria si esplicò soprattutto nel campo dell’interpretazione della Scrittura, con omelie e commentari, in buona parte perduti. Fra le opere superstiti, ricordiamo​​ omelie su Genesi, Esodo, Geremia, Luca; commentari al Cantico, Matteo, Giovanni​​ (incompleti). Gran parte di questi scritti, e la sua opera dottrinale più importante,​​ 1 princìpi,​​ ci sono giunti soltanto in traduzione latina. Ricordiamo ancora lo scritto apologetico​​ Contro Celso.

Nella prefazione a​​ I princìpi​​ O. distingue nel deposito della fede dottrine già dogmaticamente definite e questioni ancora aperte. Sia lo studio di tali questioni sia l’approfondimento delle dottrine già definite sono compito di chi vuole studiare a fondo la propria fede. Viene così fissato un duplice livello d’istruzione, quello dei semplici e quello dei perfetti, che corrispondono ai veri gnostici di → Clemente. Ma rispetto a Clemente (di cui O. non fu discepolo, come spesso si afferma, ma ne conobbe e apprezzò le opere) questa distinzione è più chiaramente fondata su una concezione della realtà di impronta platonica: i semplici sono coloro che restano nell’ambito della realtà corporea, i perfetti sono coloro che sanno innalzarsi dalla realtà sensibile a quella intelligibile e spirituale, non perché dotati di natura superiore — come volevano gli gnostici —, ma in forza dell’applicazione e dell’ascesi, alla maniera di Clemente.

In effetti O. condivise il programma culturale di Clemente, mirante a ricuperare alla Chiesa cattolica, mediante un’approfondita riflessione sul dato di fede, quei cristiani di elevata condizione sociale che più sentivano l’influsso dell’intellettualismo gnostico; lo potenziò ulteriormente in forza di un insegnamento più organico e più direttamente impostato sullo studio della Sacra Scrittura; lo fondò filosoficamente mediante l’acquisizione dello spiritualismo platonico in modo più completo e approfondito di quanto si fosse fatto fino allora in ambiente cristiano. Il tentativo di sintesi rappresentato da I​​ princìpi,​​ che sono non un’esposizione elementare di dottrina bensì la trattazione problematica di punti dogmatici fondamentali (Dio, il Logos, il mondo, la fine) sulla base appunto di moduli e concetti derivati dalla filosofia greca, nonostante la rischiosità di alcune soluzioni proposte, dimostrò sia ai pagani sia agli gnostici che il cristianesimo non poteva più essere considerato religione adatta solo a fanatici e ignoranti, perché era ormai in grado di soddisfare le più sofisticate esigenze intellettuali.

Il fondamento dell’attività culturale di O. fu l’insegnamento nella scuola, che — a differenza dell’insegnamento di Clemente — fu imperniato sulla sistematica interpretazione della Sacra Scrittura. Sappiamo però che O. faceva precedere questo studio da un corso propedeutico nel quale gli allievi apprendevano i fondamenti delle principali correnti filosofiche greche, soprattutto platonismo e stoicismo, in quanto li considerava utili per introdurre allo studio approfondito della Scrittura.

Da quando si trasferì a Cesarea O. affiancò a questo insegnamento, necessariamente riservato a pochi, la predicazione in chiesa, anch’essa consistente nella spiegazione sistematica della Scrittura. Egli usava predicare, in certe parti dell’anno, ogni giorno, o comunque parecchi giorni della settimana, e così poteva sviluppare l’interpretazione organica di interi libri della Scrittura o di vaste parti di essi. L’insegnamento impartito in questa sede era certamente meno complesso di quello svolto nella scuola; ma non si deve pensare a un livello d’istruzione meramente elementare: la possibilità di confrontare le omelie e il commentario relativi a uno stesso libro (il​​ Cantico)​​ ci permette di constatare uno stesso tipo d’interpretazione, che ovviamente nel commentario è più ricca di dettagli e più portata alla divagazione di vario argomento, soprattutto dottrinale, ma in sostanza è la stessa.

Il suo fondamento riposa in un apprezzamento filologico del testo biblico, che costituì una novità in ambiente cristiano: gli​​ Hexapla,​​ una concordanza delle principali traduzioni greche dell’AT (LXX, Aquila, Simmaco, Teodozione), fornirono ad O. lo strumento critico per accertare la lezione esatta del testo sacro. Se ne servì soprattutto nei commentari, ma talvolta vi faceva ricorso anche durante la predicazione in chiesa. Su questa base O. sviluppava l’interpretazione del testo sacro a due livelli, corrispondenti ai due livelli platonici di realtà: la prima interpretazione è letterale, limitata all’ambito della realtà sensibile; essa ha il compito di introdurre l’esegeta all’interpretazione superiore, spirituale, corrispondente al livello della realtà intelligibile.

Il passaggio avviene mediante il metodo allegorico, già da Paolo applicato all’interpretazione cristiana dell’AT, e che O. perfezionò e applicò con metodica regolarità a tutto, o quasi, il testo biblico, non solo dell’AT ma anche del NT, sulla base di un assioma fondamentale: le realtà sensibili sono di per sé reali, ma sono anche, e soprattutto, simbolo di realtà spirituali: la manna che aveva saziato gli Israeliti nel deserto, al di là della sua materialità, prefigura il nutrimento della parola divina; le guarigioni operate da Gesù, ben reali, simboleggiano spiritualmente la guarigione dell’anima.​​ Copheleia,​​ cioè la vera utilità che il cristiano deve trarre dallo studio della Scrittura, consiste soprattutto in questa comprensione spirituale, che lo aiuta a distaccarsi progressivamente dalle realtà sensibili, per aderire sempre di più alla realtà divina, che è puro spirito.

La sintesi origeniana rappresentò qualcosa di nuovo e grande nel mondo cristiano di allora, culturalmente ancora molto arretrato. Si spiegano così da una parte la grande fortuna ch’essa ottenne in ambienti intellettualmente preparati ed esigenti, e dall’altra l’avversione che provocò in ambienti non soltanto popolari ma anche di più elevata condizione, dove però la nuova fede veniva sentita come incompatibile con la cultura greca. Di qui l’accusa ad O. di aver troppo concesso a Platone, di aver ecceduto nell’allegorizzazione del testo sacro, di aver professato dottrine pericolose (apocatastasi, preesistenza delle anime). Col tempo si allargarono consensi e dissensi, in un susseguirsi di polemiche in cui si radicalizzarono, ad opera di troppo entusiasti discepoli, vari esiti della speculazione origeniana. Di qui varie condanne, culminate in quella del Concilio Costantinopolitano del 553.

Anche se O. continuò ad essere letto e apprezzato soprattutto negli ambienti monastici d’Occidente, solo da pochi decenni è cominciata un’opera di valorizzazione e ricupero dell’autentico significato della sintesi origeniana, non tanto sul piano culturale, dove non era mai stato messo in dubbio, ma anche sul piano confessionale. Dal punto di vista che qui più immediatamente c’interessa va soprattutto rilevato che, al di là di consensi e dissensi, la C. scritturistica fu radicalmente modificata dall’opera di O. e trasferita dal piano dell’improvvisazione, anche geniale, a quello dello studio sistematico e ben fondato anche sul piano filologico, rappresentando così una conquista perenne della C. cristiana.

Bibliografia

H.​​ Crouzel,​​ Bihliographie​​ critique​​ d'Origène,​​ Steenbrugge, 1971 (supplemento 1982); P. Nantin,​​ Origene. Sa vie et​​ son​​ oeuvre,​​ Paris, 1977; M. Simonetti,​​ Origene catecheta,​​ in S. Felici (ed.).​​ Valori attuali della catechesi patristica,​​ Roma, LAS, 1979, 93-102.

Mario Simonetti

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ORIGENE​​ 

(c. 185-253)

 

Calogero Riggi

 

1. Vita di Origene

2. Opere di Origene

3. Lo stile pastorale secondo Origene

 

1.​​ Vita di origene

La biografia di O. ci è nota in gran parte per via del sesto libro della​​ Storia Ecclesiastica​​ di Eusebio e del​​ Discorso di ringraziamento​​ di Gregorio il Taumaturgo. Sono notizie fondamentalmente vere, ma da prendere con giusto beneficio d’inventario poiché, come è noto, il genere letterario antico consentiva di rappresentare il personaggio nel suo stato di compiutezza secondo gli schemi della paideia filosofica o retorica, indulgendo alla ricerca psicologica con ottica talora deformante alla luce di precomprensioni etico-religiose e dogmatico-polemiche. A maggior ragione non bisogna prestar fede alle notizie di quegli autori che combatterono l’origenismo tra il III e IV secolo, cui si oppossero​​ l’Apologià di Origene​​ scritta da Panfilo e gli interventi di Giovanni di Gerusalemme, ecc. Eppure lo storico moderno, non più ispirato ai canoni della biografia alessandrina o peripatetica ma a quelli fondati​​ sine ira et studio​​ sui documenti, non può fare a meno di ricorrere anche alle fonti antiorigeniste.

Capitò talora, come scrive Fozio​​ (Bibl. Cod. 117),​​ che chi fanaticamente si fosse messo a farne l’apologià ne facesse l’accusa​​ (sunegoria tés kategori'as);​​ ma avvenne pure, come riscontriamo in Epifanio​​ (Haer.​​ 64), che chi si fosse schierato più apertamente contro il sommo teologo in fondo poi facesse il miglior panegirico della sua santità, ammettendone l’impegno per la missione al servizio del regno di Dio; la diaconia per l’educazione dei pagani, dei catecumeni e dei fedeli, alla verità liberatrice; lo spirito di unità con la gerarchia nella comunione con i fratelli; la medesima testimonianza della Parola nella catechesi evangelizzatrice e nella predicazione liturgica, coronata dal martirio del sangue e da quello della coscienza; la dottrina mistica dei segni sacramentali, della pietà ecclesiale e dell’unione con Dio nella preghiera pura. Epifanio non nasconde la sua venerazione per questo stupendo asceta e testimone dai santi costumi, di zelo catechetico-culturale eminente per la ricostruzione dei sacri testi, di una castità selvaggia dello spirito e del corpo (che evirò letteralmente per il regno dei cieli). Fozio, pur biasimandone le dottrine come opinioni odiose dinanzi a Dio (theostugà dógmata),​​ ne esalta lo zelo per il martirio, che lo indusse a scrivere «a suo padre Leonida per incoraggiarlo alla prova della testimonianza durante le persecuzioni sotto Severo», e che lo rese promotore di tale testimonianza presso chi lo conobbe «ai tempi di Decio, a Cesarea, pervenuto forse alla gloria del martirio» (Cod​​ 117.118).

Secondo Fozio, fu soprannominato Adamanzio, uomo d’acciaio, perché avendo studiato e insegnato in ogni branca del sapere, «era capace di stringere con i suoi argomenti come con vincoli d’acciaio» (Cod​​ 118). Secondo Eusebio, fu il padre ad esercitarlo a ragionare e a convincere con gli strumenti della paideia profana e biblica; e il fanciullo, ben lungi dal mostrar ripugnanza per il travaglio mentale, doveva essere frenato nell’approfondimento di cui era insaziabilmente bramoso​​ (àgan prothumótata: HE 2,7-11). Leonida era felice di tali prodigi che compiva in lui il Signore: «Durante il sonno spesso andava da lui, gli scopriva il petto e lo baciava religiosamente (sebasmios),​​ come se di quel cuore lo Spirito Santo avesse fatto il suo santuario» (HE 2,11).

Era nato verso il 185, ai tempi dell’imperatore Commodo (180-192); visse la sua fanciullezza e adolescenza precoce sotto Settimio Severo (193-211); superando i normali livelli della maturità fisica, ebbe funzioni e mediazioni ecclesiali ai tempi di Caracalla (211217), di Eliogabalo (218-222), di Alessandro Severo (222-235), di Pupieno e dei Gordiani (238-244), di Filippo l’Arabo (244-249); terminò la sua vita di testimonianza al tempo di Decio (250-253: Decio morì lo stesso anno in cui morì Origene). Sessantasei anni di vita, che corrispondono a un periodo travagliato di storia politica, letteraria e anche filosofico-teologica. È infatti il secolo che vide il passaggio dalla cosiddetta monarchia illuminata degli Antonini alla dominazione assoluta di Diocleziano, che ebbe i suoi riflessi nella struttura ecclesiale; è pure il tempo in cui la Seconda Sofistica e il Novellismo fanno ricercare la tradizione classica come denominatore comune della nuova cultura generazionale; è soprattutto il periodo sincretistico per antonomasia delle dottrine che sfociano nel neoplatonismo, e delle religioni che si confrontano nei culti misterici dei mitrei pagani e nei didascalei teologici, ortodossi ed eterodossi. Origene supera i momenti della crisi tra il vecchio e il nuovo, e apre il periodo della lisi senza peraltro raggiungere la sintesi.

Narra Eusebio che quando Settimio Severo scatenò anche in Egitto la persecuzione, e Clemente Alessandrino fu costretto a fuggire, Origene invece fu preso dall’amore del martirio, sicché la madre ne dovette frenare lo slancio, fino al punto di nascondergli i vestiti per impedirgli di accorrere là dove venivano martirizzati, con la vergine Potamiena, il suo discepolo Basilide e suo padre Leonida. Tutta la sua vita d’allora in poi non fu che un anelito alla testimonianza del sangue. Morto il padre Leonida nel 202, accettò con gioia anche la confisca dei beni da parte degli agenti del fisco, andò incontro al bisogno di provvedere alla madre e ai fratelli più piccoli: «Messosi più di prima con impegno nella via degli studi, potè presto esercitare la professione di grammatico per sostentare la sua famiglia» (HE 2,15).

Trovò una benefattrice, che lo mise in contatto con un noto esponente dell’eresia di nome Paolo, ma egli, fedele alla regola della chiesa, non consentì di unirsi a lui nella preghiera, iniziando allora il suo itinerario di controversista fedele alla disciplina ecclesiale. Mentre era occupato nell’insegnamento, poiché vennero a mancare i catechisti «allontanati dalla minaccia della persecuzione», si offrì da laico impegnato, all’età di diciotto anni, per la «scuola di catechesi ad Alessandria»; e a lui tanti accorrevano, anche i pagani. Poi, quando il vescovo Demetrio che lo aveva fatto solo responsabile del​​ didaskaleton​​ giudicò incompatibile l’insegnamento profano con quello sacro, smise senz’altro la professione del grammatico per la diaconia della catechesi, cedendo persino «le opere antiche che aveva, benché mirabilmente copiate»​​ (HE, 3,1-8).​​ Da quel momento fu un laico impegnato nella proclamazione della Parola e nell’evangelizzazione per via dell’insegnamento catechetico.

La predicazione era già monopolio dei sacerdoti, almeno ad Alessandria; ma benché non fosse insignito del sacerdozio, i vescovi di Cesarea, di Gerusalemme e di altre città palestinesi lo invitarono a predicare alle loro comunità. Fu allora che il vescovo di Alessandria, Demetrio, deplorando il fatto, gli ordinò di tornare in sede: erano i tempi di Caracalla, che aveva chiuse le scuole e perseguitato i maestri di Alessandria. Origene tornò allora all’insegnamento catechetico, che si protrasse fino al 231, cioè fino ai tempi di Eliogabalo e di Alessandro Severo, il primo sacerdote del Sole che ammise nel senato Giulia Domna​​ mater castrorum,​​ il secondo manovrato da Giulia Mamea e da Giulia Mesa nella sua opera di riforma tollerante verso i cristiani.

Direttore della scuola catechetica di Alessandria, a un certo punto affidò ad Eracla le materie preparatorie, e si riservò la formazione superiore, trovando il tempo per seguire le lezioni di Ammonio Sacca e di viaggiare per apprendere: a Roma, in Arabia, ad Antiochia, a Cesarea, in Grecia. Secondo Eusebio, i suoi successi destarono nel suo vescovo «sentimenti troppo umani» (HE 6,6,4); ma egli continuò a evangelizzare. Quando Mamea gli mandò delle guardie del corpo per invitarlo, egli «dimorò per qualche tempo ad Antiochia, per illuminarla sulla gloria del Salvatore e sulla potenza della dottrina divina» (HE, 21,3). A Cesarea, infine, i vescovi Alessandro e Teoctisto lo ordinarono sacerdote. Demetrio lo depose dal sacerdozio in un sinodo nel 231. E Origene allora fondò una nuova scuola a Cesarea. Ne conosciamo i contenuti pedagogici e culturali dal​​ Discorso d’addio​​ di Gregorio il Taumaturgo: era una scuola evangelizzatrice propedeutica al cristianesimo, che invogliava alla metafisica per via del discernimento personale dell’educando, attraverso i contenuti della​​ egkuklios paideia,​​ con la pedagogia della ragione e dell’amore; secondo il Taumaturgo, Origene faceva leggere agli allievi tutti gli scritti degli antichi filosofi, fatta eccezione solo per quelli degli atei. Lì continuava ad essere consultato, e soprattutto predicava, sapendo unire all’abilità di adattarsi a tutti i fedeli un pluralismo ideologico liberante e umanizzante, secondo la regola della fede in dialogo sincero e convincente. Quando però scoppiò la persecuzione di Massimino Trace (235-238), intervenne per esortare al martirio il presbitero Prottetto e l’amico suo, il mecenate dotto Ambrogio, che aveva convertito dalla gnosi valentiniana.

Quando infine, dopo la pace della chiesa sotto Filippo l’Arabo (244-249), Decio ordinò a tutti i cittadini di partecipare ai sacrifizi pagani e di offrire l’incenso facendosi rilasciare un certificato, anch’egli subì il martirio; ma il giudice... si preoccupò di non togliergli la vita (Eusebio, HE 6,39,5). A causa delle torture subite, morì poco dopo a Tiro nel 253, all’età di sessantasei anni.

 

2. Opere di origene

La maggior parte degli scritti del sommo alessandrino, forse l’autore più fecondo dell’antichità, è stata perduta per la​​ damnatio memoriae,​​ perché sospettata di eresia e riprovata dai detrattori, esasperata dai suoi seguaci. Le critiche, già cominciate lui vivente, furono riprese tra la fine del III secolo e l’inizio del IV (Metodio, Pietro di Alessandria, Eustazio di Antiochia) e specie durante le lotte tra coloro che in nome suo combattevano l’antropomorfismo e lo spiritualismo alla fine del IV (Girolamo, Epifanio e Teofilo). Si parlò di una sua apostasia materiale, in quanto avrebbe preferito sacrificare agli idoli piuttosto che assoggettarsi ad atti di libidine, oltre che di un suo rifiuto di esercitare la diaconia della predicazione per obbedienza ai ministri della chiesa ufficiale (CGS 31,404409). Ma egli di fatto fu sempre il catecheta ed esegeta stimato da eretici e da pagani, che convertì o conquistò alla fede ortodossa. I malintesi crebbero nel V e VI secolo tra i monaci palestinesi; sicché Giustiniano, imperatore-teologo, Io condannò nel 543; e il concilio ecumenico V (Costantinopolitano li) ratificò la condanna nel 553, benché i Padri conciliari intendessero condannarne probabilmente solo gli errori pullulati dalle incomprensioni delle sue ipotesi teologiche. Lo stesso Epifanio lodò il suo intento e comportamento kerigmatico, che pur non comprese; nell’interpretare quindi le opere genialmente ispirate alla parresia evangelica, egli ne fraintese lo spirito, limitandosi a lodare il frutto di tante veglie e fatiche, la ricostruzione filologica della Bibbia. L’Esapla​​ era disposta in sei colonne: il testo ebraico in caratteri ebraici, greci, nelle traduzioni greche di Aquila, di Simmaco, dei Settanta, di Teodozione. Ne fece l’esegesi in​​ scoli​​ (=​​ excerpta), omilie​​ (=​​ tractatus),​​ commentari ( = volumina).​​ Ci restano: 20 omelie su Geremia e una su Samuele, in greco; 16 sulla Genesi, 13 sull’Esodo, 16 sul Levitico, 28 sui Numeri, 26 su Giosuè, 9 sui Giudici, 1 su Samuele, 9 sui Salmi, nella traduzione di Rufino; 2 sul Cantico, 9 su Isaia, 14 su Ezechiele, 39 su Luca, nella traduzione di Girolamo; parti dei commentari al Cantico, a Matteo, a Giovanni, alla Lettera ai Romani, nell’originale o in traduzioni che servono a integrare il greco perduto.

Oltre che filologo della bibbia, egli fu il primo teologo sistematore. Nel​​ Perì archón, 4​​ libri pervenutici nella traduzione di Rufino, espose le sue teorie su Dio e sul mondo, sulla libertà e sulla rivelazione.

Questi punti fondamentali del kerigma furono da lui approfonditi secondo la fede in Cristo-Verità, ma anche secondo prospettive opinabili e nei termini filosofici del III secolo:​​ en gymnasia,​​ cioè a mo’ di una filosofica ricerca che non pretendeva proclamare​​ dogmatikós​​ le ipotesi esegetiche possibili. Di qui la reazione dei contemporanei e dei posteri, che non seppero comprendere le sue suggestioni: sulla distinzione delle Persone Trinitarie (antimodaliste e antimonarchiane, antiantropomorfitiche e antifatalistiche); sulla distinzione delle creature angeliche o umane per via di una​​ materia quantitate signata,​​ solo per libera scelta caricatesi del peso corporeo; sulla distinzione dell’uomo in carne e spirito, dell’anima duplice nel dinamismo sinergico per natura e grazia ( =​​ nous​​ e​​ pnelima)',​​ sulla distinzione in Dio di giustizia e di misericordia nei rapporti con le anime, preesistenti nell’eterno progetto e chiamate tutte a restaurare l’originaria purezza.

Altre opere teologiche sono​​ La disputa con Eraclide,​​ ritrovata nel 1941 tra i papiri di Tura;​​ Sulla risurrezione,​​ di cui abbiamo solo dei frammenti; gli​​ Stromati,​​ scritto del tutto scomparso;​​ Sulla preghiera,​​ trattato che studia la preghiera in generale (c. 3-17) e il Padre nostro in particolare (c. 18-30), nonché i valori sacramentali dell’orazione celebrata col corpo e con l’anima, per opera dell’intercessione del Cristo presso il Padre, solo degno di essere pregato secondo 1 Tm 2,1​​ (énteuxis =​​ intercessione);​​ Esortazione al martirio,​​ indirizzata ad Ambrogio e Protetteto, operatori della chiesa di Cesarea durante la persecuzione di Massimino Trace, entrambi illustri per la diaconia, sul punto di essere arrestati e processati per la loro predicazione del Vangelo.

Come presbitero e teologo si fece apologeta, e scrisse il trattato​​ Contro Celso​​ per confutare il​​ Discorso vero​​ di questo avversario del cristianesimo, che non ricorreva alle solite accuse popolari ma agli argomenti dei greci sprezzatori delle favole giudaiche e cristiane. L’Alessandrino segue punto per punto gli argomenti del trattato da confutare cosicché è possibile ricostruirlo quasi integralmente;

condivide dei greci l’anelito per l’ordine, la ricerca della verità; accetta alcune loro fondamentali teorie filosofiche e strutture culturali, particolarmente il cosmopolitismo che si poteva considerare precursore dell’universalismo cristiano. Con i greci egli crede che gli astri sono esseri viventi illuminati dalla luce intellettuale (5,10), che lo Spirito è fuoco di vita e di intelligenza partecipantesi. Fa sua la dottrina platonica affermatasi con quella stoica (6,70) dell’autorità politica e sociale, unicamente fondata su quella divina cui si deve sottomissione (8,65). L’apologià del cristianesimo è intesa da lui come dialogo con i non credenti nella verità e nella carità. Molti errori contestatigli riflettono il suo sforzo di adattamento alla dottrina platonica del mondo intelligibile, a quella stoica delle ragioni seminali, al realismo aristotelico che convergeva nel medio-platonismo.

L’apologià spesso è rivolta contro il giudaismo, restio alla purificazione evangelica delle figure messianiche e ad accogliere lo Spirito di Cristo che infine farà del popolo della promessa l’Israele spirituale​​ (Homil. in Num.​​ 15). È illuminante il trattato recentemente rinvenuto a Tura su​​ La Pasqua​​ (testo critico 1984). Alla fine della lista geronimiana delle opere vi sono le​​ Lettere.​​ Ci sono pervenute intere quella indirizzata a Gregorio Taumaturgo e quella inviata a Giulio Africano. La​​ Filocalia,​​ che contiene la prima al c. 13, sintetizza il pensiero apologetico dell’Alessandrino circa la filosofia pagana da cui possiamo trarre quanto può essere utile come protrettico alla fede, secondo la tradizione veterotestamentaria che si espresse utilizzando le ricchezze d’Egitto per adattarle al culto divino. Maria, sorella di Mosè, secondo​​ l’Homil. in Num.​​ 6, è una figura del popolo giudaico lebbroso finché non sarà risanato dal Cristo, della sinagoga indegna finché non comprenderà cosa siano la circoncisione del cuore, gli azzimi della verità e della sincerità, il riscatto dal peccato e dalle prescrizioni materiali, la chiesa libera di sposare la cultura greca ovvero laica come Mosè, che si unì all’Etiope «facendo uscire Maria dal campo e dalla Tenda della Testimonianza».

 

3. Lo stile pastorale secondo origene

La figura poliedrica di Origene è stata studiata da diverse angolature: come filosofo religioso dall’Ellade sviato in terra barbarica (Porfirio), maestro impareggiabile di teologia (Panfilo), modello da imitare e talora pericolo da fuggire (Girolamo), ideale umano del mistico cristiano (Vòlker), dottore di spiritualità (Pourrat), fonte della duplice corrente ascetica bizantina e occidentale (Viller), pioniere della dottrina dei gradi nella conoscenza religiosa (Lebreton), moralista di tendenza mistica (Bardy), intellettualista religioso (de Faye), teologo dell’intelligenza (Cadiou), mistico del Logos (Balthasar e Lieske), esegeta del Verbo abbreviato nella Scrittura (de Lubac), esegeta della funzione rivelatrice del Verbo incarnato (Harl), esegeta del Dio rivelantesi al cuore dell’uomo totale (Crouzel), ecc. Cristo e il suo Spirito, vivificante e illuminante la Chiesa, furono i suoi punti di continuo riferimento, secondo la memoria costante della tradizione apostolica aperta alla profezia e alle realtà sempre nuove del tempo mutevole. Promosse su tale base la maturazione del senso ecclesiale, nello spirito dell’efficienza nella carità sentendosi mobilitato come laico e come presbitero per la valorizzazione di tutti i carismi ecclesiali comuni ai semplici e ai perfetti, fraternamente in osmosi nella​​ koinonia​​ e nella​​ diakonia​​ per il trionfo del Verbo, immerso eppure distaccato dal cosmo.

Sentì come sua missione l’interpretazione del Logos abbreviato in tutto il creato e nella Scrittura ispirata, in ogni forma di catechesi che convoca la chiesa e la realizza nel mondo, nell’omelia pastorale stimolatrice alla testimonianza delle verità essenziali che fa sentire la freschezza del vangelo liberante. Propose il cammino dell’esodo, lanciando il popolo di Dio verso le ascensioni a livello personale e sociale; restio a combattere gli avversari della regola di fede eppure impegnato a smascherare l’errore deviante dalla verità rivelata, interpretò con discernimento e con libertà la parola di Dio. Per lui il vero pastore è il Cristo, guida di ogni anima già nell’AT e pedagogo amoroso anche dei meno dotati o impegnati nel NT. I pastori della chiesa ne sono vicari, attenti al profitto delle pecorelle del gregge di Cristo.

Del suo metodo pastorale abbiamo notizia nel​​ Discorso d’addio​​ del Taumaturgo. Questi lo ricorda come modello spirituale da imitare secondo i dati della teodicea e della teologia, maestro che avvalorava la teoria con la testimonianza, esegeta del Verbo che comandò di spogliare gli Egiziani del materiale adatto ad apprestare gli arredi per il culto divino, predicatore della ricerca fondata sui sacri testi e di un impegno creativo in sinergismo orante. Metteva alle strette con la forza delle discipline ausiliarie della teologia per far trionfare le ragioni del​​ noùs,​​ e nel medesimo tempo pregava perché ottenessero da Dio luce per l’intelligenza e fuoco d’amore capace di vincere ogni resistenza. Considerò inscindibili i due momenti della​​ theoria​​ e della​​ pràxis,​​ del​​ lògos​​ e dellaphili'a​​ per via della pietà che sorregge la natura del​​ noùs​​ con la grazia dello​​ pneuma.​​ Da parte sua prevedeva i pericoli e provvedeva ad evitarli, imponendosi soltanto con il fascino dell’amorevolezza, facendosi discepolo con i discepoli dell’unico Pastore e Maestro, angelo con gli angeli custodi di ognuno, instancabili nel prevedere e nel provvedere.

Pastore per Origene è non il custode platonico reggitore politico ma l’amico e vicario del Verbo, capace di aiutare a far progredire l’immagine fino alla somiglianza: «La sua parola ci aveva trafitti a guisa d’un dardo, fin dal primo momento operava con soave grazia mista a persuasione, in tal senso quasi con forza di costrizione» (77). Rendeva partecipi «del Maestro di pietà, del Verbo salvatore», innamorando tutti di lui (81). Seminava a piene mani i semi della verità, e li innaffiava insegnando a non limitare l’indagine alla superficie (102), disciplinando gli affetti per via di una sempre maggiore presa di coscienza (117-118).

Fu così​​ uomo di chiesa,​​ prima ai tempi del​​ didaskaleìon​​ da laico o da predicatore della parola, poi a Cesarea nelle omelie che fece instancabilmente soprattutto da presbitero. Ai discepoli proponeva gradatamente le sue ipotesi teologiche; agli ascoltatori delle omelie si adattava, preoccupato di non imbarazzarli con questioni metafisiche, desideroso di sollecitarne soltanto la preghiera e la contemplazione nell’ascolto e nella meditazione, di essere nell’esegesi intermediario del Cristo: uno e molteplice, carne e spirito, anima e mente.

Si elevò sopra gli altri per questo discernimento spirituale, che mancò ai suoi sostenitori oltranzisti, causa delle condanne seriori. Pastore e mistico, non parlò mai di sé, in umiltà e in unione con lo Sposo Divino.

Non identificandosi (come i montanisti o i messaliani) al Cristo ma facendosene generatore, volle operare come la luna che trasmette i raggi solari, cosciente della relatività dell’umano insegnamento e dello spirituale progresso. Scrisse: «Vorrei essere un figlio della Chiesa, non essere conosciuto come l’iniziatore di una qualunque eresia, ma portare il nome di Cristo; desidero portarlo come benedizione sulla terra..., ho come missione l’annuncio della parola»​​ (In Lue. hom.​​ 16). È impossibile dire quanto egli abbia fecondato il pensiero cristiano, certo almeno quanto un Agostino o un Tommaso.

Il Concilio Vaticano II, rifacendosi ai grandi Padri della Chiesa (che dicendosene comunque continuatori o avversari, ne furono certo seguaci in esegesi biblica e teologia speculativa), è stato fermentato dalla parola di Origene: ogni volta, per esempio, che ha citato il passo d’un Ambrogio che lo conosceva e lo copiava originalmente, o d’un Epifanio che diceva di conoscerlo e lo combatteva copiandolo. Egli quindi continua a educare la chiesa: a sentirsi coinvolta nella situazione del mondo nell’ascolto dell’altro la cui anima partorisce parimenti ma diversamente il Cristo; a prendere coscienza dei valori dello spirito senza trascurare quelli del corpo santificato dal Cristo morto e risorto; a spiritualizzare infine questo nostro tempio del Signore perché riecheggi, sempre per via intermedia, la sua parola in relazione amorosa con lui e con i fratelli. La chiesa​​ casta meretrìx​​ è da lui sollecitata a purificarsi in tensione di epectasi verso il cielo e verso il mondo, superando le barriere tra cristiani e pagani, fedeli e infedeli, distinguendosi e non separandosi, come​​ universo nell’universo.

Questo messaggio soprattutto, ci sembra, può coinvolgere ancora nel mistero della parola il mondo, spingendolo a uscire dall’indifferenza e a entrare nella ricerca di Dio, e sollecitandolo con la voce del Vaticano II a una prassi pastorale capace di superare quella spesso esasperata da secoli in atteggiamenti illiberali.

 

Bibliografia

La bibliografia su Origene è immensa, cf. Crouzel H.,​​ Bibliographie critique d’Origène,​​ La Haye-Steenbrugge 1971. 1980. 1982. Di facile consultazione il testo edito da Ch. Delarue e pubblicato dal Migne, PC 11-17; più curata l’edizione di CGS in 12 volumi.

Di particolare utilità pastorale gli studi di Crouzel H.,​​ Théologie de l’image de Dieu chez Origene,​​ Aubier, Parigi 1951; Balthasar H. U. von,​​ Parole et mystère chez Origene,​​ Éd. du Cerf, Parigi 1957.

 

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