LITURGIA

LITURGIA

Domenico Sartore

 

1. Difficoltà e attese dei giovani

1.1. Premessa

1.2. Esperienze e riflessioni

1.3. Nuovi orientamenti

2. Le istanze della liturgia

2.1. Confronto fecondo

2.2. Alcuni punti di riferimento

3. Linee di azione per lina formazione liturgica dei giovani

3.1. Impegno della comunità cristiana

3.2. Accogliere i giovani

3.3. Compiti della catechesi

3.4. Liturgia e secolarizzazione

3.5. Liturgia e vita

3.6. Attraverso la celebrazione

3.7. Liturgia e festa

4. Conclusione

 

1. Difficoltà e attese dei giovani

1.1. Premessa

L’atteggiamento dei giovani verso la liturgia si iscrive nel più ampio quadro di riferimento della condizione giovanile negli ultimi decenni e in particolare della sempre problematica presenza dei giovani nella chiesa, di cui sono la «speranza», ma anche l’inquieto «presente».

Il problema della partecipazione dei giovani alla liturgia della chiesa, specie in riferimento all’eucaristia, era già avvertito negli anni precedenti il Vaticano II; d’altra parte, il movimento liturgico aveva trovato una più immediata rispondenza nelle aggregazioni giovanili cattoliche in varie nazioni: basta pensare alle esperienze di R. Guardini tra gli universitari tedeschi e al cammino formativo dell’A.C. italiana.

 

1.2. Esperienze e riflessioni

Verso la fine degli anni ’60 questo problema si è imposto più nettamente nella riflessione e nella sperimentazione di molte chiese, nel contesto di una più accentuata secolarizzazione e dell’emergenza di un mondo giovanile in contestazione, mentre la riforma liturgica permetteva ormai nuove possibilità di comprensione e di partecipazione, e apriva la strada all’adattamento della celebrazione liturgica alle esigenze di una particolare assemblea cristiana.

Si diffondono così in varie nazioni le cosiddette «messe dei giovani», che rivelano una grande forza di attrazione sulle nuove generazioni e spesso anche tra gli adulti. Nelle vivaci discussioni che esse suscitano si inseriscono anche documenti ecclesiastici emanati a livello di conferenze episcopali, o di singoli vescovi.

Di queste iniziative liturgiche, fervide e coraggiose, si possono indubbiamente misurare a distanza i rischi (una certa unilateralità, specie nelle forme musicali; isolamento da un vero cammino di fede e dalla comunità cristiana; nuovi formalismi, ecc.), ma anche gli aspetti positivi (preparazione comunitaria; stile dinamico e festivo; clima di fraternità e comunione; rapporto liturgia-vita; forza di attrazione su giovani e adulti, ecc.).

Queste celebrazioni adattate alla psicologia dei giovani sono state giustificate con motivazioni che conservano una certa validità, in quanto tendono a configuare un caso specifico, anche se nuovo, di adattamento liturgico; si vedono in queste esperienze dei segni precorritori di un più coraggioso rinnovamento; si applicano ai gruppi di età i principi di SC 19 e 40; si vuole dar vita a momenti forti di un cammino di formazione liturgica; si parla di esigenze pedagogiche in rapporto alla inadeguatezza della fede e del senso ecclesiale dei giovani; si tende a preparare e a costruire messe animate dai giovani, che coinvolgono anche gli adulti.

In un suo intervento, il card. Pellegrino precisava, ad esempio, che «si tratta di un problema complesso, tuttora in fase di studio... ignorarlo sarebbe tradire le attese dei giovani e di quelli che ne hanno la diretta responsabilità». Per favorire una riflessione «insieme» egli distingueva, fra le celebrazioni, quelle destinate a una comunità di fedeli con notevole presenza dei giovani, nelle quali si prevede che questi possono esprimersi secondo modalità più adatte a loro, nell’ambito di un pluralismo di esperienze musicali e di preghiera, e di una reciproca esperienza e rispetto tra gruppi di diversa età. Nelle messe per comunità giovanili (sia stabili, sia occasiona

li) , con eventuale presenza di adulti, l’esigenza della partecipazione attiva potrà suggerire di impostare la celebrazione specificamente secondo la sensibilità dei giovani, sia nei gesti che nei riti.

Si raccomanda però che tali esperienze non dividano la comunità e non rendano incapaci i giovani di inserirsi nelle assemblee normali, e che l’adozione di «forme giovanili» non sia concepita come un espediente, ma «come una forma di rispetto verso espressioni di cultura tipiche e come un mezzo pedagogico per l’educazione della fede, nonché come un impegno comunitario che richiede chiarezza, solidità teologica, immaginazione e continuità». Pur escludendo «prevenzioni circa determinati repertori o strumenti», si sottolinea che «il primato dell’attenzione va dato alla celebrazione nel suo insieme, e non alle modalità espressive, ad esse subordinate» (cf card. M. Pellegrino,​​ Lettera «Messe per i giovani»:​​ RL 54-3-4, 1969, 445-450). A sua volta, un documento approvato dalle commissioni episcopali francesi per la liturgia, la gioventù e l’insegnamento religioso affermava che il problema in fondo «è quello dell’esperienza liturgica dei giovani e va situato all’interno del problema più vasto della fede dei giovani». La riflessione era poi sviluppata in una triplice prospettiva:

— da un punto di vista pastorale: si sottolinea che i giovani si trovano spesso a disagio durante le celebrazioni; partecipano invece volentieri a certe «messe dei giovani» e desiderano associare gli adulti alla loro celebrazione;

— da un punto di vista liturgico: si mette in rilievo il problema dei «ritmi moderni», nell’ambito del problema fondamentale del ritmo della celebrazione; con un preciso impegno di preparazione e di realizzazione;

— da un punto di vista di educazione alla fede: importante per l’assimilazione della fede è la sua espressione in un contesto vivo di comunione; non si tratta quindi solo di elaborare una tecnica per attivare i giovani, ma di una azione pastorale che si iscrive in tutto un contesto, valorizzando anche celebrazioni diversificate dell’eucaristia (cf trad. it. in: RL 55-6, 1968, 833-838).

1.3. Nuovi orientamenti

A cominciare dagli anni ’70, in un contesto socio-religioso in evoluzione, prevalgono orientamenti liturgico-pastorali più preoccupati a una integrale formazione cristiana dei giovani e di un loro più pieno inserimento nelle comunità cristiane.

Nei due ultimi decenni è apparso sempre più chiaro che i giovani non costituiscono un mondo omogeneo e stabile; sono affiorati nuovi orientamenti che toccano la religiosità dei giovani (rivendicazione simbolica, senso della festa, attenzione alla dimensione estetica e contemplativa, ecc.); si moltiplicano tra i giovani esperienze di intensa vita cristiana (gruppi, associazioni, comunità di base, movimenti ecclesiali, centri di preghiera, ecc.), nel cui ambito il nostro problema sembra sdrammatizzarsi o si pone comunque in termini diversi.

In molte parrocchie, i giovani si impegnano nell’animazione liturgica delle celebrazioni della comunità. Anche questo tipo di giovani sembra superare la problematica liturgica, di cui si parlava precedentemente.

Ma se la nostra attenzione si sposta alle linee di tendenza più generale nella maggioranza dei giovani, dobbiamo constatare che le loro difficoltà religiose e la loro disaffezione verso la liturgia si sono probabilmente accentuate, mentre si registra un certo smarrimento nella pastorale giovanile, e si circonda di silenzio la possibilità di un certo adattamento liturgico, che favorisca la partecipazione dei giovani.

2. Le istanze della liturgia

2.1. Confronto fecondo

Tutte le inchieste socio-religiose sui giovani documentano la loro «crisi religiosa»: essi sono generalmente quelli che praticano di meno e che trovano più difficoltà nei simboli rituali della chiesa. La conclamata indisponibilità dei giovani verso la liturgia sembra essere prima di tutto un aspetto di un fenomeno più generale: essi interpretano in modo più acuto e radicale una crisi religiosa che è vissuta anche dagli adulti, crisi di fede e crisi di cultura, nello stesso tempo. Le loro aspirazioni, in fondo, si situano nel contesto delle rivendicazioni del Concilio Vaticano II e delle attese largamente diffuse nella chiesa nei confronti della liturgia, specie sulla linea dell’adattamento, della partecipazione e della creatività. Essi si trovano a disagio di fronte alla mancanza di vere comunità, ove si possa sperimentare una autentica comunione ecclesiale; non sopportano celebrazioni ove il rubricismo e il fissismo contano più dell’esperienza di fede; soffrono il peso di una lunga tradizione, che spesso suona loro estranea e incomprensibile; provano un istintivo distacco da riti che non sentono collegati con la loro vita e con il loro impegno ecclesiale.

Pur in un contesto tutt’altro che omogeneo, i giovani sembrano, spesso in modo poco equilibrato, rivendicare valori celebrativi che sono tra gli obiettivi della riforma liturgica e che sono largamente condivisi, a vari livelli della chiesa: di fronte a una eccessiva ripetitività, rivendicano una maggiore creatività; di fronte a una certa rigidità, essi chiedono una maggiore libertà interpretativa; di fronte a riti troppo esclusivamente tradizionali, auspicano la ricerca di nuovi simboli; di fronte a una frequente atmosfera di disimpegno, vogliono suscitare un clima di festa; di fronte a liturgie fredde e impersonali, che sembrano ritagliate fuori dal tempo, vorrebbero celebrazioni che provocano scelte coraggiose; di fronte ad assemblee massificate, preferiscono piccoli gruppi, capaci di rapporti significativi e di intensa partecipazione. Queste esigenze, spesso condivise dagli adulti più sensibili, hanno un carattere profetico ed esplicitano aspetti che sono propri della liturgia cristiana; in essi si può dire che la liturgia è tendenzialmente solidale con i giovani; ma, nella loro unilateralità, essi si comprendono nell’ambito dei sempre difficili rapporti tra i giovani e la chiesa e, ancora più a monte, in rapporto ai problemi di comunicazione fra diverse età. Non si può infatti dimenticare che i giovani vivono una particolare situazione di fede, caratterizzata da un senso debole di identità cristiana e da una appartenenza ecclesiale spesso molto problematica. Perciò pensiamo che le aspirazioni liturgiche dei giovani, le loro intuizioni parziali si possano ridimensionare e riequilibrare attraverso un serio e spassionato confronto con la liturgia stessa e con i suoi principi irrinunciabili.

I giovani possono chiedere che la liturgia si converta a loro, in termini di espressione e di adattamento, solo se essi stessi sapranno convertirsi alla liturgia, ai suoi segni, ai suoi contenuti, alle sue leggi fondamentali.

Il rispetto verso i giovani non può tradursi in mancanza di rispetto verso il mistero pasquale di Cristo, celebrato nella chiesa; alla sfida dei giovani alla liturgia risponde la sfida della liturgia ai giovani: solo un processo vitale di osmosi può favorire un’autentica esperienza cristiana.

I paradossi del mistero della chiesa si manifestano nei paradossi della liturgia, che vanno conservati in tensione, senza assunzioni o sottolineature unilaterali. Basti pensare al rapporto fede-sacramenti, comunità umane-assemblee cristiane, passato-presente, storia-profezia, ecc.

 

2.2. Alcuni punti di riferimento

Proviamo a dare qualche indicazione per un fecondo confronto tra le esigenze dei giovani e quelle della liturgia.

1. Una prima area di riflessione riguarda i fondamenti stessi della liturgia. Spesso i giovani, più acutamente degli adulti, si pongono il problema delle azioni liturgiche: perché andare a messa, perché confessarsi, perché celebrazioni a tempi fissi? Una risposta a queste domande deve incominciare dalla nostra esperienza umana nella quale compiamo gesti e azioni significative, che chiamiamo «simbolici», in presenza dei grandi sentimenti o dei momenti-chiave della nostra esistenza. È per questo che il Signore ha voluto che la rivelazione biblica, la storia dei suoi rapporti con gli uomini, avesse una struttura «sacramentale»; ha voluto che la nostra fede, la nostra vita nella chiesa si strutturasse in quel complesso di segni e di simboli che chiamiamo «liturgia».

2. Questi gesti «liturgici», per essere autentici, debbono essere fatti propri da una comunità concreta, interpretati da una persona con una certa creatività; ma ne tradiremmo il significato e la funzione se non ne accettassimo i fondamenti biblici, la struttura tradizionale, le determinazioni che assumono nella vita della chiesa. Non si tratta infatti di celebrazioni di un singolo, nemmeno solo di una comunità particolare, ma sono sempre «celebrazioni della chiesa», che «manifestano e implicano» tutto il popolo di Dio, organicamente costituito.

3. Ci avviciniamo così al centro della nostra proposta di riflessione sulla liturgia: essa non è prima di tutto una celebrazione umana, o una forma di coscientizzazione e di impegno politico o comunque un’esperienza antropologica forte; è sempre una memoria del mistero della salvezza di Cristo, una partecipazione alla sua morte e risurrezione, espressione e dono del suo amore che libera e che salva. Solo partendo da questa natura profonda delle celebrazioni liturgiche possiamo comprendere a quali condizioni esse possono assumere ed esprimere tutti i problemi dell’uomo per illuminarli e integrarli con il mistero salvifico di Cristo.

4. La giusta attenzione al soggetto della celebrazione, le esigenze delle comunità e dei singoli che le compongono non possono giustificare la rivendicazione di una totale libertà di comportamento nella liturgia cristiana: il suo rapporto con Cristo e con la chiesa comporta che essa sia legata a un simbolismo dato, che solo parzialmente potrà essere sostituito o reinterpretato, mentre il carattere ecclesiale della liturgia spiega la necessità di leggi, che configurano modalità ottimali di celebrazione e una certa universalità, che rende questi riti espressivi della fede di tutta la chiesa, resa presente nella comunità locale.

 

3. Linee di azione per una formazione liturgica dei giovani

Presentati alcuni aspetti del rapporto giovani-liturgia e confrontate le aspirazioni liturgiche dei giovani con i principi fondamentali della liturgia, proviamo ora a suggerire alcune linee di azione per favorire il passaggio dalla situazione che abbiamo delineato alle prospettive emergenti da una retta comprensione della liturgia.

Tutti gli studi che analizzano la situazione liturgica odierna ai vari livelli della chiesa sono concordi nel richiamare la necessità di un serio impegno di formazione liturgica. Le speciali difficoltà che i giovani sperimentano e le esigenze che essi esprimono fondano una più acuta necessità e una particolare specificità della formazione liturgica dei giovani. I limiti che caratterizzano l’esperienza ecclesiale dei giovani sono ben comprensibili per il loro particolare tipo di fede e di appartenenza. Essi vanno assunti, in positivo, in un programma formativo: i giovani rivelano infatti uno scarso interesse alla tradizione, un senso debole dell’appartenenza alla chiesa; sono spesso superficiali e incostanti e ricercano talvolta il perfezionismo a senso unico. Proponiamo perciò alcuni orientamenti pratici per una approfondita formazione liturgica dei giovani.

3.1. Impegno della comunità cristiana

La comunità cristiana nel suo insieme deve farsi carico del problema della fede dei giovani e di una loro più completa maturazione liturgica, senza marginalizzarli e senza disattendere le loro difficoltà. L’eterogeneità e l’instabilità dei giovani può essere oggetto di un discernimento più puntuale a livello locale, giungendo a verificare difficoltà e attese in modo più circostanziato e concreto. Tutto questo comporta l’accettazione di un pluralismo di sensibilità religiose e di stili celebrativi che può arricchire la comunità e può essere il punto di partenza di più completi itinerari di fede.

3.2. Accogliere i giovani

Accogliere con simpatia e fiducia i giovani nella vita della comunità significa aiutarli a riconoscersi più cordialmente nella continuità della tradizione; a riscoprire la comunitarietà della fede, condivisa e vissuta con i fratelli; a maturare un più profondo senso della chiesa. Essi supereranno così i limiti di un soggettivismo superficiale, diventeranno più perseveranti nell’impegno ecclesiale e si apriranno alle varie componenti della comunità per un fruttuoso scambio di doni.

3.3. Compiti della catechesi

Le difficoltà liturgiche dei giovani sono frutto di una sensibilità che spesso intuisce ed evidenzia problemi che sono di tutta la comunità cristiana, ma esse rivelano in modo inequivocabile l’insufficienza di una pedagogia liturgica specializzata, che si attua soprattutto attraverso la catechesi.

Il compito della catechesi in rapporto alla liturgia incomincia da due premesse, in correlazione tra loro: essa è chiamata a sottolineare i fondamenti antropologici e sociologici dei riti cristiani, il loro radicamento profondo nella natura dell’uomo e della comunità; e ad evidenziare il significato della liturgia nella storia della salvezza, nella vita della chiesa e del singolo cristiano. Essa tende a far crescere una fede nutrita dei grandi pensieri della bibbia, che si struttura nei simboli e si esprime nella celebrazione dell’assemblea concreta.

Più specificamente, la catechesi introduce ai «segni liturgici», attraverso i quali ci è dato di partecipare alla salvezza di Cristo. Essi si pongono in continuità con la pedagogia di Dio sviluppata a misura di uomo attraverso tutta la bibbia. Una catechesi che sa muovere dalle realtà naturali e dalle esperienze umane per ricercare una intelligenza biblica più profonda.

 

3.4. Liturgia e secolarizzazione

«Le nostre celebrazioni liturgiche — come sottolinea L.-M. Chauvet — sono scosse fin dalle fondamenta dal movimento di desacralizzazione e di secolarizzazione che caratterizza la società occidentale contemporanea». Ma egli pensa eh la ritualità cristiana sia ancora in grado di conservare le sue​​ chanches​​ per alcuni motivi ai quali i giovani sono molto sensibili: essa risponde profondamente alla rivendicazione simbolica così vivace nella cultura di oggi, in quanto «conserva la sua irriducibile originalità di simbolizzazione privilegiata dell’uomo totale in quanto tale»; gli attuali spostamenti del sacro verso gli ideali della liberazione e della giustizia entrano in risonanza con il messaggio biblico e quindi con i riti cristiani che lo interpretano; nelle celebrazioni cristiane è fortemente presente la dimensione profetica del Vangelo: in esse si respira la speranza (cf L.-M. Chauvet,​​ Linguaggio e simbolo.​​ Saggio sui sacramenti, Leumann [Torino] 1983, 240-262).

Ci sono in queste prospettive tre indicazioni preziose: per la giustificazione e per la piena comprensione dei riti cristiani; per la loro apertura alla storia e quindi all’impegno cristiano; e infine per la loro dimensione escatologica, che postula uno stile celebrativo festivo, carico di speranza.

 

3.5. Liturgia e vita

Una delle istanze più sentite e più comuni dei giovani nei riguardi della liturgia è il suo inserimento in un progetto globale di vita. Già a livello antropologico è importante il far percepire il rapporto indissolubile di tutta una «liturgia umana» con i momenti più intensi della nostra esperienza, mentre i riti cristiani, specie i sacramenti, vengono capiti e vissuti come atti di simbolizzazione dell’identità cristiana, che realizzano i singoli credenti e la comunità cristiana in una misura non possibile con altri linguaggi e con altre attività. L’impegno quotidiano deve essere già permeato dello spirito della liturgia, ma il momento rituale diventa il momento forte e più strutturato della nostra esperienza di chiesa. I giovani debbono essere aiutati a vivere questa tensione tra vita e liturgia, che dona una particolare forza di attualità al celebrare cristiano e lo rende incisivo ed efficace. I giovani sentono molto l’esigenza di un collegamento profondo tra celebrazione e vita; anzi sono tentati di abbandonare la liturgia per la vita o di contestare la necessità stessa di una liturgia, quando tutta la vita è già un culto spirituale.

La liturgia è sempre «culmine e sorgente» della vita cristiana: la celebrazione autentica non è una parentesi, è un momento forte: momento di conversione, di verifica, di conferma dell’impegno, di nuova assunzione di responsabilità; di più intensa comunione con Dio e di più generosa apertura ai fratelli. È risposta non improvvisata e non isolata a una presenza che Cristo ci offre per una più profonda relazione interpersonale.

Come celebrazione di un evento salvifico per questa persona, per questa comunità concreta, essa non può non riflettere e non esprimere la vita. Ma essa non è la vita; come nota J. Gelineau, «la nostra vita non è presente nella celebrazione nella sua concretezza immediata; non vi si lavora a servizio diretto dei fratelli; non si vive come in famiglia o in fabbrica, ecc. La nostra esistenza vi è significata simbolicamente. Questo agire simbolico non è meno reale del nostro agire quotidiano: ma è di altro genere» (cf J. Gelineau,​​ Célébration et vie,​​ in: LMD 106 [1971], 17).

 

3.6. Attraverso la celebrazione

La formazione liturgica è formazione alla liturgia, ma è anche formazione attraverso la liturgia. Le celebrazioni cristiane sono come un laboratorio permanente di iniziazione liturgica. Il particolare cammino di fede e il desiderio di sperimentazione dei giovani non dovrebbero mai ridursi a una «esperienza di ghetto», ma dovrebbero compiersi attraverso due momenti articolati tra di loro, legati ambedue a una comunità cristiana:

— un momento di esperienza di gruppo, possibilmente con la presenza e la collaborazione di alcuni adulti, che può strutturarsi secondo modelli che favoriscano la partecipazione dei giovani: rapporto liturgia e impegno, dialogicità, attualizzazione della parola, particolari forme di espressione festiva, apertura ai grandi problemi dell’umanità, dimensione festiva e profetica, spazio per una più libera creatività, proposta di celebrazioni liturgiche diverse, che può corrispondere a una situazione differenziata di fede e può rendere possibile un cammino articolato;

— un momento di responsabile partecipazione alla liturgia della comunità, nella preparazione e animazione della quale i giovani possono diventare protagonisti, in stretta collaborazione con gli adulti, per dar vita a celebrazioni che siano veramente espressioni della comunità nel suo incontro con Cristo risorto.

Tutto questo comporta un’assemblea che non improvvisi nella celebrazione la sua esperienza di fede e di comunione con il Cristo; che manifesti già nella sua vita una ministerialità che nella celebrazione avrà la sua molteplice espressione liturgica e che potrà impegnare più vivacemente i giovani.

In ambedue i momenti dell’esperienza liturgica dei giovani sarà determinante il ministero della presidenza, esercitato da presbiteri in grado di porsi in profonda sintonia con l’assemblea, ma anche capaci di una forte consapevolezza del loro carisma.

Senza togliere nulla al significato dei gruppi, piccoli ed omogenei, per favorire una più intensa esperienza di chiesa e per promuovere una partecipazione più sentita dei giovani, in una prospettiva pedagogica, la liturgia cristiana sollecita a una considerazione più attenta a tutta la comunità riunita, anche se essa comporta modalità celebrative meno creative; perché essa manifesta un’immagine più piena della grande chiesa e una attuazione più completa del sacerdozio dei fedeli che viene esercitato da tutti — laici e ministri ordinati — con funzioni diverse nell’ambito dell’assemblea cristiana. La liturgia educa così all’accoglienza di tutti i fratelli, siano essi giovani o anziani, in minore o maggiore sintonia con noi, e apre i nostri orizzonti verso un’esperienza ecclesiale più universale e più autentica.

3.7. Liturgia e festa

Anche il ricupero dell’aspetto festivo, così significativo nella celebrazione cristiana per creare un clima di gioiosa riconoscenza e dare pienezza ai segni e alla partecipazione, va mantenuto in una tensione feconda con i valori della celebrazione cristiana: il rapporto celebrazione-festa ammette gradi diversi e deve nascere da una profonda interiorità, da una esperienza di liberazione e di salvezza. L’irraggiamento sociale della celebrazione cristiana può sempre correre il rischio di una certa tendenza all’evasione e all’alienazione, che prende il sopravvento sullo spirito dell’evento celebrato.

 

4. Conclusioni

Considerando la formazione liturgica come un momento fondamentale dell’educazione cristiana dei giovani e quindi come uno dei compiti irrinunciabili della pastorale giovanile, abbiamo prima di tutto sviluppato un momento fenomenologico-critico, per analizzare, interpretare e valutare la situazione liturgica dei giovani e i loro problemi nei confronti della ritualità cristiana. In una seconda parte, abbiamo considerato un momento progettuale, approfondendo il quadro normativo del tema, mettendo a confronto le alternative dei giovani alla liturgia con quelle della liturgia per i giovani; infine, in un momento strategico, abbiamo raccolto alcuni suggerimenti conclusivi per una più completa formazione e promozione liturgica dei giovani.

Il discorso non è risultato facile, per la mancanza di omogeneità nelle aspirazioni dei giovani e per la complessità stessa dell’approccio alla realtà della liturgia cristiana, sia in rapporto al suo polo antropologico che in rapporto al suo polo teologico-misterico. In particolare, la presenza frequente nella chiesa di oggi di gruppi di giovani che fanno scelte spirituali decisive e che si impegnano responsabilmente nell’animazione liturgica delle parrocchie non va sopravvalutato o indebitamente universalizzato, ma è un fatto che deve rendere più prudente il giudizio sugli atteggiamenti dei giovani nei confronti della liturgia e porre in modo più sfumato il problema della partecipazione dei giovani alla liturgia.

Noi abbiamo perciò preferito riferirci più attentamente a quelle che sono le tendenze più comuni dei giovani di oggi, ma nello stesso tempo non ci è sembrato opportuno di sposare unilateralmente Topzione-secolarizzazione senza tener conto di altre tendenze emergenti nella cultura di oggi, proprio e soprattutto tra i giovani.

In questo contesto, ci è sembrato opportuno un forte richiamo alla responsabilità delle comunità cristiane a mettere in opera itinerari di formazione liturgica nell’ambito della più ampia pastorale ecclesiale, facendo maturare uno scambio vitale tra le esigenze dei giovani e i valori oggettivi della liturgia. In questo cammino, pensiamo che possano essere preziosi alcuni adattamenti liturgici nel segno della creatività, della festa, dell’impegno cristiano, mantenendo un opportuno riferimento alla liturgia celebrata nella comunità.

Al servizio di questa più ampia prospettiva pedagogica, pensiamo che sia venuto il momento per la preparazione di un «Direttorio» per la formazione liturgica dei giovani e per le loro celebrazioni.

Se per tutto il rinnovamento liturgico è suonata l’«ora della verità» per un più forte impegno di formazione e di adattamento, il problema «giovani-liturgia» ha bisogno di essere rilanciato con urgenza e con coraggio, perché le nuove generazioni possano vivere intensamente la liturgia della chiesa e farsi protagoniste di un’efficace animazione liturgica nelle loro comunità.

 

Bibliografia

Sulla liturgia la bibliografia è molto ampia. Si rimanda agli studi specializzati. Per una bibliografia specifica sul rapporto giovani-liturgia si vedano le altre voci a carattere liturgico del «Dizionario».

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LITURGIA

Il termine si trova per la prima volta nel gr. classico, dove​​ leitourgía​​ denota un’attività pubblica, svolta liberamente a servizio dei concittadini. Con il tempo l.​​ presenta un qualunque servizio reso alla collettività o alla divinità. Nella Bibbia greca l.​​ indica sempre un «servizio religioso» reso a JHWH, mentre il NT adotta altri termini per definire la realtà del nuovo culto «in spirito e verità» inaugurato da Gesù Cristo. Al termine di un’ampia pagina biblico-teologica (cfr.​​ SC​​ 5-7), il Vaticano II presenta la l.​​ come «l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo». L’azione rituale, con il linguaggio tipico dei segni e dei simboli, è il luogo di annuncio e realizzazione dell’opera santificatrice del Padre, per Cristo, nello Spirito; l. pertanto non equivale solo a​​ rito, ma indica una realtà cui il rito stesso rinvia.​​ Per evidenziare meglio questa realtà è stata attuata la riforma liturgica nella Chiesa di rito romano, e si è rinnovata la pastorale e la catechesi. Tanto la ricca documentazione liturgica, quanto la variegata produzione pastorale e catechistica che hanno caratterizzato le Chiese locali dal Vaticano II in poi, mostrano quanto sia urgente continuare nell’impegno di​​ comprensione della l.​​ in modo da​​ educare​​ ad essa valorizzando i più diversi ambiti della vita, e secondo i ritmi del tempo. Il traguardo che dà senso ad ogni espressione cultuale, è costituito dalla​​ l. della vita,​​ cioè dal «culto spirituale» (Rm 12,1-2).

1.​​ Comprendere la l.​​ Dal momento in cui è risuonato il comando di Cristo: «Fate questo in memoria di me» la Chiesa celebra il​​ memoriale​​ della Pasqua del suo Signore non ripetendo dei riti quasi fine a se stessi, ma elevando al Padre, con il loro linguaggio, il culto spirituale: celebrato nei diversi segmenti del quotidiano, attraverso il​​ linguaggio simbolico e rituale,​​ esso è l’unico che permette, in un contesto di fede, una reale comunicazione divino-umana, e viceversa. La mediazione sacerdotale di Cristo continua ad attuare quella comunione-comunicazione portata a compimento una volta per tutte sulla Croce, perché ogni persona che si apre all’annuncio del Vangelo possa realizzare la più profonda​​ liberazione interiore​​ attraverso l’incontro reale ed efficace con il Dio della vita nella celebrazione sacramentale. I sacramenti, pertanto, attuano questo​​ incontro​​ a condizione che siano realmente​​ simboli​​ di quella volontà di​​ incontro​​ con il fratello, e di quel desiderio di​​ liberazione​​ da ogni forma di male, quali si devono attuare nel quotidiano impregnato di Vangelo.

2.​​ Un itinerario nel tempo.​​ L’esperienza di Dio Trinità non può mai essere ridotta ad un momento puntuale; essa si attua e si prolunga nel tempo secondo quei ritmi che la pedagogia liturgica ha condensato nella progressiva strutturazione dell’anno liturgico.​​ La sua articolazione è finalizzata a far vivere al fedele​​ nel tempo​​ l’esperienza misterica della Pasqua di Gesù Cristo. L’alternarsi di «tempi forti» (tempo natalizio​​ e​​ tempo pasquale)​​ e del «tempo ordinario», di solennità, feste e memorie costituisce l’occasione per una conformazione sempre più piena e totalizzante a Cristo, Uomo nuovo e perfetto. Per questo, ciò che dà significato alla dimensione​​ tempo​​ non è la successione dei giorni e delle stagioni, ma la certezza di vivere l’opera della salvezza all’interno di un ciclo naturale, in cui gli elementi «sole» e «luce» sono assunti come segni di Cristo «sole di giustizia» e «luce che non conosce tramonto». Dal momento che l’esperienza del mistero passa attraverso il rito, anche l’anno liturgico (in armonia con i ritmi quotidiani della l.​​ delle Ore) costituisce un’esperienza educativa che permette al singolo di realizzare il proprio itinerario di fede e di vita. Educare ai dinamismi del rito liturgico è pertanto cogliere i contenuti e le metodologie di uno dei linguaggi chiamati ad esprimere e a realizzare quanto racchiuso nel mistero di quel tempo che scorre dall’Incarnazione fino al suo compimento nella Parusía.

3.​​ Educare alla l. della vita.​​ Il titolo rinvia al ruolo educativo da attuare in ordine alla formazione liturgica. Dal momento in cui il Cristo ha inviato i suoi discepoli, Parola e Sacramento sono sempre stati accompagnati dall’impegno della comunità ecclesiale nell’educare all’esperienza viva e vivificante della Pasqua di Cristo. Come l’annuncio della Parola si realizza attraverso forme diverse, così la celebrazione del Sacramento richiede il supporto della formazione, della catechesi e dell’animazione. In tal modo Parola e Sacramento possono realizzare quella​​ l. della vita​​ o quel​​ culto spirituale​​ che si identifica con la libera accettazione della​​ proposta​​ divina, in attesa di una​​ risposta​​ che il rito è capace di esprimere​​ in verità​​ quando questa è già stata​​ ritualizzata nella vita.​​ Nella stessa prospettiva è doveroso ricordare che la l.​​ nel suo insieme ha la capacità innata di educare a se stessa. Infatti, mentre la Chiesa celebra, l’assemblea celebrante è educata a fare della propria vita un culto. Alla luce della Parola rivelata e annunciata nella l., i testi eucologici (= preghiere ufficiali presenti nel libro liturgico) diventano una memoria impegnativa e prospettica per chi partecipa all’azione liturgica con le necessarie disposizioni interiori. L’insieme dei linguaggi della l.​​ contribuisce, inoltre, a coinvolgere la persona nella sua totalità: tutti i sensi sono chiamati in azione, secondo il tipo di celebrazione e secondo le situazioni e i tempi liturgici. Linguaggio verbale e non verbale, unitamente alla ministerialità e al livello di fede dell’assemblea che celebra, contribuiscono non solo alla percezione esperienziale del mistero, ma anche alla sua vera e propria immedesimazione, in modo che il mistero celebrato e vissuto diventi una vera e propria mistica. In questo senso la dimensione catechetico-pastorale non può mai mancare in un itinerario educativo ordinato al vertice dell’esperienza religiosa cristiana quale si attua nel sacramento. Un percorso educativo cristiano non potrà dirsi tale se non si apre all’esperienza sacramentale, e ad essa conduce sollecitando l’operatore pastorale ad attivare tutte quelle competenze che caratterizzano il proprio ambito di ricerca, in vista di un umanesimo integrale.

Bibliografia

Aldazábal J.,​​ Vocabulario básico de liturgia, Barcelona, Centre de Pastoral Litúrgica,​​ 1994; Sartore D. - A. M. Triacca. - C. Cibien (Edd.),​​ L., Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 2001; Sodi M. - A. M. Triacca (Edd.),​​ Dizionario di omiletica, Leumann (TO) / Gorle (BG), Elle Di Ci / Velar, 2002;​​ Basurko X.,​​ Historia de la liturgia, Barcelona, Centre de Pastoral Litúrgica, 2006.

M. Sodi

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