MATRIMONIO

 

MATRIMONIO

I.​​ Il sacramento del matrimonio

1.​​ “I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del M. (...) hanno nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Da questo matrimonio procede la famiglia» (LG 11).

Il M. è uno​​ stato di vita​​ che: — specifica in modo peculiare la vocazione e consacrazione battesimale, — designa più propriamente il mandato della confermazione, — attualizza nell’atto umano di darsi e riceversi per un’intima comunione di vita e di amore l’alleanza pasquale e la comunione eucaristica, — ed è sottoposto alla chiamata universale alla santità. E poiché gli sposi hanno un proprio dono (carisma) in mezzo al popolo di Dio,​​ nell’ordine​​ in cui sono costituiti per sacramento, la Chiesa li riconosce portatori di un​​ ministero coniugale e familiare​​ per la edificazione e dilatazione della famiglia di Dio. Ministero nella Chiesa e con essa per il regno.

2.​​ Oggi, più che in passato, emerge con forza che “la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare” (GS 47). Ora il patto coniugale è atto umano di libero e irrevocabile consenso all’unità, fedeltà, fecondità e indissolubilità. Ma questo atto umano di alleanza fra un uomo e una donnaalleanza che di natura sua impegna, nell’amore e per amore, tutta l’esistenza — obbedisce a un progetto che ha Dio come autore e al tempo stesso è situato nel tempo (storia) e in condizioni ambientali e culturali (inculturazione) in continuo mutamento ed evoluzione. Non per tutti gli uomini e le donne il tempo, l’ambiente, la cultura, le situazioni socio-economiche, favoriscono la serenità, la stabilità del loro amore coniugale e della loro vita familiare. Al contrario, per molti si crea uno scarto considerevole fra le loro attese e la reale vita quotidiana, fra i loro progetti e la personale capacità di attuarli nella pazienza e nel sacrificio. E tutto ciò porta una spinta destabilizzante e di permanente conflittualità interna. La stessa domanda del sacramento del M. alla Chiesa si presenta problematica per un ulteriore divario fra la religiosità dei nubendi e la fede della Chiesa; fra la loro immagine di M. e la dottrina della Chiesa.

3.​​ Per queste considerazioni, affermiamo che l’attenzione ad una evangelizzazione e promozione umana del M. è contemporanea. Nel passato si era più attenti alla verifica della validità del consenso e alla conoscenza della dottrina cristiana nella sua forma più generale per quanto riguarda i “fini” del matrimonio. Una C. vera e propria come “eco gioiosa” dell’annuncio di Gesù sul M., come Vangelo del M., è recente, ha pochi anni di esperienza; non è universalmente diffusa, non ha ancora il sapore e la tradizione dell’ecclesialità. È ancor troppo legata a persone e movimenti (perciò carismatica), e condizionata da ritardi teologici, strutturali e pastorali.

4.​​ Dal Concilio Vaticano Il ad oggi, questa C. si è sviluppata su quattro piste: biblica, ecclesiologica, liturgica, antropologica. Ovviamente con interferenze, e non così marcatamente definite. I più accorti riconoscono subito che si ispirano alle quattro costituzioni conciliari: DV, LG, SC, GS. Pertanto le C. hanno seguito la priorità e predominanza che nelle singole Chiese locali o in una associazione ha avuto una costituzione o l’altra. Là dove la riscoperta della Scrittura è stata prioritaria ed è diventata fonte quasi esclusiva del sapere cat., la C. si è sviluppata intorno alle categorie alleanza, amore, nuzialità, come parabola della storia della salvezza. E anche su alcuni libri privilegiati: Genesi, Cantico, Tobia, Osea, Efesini, 1 Corinzi, Colossesi. C. più di annuncio e mistagogica che comportamentale, più sull’amore che sulla realtà familiare.

La pista ecclesiologica si è sviluppata dove forte è stata la presa di coscienza della Chiesa locale e dove lo studio della LG è stato più accurato. La C. ha illuminato lo stato di vita matrimoniale, la chiesa domestica, la chiamata alla santità, il ministero coniugale e familiare nella Chiesa.

La terza pista, quella liturgica, ha delineato con più intensità l’itinerario dell’iniziazione cristiana che porta ad un sacramento ministeriale quale il M. Si è sviluppata partendo dal rito, ha posto l’accento sulla C. prenuziale e sulla celebrazione, ha illuminato il rapporto eucaristia-M., M. e mistero pasquale. La quarta pista, quella antropologica, si è sviluppata in quei territori e in quelle Chiese dove l’attenzione ai problemi esistenziali della popolazione e alla secolarizzazione è stata predominante. La GS forniva il contenuto, ma la C. in senso stretto si è mescolata all’informazione degli esperti nelle varie discipline e al racconto delle esperienze.

5.​​ Oggi è forse il tempo dell’integrazione di queste quattro piste e di sintesi. È il tempo di ritrovare anche per la C. sul M. e la famiglia la centralità di Cristo, e in lui, la rivelazione trinitaria della vita umana di relazione, nell’amore coniugale e familiare. In questa prospettiva, le “16 tesi cristologiche” di P. Martelet, presentate dalla Commissione teologica internazionale (1978) unitamente alle loro 5 proposizioni sulla dottrina cristiana del M., costituiscono un validissimo contributo per questa nuova C. Infatti il sacramento del M. del quale la Chiesa è testimone, al quale educa e che permette di ricevere, non è realmente vivibile che in una continua conversione degli sposi alla persona di Cristo, perché mai il M. cristiano è isolabile dal suo mistero.

6.​​ Un contributo prezioso alla C. sul M. viene anche dall’ecumenismo. Proprio dalla riflessione barthiana viene la sollecitazione a sviluppare il concetto di M. come vocazione, come chiamata a obbedire al comando del Signore. Così da Bonhoeffer il richiamo alla creaturalità del M., a non farne un idolo. Dall’esperienza ortodossa traiamo una C. più attenta all’intervento dello Spirito nelle nozze, all’iniziativa divina e al senso della regalità.

7.​​ Ripartire dagli ultimi e dai loro valori, vale anche per il M.

II.​​ Catechesi prenuziale

1.​​ È opportuno distinguere la C.​​ prenuziale​​ dalla​​ preparazione alla vita coniugale e alla famiglia.​​ Questa seconda si rende sempre più urgente e fondamentale ai nostri giorni; va attuata come un percorso educativo graduale, progressivo e continuativo (remota, prossima, immediata). Ha come​​ obiettivi​​ la formazione integrale della persona: la sua maturità affettiva e sessuale, la capacità di stabilire rapporti interpersonali a livelli profondi e duraturi, la conoscenza degli impegni e delle responsabilità in quanto coniugi e genitori. In modo peculiare l’educazione all’amore esige di divenire il contenuto permanente e il significato ultimo dell’opera educativa. Certamente questa preparazione deve prevedere anche la C., ma non si identifica con essa. Così la C. prenuziale comporta a monte una preparazione più ampia che tenga conto dei​​ bisogni personali​​ dei giovani a cui è rivolta, e promuova la crescita armoniosa di tutto il loro essere. Gli​​ strumenti​​ più diffusi: corsi consultoriali, corsi base, corsi residenziali, seminari, mass-media.

2.​​ La C. prenuziale​​ è compito strettamente​​ ecclesiale.​​ La sua​​ obbligatorietà​​ è da riferirsi prioritariamente alla Chiesa locale nei confronti dei nubendi. Va inquadrata in piani pastorali più ampi quali “evangelizzazione e sacramenti”, “evangelizzazione e promozione umana”, “evangelizzazione comunione e comunità”. Non può prescindere dal RdC, dal RICA e dalle “Premesse” del nuovo​​ Rito del Matrimonio.​​ Va integrata con gli itinerari ordinari di C. giovanile e degli adulti, organicamente inserita nelle altre esperienze di​​ formazione permanente​​ dei giovani e degli sposi. Deve risultare servizio responsabile di tutta una Chiesa, che agisce con carattere di​​ sussidiarietà,​​ a partire dall’Ufficio diocesano famiglia, per integrare parrocchie e zone quando non siano in grado di operare al riguardo. È un’eresia pastorale considerare la C. prenuziale come qualcosa di straordinario, carismatica, a discrezione di persone, associazioni e movimenti.​​ Gli animatori di questa C.i​​ a partire dal vescovo, primo responsabile (vedi CIC 1063; FC 73), seguono i presbiteri, i diaconi, le religiose, gli stessi sposi e i laici con le loro competenze. La partecipazione e il coinvolgimento degli sposi, per il loro specifico ministero, è irrinunciabile.

I luoghi​​ di questa C.:​​ le case​​ degli stessi nubendi, o di altre famiglie ospitali, costituiscono un luogo naturale da riscoprire. Poi anche la casa del sacerdote o le opere parrocchiali.

I tempi:​​ occorre preventivare sempre​​ tempi lunghi,​​ specie se si tratta di “itinerari di fede”. È da superare decisamente lo schema dei “tre incontri”. Sono da prendersi in considerazione i​​ tempi forti​​ dell’anno liturgico. Mentre i​​ corsi di preparazione​​ vanno fatti prima delle “pubblicazioni”​​ per aiutare i fidanzati a chiarire la propria vocazione coniugale e a rettamente motivare la domanda alla Chiesa, la C. dovrebbe seguire il rito delle pubblicazioni, come presentazione dei nubendi alla comunità e come loro richiesta del sacramento.

Quanto ai​​ contenuti,​​ la stessa presentazione dei certificati di battesimo e confermazione diventa argomento iniziale che porta alla​​ “rinnovazione delle promesse battesimali”,​​ alla invocazione dello Spirito. Tenendo conto della condizione secolarizzata della maggior parte dei giovani fidanzati, occorre rendere prioritaria l’evangelizzazione,​​ la fede in Cristo Gesù e nell’evento della Pasqua; poi la mentalità di fede riguardo all’amore coniugale, al patto nuziale e al progetto di Dio sul M. e la famiglia.

Il metodo,​​ non la conferenza o lezione cattedratica; ma possibilmente una presentazione dialogata e partecipata delle verità da credere. Ideale è il piccolo gruppo dove sono presenti: sacerdote, sposi e fidanzati. Ci sia sempre​​ Vascolto​​ della Parola, la risposta pregata, il riferimento alla liturgia. Ci si preoccupi di instaurare un clima di​​ accoglienza,​​ di simpatia che apra a rapporti amicali fra i partecipanti.

Bibliografia

CEI,​​ Evangelizzazione e sacramento del matrimonio,​​ Roma, 1975; Commissione Teologica Internazionale,​​ Teologia del matrimonio,​​ Bologna, EDB, 1978; P. Dacquino,​​ Storia del matrimonio cristiano,​​ Leumann-Torino, LDC, 1984; M. Da Crispiero,​​ Il matrimonio cristiano,​​ Torino, Marietti, 1976;​​ La Familiaris consortio,​​ Città del Vaticano, LEV, 1982;​​ I fidanzati nella comunità cristiana,​​ Roma, AVE, 1972; Giovanni Paolo II,​​ Familiaris consortio,​​ Roma. 1981;​​ Il Matrimonio cristiano,​​ Leumann-Torino, LDC, 1978.

Gianfranco Pregni

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MATRIMONIO​​ 

Nella sua prospettiva globale il m. viene generalmente considerato sia come​​ istituzione​​ che come​​ processo.

1.​​ Il m. in quanto istituzione.​​ Rappresenta quell’atto con cui viene legittimata l’unione coniugale permanente di due partner di sesso diverso, celebrata da un’autorità rappresentativa dell’organizzazione sociale dei due soggetti che lo contraggono, la quale convalida la reciproca volontà delle parti e attribuisce a ciascuno dei due coniugi uno status (quello matrimoniale) e dei ruoli precisi. Tale atto si formalizza e si esprime visibilmente in un rito (civile o religioso) a seconda del tipo di autorità (civile o religiosa) davanti alla quale esso viene celebrato. È un atto che si completa nel momento stesso in cui si svolge senza la necessità di un perfezionamento successivo. Esso produce degli​​ effetti​​ concreti che sono determinati in base agli ordinamenti legislativi dei singoli Paesi. Il m. quindi costituisce la base giuridica della​​ ​​ famiglia dando fondamento istituzionale (sociale e visibile) ad un sistema di relazioni (familiari) da cui derivano diritti e doveri sia rispetto ai singoli che lo contraggono, sia rispetto alla società che lo ratifica. In particolare esso regola le relazioni dei coniugi, il dovere di tutela dei figli e il processo della successione ereditaria. Tali prerogative richiedono perciò che le unioni siano durature, stabili e fondate su un contratto di sostegno reciproco. Non si tratta quindi di un affare semplicemente privato o individuale, ma sociale e di gruppo. Il m. quindi si è venuto configurando come il fondamento dell’istituzione sociale sia per l’esigenza reclamata dell’esogamia in ordine alla costruzione della società, sia per il divieto dell’incesto, sia per la suddivisione dei ruoli. Si capisce allora perché il m. non possa essere abbandonato al caso e perché la scelta del coniuge sia oggetto di norme precise. Ciò era abbastanza pacifico nelle società semplici e tradizionali, dove la «soggettività» era sacrificata alla «coscienza collettiva» e al controllo sociale. Nell’attuale società complessa, invece la scelta del coniuge e la formazione della coppia stanno sempre più diventando interessi di ordine privato, mentre si viene ponendo in secondo ordine tutto ciò che è struttura e istituzione.

2.​​ Il​​ m. come processo.​​ In questa prospettiva viene considerato come una​​ relazione sociale particolare,​​ dove l’enfasi cade sulla formazione, stabilizzazione, qualità e durata della relazione e sui cambiamenti che avvengono lungo il ciclo della vita familiare. Fattori strutturanti diventano allora lo sviluppo della comunicazione, la distribuzione del potere nella coppia e l’organizzazione degli stili di vita, i modelli di decisione, i processi di apprendimento dei ruoli coniugali, la distribuzione del tempo familiare anche in rapporto al lavoro extradomestico della​​ ​​ donna. La capacità di esprimere adeguatamente i propri sentimenti, pensieri, emozioni, diventa la misura del grado di intimità nella coppia e della frustrazione conseguente nel caso in cui le attese non vengono soddisfatte. Così quando la qualità della comunicazione è buona, altrettanto lo è la soddisfazione coniugale e la felicità della coppia. Ma quando quella incomincia ad incrinarsi, anche questa ne risente e rischia di deteriorarsi. Ciò costituisce un elemento cruciale della vita di famiglia oggi più ancora che in passato, proprio perché le attese e le domande rivolte al m. sono diventate più esigenti e per ciò stesso meno facilmente realizzabili senza un impegno reciproco di educazione alla vita di famiglia. Ieri ci si aspettava di «fare un buon m.», oggi ci si attende soprattutto un «m. felice». Ciò però predispone ad un più facile accumulo di frustrazioni e quindi a una maggior fragilità della relazione, a un aumento delle patologie coniugali che portano a tassi crescenti di separazioni e di​​ ​​ divorzi, alla diffusione delle unioni libere e di forme di vita di coppia alternative al m. Il trionfo soggettivistico e privatistico dell’amore romantico, se da una parte costituisce il fondamento della coppia, dall’altra non può prescindere da un necessario supporto istituzionale proprio del m., che molto spesso aiuta a risolvere situazioni facilmente dissolvitrici.

3.​​ Le trasformazioni dei comportamenti matrimoniali.​​ Rispetto al passato, in Italia si assiste oggi ad un forte calo dei m.: dall’inizio del secolo infatti quando il tasso di nuzialità era del 7.7 per mille, arrivando anche all’8.2 nel 1963, si è giunti al 6.7 del 1975, al 5.8 del 1978, al 5.3 del 1992, al 4.7 del 2002 e al 4.3 del 2005, anno in cui sono stati celebrati poco più di 250mila m. Rimane stabile infatti dal 2004 al 2005 il numero di m., che passa da 250.764 del 2004 (anno in cui si era raggiunto il minimo storico) a 250.968 del 2005. Continuano invece a diminuire i m. celebrati con rito religioso che scendono a 169.638, il 67,6% del totale (erano il 68,8% nel 2004), mentre quelli con rito civile salgono a 81.330, il 32,4% del totale (erano il 31,2% nel 2004). Prende piede inoltre il fenomeno delle​​ convivenze​​ prematrimoniali, come unioni flessibili, fasi di ingresso e di prova per la vita coniugale. Maggiore precocità dei rapporti sessuali, ritardo nei tempi di accesso al primo impiego stabile, indisponibilità degli alloggi, ingresso più frequente delle donne nel mercato del lavoro, facilitazioni per una più prolungata permanenza nella famiglia di origine, sono alcuni fattori, espressione del cambiamento del clima socio-culturale che sta trasformando i tradizionali modelli di nuzialità.​​ Tale evoluzione​​ si è accompagnata a modificazioni anche dell’età al primo m., che ha registrato a partire dagli anni ’60 e fino ai primi anni ’70 una rapida anticipazione. Se tra il 1960 e il 1975 l’età media si riduce di 1,4 anni per i maschi (da 28.6 a 27.2) e di 0,8 anni per le femmine (da 24.8 a 24), ma successivamente, a partire dagli anni ’80, si registra una posticipazione dell’età al m., che passa tra il 1981 e il 1991 da 24.1 a 25.9 anni per le donne e da 27.3 a 28.7 per gli uomini, fino al 2005, quando l’età media dello sposo è attorno ai 32 anni e delle spose a poco meno di 30 anni. Anche la differenza di età degli sposi alle nozze subisce una lenta e progressiva diminuzione da 3.8 anni del 1960 a 2.8 nel 1991 e a 2.9 del 1998. Tali trasformazioni si riflettono anche sui cambiamenti nel​​ modello procreativo.​​ L’evoluzione della natalità, che dal tasso del 27.7 per mille del 1926 è passato al 23 per mille del 1946, al 19.7 del 1964, al 9.7 del 1986, al 9.4 del 2002, ha visto la progressiva posticipazione della maternità ad un’età media per la donna al primo parto di 30.4 anni.

4.​​ Verso una nuova cultura del m.​​ L’esaltazione del principio dell’individualizzazione, dell’autorealizzazione e del privatismo nella rappresentazione sociale del m. non ne facilita l’immagine di istituzione sociale, soprattutto nelle giovani generazioni. Lo stesso ritorno alle radici e «ritorno alla famiglia», da più parti osservato e richiesto, ha bisogno di un’azione educativa e promozionale per rafforzare la coscienza del valore sociale del m. e della sua rilevanza pubblica, sociale e politica. Tutto ciò costituisce infatti una piattaforma di base assai importante per una ormai necessaria ed indilazionabile educazione dei giovani alla famiglia e al m.

Bibliografia

Galli N.,​​ Educazione dei giovani alla vita matrimoniale e familiare,​​ Milano, Vita e Pensiero, 1993; Rossi G. (Ed.),​​ Lezioni di sociologia della famiglia, Roma, Carocci, 2001; Osservatorio Nazionale sulle Famiglie e le​​ politiche Locali (Ed.),​​ Famiglie: mutamenti e politiche sociali, vol. 1, Bologna, Il Mulino, 2002; Barbagli M. et al.,​​ Fare famiglia in Italia, Ibid., 2003; Rossi G. (Ed.),​​ La famiglia in Europa, Roma, Carocci, 2003; Donati P. P.,​​ Manuale di sociologia della famiglia, Roma / Bari, Laterza, 2006; Istat,​​ Il m. in Italia: un’istituzione in mutamento. Anni 2004-2005, Roma, ISTAT, on-line, 12.02.2007; Id.,​​ Indagini multiscopo sulle famiglie (2000-2007), voll. vari pubblicati nel periodo, Roma, ISTAT, 2000-2007; Id.,​​ Rapporti annuali sulla situazione del Paese (2000-2007), voll. annuali pubblicati nel periodo, Ibid., 2000-2007.

R. Mion

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