DIREZIONE SPIRITUALE

DIREZIONE SPIRITUALE

Antonio Martinelli

 

1. Problemi

1.1. Direzione: perché?

1.2. Direzione: verso dove?

1.3. Direzione: come?

1.4. I movimenti carismatici

2. Le prospettive

2.1. Pastorale giovanile e «direzione spirituale»

2.1.1. Il livello della personale vocazione

2.1.2. Il livello della spiritualità

2.2. Obiettivi della «direzione spirituale»

2.2.1. Dalla dispersione al centro esistenziale

2.2.2. Dal centro esistenziale al senso della realtà

2.2.3. Dal senso della realtà alla compagnia

2.2.4. Dalla compagnia alla trascendenza

3. Le dimensioni

3.1. La dimensione «spirituale»

3.1.1. Accompagnamento spirituale e integrità psichica

3.1.2. Accompagnamento spirituale e salute spirituale

3.1.3. Accompagnamento spirituale e vita nuova in Cristo

3.2. La dimensione di «direzione»

3.2.1. La fede in Dio non va più da sé

3.2.2. Necessità di orientamento alla vita cristiana

3.3. La dimensione «comunicativa»

3.3.1. Una comunicazione piena non vuota

3.3.2. Una comunicazione calda non teoretica

3.3.3. Modelli di comunicazione

3.3.4. Alcune esigenze della comunicazione

3.4. La dimensione «educativa»

3.4.1. 1 principi che reggono una relazione educativa

3.4.2. Accompagnamento spirituale e animazione culturale

3.5. La dimensione «ascetica»

3.5.1. La novità della preghiera

3.5.2. La novità della legge

3.5.3. La novità del sacramento

4. La pratica

4.1. Il «direttore spirituale»

4.1.1. Il suo volto interiore

4.1.2. Il suo volto esteriore

4.2. Il gruppo giovanile forma comunitaria di guida spirituale

 

1. Problemi

Alcuni fondamentali temi dell’esistenza cristiana ritornano puntualmente nella riflessione e nell’organizzazione della vita; particolarmente quando spira aria di crisi o di rinnovamento. Hanno bisogno di essere ripensati per una riformulazione che si adatti alle nuove esigenze.

Il ricupero della memoria si presenta portatrice di semi fecondi. La storia della «direzione spirituale» è ricca della vita delle comunità: momenti di splendore seguono a fasi di stanchezza. Ecco alcuni problemi.

 

1.1. Direzione: perché?

C’è un rifiuto per la riproduzione del rapporto padre-figlio sul piano religioso. Si tratta di manipolazione o di ricatto affettivo? Perché dare spazio a una struttura di autorità che privilegia l’obbedienza di fronte alla creatività? La sottomissione nei confronti della autodeterminazione? La crescita all’ombra di altri che poco spazio lasciano alla ricerca della propria identità?

La nostra generazione e la cultura attuale si trovano su altre sponde molto lontane. Nessuno può essere il frutto di un altro. Si ricerca un rapporto configurabile come da adulto ad adulto, in cui il rispetto e il sostegno vicendevoli rassicurano dell’esito positivo. Ogni forma di colonialismo e ogni specie di controllo non creano un rapporto «secondo lo Spirito».

La forte e suggestiva personalità di un uomo non può essere scambiata con la capacità di «direzione spirituale». Tanti uomini, chiamati carismatici e che pullulano in tutti gli ambienti, non solo religiosi, non vanno subito definiti «direttori spirituali».

 

1.2. Direzione: verso dove?

11 sospetto più grave oggi è rappresentato dall’abdicazione alla personale responsabilità. La ricerca della «volontà di Dio» non è un’operazione da narcisisti o da illusi. Una scorretta educazione fa parlare della volontà di Dio in termini poco evangelici. Tutto viene ricondotto a una volontà che sovrasta e richiede esecuzione cieca e immediata. Accettare le realtà più varie (dal cattivo tempo a una riuscita nella professione), fare proprie le situazioni più disparate (da un lutto a una gioia non programmata), eseguire senza reticenze e tentennamenti le indicazioni più diverse (dall’osservanza dei comandamenti di Dio ai desideri dei propri genitori), tutto viene incluso nella volontà di Dio, riducendo quest’ultima a un immenso e indefinito contenitore materiale.

Un modo di accostare la parola di Dio che privilegia la dimensione del dono senza il seguito dell’impegno operativo; un sentire il rapporto chiesa-mondo che è più vicino al collateralismo che al servizio; un vivere il momento dell’incontro con Dio nella preghiera come rassicurazione di fronte ai conflitti della vita quotidiana, sembrano avallare un atteggiamento di «fuga».

La «direzione spirituale» è funzionale se è collocata all’interno di un progetto comunitario che aiuta a crescere nella risposta a' dono ricevuto; altrimenti si carica di tanta ambiguità e perde la sua forza educativa.

 

1.3. Direzione: come?

Sono state elaborate due proposte operative per guidare nell’esperienza di fede un credente. La prima è centrata sul gruppo. La seconda è centrata sul dialogo interpersonale. Riconosciamo i limiti di una fiducia incondizionata nel gruppo. C’è un’affermazione di principio che trova favorevoli tutti gli operatori. La comunità è sempre dentro il discorso di fede, anche quando interessa un solo credente. L’appartenenza a un gruppo risulta la variabile più significativa ed efficace nella maturazione religiosa dei giovani. Accanto all’affermazione positiva c’è però da porre un rilievo critico e negativo. «Quando un gruppo fagocita la libertà e la decisionalità dei suoi membri, essi non sentono affatto l’esigenza di decentrarsi verso altre istituzioni: il gruppo è così rassicurante ed involvente, che si teme appassionatamente di uscirne. Il gruppo diventa totalizzante e autoescludente» (Tonelli R.,​​ Gruppi giovanili e esperienza di chiesa, Las, Roma 1983, p. 82). Non vanno dimenticati i limiti della fiducia nella «buon parola» a-tu-per-tu. La tentazione principale è quella del «guru». Non si tratta di concentrare le persone sulla mia persona, né di orientarle sul proprio intimo, perché assorbano quasi come spugna tutto ciò che viene indicato. Si tratta invece di rivolgere il comune sguardo, della persona che dirige e di colui che è diretto, verso il Signore della vita per entrambi.

 

1.4. I movimenti carismatici

La situazione ecclesiale odierna registra un fatto nuovo e inaspettato: i movimenti carismatici. Interessano direttamente il tema della «direzione spirituale».

Si manifesta in modo chiaro e insistente la ricerca di maestri di spiritualità. Si vogliono approfondire le esigenze che derivano dal dono del battesimo e dalla grazia dello Spirito. Si cerca di rispondere alle esigenze che emergono, prevalentemente, attraverso la costituzione dei gruppi di preghiera; il riferimento costante alla Parola di Dio; il dialogo spirituale; la presenza di chi, autorevole e riconosciuto maestro, a nome della chiesa offre una catechesi legata alla tradizione; la conversione del cuore; la riflessione e lo studio sistematico della Parola di Dio; la partecipazione a «seminari della vita nello Spirito», e molte altre iniziative sempre a sfondo religioso-spirituale.

Non mancano rischi e ambiguità. Il primo: l’elitismo. Il modo di parlare, il comportamento nei confronti degli altri credenti non immessi nel cammino del rinnovamento nello Spirito, alcune forme di accostamento ai problemi della salvezza rischiano di chiudere in ambiti ristretti gli appartenenti al movimento.

Il secondo: il fondamentalismo. La S. Scrittura è il luogo privilegiato del rinnovamento carismatico. Costituisce il punto di riferimento per la preghiera, per la riflessione, per l’azione evangelica. Il Concilio ha dato orientamenti precisi in questo senso. C’è il rischio che si assuma in maniera materiale con il rifiuto di ogni mediazione culturale l’indicazione biblica. Potrebbe così svanire la «direzione spirituale» che è insita nella Parola di Dio.

 

2. Le prospettive

 

2.1. Pastorale giovanile e «direzione spirituale»

L’educazione alla fede nella passione per la vita definisce l’obiettivo della pastorale giovanile e rappresenta il luogo in cui la compagnia spirituale ha modo di esprimersi su due livelli, ugualmente importanti e specifici: il piano della vocazione e il piano della spiritualità.

 

2.1.1. Il livello della personale vocazione

La «direzione spirituale» tende a formare l’uomo virtuoso e il credente virtuoso, anzitutto; orienta, in altre parole, alla decisione personale da credente. «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Paolo non descrive solo la sua eccezionale esistenza di mistico, ma la comune, sublime realtà cristiana. Smentisce che per non essere «mondani» sia necessario azzerare lo specifico umano. Il cristiano nel mondo non è né un anomalo né un anormale.

Decidere da credente è una ricca prospettiva. Ogni decisione vuole alcune condizioni indispensabili. Comporta cambi, da una parte, e consolidamenti, dall’altra. Ogni decisione porta con sé alcune esigenze. Decidere è far crescere la persona, è puntare sulla formazione della coscienza e della responsabilità, è rendere critici sulle decisioni che frequentemente vengono indotte, aiutare a ritrovare il senso e la forza della solitudine personale.

Ogni decisione procede verso orizzonti sempre più personali. Nella solitudine è possibile quel processo di personalizzazione e di interiorizzazione dei valori e delle proposte cristiane che devono diventare il riferimento continuo delle scelte.

Si noti, a partire dalle precedenti osservazioni, la differenza tra confessione e «direzione spirituale». È diverso, anzitutto, l’obiettivo. Nel sacramento si tratta di remissione dei peccati. Lo sguardo è rivolto al superamento del passato. Il servizio che si rende con la «direzione spirituale» cerca nella decisione il futuro che attende.

È diverso, poi, il senso globale dell’intervento. Il perdono sacramentale dei peccati è un evento oggettivo. Non dipende dalla sensibilità del confessore o della dirigibilità psicologica del penitente. Nella «direzione spirituale» entrano in gioco vari elementi legati a fattori umani che vanno presi in considerazione per il compimento del cammino vocazionale.

Infine sono diversi i soggetti interessati ai due processi.

In quello sacramentale, il sacerdote opera in persona di Cristo e con l’incarico avuto dalla chiesa. Nella «direzione spirituale», l’adulto nella fede opera perché scelto da un altro credente come suo compagno di cammino.

La diversità non significa l’incomunicabilità e la vicendevole non curanza. Sottolineare però la diversità comporta richiamare una caratteristica interessante della «direzione spirituale»; è una realtà «laica». Difendere quest’affermazione significa espandere la responsabilità all’intera comunità e non riservarla unicamente al sacerdote. C’è qui ampio spazio per valorizzare i doni degli educatori e di quanti hanno un carisma particolare di orientamento e di accompagnamento nella fede. Resta sempre vero che non ci si può inventare né guide spirituali di comunità, né «direttori spirituali» di singoli.

 

2.1.2. Il livello della spiritualità

È l’uomo nella sua totalità che viene preso in considerazione dalle scienze umane, e nella sua totalità appartiene al campo dello spirituale. Il fisico, lo psichico e lo spirituale si compenetrano: non va dimenticato nella pratica formativa.

Compito della «direzione spirituale» è sostenere il credente nel vivere la realtà di ogni giorno con senso religioso. La mistagogia è la spiritualità del quotidiano prima che la spiritualità nel quotidiano. Evidentemente richiede un lungo processo di educazione e di comprensione della realtà, incominciando dalla propria vita, da sé stessi. La «direzione spirituale» diventa così uno strumento e un’occasione per imparare a vivere la realtà di ogni giorno con senso religioso.

La spiritualità non è un piano costruito al di sopra e al di fuori della vita abituale, dell’esperienza quotidiana, della ricerca della propria identità. Costituisce invece il quadro portante di tutta l’esistenza. La spiritualità è nella vita. Staccarsi dalla vita è rigettare l’impegno spirituale. La vita spirituale costruisce l’ordito della trama di tutte le relazioni che ogni persona intesse.

Non sarà mai sottolineata abbastanza l’importanza dell’adulto in tutto questo processo. Il ruolo della sua persona e della sua vita, il peso dello stile e delle modalità che adotterà, avranno incidenza determinante nella storia che il giovane vive.

 

2.2. Obiettivi della «direzione spirituale»

Esprimo gli obiettivi attraverso quattro tappe.

 

2.2.1. Dalla dispersione al centro esistenziale

È il processo della riformulazione di sé. Interessa l’aspetto somatico, anzitutto.

È la riconquista del rapporto con il proprio corpo. Rientrano qui gli esercizi di respirazione, le tecniche delle varie posizioni del corpo, l’esperienza dell’ascolto e della percezione della musica, ecc.

È la riconquista del rapporto con la materia, con l’oggettivo esterno. Un testo, l’esperienza di un’altra persona, una comunicazione verbale vanno raggiunti in modo fedele, senza travisamenti e pregiudizi. È come incarnare lo spirituale nel corporeo.

È la riconquista dell’ordine che libera. Una giornata di deserto e l’esperienza del deserto hanno una funzione legata all’esercizio pratico di imparare a ripartire il tempo e a organizzare le attività, facendo rientrare tutto ciò che è stato programmato, senza sacrificare al capriccio o al disordine elementi e aspetti di esperienza.

L’animazione può essere paragonata a un’azione che crea nello spazio caotico, illimitato e indifferenziato in cui si dice il desiderio e in cui risuonano gli istinti e le più paurose ferinità arcaiche, un microcosmo organizzato dotato di un centro nel quale il giovane può tanto conoscere e controllare i propri inferi (l’inconscio individuale e collettivo), quanto entrare in contatto con il cielo (i valori e la fede), rimanendo però ben radicato sulla terra (la coscienza, la razionalità umana e la dialettica).

È la riconquista del centro come determinazione della personale vocazione. Può essere infatti interessante rielaborare il simbolismo del centro in chiave educativa moderna, proponendolo non più come centro sacro, bensì come centro esistenziale, come luogo che consente alla persona una più approfondita ricerca di sé e del senso della propria esistenza. Attorno al centro si organizzano quindi tempo e spazio, la vita cioè, perché l’uomo visto nella sua concretezza è inserito in un determinato spazio non solo geografico ma anche culturale e in un tempo particolare non solo cronologico ma esistenziale. A partire dal centro l’uomo impara a controllare gli eventi in cui si trova coinvolto e dà loro di volta in volta un senso originale. Come un magnete dispone attorno a sé secondo un disegno di forze la polvere di ferro, così il centro lentamente costruisce in maniera organica le diverse istanze ed esperienze della vita. È la riconquista della spiritualità come sintesi esistenziale. La «direzione spirituale» consiste in gran parte nel far trovare all’altra persona l’orientamento più significativo dell’esperienza. Vanno collocati in questa linea i diversi strumenti da utilizzare nella riformulazione del sé: la preghiera, gli esercizi spirituali, i momenti di riflessione e di ricerca religiosa. Servono al superamento dell’illusione in vista di un reale altruismo; alla transazione da un io-infantile e da un iopaterno a un io-libero; all’integrazione dei vari aspetti della vita, in specie di eventuali traumi infantili e della sessualità.

Il lungo processo descritto riconosce che c’è un senso nelle cose e c’è un senso diffuso che ha bisogno di scoperta e di accoglienza. Il già dato e già presente vanno riconosciuti. Alcuni eventi personali e comunitari hanno maggior rilievo, in quanto in loro emerge con maggiore intensità e forza evocativa il senso complessivo della vita. Vanno meglio valorizzati perché più capaci di risvegliare la coscienza personale e di mettere in moto comportamenti e atteggiamenti espressivi della riformulazione di sé.

 

2.2.2. Dal centro esistenziale al senso della realtà

È il processo della riformulazione della fede. Il centro non va ridotto ad esperienza psicologica. Esso ha anzitutto rapporto con il senso della realtà. L’esperienza manifesta che rincontro con il proprio essere interiore ingenera, in un primo momento, una grande confusione: non si riesce a distinguere attorno a sé il perché e l’orientamento delle cose. C’è bisogno di luce e di chiarezza. Bisogna fornire ai giovani i mezzi perché entrino nelle proprie esperienze e trovino le nicchie in cui possa annidarsi la presenza di Dio.

La chiesa e la storia dell’umanità sono spesso simili a una donna incinta: è sformata, brutta, pesante: ma dentro vive e cresce il Cristo, l’uomo nuovo che fa nuova ogni cosa; perciò è nello stesso tempo splendida! In questo senso fede è appropriazione della vita. Il consolidamento del centro porta alla mistagogia, introduce cioè ai misteri della fede, come dice Cirillo di Alessandria. La mistagogia indica strade analoghe per mettere l’esperienza e l’attesa dell’uomo in sintonia con la verità e promessa divina. Attraverso la «direzione spirituale» deve crescere l’esperienza di muoversi in un grande edificio religioso, le cui singole colonne e quadri non devono né possono essere tutti chiari nel loro significato.

Qui il metodo della correlazione: lanciare ponti tra esperienza e rivelazione. La via mistagogica esigerà sempre due momenti: esperienza e superamento dell’esperienza, la gratificante esperienza della sicurezza e il rischio di fare un passo nell’ignoto.

La capacità contemplativa, come simpatia verso le cose e accoglienza del senso che si portano dentro, anche quando è povero e bisognoso di essere aiutato a crescere, rende la natura intera amichevole e nulla di ciò che è umano risulterà straniero: né la gioia, né il dolore, né il vivere, né il morire. La fede esige intensità ed espansione dell’essere. Non immiserisce l’uomo. La fede è radice perché sopra si sviluppi un albero ricco di fiori e di frutti.

Arrivare al senso della realtà comporta non lasciarsi assorbire dall’urgenza e dall’immediato, ma accordare alle cose un lungo e sereno sguardo interiore. Nascono allora una serie di domande.

Chi mi può svelare il significato del mondo e della vita? O anche soltanto dire che esiste un significato? Chi mi può annunciare che la vita è buona, e questa bontà può permeare i miei rapporti con tutto quanto mi circonda: uomini e cose, natura e storia, spazio e tempo? La domanda spinge alla riformulazione della fede.

 

2.2.3. Dal senso della realtà alla compagnia

È il processo della riformulazione della carità.

La carità è il concreto-ricco, la scoperta del dono che vive nelle cose e nelle persone. Una compagnia capace di dare rilevanza al tempo e allo spazio come dimensioni dell’uomo: ritrovando le radici comuni nella storia che si vive e insieme si costruisce, e riscoprendo i segni dell’amore di Dio, i simboli della sua presenza nello spazio che siamo chiamati a popolare.

La carità è la libertà personale che non pone condizionamenti a nessuno, anche se richiede a tutti le condizioni necessarie perché si realizzi una oblatività convinta e generosa. La carità è la pace con tutti, cioè una forma di ricomposizione voluta e ricercata, un saper attendere.

La compagnia è attesa, nella sua sostanza più profonda. Non c’è motivo di vivere se non c’è nessuno per cui vivere. L’attesa è alla base della speranza, della meraviglia, della novità, del desiderio, della vita. «Ti aspetto» va oltre la morte ed è la più profonda espressione del fatto che la fede e la speranza possono passare, mentre l’amore rimane per sempre. «Ti aspetto» è un’espressione di solidarietà che infrange le catene della morte. Nessuno può rimanere in vita se nessuno lo aspetta.

La carità è la giustizia che sa attribuire a ciascuno il suo. Non basta fare il giusto; bisogna essere giusti, con gioia e senza titubanza. La «direzione spirituale» per essere in sintonia con la riformulazione della carità deve mostrare quali e dove sono i luoghi ciechi e unilaterali nel giudizio. Può aiuare a capire motivazioni non pulite; attenuerà l’esuberanza e aiuterà a superare momenti di tiepidezza. La «direzione spirituale» può e deve sempre interpretare il ruolo del «sobrio» e dell’«oggettivo», ma capirà che non può mettersi al fianco di uno, se non è egli stesso impegnato nella vita spirituale. Da quando Dio si è fatto uomo, è l’uomo che ha il potere di guidare il fratello alla libertà, alla pace e alla giustizia.

 

2.2.4. Dalla compagnia alla trascendenza

È il processo della riformulazione della speranza.

La «direzione spirituale» coltiva il grano che cresce nel campo, non tiene i legumi sott’olio, in conserva. La speranza è Poltre. Il cammino iniziato tende a Dio. Non è da pensare che si possa fare a meno delle mediazioni umane sempre necessarie, dal momento in cui l’incarnazione ha indicato la via dell’incontro con Dio, l’unica via che a noi è data percorrere.

Nel servizio di «direzione spirituale» né la singola persona, né il gruppo che mediano l’incontro con Dio hanno il diritto di fermare il cammino nella compiaciuta soddisfazione del compito e dell’aiuto che danno. Pedagogicamente e teologicamente bisogna aiutare ad andare «oltre».

La conversione globale che sottostà al cammino della crescita e della risposta al dono non si esaurisce nelle prospettive terrene e immediate. Rimanda a una realtà che trascende la propria esistenza.

Il riconoscimento di Dio e della sua trascendenza, la ricerca continua di adeguamento al disegno del Padre, l’armonizzazione delle scelte che si aprono continuamente a orizzonti nuovi invocano una riformulazione della speranza.

Si scopre così la vocazione personale. Per questo ogni «direzione spirituale» deve coinvolgere questa dimensione.

Vocazione è la percezione della storia della salvezza che si compie nel contributo responsabile di tutti. Vocazione è la gioiosa scoperta del dono che Dio fa a ciascuno perché possa rispondere alla chiamata del Signore e dei fratelli.

Vocazione è sperimentare, nelle esigenze del prossimo e nelle attese dei fratelli, Dio che cerca cooperatori al suo intervento (cf 1 Cor 3,9; 1 Ts 3,2).

 

3. Le dimensioni

 

3.1. La dimensione «spirituale»

È da rileggere in modo nuovo il qualificativo «spirituale».

Proviamo a enucleare alcune fondamentali esigenze del termine attorno a un asserto fondamentale: una spiritualità della vita quotidiana.

La vita nuova o la vita nello Spirito non è più pensabile isolata dall’esistenza concreta dell’uomo. Non c’è una spiritualità disincarnata, cioè al di fuori dei contesti della quotidianità. «Quotidiano» qui significa riferirsi alla struttura psicologica e spirituale di una persona.

 

3.1.1. Accompagnamento spirituale e integrità psichica

La «direzione spirituale» è l’aiuto che viene dato in vista della costruzione della personalità che sappia fare sintesi in una spiritualità. L’uomo e il credente vivono bene insieme. L’ambito che immediatamente va curato e reso idoneo a ricevere la presenza e l’opera mediata dello Spirito è la sanità psichica. Lo Spirito Santo non si sostituisce allo psichismo dell’uomo. È vero anche, d’altra parte, che lo Spirito Santo opera in qualunque cuore e in tutte le situazioni di vita.

La riformulazione della fede e la convinzione che l’opera dello Spirito Santo si serve di questa prima mediazione, l’integrità psichica, spingeranno a creare un clima che libera dall’oppressione affettiva. Solo così si sprigioneranno le forze interiori, le energie originarie del giovane.

Un entusiasmo acritico, una fragilità psicologica, una ricerca di sicurezza deresponsabile nuocciono a ogni forma di spiritualità.

 

3.1.2. Accompagnamento spirituale e salute spirituale

Non si può parlare di spiritualità in un contesto di pessimismo e di nichilismo. Non si può fare «direzione spirituale» senza calarsi in modo sereno e costruttivo dentro la cultura che si vive. La sanità spirituale comprende molti versanti dell’esperienza.

Anzitutto, avere fiducia nella storia. La fede naturale dice lo star bene, a proprio agio, con un pizzico di soddisfazione, nella scoperta del bene che ognuno ha con sé: è l’accoglienza che allarga i confini oltre le persone per accettare gli esiti del lavoro dell’uomo. In secondo luogo, non perdere mai il coraggio d’andare avanti, nonostante le difficoltà. Un’opera necessaria va compiuta: aiutare a trasformare il «nonostante» in un «perché»; le motivazioni che si oppongono, in un punto di appoggio per sollevare la propria piccola storia. Mai fermarsi. Sempre riprendersi.

Una terza espressione di sanità è riconfermarsi di continuo nella certezza che nessuno sforzo è vano e nessuna via è radicalmente senza uscita. La sanità spirituale si nutre di pace nel cuore, di serenità di fronte all’avvenire, di credito accordato nelle possibilità di miglioramento. Nulla è mai completamente perduto. Tutto può evolvere al positivo, quando si riesca a creare le condizioni indispensabili. Un ulteriore quarto atteggiamento diventa significativo: la certezza che la vita ha un senso. L’esperienza quotidiana ci mette a contatto con realtà che risultano provvisorie e relative. Nulla manifesta i segni della continuità illimitata. Tutto sembra destinato a scomparire, perché insignificante. Dall’insignificanza alla mancanza di senso il passo è abbastanza breve. Se le cose non hanno senso, perché interessarsene con la «direzione spirituale»?

 

3.1.3. Accompagnamento spirituale e vita nuova in Cristo

Primo problema: adeguamento alla storia interiore di ciascuno nel cammino e nell’accoglienza del dono di Dio.

Prima dello sviluppo delle scienze umane l’aiuto spirituale era assai meno differenziato. Si offriva a tutti un cammino, un orientamento, una meta comuni.

Oggi non è concepibile agire per grandi linee. La differenziazione nell’aiuto e nell’orientamento, bisogna riconoscerlo, ha avuto l’innegabile merito di purificare, facendo chiarezza e specificità, il carattere «spirituale» della «direzione». La confusione degli ambiti e delle funzioni non reca vantaggio a nessuno.

D’altro canto, insieme alla differenziazione è da valorizzare la interdipendenza con l’unità tra i diversi ambiti della vita. Studiarsi di evitare la confusione, ma anche la separazione dualistica nell’esperienza del giovane è una meta indiscutibile. C’è da ricercare quindi una unità differenziata.

11 secondo problema: la preoccupazione della «direzione spirituale» non è rivolta unicamente alla vita «eterna», ma anche alla vita «presente». Le espressioni «direzione delle anime» e «salvezza dell’anima», o altre similari, non sembrano attente, non solo alle emergenze culturali contemporanee, ma neppure al dato biblico.

La rigida distinzione tra anima e corpo che ha dominato per tanto tempo non solo le formulazioni dottrinali della chiesa, ma ha orientato le sue scelte sul piano morale e spirituale, si trova in dissonanza con la sensibilità odierna. Il linguaggio ecclesiastico è debitore, per tanta parte, a un’antropologia di ispirazione platonica; ne è derivato uno spiritualismo disincarnato, la ricerca di una identità cristiana al di fuori del contesto di oggi. Così pure, per lungo tempo, sono stati usati come contraddittori due termini che invece non vanno opposti: temporale e spirituale. Invero «temporale» si oppone a eterno. «Spirituale» poi si oppone a materiale. L’accompagnamento spirituale si riferisce a cose temporali e spirituali, senza preclusioni e riduzioni, proprio perché cerca il riferimento alla vita dell’uomo. Le cose temporali sono materiali e spirituali. Le cose spirituali sono temporali ed eterne.

 

3.2. La dimensione di «direzione»

Nel contesto dell’incarnazione l’intervento salvifico ha sempre bisogno di una mediazione. È legge di vita. È certezza teologica fondata. È esperienza continua nel cammino e nella fondazione del Regno di Dio tra gli uomini. Come una lingua si perfeziona e si arricchisce attraverso la mediazione e l’aiuto di un insegnante; come la carità evangelica si apprende alla scuola di un testimone dell’amore evangelico; come la sensibilità artistica cerca un maestro d’arte alla cui scuola imparare i segreti del... mestiere, così la crescita cristiana ha bisogno di un educatore della e nella fede.

Da un punto di vista teologico è da richiamare continuamente la necessità delle mediazioni. Qui si colloca la «direzione spirituale». È una forma originale, accanto ad altre, per dare l’aiuto richiesto dalla realizzazione della vita teologale.

 

3.2.1. La fede in Dio non va più da sé

L’invasione dello scetticismo avvolge buona parte dell’esperienza umana. Si resta incerti di fronte alle proposte e alle realizzazioni molteplici che l’uomo va realizzando, perché il tempo che segue cancella e distrugge quanto sembrava ormai conquistato in modo sicuro. Non viviamo un tempo di sapere consolidato. 11 sospetto è diffuso ovunque. Non è esclusa la sfera della vita cristiana. La mediazione testimoniante si è resa indispensabile.

La paura è dietro l’angolo dell’esperienza. Nasce dalla frammentazione come dato soggettivo della vita del giovane e come risultato della pluralità indefinita di occasioni e di scelte. La responsabilità riduce il suo respiro e subisce l’affanno delle variazioni. Sorge insistente il bisogno di una compagnia che orienti e sostenga.

Su un versante completamente diverso, si sente e si vive l’illusione dell’onnipotenza. Le risorse aumentate a dismisura, le realizzazioni facilitate da strumenti raffinati ed efficaci, una progettualità che dà l’impressione di poter governare tutto e avere ogni cosa a portata di mano, creano un’attesa non sempre corrisposta dai fatti. All’illusione fa seguito la delusione.

L’esperienza ridimensiona i sogni illusori. Nella misura in cui l’impegno personale è maggiore e l’aiuto esterno è più qualificato anche lo sviluppo della fede si farà in modo più ricco e profondo.

 

3.2.2. Necessità di orientamento alla vita cristiana

L’integrazione tra fede e vita non risulta sempre facile a quanti vivono periodi di transizione nella vita, come succede ai giovani. La scelta del proprio genere di vita non è agevole per chi aprendosi alla storia e alla responsabilità sente il richiamo di mille voci e di numerosi desideri. Non può essere imposto un comportamento; può essere richiesto un aiuto. Qui si affianca il «direttore» spirituale, che con il dono del consiglio orienta e sostiene le scelte.

La «direzione» richiesta non può essere considerata che una direzione «a termine». Un aiuto ma solo fino al punto in cui il diretto è capace di assumere personalmente la direzione della propria vita.

La «direzione» spirituale come non crea una dipendenza, così non richiede una delega in bianco. Lavora per la crescita delle persone. Ogni maturazione è misurata da un doppio criterio: quello della libertà interiore e quello della responsabilità dei comportamenti. La «direzione» spirituale struttura interiormente la personalità. Aiuta ad assumere punti di riferimento che perdurano nei loro effetti anche a distanza di anni. Ha una funzione reale di accompagnamento per i dinamismi che suscita nelle relazioni che si intessono.

Il «direttore» spirituale in quanto invitato a inserirsi nel dialogo con il proprio Signore da parte di un giovane, e in quanto mediatore di un servizio qualificato e significativo, diventa, in un certo senso, la figura simbolica di Dio che è presente e nascosto nello stesso tempo. Orienta, sostenendo e accompagnando. Muove, illuminando le situazioni e rapportandole alla chiamata profonda iscritta nel cuore di ciascuno. Dirige, mettendo al servizio dell’altro la personale esperienza di Dio.

 

3.3. La dimensione «comunicativa»

Gli antichi consideravano la «direzione spirituale» come una «edoctio» e una «ductio». Le funzioni principali erano raccolte in una «illuminazione» e in una «conduzione per mano».

La «direzione spirituale» è sempre una relazione. Le immagini che vengono utilizzate abitualmente esprimono la profondità dalla comunicazione: paternità, amicizia spirituale, saggezza che forma inculcando criteri e riferimenti che orientino nel cammino.

La «direzione» che tocca l’intelligenza apre orizzonti di partecipazione e di condivisione tipici della comunicazione.

 

3.3.1. Una comunicazione piena, non vuota

Per comunicare non è sufficiente parlare. Non è questione di informazioni espresse. Non si esaurisce nel suono della voce. Parte sostanziale della comunicazione è la condivisione dei dati che vengono offerti. Il vero problema della comunicazione è il problema del messaggio.

Entriamo in un contesto diverso rispetto alla semplice informazione. Ci sono leggi particolari che regolano i messaggi.

La comunicazione è piena quando non è unidirezionale. Si trovano due poli che interagiscono. C’è un emittente, e c’è un ricevente. L’uno e l’altro non restano chiusi, ma aperti e disponibili, perché si incrementi non solo materialmente, ma qualitativamente la banca dati. Sembrerebbe un’operazione semplice e immediata, mentre richiede molti passaggi intermedi, definiti abitualmente «decodificazione e ricodificazione».

Perché l’informazione diventi comunicazione deve trasformarsi in messaggio. Il ricevente deve essere capace di decodificazione dell’informazione, saperla smontare nei suoi elementi, leggerla nelle cifre che offre, comprenderla nel messaggio che invia, ricomporla nel codice personale e trasmettere l’avvenuta recezione.

C’è tanto di messaggio quanto c’è di sovrapposizione di cifra. Altrimenti la comunicazione resta vuota, perché manca la cifra che permette di entrare in comunicazione.

Molti discorsi, tanti dialoghi, numerose informazioni restano inutili e senza risultato, perché non hanno raggiunto la soglia soddisfacente di comprensione cifrata e cioè di messaggio.

 

3.3.2. Una comunicazione calda, non teoretica

L’incontro tra persone può svolgersi a livelli diversi: a livello di intelligenza e a livello di persona. La distinzione vuole mettere in evidenza che c’è una comunicazione settoriale e un’altra globale.

Quella settoriale si preoccupa di alcuni ambiti della vita dell’uomo, mentre quella globale pretende di investire l’esistenza intera. La prima guarda alla comprensione dei termini, la seconda s’interessa del cambiamento della persona.

La comunicazione calda richiede che ci si trovi inseriti in un clima e in ambiente: quello di un gruppo e di una comunità. È questa la dimostrazione più convincente che la salvezza opera nel corpo della chiesa, si fa progetto salvifico, considera suoi destinatari l’universalità degli uomini.

La comunicazione calda è tale per il riferimento alla vita concreta e quotidiana. La vita non è qualcosa che vive accanto all’impegno; non è qualcosa tangenzialmente toccata dall’opera salvifica; non è qualcosa in più tra gli argomenti della «direzione spirituale». La comunicazione calda, infine, prende in esame la prospettiva che si apre dinanzi alla vita. Per un credente, la prospettiva missionaria, sentirsi cioè impegnato e responsabile di fronte ai propri fratelli, è questione di sostanza cristiana. Non è fatto facoltativo, che uno assumerà se avrà tempo e voglia. È il cuore del vivere da cristiano. È quindi obiettivo della «direzione spirituale».

 

3.3.3. Modelli di comunicazione

Come comunicare l’esperienza cristiana personale? La prassi di ieri e di oggi può essere raccolta attorno a quattro modelli fondamentali: dogmatico, storico, liturgico, educativo.

 

1.​​ Il modello dogmatico.​​ Esso privilegia la dimensione dell’autorità. C’è un insieme di verità da cui si deducono, in modo logico e consequenziale, gli atteggiamenti, sia da parte di chi dà, sia da parte di chi riceve l’aiuto. La sequenza allora sarà questa: dalla verità all’intervento magisteriale che propone, spiega e collega i contenuti cognitivi e indica in modo chiaro l’itinerario da percorrere.

La comunicazione della fede si serve dell’autorità come canale di trasmissione e delle strutture di governo come strumenti privilegiati. Non resta spazio di manovra: di fronte a una comunicazione che giunge in forma razionale e in modalità deduttiva non resta altro che obbedire!

Il processo è a senso unico. C’è chi parla e chi ascolta. Chi propone e chi esegue. La relazione che si stabilisce è di dipendenza e di accettazione incondizionata. L’unica possibilità che resta è di ricercare il come adattarsi e adattare la propria vita ai principi da cui si è preso il via.

La preoccupazione veritativa è al di sopra di tutto.

 

2.​​ Il modello storico.​​ Questo secondo modello mitiga alquanto gli aspetti angolosi del precedente.

La parola di Dio e la storia del suo popolo hanno condensato nel tempo un’esperienza ricca. Essa ha in sé la capacità di dare risposte adeguate ai problemi e agli interrogativi che l’uomo incontra nel suo cammino. Attraverso una giusta interpretazione dell’itinerario spirituale del popolo eletto ci si può appropriare soggettivamente dei criteri salvifici oggettivi. Lo sforzo più impegnativo da compiere è quello di sapersi fermare, di saper approfondire, di interpretare in modo cosciente e riflesso i dati della rivelazione, della parola di Dio, della storia e dei segni dei tempi. Si tratta di una riflessione teologica e sapienziale della vita.

Al fondo dell’itinerario ci sarà la personale adesione. Interpellati dalla parola di Dio, espressa in vari modi, non si può restare indifferenti o delusi.

Si assumerà come propria la condotta dei padri della fede.

 

3.​​ Il modello liturgico.​​ Il terzo modello è qui denominato liturgico per i caratteri che presenta di iniziazione, istituzionalizzazione, di trasmissione per inserimento e partecipazione.

Si evidenzia l’aspetto di partecipazione vitale, in quanto ci si sente inseriti in modo diretto e personale nella storia della salvezza, che si esperimenta attraverso quelli che sono chiamati i «simboli della fede».

Sono gli avvenimenti salvifici, sono i segni sacramentali della grazia, sono le parole cariche di memoria del mistero di Cristo. La storia della salvezza è così di fronte a ciascun uomo. Parteciparvi comporta essere iniziati.

 

4.​​ Il modello educativo.​​ Romano Guardini ha elaborato un’utile terminologia. «Personalità» è ciò che irradia, davanti a cui si ha sentore di maturità e di profondità. «Persona», però, è qualcosa di più, è ciò che conta davanti a Dio, è il centro dell’uomo. La persona dell’uomo cresce dalla sua personalità. Nel caso della «direzione spirituale» si tratta in definitiva della persona che si pone di fronte a un’altra persona. Quando essa cerca di far evolvere la personalità di un uomo, è perché nella personalità deve destarsi la persona.

Nella «direzione spirituale» l’apice di ogni sforzo è l’uomo nella sua personale unicità.

Qui sta il criterio per dire se si tratta di «direzione spirituale» e non di manipolazione o simili. Qui è anche la soglia sulla quale si incontrano e al tempo stesso si distinguono teologia e psicologia.

11 processo che ne deriva è attento al dialogo continuo con le situazioni di vita, per stabilire in modo circolare i rapporti, l’orientamento e il sostegno vicendevoli.

Due elementi urgono la scelta del quarto modello: la convinzione dell’educabilità della fede e l’esigenza delle mediazioni nella storia cristiana del credente.

 

3.3.4. Alcune esigenze della comunicazione

La comunicazione dell’esperienza cristiana non passa solo attraverso la «direzione spirituale»: ciò significa tener conto di altre risorse presenti nella comunità. In concreto significa cogliere la «molteplicità» di soggetti, di momenti e di livelli interessati.

È necessaria anzitutto un’articolazione di forme di comunicazione nella comunità. Il soggetto ultimo responsabile è la comunità credente. I soggetti interessati non possono utilizzare criteri e proposte tra loro divergenti. Un semplice collage di interventi non è credibile e non è fruttuoso.

Si rendono indispensabili momenti personali individualizzati e momenti comunitari. È quasi un principio di comportamento pratico il seguente: dove mancano i momenti comunitari devono crescere quelli personali; dove abbondano quelli comunitari potranno essere ridotti gli interventi individuali.

Qui si presenta un altro problema: quali sono le strutture di comunicazione in una comunità credente? Non è esagerato affermare che uno dei motivi e, non ultimo, della languidezza di «direzione spirituale» oggi sia da ricercare nella mancata istituzionalizzazione di momenti comunicativi.

Una terza esigenza va segnalata: la molteplicità dei livelli nella comunicazione. Ciascuno entra con il proprio peso e con l’apporto di cui è capace, vivendo un particolare ruolo e privilegiando alcuni aspetti per lui più importanti ed efficaci in vista dell’obiettivo. Uno interverrà come maestro, offrendo contenuti e strumenti utili; un altro da evangelizzatore, richiamando il piano della storia salvifica in cui siamo tutti immersi; un altro ancora da fratello, accompagnando il più debole; un altro da riconciliatore assicurando

la presenza misericordiosa del Dio che vuole tutti salvi; chi ha il carisma del discernimento spirituale da «direttore di coscienza». Non si può comunicare tutto da tutti, utilizzando un’unica modalità. In un concerto di interventi, si colloca appunto la «direzione spirituale».

 

3.4. La dimensione «educativa»

 

3.4.1. I principi che reggono una relazione educativa

La dimensione educativa contiene, anzitutto, un aspetto di magisterialità, cioè di luce, insegnamento, proposta, stimolo che ha il compito di creare una certa dissonanza cognitiva accettabile dal soggetto, perché si senta sospinto a camminare e a non fermarsi lungo la strada.

C’è tra adulto e giovane una «asimmetria», che va riconosciuta dalle due persone interessate. Un’asimmetria che è relativa'sia ai contenuti della fede, sia agli atteggiamenti che li accompagnano. Non è segno di superiorità da una parte e di inferiorità dall’altra. E indice di differenza, di esperienza diversa. Va accettata fin dall’inizio e utilizzata per gli scopi specifici della «direzione spirituale». Non può essere ignorata, se si vuole compiere un servizio educativo per il giovane.

La dimensione educativa dice l’esigenza di non considerare a compartimenti stagno l’uomo, vivisezionandolo e puntando solo su parti singole per la sua educazione. Le scienze umane rendono ragione di un intervento che si indirizzi a tutto l’uomo. Non interessa l’uomo psichico distinto dall’uomo morale, e questo dall’uomo spirituale: interessa l’uomo, il giovane.

L’educativo non è solo uno sguardo, ma è anche una scelta di vita per l’educatore. Natura educativa esprime l’aspetto di «storicità» nel cammino delle persone.

L’itinerario è sempre capacità di adeguamento; è formulazione adatta al passo di ciascuno e soprattutto del più lento a muoversi; è attenzione alle situazioni esterne per imparare a leggerle non in maniera superficiale. Nasce qui l’interrogativo: chi occupa il posto centrale nella «direzione spirituale»: l’adulto? il giovane? oppure il servizio da rendere, l’aiuto da offrire? La risposta definitiva non sarà mai formulata con il sacrificio di uno dei tre elementi che entrano in gioco.

La dimensione educativa, fedele al compito, opererà nella concordia tra le esigenze e i valori di ciascun elemento.

L’educazione alla fede e la pedagogia soprannaturale rimandano agli operatori nell’accompagnamento spirituale: Dio, la persona del giovane, la comunità credente, l’adulto. Un educatore cosciente del ruolo che è chiamato a svolgere sa tenere abitualmente il suo posto.

 

3.4.2. Accompagnamento spirituale e animazione culturale

L’uomo è natura e corporeità, ma deve realizzarsi come libertà e spiritualità: è questo il compito primario dell’educazione. Mentre la natura tenderebbe a realizzare modelli in serie, quasi dei circuiti stampati e ripetitivi; mentre la corporeità indicherebbe come orizzonte la prospettiva chiusa su sé stessi, la libertà e la spiritualità, l’educazione cioè, cercano una personalizzazione dell’obbidienza della fede.

Rendere responsabili le singole persone, farle capaci di assumere in proprio la loro vita, non delegare nessuno per le decisioni fondamentali da cui dipende la felicità, è il sogno dell’educatore. È indispensabile una vera passione per la vita e per l’uomo, nella linea dell’incarnazione del Figlio di Dio. L’animazione potrà venire incontro e indicare alcuni obiettivi educativi, a partire dall’amore alla vita. Animazione e «direzione spirituale» non si identificano, pur avendo più di un punto in comune. Non si confondono, ma sono tra loro complementari, perché è da pensare a un’animazione che porta alla «direzione spirituale» e questa che rimanda continuamente all’animazione di gruppo e alla relazione educativa.

L’animazione certamente non può andare fino in fondo ai sentimenti intimi di un giovane e dell’impegno profondo e personale che può esprimere: si arresta alla soglia della decisione.

Aiutare il giovane a essere «uomo con» e «uomo per», e dunque a «radicarsi» per «partecipare», investe insieme gli impegni dell’animazione e della «direzione spirituale».

Le persone, i giovani in particolare, devono ritrovare il coraggio di vivere e la gioia di vivere: l’obiettivo è comune all’animazione e all’accompagnamento spirituale.

 

3.5. La dimensione «ascetica»

Ripensare e ricomprendere Gesù di Nazaret e la vita a partire dalla croce: ecco la dimensione ascetica dell’accompagnamento spirituale. Il modello per l’ascesi resta il Signore Gesù. Nel cristianesimo l’ascesi è la sequela di Cristo che si inserì nell’agire storicosociale, vivendovi il suo servizio ai fratelli: la sua rinuncia compiuta con la morte in croce. Ed è a Cristo risorto che il cristiano è esperienzialmente unito nella sua ascesi. Il suo è il cammino verso la Pasqua. Il Vangelo di Giovanni nei capitoli 2, 3, 4 offre a noi oggi i contenuti della conversione. Raccoglie in poche pagine di racconti, di parole, di situazioni le riflessioni che l’apostolo, a distanza di anni, con l’intuito e la forza dello Spirito, in una visione storica universale che collega Antico e Nuovo Testamento e in una capacità di lettura sapienziale che raggiunge i vertici della contemplazione, tramanda all’intera chiesa, come criteri di discernimento e obiettivi dell’accoglienza dell’annuncio salvifico. Gesù è il nuovo segno di Dio. Sostituisce l’antica alleanza con la sua persona e la sua opera. L’ascesi cristiana è lo spazio dato allo Spirito.

 

3.5.1. La novità della preghiera

Il primo cambiamento richiesto riguarda il rapporto con Dio e con la vita: la preghiera. La «direzione spirituale» ha qui un amplissimo campo di lavoro e di impegno. Domanda una non facile ascesi. L’obiettivo non può essere fallito.

Giovanni, in una maniera simbolica, esprime nel capitolo secondo del suo vangelo (cf 2,13-32) la sostituzione del tempio. Sarà la stessa persona del Salvatore il nuovo tempio, perché in lui abita in pienezza il Padre.

La persona di Gesù, la Parola-progetto fatto uomo, diventa il luogo della preghiera e del culto. «Agli antichi culti rituali succede il culto con Spirito e lealtà, l’unico che il Padre accetta e ricerca. Poiché Dio è Spirito, cioè forza d’amore che spinge all’attività, il culto che desidera è che l’uomo, vivificato dal suo Spirito, assecondi il suo impulso con l’attività dell’amore. Dar culto al Padre consiste pertanto nel diventare simili a lui con la pratica dell’amore leale, che comunica vita; si oppone al culto che dà morte ed è contrario alla verità» (Juan Mateos-Juan Barreto,​​ Dizionario teologico del Vangelo di Giovanni,​​ Cittadella editrice, voce «tempio», p. 305).

Dio abita nell’uomo, non in edifici. Finisce con la presenza di Gesù nel mondo l’era del Dio dei templi. È iniziato il tempo del Dio degli uomini. La stessa denominazione di «Padre» fa passare Dio e il rapporto con lui dalla sfera del sacro a quello della famiglia. Dio si mette in relazione con l’uomo donandogli la vita, non esigendo la morte. Non vi sono più due sfere, quella di Dio e quella della vita. La stessa esistenza, dedicata al bene degli altri, è il culto del Padre.

 

3.5.2. La novità della legge

La «direzione spirituale» è tutta orientata a far spazio allo Spirito e a raccogliere la nuova legge dell’amore. Non ha come compito primario la materiale osservanza di codici e di norme. Sospinge invece a costruirsi la legge interiore: lo Spirito è la nostra legge. L’esodo dà una norma consolidata dal tempo per lasciarsi guidare dallo Spirito che viene e va, senza poterlo imbrigliare e possedere, è un’indicazione che vuole essere seria ascesi.

Una figura tipica del vangelo di Giovanni è Nicodemo. È il simbolo dei molti che accostano il Signore senza riuscire a entrare nella novità da lui portata. Gesù afferma che l’uomo può giungere a ottenere pienezza e vita non tramite l’osservanza della legge, ma attraverso la capacità di amare. Solo con uomini capaci di amare fino alla morte si può costruire la vera società umana. L’uomo senza amore è un fallito. La società senza amore è un’utopia irraggiungibile, un sogno che s’infrange nella prima luce del mattino, un desiderio incompiuto. La civiltà dell’amore ha bisogno dell’ascesi dell’amore e della carità fraterna.

 

3.5.3. La novità del sacramento

L’accompagnamento spirituale spesso invita a scoprire le intenzioni profonde delle scelte, impegna a giocare tutta la propria vita per il Bene che ci ha tanto amati. Nell’esperienza di ogni uomo c’è posto per il conflitto tra il provvisorio e il definitivo, tra il segno e la realtà, tra l’immediato e il sostanziale profondo.

Nel suo vangelo Giovanni sgretola un po’ il mito di Mosè, riferendosi alle origini e al ruolo nei confronti suoi (cf Gv 3,31-36). Mosè non ha visto Dio (cf Gv 1,18), non fu lui a dare il pane dal cielo (cf Gv 6,32), e il suo esodo fallì poiché coloro che uscirono dall’Egitto non riuscirono a vedere la terra promessa (cf Gv 6,49-51).

Al Mosè assolutizzato si oppone, nel vangelo di Giovanni, il Figlio, in cui il Padre continua a parlare (cf Gv 12,49-50) e manifesta al mondo le vere esigenze del Regno: l’accoglienza dello Spirito e l’adesione alla volontà del Padre, espressa nel comandamento nuovo.

Ogni sacramento ha la funzione di riportare alla fonte.

Ogni mediatore non può dimenticare che il punto finale del cammino non termina alla sua persona.

 

4. La pratica

Il «direttore spirituale» è attivatore di processi interiori che portano alla valorizzazione del vissuto personale. È mediatore di comunità, perché si colloca come nodo e incrocio di una rete di rapporti da sviluppare e intensificare.

Da un punto di vista teologico e psicologico si può affermare che è sempre pericoloso, e spesso falso, edificare su un maestro isolato tutto l’edificio umano e cristiano. Non si è generalmente chiamati a vivere da eremiti la propria esperienza credente.

L’osservazione induce a concludere che per far risultare efficace un rapporto a dimensione «tu a tu» è indispensabile inserirlo tra molte altre forme di accompagnamento e di orientamento.

Non si dimentichi tra l’altro l’insistenza contenuta nella Regola di san Benedetto (c. 71): l’obbedienza nella vita cristiana è essenzialmente un legarsi insieme nella comunità, un obbedirsi vicendevolmente. Questo rende tutti fratelli, impegnati nello stesso cammino e alla ricerca del comune Signore che parla attraverso il sacramento che è l’uomo. Da qui alcune riflessioni attorno la figura del «direttore spirituale» e la funzione del «gruppo» nella direzione spirituale.

 

4.1. Il «direttore spirituale»

 

4.1.1. Il suo volto interiore

Alla scuola del Cristo autore e perfezionatore della fede (cf Eb 12,1-2) egli è chiamato a vivere intensamente l’esperienza teologale della fede, speranza e carità.

1.​​ Fede​​ è accettazione della vita. L’incontro spirituale tra due credenti è sotto il segno della vita. Il primo atteggiamento non può essere che l’accoglienza di ciò che lo Spirito opera, della vita che cerca le sue espressioni anche semplici e minuscole.

Fede è stupore di fronte alla vita. L’incapacità di meravigliarsi manifesta aridità interiore, comprensione inadeguata della storia e delle persone, senso di superiorità e di indifferenza. Siamo agli antipodi del servizio da rendere. Lo stupore fa parte del bagaglio della guida perché aiuta ad affrontare ciò che sta davanti con gli occhi pieni di attesa, e con la capacità di strappare il velo che ricopre il potenziale che altrimenti resterebbe nascosto. Fede è svelamento della vita. Dire sui tetti ciò che si è scoperto nel silenzio. Esprimere le ricchezze della propria esperienza, in una comunicazione che è partecipazione di Dio. (cf 1 Gv 1,2-3). La vita non è un dato statico e immobile. È un mistero che si rivela nell’incontro continuo tra l’uomo e il suo mondo. La «direzione spirituale» esige questa prima e fondamentale qualifica circa la fede: per il direttore e per il diretto. La vita ha bisogno che le si dia credito e fiducia.

2.​​ Speranza è​​ il valore della fede (cf 1 Cor 15,12-19). Fede e speranza sono le due facce della stessa medaglia della vita cristiana. Ma chi ci rassicura del valore genuino della medaglia? È costruita con materiale prezioso, oppure è una moneta falsa? Il criterio di verifica è la speranza che suscita. E la speranza cristiana non è vuota. È la certezza di ciò che si crede.

Speranza è sapersi sganciare da ogni forma di possesso. Il legame tarpa le ali, taglia le gambe, appesantisce il passo, abbassa lo sguardo, distoglie il cuore, toglie l’entusiasmo. Ogni forma di possesso provoca questi dissesti: possesso di cose materiali, ma anche il possesso delle realtà spirituali. Vivere liberi è cercare la speranza.

Speranza è la forza dell’esodo. Ogni terreno ignoto ci diventa temibile e nemico. Solo la speranza di un esito al cammino che si inizia fa trovare la forza di continuare ancora. Nella «direzione spirituale» il camminare è all’ordine del giorno, è una parte integrante dell’esperienza. Un direttore disperato è una contraddizione. È come pensare a una guida alpina con le gambe amputate!

3.​​ Carità​​ è disponibilità incondizionata. Saranno in molti ad avere fiducia in colui che sa andare fino in fondo nell’esperienza delle persone che incontra. Se sa vivere l’ansia apostolica anche per uno solo, accompagnandosi fraternamente sulla sua strada e lasciandosi coinvolgere nella ricerca, sarà capace di non calcolare la fatica e l’impegno che deriveranno: li accetterà con gioia.

Carità è quindi sincero interessamento. Andare dietro la pecorella smarrita costituisce un servizio verso quelli che sono stati lasciati a sé stessi. Non è la solitudine il problema principale, quanto l’indifferenza degli altri e l’indifferenza verso gli altri.

Carità è cercare il volto di ciascuno. Ogni persona è un mondo, non solo ha un suo mondo. Entrarvi non è facile se non dimenticando i propri interessi e le vedute legate troppo alla realizzazione di sé.

Affermare che la «direzione spirituale» si nutre di carità è dire ancora poco. Nasce dalla carità e conduce verso l’amore più pieno. In questo senso è condizione previa e risultato dell’amore verso il proprio fratello.

 

4.1.2. Il suo volto esteriore

Alla sequela di Cristo mediatore della salvezza (1 Tm 2,5-6), il «direttore spirituale» realizza l’umiltà del credente al di là della risposta dell’esperto. Il rapporto che si crea tra l’umiltà e la qualificazione costituisce ciò che intendo il volto esteriore. Emergono tre caratteristiche.

1. È uno vicino-non catturato, dentro-ma marginale. È una persona concreta, con i piedi per terra, conoscitore delle reali possibilità di servizio. Un fatto è certo: il servizio di accompagnamento e di orientamento risulta necessario più di quanto non si creda. Una seconda certezza non può essere offuscata: il centro della vita, per ciascun credente, è posto al di fuori della propria stessa vita. Si gravita altrove. L’ago della bussola interiore è orientato verso le regioni di Dio. Concretezza e umiltà si realizzano nella maturità umana di chi serve un altro fratello. Per questo si sente vicino ed evangelicamente prossimo, ma sempre un po’ marginale. Il centro è occupato già da un’altra presenza da scoprire e manifestare. Partecipa cordialmente, ma sa che non può e non deve essere catturato da ciò che un altro vive in proprio e con piena responsabilità. Viene chiesta una difficile maturità.

2. È polivalente-non eroico, trascinatore-senza incantare. L’ardita composizione di forze può anche essere detta con altra formula: disposto a ricevere tutto come dono. La qualificazione di cui gode lo pone nella felice situazione di dare, con generosità. Non lo esime però dal ricevere. Incontrare un altro è sempre mettersi nella possibilità di ricevere un dono: se si è attenti e aperti. Sa le parole giuste per suscitare entusiasmo e gioia nella sequela. Ma non ha pretese. Non aspetta risposte ad ogni costo. Non si sente offeso quando manca il risultato sperato. Il servizio senza condizioni è l’espressione più matura dell’umiltà di chi dirige.

3. È qualificato-ospitale, professionista-non manipolatore. Chiunque lo avvicina trova in lui un amico. Non ci sono le barriere della psicologia, e neppure quelle della distanza culturale. L’ospitalità è il tratto più significativo. È per natura accogliente: per il servizio che deve rendere e per essere sacramento della misericordia di Dio. Non sfrutta ai fini di manipolazione la fiducia di cui è depositario. Non addormenta le coscienze in nome della sua capacità di aiuto e di soluzione dei problemi. È invece un suscitatore di responsabilità. La condivisione nel lavoro è la manifestazione più matura dell’umiltà del direttore spirituale.

 

4.2. Il gruppo giovanile​​ forma comunitaria di guida spirituale

Si rimanda il lettore desideroso di approfondire l’argomento a trattazioni specializzate. Le poche riflessioni qui raccolte servono unicamente per valorizzare il lavoro di gruppo come momento di guida spirituale.

II gruppo giovanile è il primo ambiente che è vissuto come guida comunitaria dai suoi componenti. La comunicazione che si stabilisce ha la funzione specifica di educare e di guidare nella crescita e nella maturazione. Si parla qui del gruppo educativo animato. «Un gruppo è animato quando i suoi processi sono arricchiti da una particolare qualità aggiunta, che trasforma tutto radicalmente dal di dentro. Si potrebbe sintetizzare questa qualità dicendo che il gruppo diventa protagonista principale dei processi che lo riguardano.

Viene assicurato da tre elementi tra loro interagenti:

— il gruppo viene considerato soggetto di formazione;

— viene utilizzato il metodo di gruppo nei processi formativi;

— un animatore, con funzione e compiti specifici, attiva all’interno del gruppo in itinerario caratteristico di crescita» (E. Maioli - J.E. Vecchi,​​ L ’animatore nel gruppo giovanile, una proposta salesiana,​​ LDC, pp. 61ss). Nel contesto specifico il gruppo non è visto in termini strumentali, ma è considerato soggetto a tutti gli effetti.

Sono però necessarie alcune condizioni previe, che sintetizzo in cinque caratteristiche. Prima: il gruppo è realmente soggetto quando è un organismo vivente, la cui vitalità trova il criterio di verifica nella capacità di elaborare cultura e di dar vita ad un preciso modo di educare.

Seconda: tutti nel gruppo devono sentirsi educatori, perché ciascuno ha qualcosa da scambiare con gli altri appartenenti al gruppo.

Terza: la presenza dell’animatore è legata alla funzione di interprete autorevole della volontà educativa del gruppo come insieme. Cioè, il gruppo stesso affida ad alcuni un compito specifico educativo in quanto rappresentativi e simbolo della sua volontà educativa. Quarta: l’animatore presente nel gruppo svolge un ruolo primario nei confronti della memoria storica e culturale, cui tutti si riferiranno nella formulazione della propria identità.

Quinta: l’animatore scatena all’interno del gruppo tutti quei processi che moltiplicano le forze reali educative presenti nel gruppo. In questo servizio il gruppo non usurpa a nessun’altra istituzione un compito che non gli spetta. Dona il suo apporto qualificato nell’insieme degli strumenti educativi di cui una comunità gode. Ma in qualche modo si presenta come il riformulatore generale di tutti gli altri strumenti a disposizione.

Al di dentro di questo clima e di questo ambiente si creano i momenti di guida spirituale per l’insieme e di «direzione spirituale» per il singolo.

 

Bibliografia

Ancilli​​ E., La direzione spirituale ieri e oggi,​​ in​​ Seminarium​​ (1977), pp. 1131-1147; Brocardo P.,​​ La direzione spirituale si rinnova,​​ in​​ Seminarium​​ 26 (1977), pp. 157-173; Hostie R.,​​ Caratteristiche del dialogo spirituale,​​ in​​ Civiltà Cattolica​​ 121 (1970), pp. 344-372; Gouvernaire, J.,​​ Note sur les problèmes actuels de la «direction spirituelle»,​​ in​​ Christus​​ 16 (1969), pp. 489-494; Louf A.,​​ L’accompagnement spirituel aujourd’hui,​​ in​​ Vie consacrée 52 (1980), pp. 323-335;​​ Bernard C.A.,​​ L’aiuto spirituale personale,​​ Roma 1968; Brocardo P.,​​ Direzione spirituale e rendiconto,​​ Las, Roma 1966; Laplace J.,​​ La direzione di coscienza o il dialogo spirituale,​​ Ed. Vita e Pensiero, Milano 1968; Schaller J.-P.,​​ Direction spirituel et temps modernes,​​ G. Beauchesne, Paris 1978.

image_pdfimage_print

 

DIREZIONE SPIRITUALE

Lo scopo principale della d.s. consiste nel favorire la relazione tra l’uomo e Dio e nel vivere profondamente la dimensione interiore e religiosa della vita. Essa, quindi, rappresenta un aiuto specifico che alcuni cristiani si danno per crescere, individualmente e come comunità di fede, nella relazione con Dio, con gli altri, con il mondo, con la storia. Qui, per d.s. intendiamo la modalità che avviene sia al di fuori che all’interno del sacramento della riconciliazione, senza richiamare le questioni specifiche della d.s. istituzionalizzata e che ha luogo nelle situazioni di formazione alla vita consacrata o al sacerdozio. Il tema della d.s. si potrebbe facilmente allargare, per es., all’antichità classica, richiamando i nomi di Plotino, Epitteto, Plutarco, Cicerone, Seneca. Sappiamo pure che forme di aiuto ascetico-morale molto efficaci sono conosciute anche nell’ambito di altre religioni.

1.​​ L’uso del termine.​​ Nonostante alcuni tentativi fatti in questi ultimi decenni per sostituire nel linguaggio cristiano il termine d.s., e di conseguenza eliminare dall’uso anche il termine stesso di​​ ​​ direttore o padre spirituale, è maturata la convinzione che proprio questi vocaboli risultano i migliori. L’idea della sostituzione dei termini tradizionali è stata motivata da una documentabile esperienza di d.s. che, in qualche misura, si è trovata in contrasto con gli orientamenti offerti una volta dalla teologia ascetica e mistica e che oggi con maggiore competenza ancora offrono la pedagogia, la psicologia e la teologia spirituale. Non si può negare che molte volte un direttore spirituale sicuro più di sé che fiducioso di Dio, ricade in forme di dirigismo, di direttività, di paternalismo.

2.​​ Crisi e attualità della d.s.​​ Fino agli anni settanta, del sec. scorso, non si può parlare di crisi d’identità della d.s. Poi, è sembrato che il contributo che le scienze dell’uomo offrivano per la comprensione e la soluzione dei problemi della persona umana fosse talmente sufficiente da far considerare ormai superata la d.s. Si era così sicuri dell’esistenza di tante terapie di vario genere da considerare la d.s. non all’altezza, perché troppo settoriale, delle finalità per le quali aveva lavorato fino a quel momento. Inoltre, si era nel pieno di una cultura «senza padre», per cui sembrava che la parola «padre» o «direttore» potesse favorire la riproduzione simbolica e bloccante della figura paterna e compromettere la relazione padre-figlio. Questa sfiducia nei confronti della d.s. sembrava sostenuta dal fatto che anche la stessa teologia, essendosi liberata dal linguaggio di un un’antropologia dualista, aveva cominciato ad esprimersi con quello di un’antropologia integrale. In questo clima di critiche della d.s. è nata anche la proposta dell’animazione comunitaria, intesa come alternativa al tradizionale modo di attuare la d.s. Non si può ignorare l’attualità della d.s., né per il passato, né per il presente. Oggi, poi, vediamo che la ricerca di nuovi maestri si presenta, talvolta, perfino febbrile. Purtroppo, quasi sempre li si considera una specie di maghi, competenti sul piano spirituale, su quello delle tecniche e su quello dei metodi ascetici, così da dare una soluzione a qualsiasi problema.

3.​​ Il senso della d.s.​​ È necessario chiarire il peso che si dà sia al termine d.s. sia a quello di direttore spirituale. A favore di questi vocaboli non è solo una lunga tradizione, ma anzitutto il significato teologico e spirituale che essi esprimono. I termini d. e s. rappresentano due istanze di quell’aiuto che è indispensabile per un credente bisognoso nel suo cammino di fede. Tali istanze non si possono interpretare in modo arbitrario, attribuendo ad esse un significato immaginario, come per es., assegnando allo «spirituale» l’interesse per un’anima disincarnata secondo l’antropologia dualista di una volta e alla d. una volontà di padronanza sulle persone, e quindi un’autorizzazione ad assoggettarsi il diretto o addirittura a plagiarlo. È vero che nel passato, essendosi badato solo al senso del progresso spirituale visto nella luce del dato oggettivo, offerto dalla fede della rivelazione di Gesù Cristo, di solito veniva trascesa la corporeità del diretto. L’equilibrio di cui parla Th. Merton rimaneva sconosciuto: «Il direttore spirituale si interessa a​​ tutta la persona,​​ perché la vita spirituale non è semplicemente la vita della mente, o degli affetti, o della “sommità dell’anima”: è la vita di tutta la​​ persona.​​ Perché l’uomo spirituale (pneumatikós)​​ è colui la cui vita intera, in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue attività, è stata spiritualizzata dall’azione dello Spirito santo, sia per mezzo dei sacramenti, sia dalle ispirazioni personali e interiori». La d.s. è molto più di un consiglio, di un dialogo, di un incoraggiamento. Essa si radica nell’opera dello Spirito santo che è il protagonista principale della nostra crescita spirituale. Il livello su cui si muove la d.s. è quello spirituale, mentre le competenze che offrono le scienze dell’uomo rimangono sul piano psicologico. Alla nostra attenzione non deve sfuggire che nella relazione della d.s. i protagonisti sono tre: lo Spirito santo, che è il vero direttore spirituale, il diretto, che è il vero soggetto nella d.s., e il direttore spirituale umano, che svolge l’opera di mediazione tra i due.

4.​​ D.s. e azione dello Spirito.​​ Per liberare la d.s. da un’immagine di vincolo che lega strettamente e in modo permanente, e per sottolineare il suo carattere transitorio, si dice che essa «è nata per finire». Questa sintesi mette in rilievo la finalità pedagogica della d.s.: aiutare la persona diretta a mettersi in piedi e a camminare da sola. Ecco il motivo per cui il diretto deve avere un pieno spazio di libertà nel suo cammino di ricerca e la coscienza che spetta a lui stesso il dovere di decidere. Perciò il direttore non è colui che si sostituisce alla persona diretta e tanto meno prende il posto dello Spirito santo. È «direttore spirituale» perché collabora con lo Spirito santo per il progresso spirituale della persona diretta. A questo proposito, l’Oriente cristiano, sottolineando l’importanza e il significato spirituale del ruolo che svolge il mediatore tra l’uomo e Dio, fin dai primi tempi parla di «padre spirituale» o, nel caso delle donne, di «madre spirituale» perché particolarmente in quel contesto di vita cristiana il padre spirituale esercita la sua funzione non in virtù di un’autorità ufficiale, ma dell’autorevolezza spirituale.

5.​​ L’itinerario spirituale e i compiti della d.s.​​ Per capire i motivi della perenne attualità della d.s. occorre sapere quali sono i suoi compiti. Adulti nella fede, santi e uomini spirituali, non si nasce, ma si diventa. La storia della spiritualità cristiana conosce il tema dell’itinerario spirituale: tappe o gradi che aprono su tappe successive di crescita spirituale. Il che esprime la convinzione che adulti nella fede, santi e uomini spirituali, si diventa in modo progressivo. L’idea dell’itinerario spirituale è quella che la vita spirituale, sviluppandosi nel tempo, ha le sue leggi proprie che un direttore spirituale deve conoscere per agire di conseguenza. Oggi, inoltre, si è convinti che il progresso spirituale avviene in modo non indipendente dalle leggi della crescita e dello sviluppo umano. Tra le numerose proposte di itinerario, la più corrispondente al realismo del progresso spirituale è quella che lo articola in principianti, proficienti e perfetti. In ogni proposta di itinerario spirituale importanti sono i contenuti delle rispettive tappe perché aiutano il soggetto a riorientare la propria vita verso i valori superiori di cui la carità è il centro. Risulta, anzitutto, urgente che nella d.s. si giunga all’essenziale senza perdere tempo soffermandosi più del necessario su un terreno antistante i veri problemi della persona diretta. Sono proprio i vantaggi che se ne ricavano a mantenere sempre attuale e utile la d.s. Essa, infatti, permette a chi la esercita di influire in maniera forte, significativa e talvolta determinante sul destino delle persone che gli sono state affidate da Dio. Ne sono l’esempio santi come Ambrogio, Agostino, Francesco di Sales, Giovanni​​ ​​ Bosco e tanti altri.

6.​​ La realtà del direttore spirituale.​​ Tra i diversi problemi pratici che la d.s. pone, il primo e il più difficile riguarda la scelta indovinata di un direttore spirituale. È emblematico il pensiero di s. Teresa d’Avila a proposito dell’utilità di avere un direttore spirituale capace: «Se io ho sofferto molto e ho perduto molto tempo, fu appunto per non sapere quello che dovevo fare» (Il​​ libro della Vita,​​ 14,7). S. Giovanni della Croce, a sua volta, in diversi momenti del suo insegnamento avverte che per incompetenza dei direttori spirituali si verificano numerosi danni spirituali.

Bibliografia

Merton Th.,​​ D.s.​​ e meditazione,​​ Milano, Garzanti, 1965; Besnard A. M. et al.,​​ Le maître spirituel,​​ Paris, Cerf, 1980; Serenthà L. - G. Moioli - R. Corti,​​ La d.s. oggi.​​ Atti della Quattro giorni Assistenti dell’A.C. di Milano, Milano, Ancora, 1982; Sudbrack J.,​​ D.s. La questione del maestro,​​ dell’accompagnatore spirituale e dello Spirito di Dio,​​ Roma, Paoline, 1985; Fossati G. et al.,​​ Per essere una guida spirituale,​​ Roma, Libreria Editrice Murialdo, 1987; Barry W. A. - W. J. Connolly,​​ Pratica della d.s.,​​ Milano, O. R., 1990; Mendizábal L. M.,​​ La d.s. Teoria e pratica,​​ Bologna, Dehoniane, 1990;​​ Vernette​​ J.,​​ Nuove spiritualità e nuove saggezze.​​ Le vie odierne dell’avventura spirituale, Padova, Edizioni Messaggero, 2001; Capello A. et al.,​​ Mistagogia e accompagnamento spirituale.​​ Atti e relazioni della 44a​​ Settimana di Spiritualità, Roma, Teresianum, 2003;​​ Goya​​ B.,​​ Luce e guida nel cammino.​​ Manuale di d.s., Bologna, Dehoniane, 2004;​​ Frattallone​​ R.,​​ D.s.​​ Un cammino verso la pienezza della vita di Cristo, Roma, LAS, 2006.

J. Struś

image_pdfimage_print

Related Voci

image_pdfimage_print