ISTITUZIONI

ISTITUZIONI

Franco Garelli

 

1. La definizione

2. Il concetto nella tradizione sociologica

3. L’atteggiamento dei giovani nei confronti delle istituzioni in una società altamente differenziata

3.1. La rivalutazione delle istituzioni

3.2. Flessibilità, selettività, tolleranza

3.3. La considerazione affettiva della famiglia

3.4. Un lavoro per la realizzazione personale

3.5. Una scuola per migliorare le possibilità di inserimento sociale

3.6. Selettività e tolleranza nei confronti delle istituzioni religiose

3.7. L’atteggiamento ambivalente dei giovani appartenenti all’associazionismo religioso-ecclesiale

 

1. La definizione

Nelle scienze sociali si fa in genere riferimento a una accezione ristretta e a una accezione allargata del termine istituzione. Con la prima si intende indicare quell’insieme di valori, norme, consuetudini che «definiscono e regolano, durevolemente e in modo relativamente indipendente da finalità particolari e caratteristiche personali dei singoli componenti, a) i rapporti sociali e i comportamenti di un gruppo di soggetti la cui attività è considerata socialmente rilevante per la struttura della società o di importanti settori di essa, e b) i rapporti che altri soggetti possono avere a vario titolo con tale gruppo, nonché i relativi comportamenti». Nell’accezione più estesa invece il termine istituzione viene utilizzato anche per indicare sia il personale stesso che attraverso il suo impegno rende possibile l’attuazione e la riproduzione del complesso di norme e di rapporti di cui si è detto; sia le risorse materiali (l’insieme cioè di apparati, strutture, strumenti, procedure, ecc.) che risultano necessarie per l’attuazione e lo svolgimento dell’attività in questione. Nel primo caso il termine istituzione si applica a realtà quali, ad esempio, il matrimonio, il divorzio, l’istruzione, la proprietà privata, la successione ereditaria, ecc.; nel secondo caso si utilizza il termine istituzione per indicare realtà come la famiglia, la scuola, lo stato, la chiesa, ecc.

In sintesi, il concetto di istituzione tende a indicare quei rapporti sociali e quei comportamenti di gruppo che sono socialmente rilevanti, caratterizzati nel tempo da elevata regolarità e prevedibilità (insieme, ovviamente, al complesso di valori, di norme e di apparati che rendono possibile detti rapporti e comportamenti). Proprio il carattere di stabilità e di prevedibilità dei rapporti sociali in questione è l’aspetto più evidenziato da quanti — nella tradizione sociologica — hanno analizzato il ruolo delle istituzioni nella società.

 

2. Il concetto nella tradizione sociologica

Nei «Principi di Sociologia» H.​​ Spencer riconduce una vasta gamma di fenomeni sociali (lo stato, la legislazione, la moda, la proprietà, la religione, il sacerdozio, il sindacalismo, il lavoro, le professioni, ecc.) a cinque classi di istituzioni, ritenute gli «organi» della società e intese — alla stregua di modelli culturali — come «forme di azione, di condotte di vita, di credenze, che caratterizzano in modo stabile una collettività»; le istituzioni del cerimoniale, le istituzioni politiche, le istituzioni ecclesiastiche, quelle professionali e le istituzioni industriali.

Secondo W. G. Summer il fondamento della vita sociale in generale, e delle istituzioni in particolare, è da individuare nei costumi collettivi e nei «mores»; col primo termine l’autore intende riferirsi alle usanze collettive assimilate dagli individui attraverso meccanismi di imitazione o di ripetizione (e poi trasformate in modelli di comportamento), mentre il secondo termine viene applicato agli aspetti normativi che regolano ufficialmente i costumi collettivi. Sempre a detta di Summer, le istituzioni si distinguono poi in naturali e positive, in spontanee e internazionali, ritenendo le prime quelle che si sviluppano per forza interna, in modo autonomo, e le seconde quelle che si costituiscono «artificialmente in base a un disegno».

Si deve a E. Durkheim l’iniziale convinzione che la sociologia sia la scienza delle istituzioni sociali. Preoccupato, come è noto, di non esaurire le dinamiche sociali nella sfera «delle rappresentazioni, delle motivazioni, della coscienza dell’individuo», di affermare l’oggettività dei fatti sociali e la loro irriducibilità rispetto alla coscienza soggettiva, Durkheim individua l’oggetto specifico della sociologia nelle istituzioni, in quelle realtà non immediatamente trasparenti e perlopiù sconosciute nelle loro cause o nelle funzioni che esercitano nella società e nelle leggi della loro evoluzione, ma che di fatto preesistono agli individui stessi. Nella prefazione di «Les règles de la Méthode sociologique» Durkheim definisce istituzione «ogni credenza e forma di condotta istituita dalla collettività». L’interesse di Durkheim non si è orientato soltanto all’analisi delle uniformità (rilevabili sulla base dell’esistenza delle istituzioni) «individuabili nei fatti sociali, ma anche alle modalità attraverso cui gli individui — inseriti in un processo di consolidamento istituzionale​​ —​​ interiorizzano le norme, le credenze, le condotte socialmente riconosciute». Quest’ultimo aspetto — l’interiorizzazione delle norme sociali — è stato oggetto di particolare approfondimento da parte di M. Weber, interessato a rilevare le modalità attraverso le quali un ordinamento sociale (norme e istituzioni) viene legittimato dagli individui e dai gruppi sociali. A detta di Weber, la validità delle varie norme e istituzioni non si fonda soltanto sull’influenza esercitata dal costume sociale sugli individui o sul fatto che dette norme e istituzioni rispondono a specifici interessi dei soggetti. Oltre a ciò un criterio di legittimazione di norme e istituzioni è da individuare nel processo di interiorizzazione di determinati valori, la cui funzione è di orientare l’azione sociale dei soggetti e di vincolare la loro presenza sociale. Inoltre la legittimità di norme e di istituzioni emerge — paradossalmente — nel momento stesso in cui queste vengono violate o sconfessate da alcuni gruppi sociali. La validità che viene socialmente riconosciuta alle sanzioni o alle azioni repressive messe in atto a seguito della violazione delle norme e delle istituzioni da parte di alcuni gruppi sociali, indica infatti indirettamente il grado di legittimazione sociale che caratterizza le norme e le istituzioni in oggetto.

Anche T. Parsons ha prestato particolare attenzione al processo di interiorizzazione delle norme e delle istituzioni nella società. Secondo questo autore la conformità ai valori che si riscontra in una società «tende a formare particolari disposizioni di bisogno che caratterizzano la struttura della personalità dei soggetti. Si ha qui una prospettiva teorica nella quale appaiono integrate le strutture della personalità con gli elementi culturali e con l’organizzazione del sistema sociale. Alla conformità del comportamento di ruolo alle norme e ai valori emessi dalla cultura, i soggetti sono spinti, oltre che dall’interiorizzazione, anche dalla gratificazione soggettiva che tale adesione comporta. La convergenza tra il comportamento del soggetto e le aspettative che in rapporto ad esso si producono nell’interazione tra un soggetto e l’altro è uno dei fattori che più contribuiscono all’equilibrio del sistema sociale».

 

3. L’atteggiamento dei giovani nei confronti delle istituzioni in una società altamente differenziata

Il quadro concettuale e problematico qui presentato offre le coordinate culturali e di dibattito sociologico entro le quali affrontare in generale il tema delle istituzioni sociali. All’interno però di questo scenario di apporti e di problemi la stesura della voce «istituzione» (nell’ambito di un dizionario di pastorale giovanile) deve essere orientata a rilevare i processi sociali che più caratterizzano o condizionano la presenza delle giovani generazioni negli spazi istituzionali, con particolare riferimento alle dinamiche che attraversano la socializzazione religiosa e più in generale il rapporto dei soggetti con le istituzioni religiose. E ciò privilegiando ovviamente — nella necessità di operare delle scelte di campo — le dinamiche più recenti, quelle relative alle condizioni di vita delle giovani generazioni nella società contemporanea, in un contesto fortemente segnato dai caratteri della differenziazione sociale e del pluralismo culturale.

 

3.1. La rivalutazione delle istituzioni

Proprio la marcata esposizione dei giovani d’oggi a un clima sociale assai differenziato e pluralistico rappresenta il punto di ingresso nell’analisi del modo con cui le giovani generazioni si rapportano alle istituzioni sociali. Recenti indagini sulla condizione giovanile nei paesi occidentali (e in particolare nel nostro) attestano che la grande maggioranza dei giovani si caratterizza per una socializzazione «differenziata», componendo nella propria esistenza quella molteplicità di appartenenze, di condizioni di vita e di riferimenti culturali che in genere è considerata come un tratto costitutivo di una personalità informata in senso forte dall’esperienza della modernità. I giovani d’oggi esprimono nelle loro esperienze, istanze, sensibilità, la caratteristica di estrema differenziazione del nostro sistema sociale. Essi non confinano la loro esistenza prevalentemente all’interno di istituzioni alle quali era ufficialmente demandata nel passato la funzione formativa (come potevano essere la famiglia e la scuola), né attribuiscono a tutte le loro esperienze e appartenenze un significato prevalentemente unitario.

Oltre che stare in famiglia o nella scuola o nel mondo del lavoro, essi fanno parte del gruppo dei pari (gruppo amicale), hanno molteplici interessi, moltiplicano i luoghi e le occasioni di incontro, fanno esperienze diverse (alle quali attribuiscono grande importanza per il loro personale arricchimento), appartengono — in molti casi — a gruppi e movimenti organizzati. Abbiamo pertanto a che fare con un giovane che risponde alla complessità sociale (all’estrema differenziazione del sistema sociale) con il moltiplicare le appartenenze, le esperienze, le iniziative, gli interessi; con un giovane che in luogo di confinare la sua esistenza in ambiti ristretti e ufficialmente riconosciuti tende a sperimentare e a conoscere in modo autonomo, nel tentativo di essere attivo nel determinare la propria vita quotidiana, quanto è nella sfera delle proprie possibilità.

Questa pratica di differenziazione sociale, questa esposizione a molteplici ambienti e modelli di vita, ha indubbiamente varie ripercussioni nell’orientamento culturale delle giovani generazioni. Tra queste, due risultano di particolare rilievo per l’analisi che qui si sta conducendo. Una prima generale conseguenza riguarda la refrattarietà dei giovani a identificarsi con una sola appartenenza o con appartenenze impegnative. Prevale un modello culturale da socializzazione «aperta», grazie al quale il soggetto individua nella pendolarità tra molti ambienti, appartenenze e condizioni di vita, un criterio di arricchimento della personalità. La vita dei soggetti non sembra più ancorata a una sola condizione, a un riferimento culturale prevalente, ad appartenenze messe in atto nel segno della continuità e della congruenza interna.

Questa varietà di ambienti e di appartenenze abitua il giovane a non avere (né ricercare) un punto di riferimento preciso, affidandosi quindi a un modello di realizzazione assai articolato e vario. Una seconda conseguenza (direttamente collegata alla precedente) è individuabile nel fatto che sovente i giovani hanno difficoltà a ridefinire la loro identità in rapporto alle diverse appartenenze e ambienti in cui sono inseriti, ai diversi riferimenti culturali con cui vengono in contatto. Nell’affacciarsi a contesti sociali e culturali molteplici e diversi, il giovane si espone al rischio della dissociazione, alla difficoltà di comporre istanze e valori eterogenei, se non opposti. Sovente più che la logica della composizione prevale l’atteggiamento eclettico, proprio di chi in luogo di avvertire l’esigenza di ordinare le varie esperienze e i vari modelli culturali, tende a modellarsi diversamente a seconda degli ambienti e delle circostanze.

 

3.2. Flessibilità, selettività, tolleranza

Il modo con cui le giovani generazioni si rapportano alle istituzioni rispecchia indubbiamente i caratteri di flessibilità di atteggiamento e di refrattarietà a maturare forti identificazioni or ora descritti come tipici d’una condizione di modernità. Al riguardo, molte indagini hanno rilevato una certa qual riconsiderazione delle istituzioni tradizionali da parte delle giovani generazioni, atteggiamento questo che sembrerebbe da un lato antitetico alla cultura della differenziazione sociale e che dall’altro lato segnalerebbe una marcata diversità di posizione degli attuali giovani rispetto alla generazione che li ha immediatamente preceduti. In altri termini: relativamente al primo aspetto non si verifica la plausibile previsione che un soggetto inserito in un clima socio-culturale molto differenziato abbia a caratterizzarsi per la caduta dei riferimenti tradizionali, per la progressiva perdita di influenza delle prospettive istituzionali di realizzazione; e relativamente al secondo aspetto, si osserva che nei confronti delle istituzioni l’atteggiamento delle giovani generazioni non riproduce quel clima di conflittualità e di opposizione che informava lo stile di vita della generazione precedente di coetanei.

Affermare che i giovani d’oggi rivalutano le istituzioni o che non maturano più nei confronti di esse atteggiamenti conflittuali o oppositivi, non significa però ritenere che dette istituzioni rappresentino per questi soggetti un riferimento positivo o luoghi di precisa identificazione. L’atteggiamento di flessibilità e di allentamento dei rapporti sociali — tratto costitutivo di un’esperienza di differenziazione sociale — sembra essere ad un tempo alla base della rivalutazione delle istituzioni da parte dei giovani e del fatto stesso che esse non abbiano a rappresentare poli significativi di riferimento. «I giovani, in altri termini, attribuiscono alla loro esposizione istituzionale un significato particolare, che risulta comprensibile soltanto se lo si ricollega all’allargata pratica di differenziazione che caratterizza la loro esistenza. L’ipotesi è che l’atteggiamento di maggior considerazione o tolleranza che caratterizza i giovani nell’inserimento istituzionale derivi loro dal fatto di essere esposti a molteplici appartenenze ed esperienze nella società, dall’essere inseriti in un contesto pluralistico di riferimento, dall’esprimere un modello di socializzazione assai aperto e articolato. In tal modo quella istituzionale viene considerata come una tra le tante appartenenze, si presenta come svuotata d’un carattere totalizzante, non viene interpretata in termini univoci. Nel quadro dei molteplici ambiti di realizzazione il giovane può rivalutare appartenenze e riferimenti istituzionali, in quanto questi assolvono a necessità che non vengono avviate a soluzione in altri ambiti di vita, da altre appartenenze».

In sintesi, stato, famiglia, scuola, chiesa, partiti, ecc., sono istituzioni nelle quali il giovane non si identifica anche se sta all’interno di alcune di esse, anche se nei riguardi di esse non è più caratterizzato — come avveniva per i giovani di 15-20 anni fa — da atteggiamenti contestativi. Il rapporto che i giovani sembrano avere con queste realtà non è di piena identificazione, ma nemmeno di marcato rifiuto. Emerge una posizione intermedia, più flessibile e duttile a seconda delle varie circostanze, più attenta a considerare gli aspetti che possono recare un apporto positivo alla soluzione dei propri problemi e a tralasciare gli altri nel segno della tolleranza. Si delinea quindi un giovane realista nel suo stare all’interno delle istituzioni, che sa distinguere gli aspetti interessanti da quelli problematici, che sa far leva sugli elementi positivi per avviare a soluzione le proprie contraddizioni, senza mai rompere o identificarsi del tutto con le varie realtà in cui è chiamato a vivere. In altri termini, prevale un atteggiamento strumentale nei confronti della realtà istituzionale, proprio di chi rivaluta aspetti e istituzioni nelle quali deve per forza di cose stare e che possono essere funzionali alla formazione dell’identità personale (le cosiddette istituzioni da «vita quotidiana»), e avvolge nell’oblio o nell’insignificanza altre istituzioni avvertite come maggiormente estranee rispetto alle proprie esigenze e sensibilità.

 

3.3. La considerazione affettiva della famiglia

Esemplificando, si può osservare che oggi il giovane tende a rimanere all’interno del nucleo familiare d’origine sia perché esso appare il luogo più economico per vivere (il costo della vita aldifuori del nucleo familiare risulta infatti assai elevato), sia perché l’età dell’effettiva autonomia di vita per il giovane tende sempre più a procrastinarsi. Ma oltre a ciò, molte indagini attestano una certa qual rivalutazione «affettiva» della famiglia da parte del giovane. Interrogati sul rapporto in famiglia, la maggior parte dei giovani risponde che tra genitori e figli vi sono opinioni diverse, ma che queste non costituiscono un impedimento al «volersi bene», all’affetto. Non si tratta di divergenze di poco conto, dal momento che interessano perlopiù aspetti essenziali della vita, quali il modo di concepire il rapporto di coppia, la concezione del denaro, l’educazione dei figli, la concezione e l’organizzazione della famiglia, ecc. La dimensione affettiva sembra però superare le reali divergenze di opinione, il distacco generazionale tra padri e figli imputabile a un processo di socializzazione profondamente differente. In un contesto sociale come l’attuale, caratterizzato da profonda incertezza e insicurezza, il giovane può rivalutare l’ambito familiare per la risposta che a questo livello tale ambiente può assicurare. La famiglia permette comunque al giovane di maturare un’identificazione, accetta perlopiù il giovane, risulta con lui tollerante, gli offre quella sicurezza che in molti casi egli non ha rispetto al futuro, al suo sbocco occupazionale, alle possibilità di scelta; la famiglia inoltre può rappresentare — per la biografia del soggetto — uno spazio e una possibilità di continuità che controbilancia in qualche modo la forte discontinuità di esperienze e di appartenenze a cui il giovane si espone in una società pluralistica e differenziata. La considerazione affettiva della famiglia da parte dei giovani sembra determinarsi anche in rapporto al fatto che la famiglia d’oggi non è più in grado di coinvolgere in senso forte la vita del giovane (non si caratterizza più per questa pretesa o accetta il dato di fatto di rapporti familiari più allentati), dal momento che essa rappresenta (di fatto, ma anche nell’intenzionalità dei diretti protagonisti) soltanto uno dei molteplici ambienti e luoghi di appartenenza, tra i quali il giovane scandisce la sua vita quotidiana.

In sintesi, la considerazione affettiva non significa rivalutazione​​ tout court​​ della famiglia da parte dei giovani, dal momento che essa avviene senza che si abbia a registrare un processo di marcata identificazione dei soggetti con l’ambito familiare. In particolare, la famiglia non sembra in grado di affermare nel tempo presente la funzione di incontro dialettivo e dialogico tra generazioni diverse, tra persone caratterizzate da differenti processi di socializzazione. Non si innescherebbe cioè quella dinamica tra generazioni, tra i vari membri della famiglia, che può arricchire le reciproche esperienze o che aiuta il giovane — insieme alla dimensione affettiva — a maturare una propria identità e a inserirsi gradualmente e criticamente nel contesto sociale.

 

3.4. Un lavoro per la realizzazione personale

L’atteggiamento di attenzione e nello stesso tempo di non piena identificazione che caratterizza le giovani generazioni nel loro inserimento in famiglia si ritrova anche nella concezione ed esperienza lavorativa. La grande maggioranza dei giovani esprime indubbiamente una forte esigenza di lavoro, ma questa esigenza non si accompagna nei giovani a una identificazione nel modello del lavoro come valore, dal momento che emerge anche in questo campo un atteggiamento prevalentemente strumentale. L’obbiettivo non è tanto quello di recare un contributo alla società, di migliorare il proprio status sociale, di identificarsi col sistema, di modificare l’organizzazione del lavoro, quanto — prevalentemente — di ritrovare nel lavoro una possibilità di personale realizzazione. Si tratta di una possibilità che risulta diversa a seconda della differente occupazione dei giovani. Nel complesso questo orientamento non indica che i giovani d’oggi siano insensibili ai problemi sociali, così centrati sulla propria condizione da perdere di vista i fattori di alienazione presenti nella attuale divisione e organizzazione del lavoro, presentino una carenza di riflessività circa il contesto in cui sono inseriti o non abbiano più la coscienza dei condizionamenti sociali. Ma soltanto che essi avvertono che i problemi sociali sono più complessi della propria capacità di comprensione e di intervento, e che la modifica delle condizioni strutturali del lavoro appare remota rispetto alle loro possibilità e prospettive. Uno stato d’animo di impotenza sociale e politica sembra produrre nei giovani l’orientamento a ricercare negli ambienti in cui vivono obiettivi realistici, che possono avviare a soluzione i problemi che la vita quotidiana loro pone.

 

3.5. Una scuola per migliorare le possibilità di inserimento sociale

Molte indagini attestano che, rispetto a quanti hanno vissuto la loro giovinezza 15-20 anni or sono, gli attuali giovani appaiono meno conflittuali anche nei confronti della scuola, riscoprono il valore dello studio, dimostrano una maggior disponibilità all’apprendimento, presentano una minor contestazione del ruolo degli insegnanti e dei contenuti dello studio. Questa disponibilità nei confronti della scuola e dello studio non indica però che i giovani non siano disincantati verso l’istruzione o la formazione loro impartita. Anche gli attuali giovani sembrano aver coscienza dello scollamento tra titolo di studio e possibilità di trovare un’occupazione con esso congruente, della separatezza che si determina in molti casi tra scuola e vita quotidiana, tra scuola ed esperienza sociale. Di fatto però le minori alternative sociali e politiche sembrano spingere i giovani a ricercare anche in termini scolastici quegli aspetti che più possono favorire la formazione della loro personalità, che più li aiutano a ridefinire la loro identità, senza attendersi che la presenza in questa istituzione risolva i problemi di autonomia e di inserimento nella società.

In sintesi, anche nei confronti della scuola prevale da parte dei giovani quella considerazione «personalizzata» della presenza che caratterizza in generale il loro atteggiamento nei confronti delle istituzioni. L’istituzione scolastica viene valutata per gli apporti positivi o negativi che può offrire per la propria biografia, per le opportunità di inserimento sociale e professionale. In altri termini — rispetto alla generazione giovanile precedente — i giovani d’oggi non contestano la scuola in quanto apparato ideologico, in quanto luogo di trasmissione della cultura dominante, in quanto ambiente preposto alla riproduzione socio-culturale; né affidano alla scuola — in modo acritico e fideistico — la speranza di migliorare senz’altro la propria posizione sociale, considerandola per definizione un veicolo di modalità sociale. In luogo di ciò essi domandano un ambiente socialmente e culturalmente efficiente, in grado di dare un contributo alla loro generalizzata ricerca di migliori opportunità non soltanto di inserimento sociale ma anche di realizzazione personale.

 

3.6. Selettività e tolleranza nei confronti delle istituzioni religiose

L’atteggiamento ad un tempo di considerazione e di distacco caratterizza anche il rapporto degli attuali giovani con l’istituzione ecclesiale. Anche la chiesa non è più oggetto di contestazione da parte dei giovani, come invece avveniva 15-20 anni or sono. I giovani sembrano essersi svestiti dei «pregiudizi» nei confronti della chiesa e rivalutare l’azione che questa istituzione può svolgere per la salvaguardia della pace, per la promozione della giustizia nella società, per l’aiuto ai gruppi sociali marginali, per la funzione di integrazione della collettività. Di fatto però, mentre rivalutano soprattutto il dover essere della chiesa, mentre risultano disponibili ad accettare una funzione sociale delle strutture religiose in campi nei quali le forze laiche risultano insufficienti, i giovani sono assai critici nei confronti di alcune modalità di presenza sociale della chiesa e indifferenti o contrari ai dettami del magistero ecclesiale soprattutto nel campo della morale sessuale e familiare. In sintesi, i giovani sembrano rivalutare della Chiesa più l’azione sociale che quella religiosa, più il dover essere di questa istituzione che il modo con cui essa di fatto opera nella società, più l’impegno generale nella società a difesa di alcune categorie sociali che l’azione di magistero o la funzione specificamente educativa.

Questo atteggiamento di distinzione si riscontra in molte pieghe dell’esistenza giovanile. Così le giovani generazioni possono prestare attenzione all’istruzione ecclesiale e nello stesso tempo essere tiepidi verso specifiche azioni della chiesa nella società; possono essere attratti dal papa per ciò che egli rappresenta in termini di visibilità sociale e nello stesso tempo risultare refrattari al messaggio che egli annuncia; possono esprimere una domanda religiosa e nel contempo rifiutare la funzione di mediazione religiosa esercitata dall’istituzione ecclesiale; possono essere ben disposti nei confronti di alcune figure sacerdotali o religiose e verso alcune esperienze di chiesa e indifferenti verso la chiesa in generale. In altri termini, anche in rapporto alla chiesa i giovani possono sottolineare alcuni aspetti di interesse, che appaiono congruenti con le loro aspettative, e tralasciare altre realtà su cui la distanza culturale appare più pronunciata.

 

3.7. L’atteggiamento ambivalente dei giovani appartenenti all’associazionismo religioso-ecclesiale

Elementi di ambivalenza circa il modo in cui ci si rapporta all’istituzione ecclesiale — e più in generale ci si pone nei confronti della stessa proposta di fede — sono individuabili anche per i giovani «orientati religiosamente», per quei soggetti giovanili che individuano nella fede religiosa un criterio di riferimento per la vita quotidiana e che possono essere inseriti nei gruppi-movimenti religioso-ecclesiali. A questo proposito uno degli elementi di ambivalenza è stato individuato nel fatto che le aspettative nei confronti dell’appartenenza religiosa possono essere non tanto di tipo religioso, quanto legate alla possibilità di trovare nell’associazionismo o nella socializzazione ecclesiale «una risposta al problema dell’identità, all’esigenza di autoaffermazione, alla tensione alla realizzazione, alla ricerca di libera espressione, tutti aspetti assai marcati» nell’età immediatamente postadolescenziale.

Oltre a ciò, anche i giovani appartenenti all’associazionismo di matrice religioso-ecclesiale risultano «informati da atteggiamenti e orientamenti — tipici delle attuali condizioni di vita — che possono risultare non congruenti con una prospettiva di fede o col quadro di valori e riferimenti proposto esplicitamente in queste realtà associative». Anche tra i giovani di quest’area associativa possono emergere, per esempio, atteggiamenti di refrattarietà alle appartenenze impegnative, alle proposte «educative» e «religiose» costringenti. Ciò in quanto molti giovani non esauriscono la loro esperienza all’interno del gruppo religioso o tendono a non ordinare — sulla base di un determinato quadro di valori — le varie esperienze e appartenenze di cui essi si rendono protagonisti nelle dinamiche della vita quotidiana.

 

Bibliografia

Garelli F.,​​ La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Il Mulino, Bologna 1984; Garelli F.,​​ Jeunesse et foi dans une société différenciée. Extranéité cui tu rei le et besoin d’i dentité,​​ in​​ «Sécularisation et religion. La persistance des tensions», Actes de la XIX conférence internationale de sociologie des religions, Tubingen 1987.

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