DIO PADRE

 

DIO PADRE

Le indicazioni che seguono riguardano l’origine e il fine ultimo dell’uomo, quale oggi è riconosciuto da tutti i teisti, e che abitualmente viene caratterizzato come “Dio”. Ma riguardano anche la comprensione specificamente cristiana di questo Dio, che Gesù e il NT hanno espresso con la parola “Padre” o “Dio, nostro Padre”. I due significati vanno distinti, ma anche considerati come unità.

1.​​ Quando la Bibbia parla di “Dio” o di “Dio-Padre” non scivola mai nel discorso disimpegnato di un dotto trattato su Dio, ma rimane sempre nella forma impegnata ed esperienziale della preghiera, della benedizione, della professione e dell’appello.

Per l’AT Dio è soprattutto Iahvè, “Io-ci-sono” (Es​​ 3,14): di lui si fa l’esperienza nell’ascolto disponibile, timoroso e fiducioso. Questo non significa soltanto un sapere, ma un rapporto e una partecipazione “con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze”, come conviene soltanto a Dio, 1’”unico”, “colui che vive”, “il santo”, “non paragonabile con nessuno degli dèi”. Nell’AT credere in Dio significa praticamente essere afferrati da ciò che e da colui che “ci riguarda incondizionatamente” (P.​​ Tillich),​​ nel ringraziamento, nella fiducia, nella responsabilità, nell’adorazione. Significa essere ricollegati con l’Ultimo e l’Altissimo, vivere nel “Patto” che egli per mezzo di Abramo, Isacco e Giacobbe ha sigillato con tutte le generazioni del suo popolo. Il credente di Israele se lo ricorda nella preghiera quotidiana: “Ascolta, Israele” (Di​​ 6,4ss). Nel NT Gesù conferma questa professione (Mc​​ 12,30), esplicitandola però nella propria direzione: Dio va visto soprattutto come “Padre” che vuol rendere vicino a noi il “Regno di Dio”. Il discorso di Gesù su Dio come “Padre” è essenzialmente legato al lieto annuncio della vicinanza del → “Regno di Dio”.

Dio come «Padre» (il NT lo chiama 250 volte in questo modo) evoca un nuovo, più profondo legame (“nuovo patto”): partecipazione al rapporto che Gesù aveva con colui che egli — con una fiducia e intimità che l’ebraismo non aveva mai osato — invocava come “Abbà”, come “caro Padre” (Mc​​ 14,36; cf J.​​ Jeremias).​​ Si tratta di un rapporto molto diverso da quello attuale, ampiamente diffuso, fatto di ansia nei confronti di “padri” e altre autorità simili. Un rapporto che è precisamente il contrario di mancanza di libertà, incapacità di gestirsi da solo, infantilità. Un rapporto che è​​ fiducia​​ nel proprio valore di fronte a Dio, nella sua provvidenza, nel suo amore, nel suo perdono (Mi​​ 6,26; 7,11;​​ Lc​​ 15;​​ Rm​​ 8,14-17;​​ Gal​​ 4,37).​​ Un rapporto che è​​ conformità​​ con la volontà di questo “Padre”, e significa essergli riconoscente, sentirsi sostenuti da lui, lavorare come Dio e in unione con lui (Mt​​ 5,45. 48; 6,4.14).

2.​​ Perciò​​ l’idea-guida​​ del discorso su Dio e su Dio-Padre deve consistere nella preoccupazione di trasmettere, nella linea di ciò che il messaggio biblico ha già tracciato, la fede in Dio riferita nel modo più concreto possibile all’esperienza, e come rilevante per la totalità dell’esistenza, per la volontà (affettiva), per il pensiero (cognitivo) e per il comportamento. Il grande pericolo è che il nostro parlare di Dio si riduca alla trasmissione di sole formule e affermazioni astratte: i fanciulli e i giovani capiscono che appartengono alla tradizione cristiana, ma non vedono come con esse potrebbero interpretare e strutturare le loro esperienze personali e sociali come una storia con Dio (“patto”). La loro conoscenza di Dio si riduce allora a una vuota formula, a un rimasuglio dell’infanzia, un fenomeno marginale: non è certo un parlare e agire con Dio, che matura insieme con la loro personalità e le loro esperienze.

3.​​ Già la Bibbia afferma che una fede in Dio radicata nell’esperienza ha bisogno di un lungo processo di maturazione: deve superare le resistenze (Rm​​ 1,21; 2,17-24) e “crescere in forza​​ e​​ robustezza” (Ef​​ 3,16-21), in «comprensione e sensibilità» (FU​​ 1,9). Nel clima secolarizzato in cui oggi vive la maggior parte delle famiglie, questo processo di maturazione viene reso difficile da alcuni aspetti tipici del nostro tempo:

a)​​ La fede in Dio non è più una cosa che va da sé, ma appare discutibile e non rilevante ai fini della nostra società produttrice. — Occorre renderla nuovamente plausibile attraverso una prassi cristiana nelle famiglie, nelle parrocchie e nei gruppi cat.

b)​​ Di fronte alle scienze naturali che sembrano poter spiegare tutte le cose, la fede in Dio appare antiquata e insostenibile. — Occorre far vedere che le scienze naturali non fanno altro che descrivere connessioni operative, mentre il problema della causa ultima, che rende possibile il tutto, è lasciata alla teologia, e che una interpretazione globale del mondo deve comprendere ambedue gli approcci.

c)​​ Il problema di Dio è spesso visto in contrasto con la ricerca di libertà, autonomia ed emancipazione. — Occorre far vedere che fede non significa sottomissione a ima autorità esteriore all’uomo (eteronomia), ma è al contrario una fonte che conferma il valore della persona e la sua autonomia nei confronti delle tendenze che vogliono manipolare e strumentalizzare l’uomo.

4.​​ A che cosa stare particolarmente attenti quando si tratta dello → sviluppo di fanciulli e giovani? Forse a questo, che il principio “trasmettere la fede in Dio in riferimento all’esperienza” implica in primo luogo parlare di Dio tenendo conto delle fasi dello sviluppo.

a) Secondo una concezione oggettivo-teologica (→ kerygmatica), difesa tuttora da una minoranza agguerrita, prendere in considerazione le fasi dell’età significherebbe soltanto esprimere le affermazioni bibliche e teologiche su Dio in un → linguaggio più semplice per i fanciulli più piccoli. — Questo però non è sufficiente. Se non viene fatto qualcosa di più per fondare una precomprensione, è inevitabile che anche il linguaggio semplice su “Creatore” e “Padre” per molto tempo o non sarà compreso o sarà compreso in modo sbagliato dai fanciulli.

b) Un indirizzo simbolico, appoggiandosi liberamente sulla teoria degli archetipi di C. G. Jung, richiede di sviluppare sistematicamente nel fanciullo la capacità di cogliere i → simboli biblici di Dio (Re, Luce, Padre) e giungere in tal modo a una fede fortemente radicata nell’esperienza. — Questo indirizzo però non ha mai chiarito secondo quale successione occorre procedere e da quali esperienze previe bisogna partire.

c) Una concezione prevalentemente cognitiva è rappresentata da J. W. Fowler e F. Oser, in collegamento con le teorie di J. Piaget e di L. Kohlberg sullo sviluppo cognitivo e morale. Secondo questa concezione il soggetto in sviluppo può percorrere sei livelli nella costruzione di modelli di comprensione (strutture del giudizio religioso), in cui il rapporto con Dio è visto sempre meno come rapporto di sottomissione e sempre più come rapporto di collaborazione. £ compito dell’istruzione religiosa promuovere attivamente questo sviluppo, per es. per mezzo di storie problematiche e domande che mirano a favorire il passaggio verso la fase immediatamente successiva. — Questo approccio non sembra vedere sufficientemente quale sia la rilevanza delle “esperienze-chiave” per la comprensione religiosa; non vede come in esse l’esperienza e il pensiero siano strettamente connessi; infine non sembra vedere come il fanciullo costruisca strutture parziali di diversa natura piuttosto che modelli globali del pensiero religioso.

5.​​ Sotto l’angolatura prevalentemente affettiva​​ è probabile che sia l’educazione come l’istruzione religiosa possano appoggiarsi sulle seguenti esperienze fondamentali, approfondendole fino a farle diventare una fede in Dio con radici nell’esperienza:

— La ricerca dei giovani di essere apprezzati nel loro valore personale (“Fiducia fondamentale” secondo E. H. Erikson). Essa può maturare diventando la certezza che Dio, Padre di Gesù Cristo, dice sì alla sua vita. — La disponibilità verso un atteggiamento positivo di fronte alla vita. Essa può diventare​​ consenso riconoscente​​ alla vita e al suo Creatore e Signore.

— La sensibilità sociale, la compassione nel dolore e partecipazione nella gioia degli altri. Essa può svilupparsi diventando, nell’impegno sociale, una​​ partecipazione all’amore di Dio,​​ Padre di tutti.

Stimoli verso questo triplice sviluppo dovrebbero darsi a tutte le età, a partire dal terzo anno di vita, in situazioni però che siano vissute come significative dal soggetto interessato. In questo modo — nella misura in cui il fanciullo acconsente e partecipa liberamente — dovrebbe potersi sviluppare una fede in Dio che, partendo dai primi stimoli sentimentali, ancora fortemente dipendenti dall’ambiente, labili e ristretti al piccolo mondo del fanciullo, diventa gradualmente più costante, decisa e determinante per le esperienze a livello dell’adulto. In sostanza, sul piano pratico, questo potrebbe realizzarsi nel seguente modo:

1)​​ Fede in Dio come sapersi accettato.

a)​​ Il compito è di rendere coscienti di questo problema: occorre vincere continuamente la mancanza di stima, l’angoscia, la depressione; occorre lottare sempre per stimare il valore della nostra persona e per avere il coraggio di vivere. Dopo aver creato un clima favorevole o per mezzo di un racconto o di una immagine, si potrebbe far riflettere in quali occasioni facciamo esperienze negative e come ci comportiamo in questo caso. Per mettersi nel contesto si potrebbe anche ricorrere a un esercizio di pedagogia di → gruppo (esprimere apprezzamenti positivi, potersi appoggiare sulla premura di un partner o di un gruppo) per sperimentare in che senso occorre superare l’ansia e la mancanza di stima.

b)​​ Cercare di dire che cosa ci aiuta in simili circostanze (eventualmente, per i più grandi, offrire informazioni psicologiche).

c)​​ La testimonianza del catecheta e (per fanciulli più grandi) l’esempio di Abramo, di Gesù o di un altro cristiano esemplare, un testo, un’immagine o un canto possono illustrare in che modo la fede in Dio, il quale ci conferma per ciò che siamo e non ci abbandona mai, può dare all’uomo maggiore fiducia in sé, sostegno e coraggio, anche se non lo libera dalla necessità di lottare contro il bisogno e la delusione. Si possono far esercizi e discutere come sia possibile pregare in quei momenti, senza fissarsi in attese magico-materiali; come si possa essere disponibili a lasciarsi incoraggiare: “Mio Dio, io credo che tu mi ami più di quanto io ami me stesso” (J. H. Newman).

2)​​ Fede in Dio come consenso riconoscente.

a)​​ Rendersi consapevoli, esprimendolo nel disegno o per iscritto, di quanto ci causa gioia e ci dà spontaneamente la sensazione che è bello vivere (esperienze con la natura, con il prossimo, con le nostre abilità).

b)​​ Parlare sul modo di fare queste esperienze positive e sviluppare la nostra capacità di vivere nella gioia.

c)​​ Richiamare l’attenzione su un testo biblico (per es. salmo di ringraziamento), su un cristiano significativo (per es. san Francesco), su un canto religioso moderno, per far vedere in che senso nella gratitudine spontanea si percepisce in qualche modo che non siamo noi a fare noi stessi, la vita, il mondo, ma lo dobbiamo a qualcuno che è più grande e ci dona tutto ciò. Si possono fare esercizi per richiamare all’attenzione tali esperienze positive, guardando indietro sulla giornata, ed esprimere “come godere nel ringraziamento” (1 Tm​​ 4,4) in una preghiera (o celebrazione liturgica).

3)​​ Fede in Dio come partecipazione socialmente impegnata all’amore di Dio.

a)​​ Servirsi di un esercizio di pedagogia di gruppo per cercare di realizzare un comportamento sociale (cooperazione, stima, correttezza nel tratto) oppure per rendersi consapevoli di tali esperienze sociali già presenti nel quotidiano.

b)​​ Discutere sul fatto che possiamo essere trascinati verso l’egoismo e la mancanza di rispetto, come pure verso la giustizia e la disponibilità a dare aiuto. Valendo sviluppare il nostro comportamento sociale, ci troviamo continuamente confrontati con il significato che ha per noi il prossimo, e per quale motivo dobbiamo cercare di essere sociali.

c)​​ A questo punto è possibile intravedere che il prossimo ha valore per quello che è, proprio secondo il giudizio di Colui che vuole noi uomini: Dio. Con Dio, come disse Gesù, noi dobbiamo sostenere il prossimo, “amarlo”, poiché siamo sorelle e fratelli di un comune Padre. Questo è il motivo per cui, per Gesù e per molti cristiani (per es. madre Teresa), la giustizia e la volontà di portare aiuto sono assolutamente importanti, e realizzano l’uomo.

Se invece si preferisce procedere più “teologicamente” partendo da un determinato testo biblico, o da un tema quale → creazione, → speranza, → preghiera di domanda, ecc., è sempre possibile servirsi dei tre approcci di cui sopra per realizzare una precomprensione degli enunciati centrali. È chiaro che queste indicazioni riguardanti un Dio che ci conferma incondizionatamente, ci gratifica e ci vincola, avranno valore convincente soltanto se il catechista farà anche il possibile per creare nel suo gruppo un clima di rispetto, di fraternità e di gioia.

b)​​ Nell’ottica prevalentemente cognitiva​​ e tenendo conto dello sviluppo da un’intelligenza prevalentemente intuitiva verso una “intelligenza operativa” (J. Piaget), la capacità di riconoscere meglio l’azione e l’essere di Dio può essere promossa nel seguente modo: non più — come nelle prime intuizioni religiose verso 4-6 anni — come qualcuno che è comunque “più grande dei genitori”, ma più chiaramente come “altro”, sovrumano, trascendente, non legato alla corporeità, al tempo, ai cambiamenti di voce, ecc. Anche le espressioni metaforiche della Bibbia quali “padre”, “signore”, “creatore”, “ci ascolta”, “abita nel cielo”, ecc., dovrebbero diventare più comprensibili nel loro significato simbolico e analogico, distinto dal linguaggio corrente. Cosa significano tali espressioni, quando parliamo di esseri umani? Che cosa è diverso quando le applichiamo a Dio?

In particolare, per ciò che riguarda ragazzi e ragazze di 6-12 anni, andrebbero chiarite le seguenti idee:

a)​​ La “creazione” da parte di Dio non va pensata come una​​ attività artificiale​​ nella linea dell’attività manuale, della produzione tecnica o della fabbricazione umana. Essa consiste nel rendere continuamente possibili tutti i materiali e le forze con cui noi lavoriamo.

b)​​ La provvidenza, l’aiuto, il premio e il castigo​​ da parte di Dio non devono essere pensati secondo il modello​​ animistico,​​ cioè come rimunerazione materiale che si esprime nel successo o nel fallimento. Il “premio” da parte di Dio consiste soprattutto nel dono di un legame interiore più accentuato e in un maggiore sostegno; il suo “castigo” è nella separazione interiore da Dio, in cui l’uomo malvagio vive, anche se magari sta bene sul piano materiale.

c)​​ L’essere​​ di Dio non va pensato in forma​​ materializzante,​​ come un essere umano, corporeo e visibile, che vive in qualche parte nello spazio. Dio è piuttosto nella linea del nostro Io, che non possiamo vedere e localizzare, invisibile ma quanto mai reale: ne possiamo fare l’esperienza nel colloquio raccolto del nostro Io invisibile con il Tu di Dio.

Bibliografia

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Bernhard Grom

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