MENTALITÀ DI FEDE

 

MENTALITÀ DI FEDE

Nella riflessione teologica è comune la distinzione tra la fede come “atto” di adesione personale (= fides qua creditur), come “contenuto” dell’adesione stessa (= fides quae creditur) e come “virtù infusa” (= capacità di compiere atti di fede). Negli anni ’70 in ambito cat. si è cominciato a parlare di fede come “mentalità”, come adesione personale che supera non soltanto la fede creduta, ma anche la fede occasionale ed episodica, per diventare atteggiamento costante e coerente che informa e unifica il pensiero e l’azione di una persona (→ mentalità e C.).

1.​​ Il documento dei vescovi italiani​​ Il rinnovamento della catechesi​​ ha accettato questa terminologia, affermando che la C. ha il compito specifico di “educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede” (RdC 38).

2.​​ Secondo il RdC, gli elementi costitutivi della MdF sono i seguenti:

a)​​ Una conoscenza sempre più profonda e personale del messaggio cristiano (39-41) che eviti il pericolo dell’astrattismo e del nozionismo, per diventare “valore e motivo ispiratore di tutta la vita cristiana” (40).

b)​​ Una iniziazione alla vita ecclesiale (42-48) sperimentata concretamente come comunità di fede (43), di culto (44-46) e di carità (47-48).

c)​​ Una mentalità profondamente universale (49-51), aperta al dialogo e al confronto non soltanto con i cristiani di altre confessioni, ma anche con i credenti di altre religioni e con i non credenti.

d)​​ Una forte integrazione tra fede e vita (52-55) non soltanto nelle “situazioni più impegnative della vita”, ma anche nel vissuto di ogni giorno.

3.​​ Nella letteratura cat. corrente, anziché di MdF si preferisce parlare di → “maturità di fede”, “fede adulta”, “fede vissuta” (cf DCG, EN, CT, passim). Tutte espressioni che, pur con accentuazioni diverse, vogliono indicare la stessa realtà: una fede che non si riduca ad elemento marginale ma che diventi tratto centrale e portante della personalità, sia sul piano conoscitivo che su quello affettivo e comportamentale.

4.​​ Sul piano operativo, riconoscere alla C. il compito di “guidare e nutrire la mentalità di fede” (RdC 38) o, come si preferisce dire oggi, “la maturità della fede”, significa tra l’altro:

— integrare la finalità specifica della C. come “insegnamento” (RdC 39; CT 20) in un compito più ampio di “iniziazione” alle diverse forme di vita cristiana ed ecclesiale, e quindi di “catechesi in senso largo” (CT 39), cioè di vera e propria “educazione”, con tutto ciò che una tale dimensione pedagogica comporta (cf RdC 134-141; DCG​​ 7897;​​ CT 35-45);

— considerare la MdF come un processo dinamico di crescita verso il traguardo di una maturità mai pienamente raggiunta (RdC​​ 3638),​​ per cui tutti i credenti hanno bisogno di essere continuamente catechizzati, anzi “evangelizzati” (EN 58);

— rispettare le diverse situazioni di partenza, i diversi condizionamenti psico-socio-culturali e i diversi ritmi di crescita di ciascun fedele e di ciascun gruppo con il necessario adattamento degli obiettivi, dei contenuti e dei metodi (RdC 74-80; EN 40-58; CT​​ 5159).

Bibliografia

E. Alberich,​​ Catechesi e prassi ecclesiale,​​ Leumann-Torino, LDC, 1982: cap. 4​​ La catechesi, educazione della fede,​​ 90-131; J. Alfaro,​​ Atteggiamenti fondamentali dell’esistenza cristiana,​​ in Id.,​​ Cristologia e antropologia,​​ Assisi, Cittadella, 1973; F. Coudreau,​​ Si può insegnare la fede?,​​ Leumann-Torino, LDC, 1972; G. Groppo,​​ Educazione cristiana e catechesi,​​ ivi, 1972;​​ Inculturazione'. concetti, problemi, orientamenti,​​ Roma, Centro Ignaziano di spiritualità, 1978; G. C. Milanesi,​​ Integrazione tra fede e cultura, problema centrale della pastorale catechetica,​​ in In.,​​ Ricerche di psico-sociologia religiosa,​​ Zürich, PAS-Verlag, 1970; G. C. Negri,​​ Catechesi e mentalità di fede,​​ Leumann-Torino, LDC, 1976.

Luciano Borello

MERZ Ivan

Nacque il 16-12-1896 a Banja Luka, nella regione croata della Bosnia (oggi in Jugoslavia). Morì a Zagreb il 10-5-1928. Fece gli studi ginnasiali nella città natale. Dopo l’esperienza atroce della prima guerra mondiale che lo portò a una completa conversione al cattolicesimo, riprese gli studi di letteratura a Vienna (1919-1920) e a Parigi (1920-1922). Dal 1922 al 1928 fu professore di lingua e letteratura francese nel ginnasio arcivescovile di Zagreb.

Contemporaneamente divenne uno dei principali leader della gioventù cattolica croata nell’organizzazione dell’Azione Cattolica chiamata “Aquile” (Orlovi) a cui diede il programma espresso nello slogan “Sacrificio-Eucaristia-Apostolato”. Morì in concetto di santità offrendo a Dio la vita per la gioventù croata. Il processo per la sua beatificazione fu aperto nel 1958.

L’idea fondamentale che visse da laico consacrato col voto di perpetua castità e da intellettuale cattolico, e che inculcò in migliaia di giovani croati, fu l’indiscussa fedeltà e amore alla Chiesa gerarchica e soprattutto al Papa come Vicario di Cristo. Inoltre fu uno dei principali promotori del rinnovamento liturgico ed eucaristico. Sia col suo esempio, sia col suo lavoro apostolico e i suoi numerosi scritti in campo educativo realizzò grandi successi formando migliaia di giovani nel vero spirito cattolico e nei principi morali cristiani. La sua più vicina collaboratrice, Marica Stankovic, realizzò la sua idea fondando dopo la sua morte l’istituto secolare delle Collaboratrici di Cristo Re. Dopo la morte i vescovi lo proposero alla gioventù come modello di vita cristiana. Nella nuova organizzazione giovanile “Kriiari” (1930-1945) che fu la più forte e più diffusa organizzazione cattolica della gioventù croata, i giovani presero la sua personalità come programma di vita e di azione. Dal 1978, sull’esempio di Merz e sulla traccia del suo amore e fedeltà verso Roma e il Papa, ogni anno si organizza un pellegrinaggio di giovani croati a Roma, che raduna sempre un gran numero di partecipanti.

Bibliografia

1.​​ I suoi​​ scritti​​ in prevalenza in croato formano circa tremila pagine di cui una parte non è ancora pubblicata. Sono:​​ Diario​​ (800 pp.) pubblicato in parte. Tesi di laurea in francese:​​ L’influsso della liturgia sugli scrittori francesi​​ (380 pp.) Numerosi articoli, studi, saggi, pubblicati in varie riviste, alcuni libretti. Insieme con i manoscritti trattano i seguenti temi: la critica letteraria, la liturgia, le organizzazioni cattoliche, l’Azione Cattolica, Roma e il Papato, Lourdes, le questioni morali, l’educazione fisica, temi vari. La bibliografia completa delle opere pubblicate si trova nel volume​​ Scritti scelti di Ivan Merz – “Put k Suncu” (La strada verso il Sole), Zagreb, 1978.

2.​​ Le opere su di lui,​​ cinque biografie in croato tra cui le principali: D. Kniewald,​​ Ivan Merz zivot i djelovanje​​ (I. M. – Vita e opera), Zagreb, 1932; J. Vrbanek,​​ Ivan Merz – Vitez Kristov​​ (I. M. – Il cavaliere di Cristo), Zagreb, 1943; B. Nagy,​​ Borac s bijelih planine​​ (Combattente dalle montagne bianche), Zagreb, 1971. Due tesi di laurea: M. Skarica,​​ Ivan Merz – promotore del movimento liturgico,​​ Roma, Pont. Istituto liturgico, 1975; B. Nagy,​​ Ivan Merz, uomo di fede ed educatore alla fede,​​ Roma, Pont. Università Salesiana, 1978. Oltre queste opere, ci sono numerosi scritti, articoli, studi, saggi su di lui, tra cui menzioniamo due raccolte:​​ Ivan Merz – Bozje covjek Hrvatske​​ (I. M. – L’uomo di Dio della Croazia), Zagreb, 1938;​​ Atti del Simposio su Ivan Merz​​ in occasione del 50° anniversario della morte, Zagreb, 1978-1979.

Bozidar Nagy

MESSA (fanciulli)

La messa, azione liturgica per comunità di adulti, ha sempre posto problemi per la partecipazione dei F.; nei decenni precedenti la riforma si è risposto con le “messe dei F.”, che riunivano la popolazione infantile della parrocchia o i frequentatori dell’oratorio per interessarli con varie forme espressive e oranti. Spesso il collegamento con la liturgia, celebrata in latino dal prete, era molto tenue e di fatto si costruivano “paraliturgie” sovrapposte alla celebrazione ufficiale. Dialoghi, cori parlati, recitazione di formule, spiegazioni cat. attivavano i F. presenti, spesso senza iniziare alla liturgia e a volte infantilizzando la presentazione del mistero eucaristico.

Con la riforma liturgica ha avuto inizio una fase decisamente nuova, sia per le possibilità di comprensione dei segni sia per le preoccupazioni pastorali ed educative. La Santa Sede ha manifestato queste e ha cercato di facilitare quella, a proposito dei F., con un​​ Directorium de Missis cum pueris​​ (1-11-1973), edito dalla CEI con il titolo di​​ Direitorio per le messe dei fanciulli​​ (15-12-1976) e con il libro liturgico​​ La Messa dei fanciulli,​​ Roma, 1976. Due motivi vengono esplicitati: “Il pericolo del danno spirituale se nei loro rapporti con la Chiesa i F. sono costretti a fare per anni ripetute ed identiche esperienze di cose che ben difficilmente riescono a comprendere”; “La profonda influenza formativa esercitata dall’esperienza religiosa dell’infanzia e della prima fanciullezza, dimostrata da recenti studi psicologici” (n. 2). Il Direttorie, le norme e le proposte per la messa dei F. sono presentati come “una specie di supplemento a Principi e Norme per l’uso del Messale Romano” (n. 4), in modo da operare quegli adattamenti che favoriscano la partecipazione attiva e consapevole dei F. alla messa, così da rendere più efficace una vera iniziazione cristiana.

Il principio fondamentale che guida le premure pastorali e le forme espressive è quello dell’assemblea come soggetto celebrante, per cui non può tollerarsi la situazione di membri che si sentano sistematicamente trascurati “perché incapaci di comprendere la celebrazione e di partecipare a quanto in essa si dice e si fa” (n. 17). Il Direttorio considera il caso di “messe per adulti, presenti anche i F.” (cap. 2), nelle quali “almeno si deve tener conto in qualche modo della loro presenza, come rivolgendosi ad essi nelle monizioni e in qualche parte dell’omelia” (n. 17) e “affidare ai F. alcuni uffici e servizi” (n. 18); e quello di “messe per F. con la partecipazione di alcuni adulti” (cap. 3), con adattamenti più accentuati ma con lo scopo “di condurre e guidare i F. alle Messe degli adulti, e specialmente a quelle a cui è tenuta a partecipare l’assemblea cristiana nei giorni festivi” (n. 21). Gli adattamenti quindi saranno progettati perché i F. si sentano considerati soggetti attivi e responsabili della celebrazione, anche se questa conserva aspetti, momenti, modi che esulano dalla loro capacità di comprensione e di partecipazione, ma che diverranno progressivamente significativi e partecipabili come lo sono attualmente per gli adulti. Questi infatti non sono presenti come cornice dell’assemblea o con compiti di sorveglianza, bensì come soggetti che partecipano consapevolmente, danno la testimonianza del valore che per cristiani adulti ha la parola di Dio e l’eucaristia, “uniti nella preghiera partecipano con i F. alla Messa, e per quanto necessario, prestano ad essi il loro aiuto” (n. 24).

La preoccupazione che la messa adattata per i F. sia un momento della loro iniziazione cristiana, e più particolarmente della iniziazione a percepire il mistero cristiano nelle forme sacramentali e a viverne le implicazioni nella vita, è presente nel cap. 1: “Come guidare i F. verso la celebrazione eucaristica”. “L’esperienza concreta di quei valori umani che sono sottesi alla celebrazione eucaristica” (n. 9), la collaborazione con la famiglia che fin dai teneri anni insegna a prendere parte alle azioni liturgiche (n. 10), la testimonianza delle comunità cristiane che danno senso vitale alle celebrazioni (n. 11), una C. eucaristica adeguata basata sulle preghiere eucaristiche (n. 12), le varie celebrazioni cat. (n. 13) e di parola di Dio (n. 14) che conducono a cogliere i significati di gesti e tempi liturgici sono le modalità che favoriscono la formazione liturgica ed eucaristica dei fanciulli, con il costante obiettivo di “portarli a fare della loro vita quotidiana una risposta sempre più autentica al vangelo” (n. 15).

Per favorire la partecipazione, in modo che non rimanga solo esteriore, il Direttorio consiglia di valorizzare adeguatamente le forme espressive (il canto e la musica, nn. 30-32; i gesti, nn. 33-34; gli elementi visivi, nn. 35-36; il silenzio; il dialogo nell’omelia, n. 48, che può essere tenuta anche da un laico, n. 24), di dividere compiti e servizi fra i F. (n. 22), di usare forme di adattamento per semplificare e rendere più comprensibili alcuni riti e alcune formule (nn. 40-54). Data l’importanza che ha la “preghiera eucaristica” per esprimere ciò che avviene nell’eucaristia, la S. Congregazione ha proposto tre schemi in latino in base ai quali ogni Conferenza episcopale ha steso tre formule di tale preghiera. Esse dovrebbero divenire punti di riferimento anche per la C. in vista di familiarizzare i F. con espressioni, immagini, categorie che poi troveranno anche nelle preghiere eucaristiche usate nelle messe per adulti.

Bibliografia

1.​​ Sul Direttorio, la messa e le preghiere eucaristiche si vedano:

A. Haquin,​​ Le Directoire romain pour les messes d'enfants,​​ in “La Maison-Dieu” 30 (1974) 119,​​ 112123;​​ Fanciulli e liturgia,​​ in “Rivista liturgica” 61 (1974) n. 5 (M. Aletti, B. Fischer, M. Filippi, W. Ruspi);​​ La liturgia preghiera cristiana. Celebrazione eucaristica con fanciulli,​​ ibid. 65 (1978) n. 2 (M. Paternoster, D. Sartore, E. Mazza); E. Mazza,​​ Le Preghiere eucaristiche per le Messe con i fanciulli: un caso di creatività liturgica,​​ ibid. 69 (1982)​​ 633657;​​ Iniziazione dei fanciulli all'eucaristia,​​ in “Rivista di pastorale liturgica” 12 (1974) n. 64 (E. Lodi, M. Gandelli, F. Rainoldi); E. Lodi,​​ Tre nuove preghiere eucaristiche per le “Messe con bambini”, in “Rivista di pastorale liturgica” 13 (1975) 71, 26-35;​​ Il “Messale dei fanciulli”,​​ ibid. 15 (1977) n. 82 (E. Lodi, E. Mazza); M. Filippi,​​ Le nuove preghiere eucaristiche per le Messe con i fanciulli,​​ in “Catechesi” 46 (1977) 7, 42-52.

2.​​ Per una visione d’insieme

E. Mazza,​​ Fanciulli,​​ in​​ Nuovo Dizionario di Liturgia,​​ Roma, Ed. Paoline, 1984, 536-543.

3.​​ Proposte operative

L. Guglielmoni,​​ Viviamo la Messa. Orientamenti per la celebrazione e la catechesi, con particolare riferimento ai fanciulli, ai ragazzi, ai giovani,​​ Leumann-Torino, LDC, 1983; G. Spaggiari,​​ Celebrare l'eucaristia con i fanciulli,​​ Bologna, EDB, 1966.

Luigi Della Torre

MESSA (giovani)

Il problema di come presentare la messa ai giovani è stato lucidamente esposto da K. Rahner in una conferenza agli “assistenti giovanili» (Vienna, 1-5-1957; «Santa messa e ascetica giovanile”, in​​ Missione e grazia.​​ Saggi di teologia pastorale, Roma, Ed. Paoline, 1964, 221-290). Partendo dalla constatazione che “la messa è una realtà complessa e pluridimensionale” (“un mistero vasto e sconfinato al pari di tutta l’economia salvifica e di tutta la verità rivelata”) e dalla osservazione che “certi fenomeni e certi atteggiamenti religiosi hanno il loro giusto e appropriato posto in una determinata fase della vita mentre non lo hanno in un’altra” (p. 242), egli si domanda come i giovani capiscano la messa alla loro età perché “la messa possa essere davvero la concretizzazione sacramentale di ciò che realmente pulsa nella loro vita” (p. 249). Esaminando “l’interpretazione della messa a cui la gioventù va educata, e la specifica ascesi a cui va abituata in ordine ad essa” egli afferma: “Per i giovani la messa rappresenterà piuttosto la festa pasquale della cristianità, il solenne banchetto della nuova ed eterna alleanza, il grande sacramento dell’azione di grazie che convoglia tutta la creazione in un inno di lode a Dio. Sarà per loro la festa fraterna della comunità, l’agape dell’amicizia e dell’unità con il Signore vittorioso, il patto di eterna alleanza che attesterà la fedeltà di Dio nei nostri riguardi e la nostra fedeltà verso di lui” (p. 255).

La riforma liturgica facilitava la percezione di questi aspetti attraverso la celebrazione dell’eucaristia, ma il periodo successivo ha conosciuto un approccio dei giovani alla messa più nelle forme partecipative esteriori che nella valorizzazione dei contenuti teologali dell’eucaristia. Le “messe dei giovani”, negli anni del postconcilio e della contestazione giovanile, pretendevano dare concretezza ad asseriti principi della riforma quali: l’assemblea soggetto della celebrazione, la partecipazione attiva includente una qualche spontaneità, la pluralità di forme espressive secondo la varietà delle culture, il rapporto fra comunità di vita e assemblea celebrante. Le comunità giovanili, allora in germinazione alternativa rispetto alle strutture tradizionali, pensavano di poter e dover avere, e quindi creare, forme liturgiche adeguate alla loro sensibilità, senza eccessiva attenzione ai dati della tradizione e ai contenuti teologici. Il fenomeno fu guidato con una “istruzione sulle messe dei gruppi particolari»​​ (15-51969)​​ e con interventi di vari vescovi (per l’Italia si vedano le disposizioni di Trento, Verona, Torino, Siracusa, Brescia, Mantova, Reggio Emilia in “Rivista Liturgica” 56 [1969] 442-458), ma di fatto si manifestò nella produzione e nell’uso di nuovi canti, nella politicizzazione delle intenzioni di preghiera, nella valorizzazione di elementi partecipativi periferici, e non portò a un approfondimento teologico di ciò che nella parola di Dio e nell’eucaristia può corrispondere alle esigenze esistenziali e formative dei giovani.

Caduta la tensione di quel periodo è ora necessario riprendere il discorso secondo l’impostazione data da K. Rahner, pur tenendo conto della grande importanza che riveste il fattore espressivo per l’educazione giovanile e per la partecipazione dei gruppi giovanili. I due aspetti, teologico e rituale, si uniscono nella messa vista come momento istituzionale e comunitario, proposta della Chiesa che vi manifesta la perenne identità ed espressione dell’assemblea concreta che vi partecipa secondo le sue esigenze e caratteristiche locali. Pur con le aspirazioni e i bisogni personali da soddisfare, il giovane avverte i problemi di convivenza con gli altri e le condizioni istituzionalizzate del vivere sociale, e pertanto i suoi atteggiamenti nei confronti della messa saranno determinati anche dal modo di inserimento ecclesiale e di percezione del fatto rituale.

Secolarizzazione antirituale e contestazione anti-istituzionale non sono più caratteristiche estese a tutto il mondo giovanile, poiché si conoscono accettazioni anche acritiche di forme associative fortemente formalizzate e di espressioni rituali rigidamente formalizzate. Nell’uno e nell’altro caso è importante, in vista della maturazione, far cogliere nella messa gli elementi dell’autentica tradizione ecclesiale, con le loro radici bibliche e le loro risonanze spirituali (→ eucaristia), e comprendere le modalità espressive e le amplificazioni teologiche dovute alle diverse culture religiose in cui la tradizione si è incarnata. Questa opera, da svolgersi in rapporto a situazioni personali e comunitarie concrete in modo da risultare esistenzialmente significative, conduce a una assimilazione vitale dei valori perenni della messa e apre gli spazi a una autentica creatività espressiva, sia di tipo collettivo (canti, modalità partecipative, elementi rituali integrativi), sia di tipo individuale (interventi di parola e preghiere). La proposta pastorale saprà offrire esperienze differenziate di celebrazione, da quelle specifiche di gruppi giovanili a quelle di assemblee domenicali parrocchiali, nelle quali saltuariamente compiere servizi.

Inoltre le varie attività formative dovranno curare l’integrazione della fede nella vita, passando anche attraverso i segni e i messaggi della messa considerati sotto il profilo cristologico, dato che il Cristo pasquale dell’eucaristia rimanda, anche attraverso la parola biblica letta e interpretata, al Gesù storico e al progetto vitale da lui proposto. “Se il nostro progetto di pastorale giovanile non fosse stato orientato a fare incontrare Gesù Cristo, non avrebbe ragione d’essere” (R. Tonelli,​​ Pastorale giovanile oggi,​​ Roma, LAS, 1977, 265); questa affermazione vale anche per ogni iniziativa tendente a far comprendere e partecipare la messa ai giovani.

Bibliografia

AGESCI,​​ Progetto unitario di catechesi,​​ Milano, Ancora, 1983 (il cap. 2 sull’”iniziazione cristiana: la proposta della Chiesa”, 37-60); L. Della Torre,​​ La celebrazione della liturgia nei gruppi giovanili,​​ nel vol.​​ Rinnovamento di fede e problemi giovanili,​​ Torino, Gribaudi, 1973; In. – G. Stefani,​​ La messa per le comunità giovanili,​​ Brescia, Queriniana, 1968; L. Guglielmoni,​​ Viviamo la Messa. Orientamenti per la celebrazione e la catechesi, con particolare riferimento ai fanciulli, ai ragazzi e ai giovani,​​ Leumann-Torino, LDC, 1983;​​ La “Messa dei giovani”,​​ in «Rivista liturgica» 56 (1969) n. 3-4; H.​​ Lombaerts,​​ La symholisation religieuse dans une messe de feunes,​​ in «Lumen Vitae” 35 (1980) 93-118; W. Ruspi,​​ Giovani,​​ in​​ Muovo Dizionario di Liturgia,​​ Roma, Ed. Paoline, 1984, 642-651; G. Venturi,​​ Gruppi particolari,​​ ibid., 651-662; L. Zenetti,​​ I giovani rinnovano la liturgia,​​ Leumann-Torino, LDC, 1971 (opera edita in Germania, 1969, e che documenta esperienze in ambienti giovanili tedeschi).

Luigi Della Torre

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