COSCIENZA MORALE

 

COSCIENZA MORALE

1.​​ Per CM si intende generalmente la capacità che ha l’uomo di discernere con la sua ragione (illuminata, nel caso del credente, dalla fede e dalla parola di Dio) il bene dal male morale, non solo in generale ma anche nella loro irripetibile singolarità e concretezza, e di percepirne l’appello come emergente dal di dentro della sua persona. Essa suppone naturalmente una qualche forma di interiorizzazione dei valori e delle norme morali, ma anche delle motivazioni che li rendono incondizionatamente vincolanti.

Il discorso sul valore e la dignità della CM è un’acquisizione specifica del discorso morale cristiano. La consapevolezza del carattere soprattutto interiore del fatto morale e la credenza in una presenza dello Spirito Santo nell’anima del credente, che dal suo interno si fa guida interiore e istinto morale, ha permesso infatti alla riflessione morale cristiana di dare al concetto di coscienza una centralità e un ruolo nella vita morale che non hanno l’uguale in nessun’altra concezione morale.

Il “devo” su cui si fonda l’impegno morale del credente è vissuto all’interno di una → opzione fondamentale di fede-carità da cui trae il suo significato e la sua forza vincolante. Ma esso ha poi come oggetto concreto una particolare realtà umana, di cui tocca alla coscienza dire in ultima istanza se è buona o cattiva, costruttiva o distruttiva dell’uomo, capace o meno di dare corpo a un sì di fondo della propria vita a Dio.

2.​​ Poiché la CM diventa così una mediazione necessaria della nostra risposta di fede-carità alla proposta salvifica di Dio nel concreto della nostra esistenza, la riflessione teologica vi ha sempre visto un’eco della volontà salvifica di Dio, uno strumento con cui Dio fa risuonare questo appello nel qui e ora della nostra vita. Questo significa che la CM potrà anche sbagliarsi nel giudizio concreto su ciò che è oggettivamente bene o male, ma ubbidendo ad essa e facendo ciò che in buona fede riteniamo essere il bene, noi diamo attuazione a una autentica volontà di bene soggettiva, che è in fondo il valore morale per eccellenza: amare il bene è già essere buoni; il vero bene morale è anzitutto l’amore del bene, il desiderio sincero di realizzarlo, così come lo si può conoscere nel concreto della propria esistenza.

D’altra parte, proprio la possibilità di una CM incolpevolmente erronea (che la morale conosce da sempre), ma ancor più l’eventualità di una coscienza insincera nella sua ricerca di verità morale ci dicono chiaramente che questa eco della voce di Dio non è nell’uomo alla maniera di una istanza innata e materialmente infallibile, ma piuttosto come un dinamismo psicologico soggetto a tutti i condizionamenti di tali dinamismi, e prima di tutto al condizionamento educativo.

3.​​ Si pone così il problema della formazione della CM. La centralità dell’intenzione e dell’interiorità nell’esperienza morale cristiana fanno dell’educazione della coscienza il nucleo portante di tutta 1’ → educazione morale. Nella misura in cui l’educazione morale è un problema che interessa la C., anche la formazione della coscienza è un problema, se non proprio esclusivamente, almeno seriamente rilevante per la C.

Per una migliore comprensione di quello che è l’educazione della coscienza e del ruolo che essa può avere nella C. è pregiudiziale una corretta descrizione dei dinamismi psichici di cui il funzionamento della coscienza è costituito, e attraverso cui la coscienza stessa esercita i suoi compiti di guida della vita morale.

La prima cosa da dire a questo proposito è che la coscienza opera a due livelli psichici diversi ma complementari, uno prevalentemente cognitivo (il sapere, il giudicare, il progettare etico) e uno prevalentemente pulsionale-volitivo (l’imperatività, il sentimento di obbligatorietà che accompagna il giudizio della coscienza). Data la prevalente caratterizzazione cognitiva della C. è evidentemente a tale livello che essa è più direttamente interessata nella formazione della coscienza. In tale sua dimensione cognitiva la coscienza presuppone infatti un sapere morale generale interiorizzato attraverso l’apprendimento di una dottrina morale sui valori, le norme, i significati dell’agire morale.

La C.,​​ con l’annuncio del messaggio cristiano, fornisce alla coscienza attraverso l’insegnamento i principi e le norme che costituiscono il quadro generale di riferimento per le sue valutazioni concrete. Compito specifico della coscienza è infatti il discernimento del bene e del male morale nella situazione concreta. Questo discernimento assume l’aspetto di un giudizio pronunciato sulla situazione stessa, in base al quadro generale di valori e di norme da essa stabilmente posseduto. La C. inoltre, in quanto esperienza viva di fede e di comunione ecclesiale, costituisce l’ambiente ideale per l’assimilazione e l’approfondimento progressivo di questo quadro generale di valori e di norme. Solo se adeguatamente interiorizzato e fatto proprio, tale quadro diventa davvero capace di orientare la vita.

La C. favorisce lo sviluppo della capacità valutativa della coscienza, non solo offrendole questo quadro generale di riferimento, ma anche affiancandola per un certo periodo nelle sue valutazioni, naturalmente rifuggendo da ogni forma di autoritarismo deresponsabilizzante, ed evitando di surrogare l’autonoma iniziativa e le insostituibili responsabilità della coscienza personale.

4.​​ Del resto la coscienza svolge un compito più ampio di quello valutativo-applicativo, con riferimento a un quadro di valori e di norme già dato. Essa ha anche funzioni progettuali: il bene richiesto dalla situazione particolare non è mai totalmente ed esaurientemente contenuto nella norma generale: la positiva realizzazione del bene ha bisogno di creatività. La C. deve lasciare spazio a questa progettualità, evitando di fornire sempre soluzioni già totalmente elaborate, per i problemi morali concreti dell’educando.

5.​​ Oltre alla dimensione cognitiva, la coscienza ha poi anche una funzione imperativa: il suo giudizio è un comando che chiede sottomissione incondizionata. Freud si è limitato a vedere in questo imperativo una interiorizzazione della sottomissione infantile ai veti parentali. Il behaviorismo ci vede solo una forma molto elaborata di riflesso condizionato: sono interpretazioni che vanificano la serietà e la dignità del fatto morale. Del resto, qualunque sia il dinamismo iniziale di questo imperativo, esso tende, con la maturazione della coscienza, a identificarsi con la tendenza costitutiva della libertà umana verso il bene per cui è fatta, quindi verso l’autorealizzazione e l’autotrascendimento. Orientare a questa meta è compito dell’educazione morale. E anche qui la C. ha una sua funzione insostituibile, legata alla presentazione del carattere liberatorio del messaggio morale cristiano, centrato sulla libera risposta di amore dell’uomo all’amore gratuito e preveniente di Dio. La C. evangelizza l’imperativo morale annunciando un “vale la pena”, capace di renderlo insieme pienamente libero e veramente efficace.

Bibliografia

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Guido Gatti

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