COMPORTAMENTISMO

 

COMPORTAMENTISMO

Il c. è un movimento psicologico, che, sorto nei primi anni del sec. XX, ha dominato la psicologia sperimentale dagli anni ’40 agli anni ’60, dando vita poi ad alcune ramificazioni del​​ ​​ cognitivismo basato sull’Human information processing​​ e ad alcune solide applicazioni in campo terapeutico, riabilitativo ed educativo. L’unica forma di c. genuino tuttora vitale è quella che si rifà a​​ ​​ Skinner e che va sotto il nome di c. radicale od operante. Le altre forme di c., quale ad es. quello paradigmatico di Staats, ne costituiscono forme decisamente ibride.

1. Venendo alle origini, il primo c., che trova in​​ ​​ Watson il suo più autorevole rappresentante, affonda le sue radici nel​​ ​​ funzionalismo di Carr e nel prammatismo di​​ ​​ James, ponendosi in netta contrapposizione alla visione strutturalistica di Titchener, dominante nella psicologia americana dei primi del secolo. Al centro del primo c., vi è il rifiuto dell’introspezione come strumento elettivo per lo studio della psicologia umana. Tale atteggiamento si fondò su premesse eminentemente metodologiche. I dati forniti dagli introspezionisti, infatti, erano a quel tempo decisamente contraddittori, non prestandosi affatto a fornire spunti degni di una efficace conoscenza scientifica. Naturalmente il rifiuto dell’introspezione portò con sé anche una riluttanza, endemica a tutti i comportamentisti dell’epoca, a studiare i processi cognitivi, affettivi ecc. dell’uomo, dato che essi non potevano essere esaminati con gli strumenti che la scienza del tempo poteva loro fornire. Al posto della mente, quindi, essi sostituivano il comportamento come oggetto elettivo della ricerca comportamentistica; al posto della struttura mentale, statica rappresentante di una psicologia considerata a quei tempi obsoleta, la relazione tra fattori ambientali e comportamento umano, in piena armonia con quanto Darwin aveva introdotto nello studio della biologia.

2. Naturalmente, il fatto di non poter studiare scientificamente fenomeni quali il pensiero, la memoria, l’affettività ecc., non voleva assolutamente implicare un giudizio sulla loro esistenza. Tali fenomeni esistono, eccome. Solo che per il c. della prima generazione, mancavano gli strumenti idonei ad affrontarli in modo sistematico e scientificamente accettabile. Anticipando Wittgenstein, Watson sosteneva il dovere di parlare solo di ciò che si sa, accettando umilmente l’elevato tasso d’ignoranza della psicologia del tempo. Infine, a dare vigore al c. watsoniano, contribuì non poco la sua visione progressiva ed ottimistica dell’essere umano, il quale, modificando l’ambiente nel quale si trovava a vivere, potrebbe raggiungere livelli insperati in termini di qualità di vita e di successo personale e sociale. Fu grazie a questa visione progressiva dell’uomo e della società, che Watson scelse come suo campo elettivo d’indagine l’apprendimento animale ed umano, dimostrando, con ricerche che hanno segnato la psicologia del tempo e non solo quella, l’enorme grado di adattamento dell’uomo alle cangianti situazioni di vita.

3. Il movimento iniziato da Watson ebbe la fortuna di attirare l’interesse di numerosi scienziati a lui successivi. Tra questi menzione particolare va a Guthrie, Hull, Skinner e Tolman. Ciò che univa i quattro leader della seconda generazione di comportamentisti era da un lato la filosofia progressiva già enunciata da Watson, dall’altro il convincimento che la metodologia scientifica costituiva il mezzo per produrre una conoscenza se non vera, certamente attendibile e sistematica. Al di là di questi elementi accomunanti, furono molti poi quelli che differenziavano l’impianto teorico ed esplicativo elaborato da ognuno di loro. Così Guthrie divenne il paladino di una concezione ultramolecolaristica dell’uomo, creando i presupposti per la creazione della psicologia matematica applicata al comportamento umano; Hull, che ambiva a divenire il Newton della psicologia moderna, costruì un sistema teorico estremamente articolato, alla cui base poneva assiomi e postulati dai quali faceva discendere matematicamente delle ipotesi empiricamente verificabili; Skinner, interessato allo studio delle relazioni tra comportamento e conseguenze da esso prodotte, mostrò invece sfiducia verso la costruzione teorica, garantendo al suo movimento quella duttilità e capacità d’adattamento che gli hanno garantito la sopravvivenza; Tolman, infine, introdusse nel suo tessuto teorico alcuni elementi mutuati dalla​​ ​​ psicoanalisi freudiana e dal cognitivismo del tempo, collocandosi come un’interfaccia tra il c. «hard» dei suoi colleghi e gli altri movimenti psicologici e più largamente culturali del tempo. Come si vede è errato parlare del c. come di una scuola monolitica, al pari della​​ ​​ Gestalt o della psicoanalisi freudiana. Manca ad esso quell’unitarietà di fondo che ne costituisce la premessa inevitabile.

4. Se poi prendiamo in considerazione il linguaggio usato da ognuno dei quattro leader del c. della seconda generazione, esso si differenzia in modo piuttosto marcato, passando dal linguaggio S-R (stimolo - risposta) di Guthrie, a quello S-O-R (stimolo, organismo, risposta) di Tolman ed infine a quello R-Sr (risposta e conseguenza) di Skinner. Da tale frammentazione, discende una conseguenza ovvia, tale da sfiorare la banalità: non è possibile criticare il c.​​ in toto. Ciò che è lecito è invece criticare la costruzione teorica costruita da ognuno dei comportamentisti più rappresentativi.

5. Che ne è ora del c.? Passata l’epoca delle contrapposizioni dal sapore più ideologico che scientifico, è maturo il tempo in cui è possibile pervenire a delle conclusioni sul c., così come si è evoluto. a) La prima di esse è che l’approccio S-R, che ha caratterizzato la visione di Guthrie, Hull e dei loro allievi e più recentemente quella di Eysenck e di Wolpe, i quali hanno voluto inserire tra la S e la R la O di organismo, ha raggiunto i limiti della sua evoluzione. Esso era troppo collegato alla concezione pavloviana dell’apprendimento umano e della sua patologia e ha pagato inevitabilmente la perdita di consenso che ha caratterizzato negli ultimi anni l’inevitabile parabola discendente del paradigma pavloviano. Tuttavia è doveroso ricordare alcune tra le applicazioni terapeutiche che sono state dedotte dalle diverse teorie che si rifanno all’approccio S-R mitigato da Eysenck e Wolpe. Esse hanno a che fare con lo studio di alcune psicopatologie tra le quali i disturbi ansiosi (​​ ansia) e quelli ossessivo-compulsivi, sui quali sono state elaborate interessanti ipotesi eziogenetiche e proposte strategie d’intervento ad alta efficacia quali la desensibilizzazione sistematica, il​​ flooding​​ ecc. b) La seconda conclusione è che il c. prima maniera è virtualmente inesistente, essendosi intrecciato con alcune impostazioni cognitivistiche sia in ambito sperimentale che in quello clinico. Per quanto riguarda il primo di questi, basti ricordare i numerosi modelli elaborati per dar conto dei diversi meccanismi mnestici nei quali è ancora dominante la visione associazionistica tipica dei primi comportamentisti. Per quanto concerne il secondo è sufficiente ricordare alcune tecniche tra le quali lo​​ stress management​​ di Meichembaum e il​​ problem solving​​ di D’Zurilla ecc. che hanno mutuato alcuni dei loro fondamenti teorici dalla ricerca S-R, oltre che da quella skinneriana. c) La terza conclusione ha a che vedere con la crescente diffusione della visione skinneriana, che superata una fase di appannamento, vede ora un secondo rinascimento sia nel campo della ricerca teorica che in quello applicativo. È recente l’elaborazione di una psicoterapia fondata integralmente sui principi di Skinner, che ha riscosso l’interesse del mondo accademico grazie ai lusinghieri risultati ottenuti nei confronti di numerose anomalie comportamentali.

6. Queste forme di lotta per la sopravvivenza del c., assorbito in alcuni casi all’interno di altri mondi teorici od evolutosi in modo imprevedibile rispetto all’itinerario iniziale, non possono non incuriosire, in quanto in palese contrasto col principio di confutazione di popperiana memoria. Tale capacità di sopravvivere a se stesso, modificandosi non costituisce affatto una sorpresa se si riflette sul fatto che il c. non è mai stato solo una visione scientificamente testabile del mondo e dell’uomo. Infatti esso contiene una filosofia che si rifà all’associazionismo inglese ed al prammatismo americano, che si colloca in contrapposizione alle visioni innatistiche e limitanti dell’uomo a favore di una nella quale l’uomo è visto come «faber est suae quisque fortunae». Come dice​​ ​​ Dewey «è sempre presente la tendenza alla contrapposizione tra due scuole. La prima sottolinea gli aspetti originari ed innatistici della natura umana; la seconda, invece, la fa dipendere dall’ambiente sociale» (1930, 7). Fintanto che l’uomo vorrà vedersi come causa del proprio destino e non espressione totalizzante di un gioco genetico, vi sarà sempre spazio per una visione psicologica, che in un modo o nell’altro si richiamerà al c.

Bibliografia

Watson J. B.,​​ Behaviorism,​​ New York, Norton, 1924 (trad. it.​​ Il​​ c. Firenze, Giunti-Barbera); Dewey J.,​​ Human nature and conduct,​​ New York, Modern Library, 1930; Hull C. L.,​​ Principles of behaviour,​​ New York, Appleton-Century-Crofts, 1942;​​ Tilquin A.,​​ Le behaviorisme,​​ Paris, Vrin, 1950; Tolman E. C.,​​ Purposive behavior in animals and men,​​ New York, Appleton-Century-Crofts, 1962;​​ Naville P.,​​ La psychologie du comportement,​​ Paris, Gallimard,​​ 1963; Mackenzie B. D.,​​ Il​​ c. e i limiti del metodo scientifico,​​ Roma, Armando, 1980; Meazzini P.,​​ Il c.: una storia culturale,​​ Pordenone, ERIP, 1980.

P. Meazzini

image_pdfimage_print