AMORE

AMORE

Giovanni Cereti

 

1. L’amore nella cultura giovanile contemporanea

1.1. Alcune tappe più significative nella riflessione sull’amore nella storia del pensiero europeo e occidentale

1.2. La cultura dell’amore nella gioventù contemporanea

2. Una rinnovata comprensione del messaggio cristiano intorno all’amore

2.1.​​ L’amore nella Scrittura

2.2.​​ Una riflessione teologica sull’amore

2.2.1. Dio è Amore

2.2.2. A colui che lo ha amato per primo, l’uomo è chiamato a dare una risposta di amore

2.2.3. L’amore è dono e responsabilità

2.2.4. L’opzione fondamentale caritativa

2.2.5. L’amore di amicizia

2.2.6. L’amore coniugale

3. L’educazione all’amore nella pastorale giovanile

3.1. L’amore verso sé stessi

3.2. Amore alle cose

3.3. Amore agli altri

3.4. Amore di Dio

3.5. Educare ad amare

3.6. L’amore fra l’uomo e la donna

4. Conclusione

 

La tematica evocata dal termine «amore» è estremamente vasta e complessa, in quanto esso fa riferimento alla tendenza fondamentale della persona, che la spinge verso ogni essere percepito come «bene», e che quindi si rifrange in tutti i suoi rapporti, con la natura, con sé stessa, con gli altri esseri umani, con Dio, articolandosi in modalità molto diverse. Ciò spiega la pluralità di significati che il termine amore può assumere nel linguaggio comune.

In un primo significato, forse quello maggiormente presente nell’immaginario e nel linguaggio giovanile, il termine amore viene utilizzato per indicare il sentimento o l’attrazione che una persona può nutrire nei confronti di un’altra, sentimento che implica una scelta e che tende alla reciprocità e all’unione. In questo senso, l’espressione «fare l’amore» evoca con discrezione il raggiungimento di questa piena unione interpersonale, attraverso il compimento di quegli atti e di quei gesti che la realizzano anche fisicamente.

Lo stesso termine tuttavia, forse non soltanto a causa della povertà e della mancanza di rigore delle lingue moderne e della lingua italiana in particolare, ma con un fondamento antropologico preciso, viene utilizzato anche per indicare il sentimento positivo, l’apprezzamento, l’attrazione, il desiderio, che si nutre nei confronti di un oggetto, un’arte, un comportamento, o di altri esseri viventi, e che giustifica anche i più grandi sacrifici e le più grandi dedizioni compiute in vista dell’appagamento del proprio desiderio e della realizzazione delle proprie aspirazioni. La significazione di questo termine si estende infine sino ad abbracciare tutti i possibili rapporti affettivi interpersonali e l’orientamento dell’uomo alle realtà spirituali supreme e in ultima istanza a Dio stesso.

 

1. L’amore nella cultura giovanile contemporanea

La riflessione intorno alla tematica dell’amore non è iniziata oggi. Una lunga tradizione di pensiero esercita il suo influsso sin nella cultura contemporanea.

 

1.1. Alcune tappe più significative nella riflessione sull’amore nella storia del pensiero europeo e occidentale

Il mondo greco, nel quale l’attuale cultura occidentale riconosce uno dei suoi punti di partenza, utilizzava termini differenti per indicare l’amore nelle sue diverse modalità. Fra questi termini particolare rilevanza ebbero eros e filia. Per Platone, le cui riflessioni sul tema dell’eros sono esposte soprattutto nel​​ Convito​​ e nel​​ Fedro,​​ l’eros deve essere identificato con il sentimento di attrazione suscitato dalla bellezza, e le sue diverse forme sono legate alle diverse forme del bello: dalla bellezza sensibile si ascende alla bellezza dell’anima e poi alla bellezza intelligibile, che è la bellezza suprema, di cui tutto ciò che è bello sulla terra non costituisce che un pallido riflesso. Aristotele nella​​ Metafisica​​ ci presenta invece l’eros quasi come una sorta di energia cosmica, una forza vitale attraverso la quale il primo Principio ordina e muove l’universo. Nell’Etica​​ a Nicomaco​​ tratta poi della filia, intesa come amore di amicizia, legame affettivo di libera scelta, amore interpersonale caratterizzato dal desiderio del bene dell’altro, dalla gioia di essere accettato e dal piacere di trovarsi assieme all’amico. L’incontro del pensiero antico con il messaggio cristiano dell’agape avvenne in un’epoca che era profondamente influenzata dallo stoicismo, con il suo invito all’apateia​​ (assenza di passioni), e nella quale si diffondevano ogni sorta di dottrine gnostiche, legate alla concezione di un eros cosmogonico e affermanti il primato della conoscenza sull’amore. I primi secoli dell’era cristiana furono così segnati da innumerevoli tentativi di riflessione sul mistero dell’agape divina e sui suoi rapporti con le potenzialità naturali di amore dell’uomo. Il vertice di queste riflessioni può essere considerato raggiunto con Agostino, che insegnò a distinguere fra l’amor sui,​​ o​​ cupiditas,​​ inteso come ripiegamento egoistico su sé stesso e proprio della città terrena, e l’amor​​ Dei,​​ o​​ caritas,​​ inteso come apertura e tensione verso il sommo bene, nel quale si ritrova ogni amore bene ordinato, anche verso sé stesso e verso le altre creature. Questa caritas è dono gratuito di Dio all’uomo, e deve tornare alla sua origine attraverso il nostro amore al prossimo e a Dio.

Un forte influsso sul successivo pensiero cristiano fu esercitato anche dal neoplatonismo di Plotino, che vede Dio come bene assoluto, di cui tutto è emanazione; l’essere generato tende a ritornare alla perfezione da cui è stato emanato; l’amore umano è espressione di questa tensione verso il bene, e quindi in ultima istanza verso Dio, al quale potrà ricongiungersi passando attraverso vari stadi di purificazione. Di dottrine neoplatoniche è infatti impregnato il pensiero del teologo siriaco, che assunse lo pseudonimo di Dionigi l’Areopagita, il quale propose la dottrina dei tre gradi nella ascesa spirituale (purificazione, illuminazione, unione), che soprattutto attraverso la mistica spagnola del sedicesimo secolo sono entrati nell’insegnamento della teologia spirituale, e dell’amore estatico divinizzante, che porta il credente a perdersi nell’amato.

Queste diverse concezioni continuarono a essere presenti attraverso vari intrecci in tutta la riflessione medioevale. Da una parte l’amore continuava a essere inteso come un’energia cosmica, una forza vitale, un principio che pervade e anima tutti gli esseri, e da identificarsi infine con la realtà più profonda di Dio, «l’Amor che muove il sole e l’altre stelle»; dall’altra esso era interpretato nella categoria dell’amicizia, nella quale veniva ad essere incluso anche il rapporto di amore fra Dio e l’uomo. Nel corso del medioevo venne elaborandosi anche la riflessione sulla virtù teologale della carità, che comunque deve essere considerata sempre assieme alla fede e alla speranza come un altro aspetto del nostro orientamento totale a Dio. Contro coloro che accentuavano l’importanza della riflessione teologica sulla fede, considerandola quasi anticipazione della visione beatifica, la teologia monastica continuò a dare la preferenza alla contemplazione del mistero attuata nell’amore. Il primato dell’amore sulla conoscenza venne infine sottolineato soprattutto nell’esperienza dei mistici, che intesero l’amore come atteggiamento di abbandono incondizionato alla volontà di Dio, in una completa donazione di sé.

Il rapporto fra l’amore naturale per Dio e l’amore a Dio, che nell’uomo è frutto della grazia, e fra l’amore per Dio, considerato come sommo bene per noi, e l’amore che invece ama Dio per sé stesso, continuò ad essere oggetto di vivaci discussioni fra i grandi teologi e spirituali dei secoli successivi, soprattutto in Francia, per la quale devono essere ricordati almeno san Francesco di Sales, con il suo​​ Trattato dell’Amore di Dio,​​ e la polemica che intorno all’amore puro di Dio oppose Bossuet e Fénelon.

Nel corso degli ultimi secoli la riflessione filosofica è tornata a ripiegarsi sulla tematica dell’amore, inteso volta a volta come partecipazione all’eterno amore divino (Spinoza), come orientamento pratico del nostro essere a Dio, al di là di ogni negazione speculativa (Kant), o ancora come energia cosmica. Profondamente vicine a una concezione cristiana, al di là delle rispettive posizioni speculative, devono essere considerate le riflessioni sulla «simpatia», come fondamento di comunicazione fra gli uomini, di David Hume, come quelle sulla «compassione» per la sofferenza dell’uomo e di tutti gli esseri, in Schopenauer, forse a sua volta influenzato anche da concezioni buddhiste.

In epoche più recenti, la riflessione filosofica sull’amore viene progressivamente sostituita da ricerche a carattere psicologico. Mentre alcuni esaltano il sentimento dell’amore come l’espressione massima del volere il bene degli altri o come una sorgente ricca di emozioni, fonte di indicibile felicità, altri definiscono l’amore come una insidia che «il genio della specie» tende al singolo al fine di perpetuare la vita (von Hartmann), o infine interpretano l’amore come la sublimazione di un impulso istintivo originario, denominato​​ libido,​​ come fa Freud.

Una visione più positiva dell’amore, come la grande forza nascosta al cuore stesso della materia che anima e guida l’evoluzione del cosmo e dell’umanità e la conduce verso uno stadio ultraumano, verso il punto omega, è infine proposta, con prospettive estremamente suggestive, da Teilhard de Chardin.

 

1.2. La cultura dell’amore nella gioventù contemporanea

Nel mondo contemporaneo, nel quale l’accentuata personalizzazione porta a far avvertire sempre di più all’uomo il senso della propria separatezza e della propria solitudine, e nel quale i progressi della scienza e della tecnica inducono l’umanità a ricercare con ansia crescente valori umani autentici, l’amore ha assunto una nuova centralità, anche per il mondo giovanile. Esso è stato profondamente influenzato dalle acquisizioni delle scienze umane e in particolare di quelle psicologiche, che hanno contribuito enormemente al superamento di molte paure e a un cammino di liberazione e di umanizzazione. Una profonda modifica dei comportamenti giovanili, non sempre in senso positivo, è anche il frutto degli avvenimenti del sessantotto e dell’influenza che in esso hanno avuto pensatori come Reich e Marcuse.

L’amore è stato posto dalla cultura occidentale contemporanea sempre più decisamente al cuore della relazione che unisce l’uomo e la donna nella coppia stabile e nel matrimonio, e questo a differenza di quanto accadeva in epoche passate e di quanto accade ancora oggi in altre culture. A questo proposito tuttavia, nel nostro mondo occidentale, l’anticipazione progressiva dell’età nella quale i giovani cominciano a formare una coppia e realizzano i primi rapporti completi con persone dell’altro sesso, sembra un dato avvalorato dalle ricerche sociologiche, almeno in rapporto a quanto accadeva nelle generazioni passate. Nella cultura giovanile attuale, quando esiste l’«amore», sembra che qualsiasi comportamento nei rapporti di amicizia o di «fidanzamento» con coetanei dell’altro sesso debba essere considerato legittimo. Una tale convinzione, che si è imposta anche in ragione della migliore conoscenza e della divulgazione delle tecniche contraccettive e della libertà consentita alle giovani generazioni, sia per convinzione teorica, sia come conseguenza di circostanze pratiche (automobile, diffusione del benessere), se presenta il vantaggio di superare quelle diversità fra il comportamento riconosciuto lecito all’uomo o alla donna in epoche passate, sembra rendere più difficile la formazione di una coppia permanente e fedele e non è senza porre interrogativi dal punto di vista di una pienezza umana e della fede cristiana. Spostando invece il discorso sull’amore inteso come centro del messaggio cristiano, come insegnamento di amore agli altri e a Dio, non si può negare che esso ha una larga eco nella coscienza giovanile attuale, portata a cogliere l’essenza del messaggio, il quale poteva essere in epoche passate occultato da un maggior numero di insegnamenti legalistici e ritualistici, che ostacolavano il riconoscimento del primato della carità. L’importanza attribuita dai giovani ai rapporti interpersonali, anche se spesso vissuti solo in gruppo e solo fra coetanei, la facilità con cui essi fraternizzano al di là di tutte le frontiere, il senso di rispetto per gli altri, prevalente anch’esso nella cultura giovanile, sembrano un frutto positivo del messaggio cristiano dell’amore, dal quale certamente sono poi profondamente influenzati altri valori largamente diffusi nel mondo giovanile e testimoniati dalle mille forme di servizio e di volontariato presenti nella nostra società, come il senso di solidarietà nei confronti degli altri e in particolare dei più sofferenti, l’impegno alla lotta per la pace e i diritti umani, il superamento di ogni forma di razzismo, l’aspirazione a una migliore condivisione delle ricchezze della terra.

Anche l’amore verso Dio acquista nella coscienza religiosa dei giovani di oggi un valore e una risonanza sempre più profondi. Mentre praticamente assente nella coscienza giovanile attuale è la spinta a operare determinata dal timore del castigo e dell’inferno, si avverte in molti la ricerca di una esperienza spirituale e religiosa autentica capace di far sperimentare e di far crescere questo amore. È anzi proprio questa ricerca che spiega il passaggio di tanti giovani cristiani ad altre esperienze religiose, nelle quali sperano di trovare un cammino di contemplazione e di ascesa verso Dio che disperano ormai di trovare nella propria chiesa, che appare ad essi troppo centrata su aspetti istituzionali e di potere.

 

2.​​ Una rinnovata comprensione del messaggio cristiano intorno all'amore

 

2.1.​​ L’amore nella Scrittura

Al cuore della rivelazione ebraico-cristiana sta l’autocomunicazione di Dio come amore, così come il duplice comandamento dell’amore. Già nelle Scritture del primo testamento viene fatto conoscere all’uomo l’amore misericordioso di Dio che con iniziativa gratuita sceglie il proprio popolo, lo chiama a stringere con lui un patto di alleanza e lo impegna alla fede e all’amore. L’immagine dell’amore coniugale viene adottata dai profeti e dagli autori sacri per aiutare il popolo d’Israele a comprendere l’amore di Dio nei suoi confronti e la risposta di amore che egli si attende da esso (cf Os 1-3; Ger 2,2; 3,1.612; 31,3-4; Is 54,4-8; Sai 45; Cantico dei cantici), per cui ogni infedeltà al Dio d’Israele può essere qualificata come adulterio (cf Ez 16 e 23). Altre immagini tratte dall’esperienza quotidiana dell’amore, come quella di padre, di madre (cf Is 49,15; 66,12-13; Sai 131), di amico, vengono utilizzate anch’esse per rendere sempre più comprensibile al pio ebreo il mistero dell’amore di Dio. La creazione stessa viene progressivamente compresa come il frutto dell’amore e della bontà di Dio (Gn 1). L’amore di Dio non è contraddetto dall’esistenza del male, inteso spesso come il mezzo attraverso il quale Iddio mette alla prova la fedeltà dei credenti o educa i suoi figli (Es 34,6-7; Dt 8,5; 2 Sam 7,14; Prv 3,1112; Sap 11,9-10; 12,22). Il dovere del credente è appunto quello di corrispondere con il proprio amore all’amore di Dio, e di testimoniare tale amore con la propria obbedienza e fedeltà (Es 20,6; Dt 6,5; 7,6-13; 10,12-13). Le Scritture ebraiche insegnano già a collegare l’amore di Dio e l’amore del prossimo (Lv 19,18), e allargano progressivamente la nozione di prossimo al di fuori della cerchia familiare e nazionale, sino a riconoscere come oggetto dell’amore e della sollecitudine di Dio non solo gli stranieri dimoranti sul territorio (Es 22,20; Lv 19,34; Dt 10,19), ma anche i membri degli altri popoli e nazioni (Rut; Giona; Deuterolsaia).

La rivelazione dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo e di tutti gli uomini giunge alla sua pienezza nella rivelazione di Gesù. Egli è il figlio prediletto (Me 1,11; 9,7, 12,6 e paralleli), che ci fa conoscere la provvidenza del Padre nei confronti dei suoi figli (Mt 6,2532), il suo disegno di amore e di salvezza (Gv 3,16-17), la sua misericordia nei confronti degli ammalati, degli stranieri, degli stessi peccatori (Le 15). L’amore per i peccatori appare anzi quasi la caratteristica dell’evangelo, e un tale amore ci introduce alla comprensione del mistero del regno che Gesù ha annunciato e al quale tutti sono chiamati. L’esistenza stessa del Figlio è un modello di amore (Gv 13,1). Collegando strettamente l’insegnamento dell’amore di Dio a quello dell’amore del prossimo (Me 12,28-34 e par.), Gesù ci insegna che tutta la legge e i profeti si riducono a questo unico comandamento (Mt 22,40; Rm 13,8-10; Gal 5,14), che è sull’amore che saremo giudicati (Mt 25,31-46) ed esige anche l’amore per i nemici (Mt 5,4348; Le 6,27-35; cf Le 10,25-37; 23,34; Rm 5,8-10; 12,14-16).

La primitiva riflessione cristiana ha riconosciuto come l’amore di Dio, per il quale tutte le cose sono state create, ha raggiunto la sua piena manifestazione nell’autorivelazione di Dio all’uomo e nel suo disegno di salvezza nei confronti dell’uomo peccatore (Rm 5,8; 8,31-35; Ef 1,3-14; Gal 2,20; Gv 3,1617). La risposta dei credenti, chiamati a vivere nell’amicizia col Signore (Gv 15,15), e ad essere santi e prediletti da Dio, a somiglianza del Figlio (Rm 1,7; Col 3,12), deve essere una vita nell’amore, capace di corrispondere all’amore di Dio (Rm 8,28; 1 Cor 2,9; 8,3) e di diffondere il proprio amore su tutti i fratelli (Gal 5,6.14; 1 Cor 13; 1 Gv 4,21). L’amore con il quale siamo stati amati è la fonte e il modello dell’amore che dobbiamo avere gli uni per gli altri (Gv 13,34; 15, 9-12; 17, 20-26). Anche se da soli non saremmo capaci di amare realmente, è l’amore di Dio riversato dallo Spirito nei nostri cuori che ci dà la possibilità di amare (Rm 5,5). A imitazione di quello di Cristo, «che supera ogni conoscenza» (Ef 3,8-19), questo amore può comportare esigenze sempre crescenti, perché non vi è limite nell’accettazione, nell’accoglienza, nel perdono, nella sopportazione degli altri, nel portare i pesi dei nostri fratelli, nel partecipare alle loro gioie e alle loro pene, nel contribuire anche materialmente, con l’ospitalità, con la colletta, con la condivisione, alle necessità dei fratelli (cf Rm 12,3-11; Ef 4,1-6, ecc.). Come l’amore di Dio non conosce confini, così non esistono confini per l’amore fraterno, chiamato a estendersi a tutti gli uomini.

Nei confronti del Signore infine un tale amore può giungere sino a richiedere il dono della vita (Gv 15,13; Mt 10,39 e par). Vivere nell’agape significa vivere in Dio, perché Dio è amore (1 Gv 4,8.16). Questo vertice e pienezza dell’esperienza di fede (1 Cor 13; Rm 13,810), ci rende «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4). Solo colui che ama infatti «conosce Dio» (1 Gv 4,7). Chi non ama, non è in grado di accogliere la rivelazione di Dio (Gv 14,24) e in questo senso non può neppure essere considerato un credente (1 Cor 13,1-3; 1 Gv 3,10; 4,8.20).

La centralità di questo insegnamento sull’amore nella Scrittura dispensa da una più approfondita ricerca su quello dell’amore inteso in senso sessuale, relativamente al quale possiamo dire solo che esso partecipa della bontà riconosciuta da Dio a tutta la sua creazione (Gn 1,31), in quanto corrisponde al disegno di Dio (Gn 2,24), che ha voluto che la propria immagine fosse pienamente realizzata nella complementarità dell’uomo e della donna (Gn 1,27). Il disordine che nel corso della storia si è instaurato nei rapporti fra l’uomo e la donna (dominio dell’uomo sulla donna e oppressione di quest’ultima, difficoltà di padroneggiare i propri istinti) è visto dalla Bibbia come una conseguenza del peccato (cf Gn 3,7.12.17), il cui superamento è reso possibile dalla restaurazione della comunione fra Dio e l’uomo operata con la Pasqua di Cristo. Il semplice fatto che l’amore fra l’uomo e la donna venga assunto a fondamento dell’allegoria dell’amore fra Dio e l’umanità, e a segno dell’amore di Cristo e della chiesa (Ef 5,22-32), mostra quanto esso sia considerato positivo, anche se la Scrittura sembra presupporre che esso sia vissuto nell’ambito dell’esperienza coniugale e soprattutto chiede che esso sia interamente vissuto «nel Signore» (1 Cor 7,39).

 

2.2. Una riflessione teologica sull’amore

Una pastorale giovanile adeguata alle attese della chiesa e del mondo di oggi deve tornare a riaffermare vigorosamente il primato dell’amore nella fede e nella vita cristiana.

 

2.2.1. Dio è Amore

Il mistero dell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito non può essere compreso che come un mistero di amore, nel quale l’amore del Padre, amore fontale, genera il Figlio come parola d’amore, ed entrambi spirano lo Spirito Santo, amore unificante del Padre e del Figlio. Il Dio cristiano non è un Dio solitario, ma un Dio di comunicazione, di condivisione, di comunione. Le persone divine, definite nella teologia tradizionale come relazioni,​​ esse ad,​​ si realizzano pienamente nel dono, nella comunicazione di sé stesse a un altro. Dio è Amore però non solo in sé stesso, ma anche nel suo agire fuori di sé. L’agape divina è la fonte del mondo e della storia, la ragione prima dell’esistenza dell’universo e dell’umanità, il motivo ultimo della storia della creazione e della storia della salvezza, la norma del comportamento di Dio, sorgente di realtà, di valore, di comunione. La creazione non è frutto di necessità, ma atto di assoluta libertà e gratuità, pura espressione della magnificenza dell’amore di Dio. Lo stesso deve essere detto per l’autorivelazione di Dio all’umanità. «Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare sé stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cf Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cf Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cf Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cf Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (DV 2). La rivelazione dell’amore di Dio, che sulla croce si manifesta come amore per i peccatori, è il cuore del Vangelo. Il suo amore si irradia, come la luce; gli uomini che si lasciano raggiungere da questa luce e da questo amore sono già nella salvezza (cf Gv 1,12-13).

 

2.2.2. A colui che lo ha amato per primo, l’uomo è chiamato a dare una risposta di amore

Corrispondere all’amore di Dio significa nello stesso tempo amare Dio con tutte le forze e amare il prossimo. «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli... Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio... Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; colui che vive nell’amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1 Gv 3,16; 4,7.16). Soltanto quando comincia ad amare, l’uomo comincia anche ad esistere autenticamente (1 Gv 3,14). L’amore di Dio che si è reso visibile in Cristo è sorgente di comunione con Dio e con gli altri (1 Gv 1,1-3). La comunità cristiana, generata da questo amore di Dio manifestatosi nella croce di Cristo, è chiamata a rendere testimonianza nel mondo a questa rivelazione dell’amore (Gv 13,35). Essa è stata dotata da Dio di tutto ciò che, nello Spirito Santo, principio di unità e insieme della ricchezza della diversità, la può conservare unita nella carità: un solo evangelo, un solo battesimo, una sola eucaristia, i ministeri e i carismi, la diaconia e il servizio a cui tutti nella chiesa sono chiamati. La comunione ecclesiale, il cui modello ultimo è la stessa comunione trinitaria (Gv 17,20-26), è affidata comunque alla responsabilità dei credenti, che devono corrispondere al dono di amore che hanno ricevuto, come Paolo non si stanca di ripetere nei suoi scritti (cf Ef 4,1-6; Fil 2,1-4, ecc.). Al di là dei confini stessi della comunità cristiana, l’amore deve estendersi infine a ogni uomo, e ama ciascuno per sé stesso, nella sua irripetibile individualità, così come Dio lo ama. Dovunque anzi esiste una presenza d’amore, ivi il Signore stesso rivela la sua presenza.

 

2.2.3.​​ L’amore è dono e responsabilità​​ 

Secondo la rivelazione biblica, l’uomo con le proprie forze è incapace di vivere questa pienezza d’amore. È l’agape divina, il dono dell’amore di Dio in Gesù Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito (Rm 5,5; 8,9-17), che ci mette in condizione di amare. Questa agape diventa nel credente un fiume di acqua viva (Gv 7,37-38), che ci colma dell’amore che ha in Dio la sua origine. Essa trasforma i nostri cuori (cf Ez 36,26-27), nella misura in cui non opponiamo resistenza, donando guarigione e salvezza, rendendoci figli di Dio (1 Gv 3,1-2), consentendo l’inabitazione della Trinità in essi (Gv 14,23). La trasformazione operata dall’agape divina fa sì che in Dio possiamo amare autenticamente ogni essere, e quindi amare noi stessi, gli altri, tutto ciò che è oggetto dell’amore di Dio. Essa costituisce così la grande forza di umanizzazione del mondo, la grande energia volta a creare quella pienezza di comunione fra Dio e gli uomini e degli uomini fra loro e con il cosmo, alla quale tende il meraviglioso progetto di Dio per la creazione e per l’umanità.

II fatto comunque che la possibilità di amare con autentica agape sia un dono di Dio, non sminuisce il valore dell’amore di cui l’uomo è capace con le forze della sua natura. L’amore non è infatti l’espressione di un comandamento estrinseco, impostoci dall’esterno, ma corrisponde alla struttura ultima della condizione creaturale e umana, in quanto porta l’essere umano a realizzare una profonda comunione con tutto ciò che è essere. Come tendenza fondamentale della persona, l’amore ne assorbe e armonizza le potenze psichiche e le energie spirituali e fisiche, integrandole in un’unica inclinazione, che sgorga nel cuore dell’uomo, in quel centro in cui il conoscere, il volere e il sentire sono uniti nell’unico io personale. Ora l’agape non distrugge queste energie naturali ma si innesta in esse e le assume, purificandole e perfezionandole, per portare l’uomo alla piena realizzazione del proprio essere, secondo il disegno contenuto già nell’ordine della creazione. Essa integra quindi anche le energie sessuali e le energie dell’eros, che secondo l’originario disegno divino sono destinate anche a una funzione di relazione e di socializzazione (Gn 2,18-25), rendendo così possibile il pieno sviluppo del nostro essere personale, contribuendo alla realizzazione di un mondo amorizzato.

 

2.2.4.​​ L’opzione fondamentale caritativa​​ 

Sotto l’azione della grazia, l’uomo che vive nell’amore compie una opzione fondamentale per Dio, e la approfondisce continuamente. In questo senso l’amore, l’unico amore a Dio e al prossimo, costituisce anche l’anima, la «forma» di tutte le virtù morali, che senza di esso perderebbero ogni valore (1 Cor 13,1-3). Ogni mancanza formale a queste virtù diventa pertanto una mancanza contro l’amore e quindi contro Dio. Ogni peccato è un peccato contro l’amore, una esclusione dell’amore. Anche se di solito esso non giunge a modificare l’orientamento di fondo all’amore, cioè l’opzione fondamentale caritativa, certamente la impoverisce. Proprio perché la scelta per Dio o contro Dio è sempre una scelta nell’ordine dell’amore, si spiega perché anche la liberazione dal peccato abbia potuto essere compiuta soltanto da quella sovrabbondanza d’amore con la quale Cristo si è offerto in atto d’amore e d’obbedienza al Padre. E si spiega come la stessa perfezione cristiana debba essere vista come una perfezione nell’ordine dell’amore, una pienezza per la quale vale il principio agostiniano «Ama e fa’ quello che vuoi». Colui che vive in abituale comunione d’amore con il Signore è guidato interiormente dal Signore stesso a operare sempre in maniera conforme alla sua volontà.

 

2.2.5.​​ L’amore di amicizia

Parlare dell’amore agli altri non significa parlare dell’amicizia. L’amore infatti si riversa sugli altri, indipendentemente dal fatto di essere ricambiato o meno. Lina piena riuscita nella capacità di amare si esprime anzi nella facilità e attitudine a stabilire contatti, nel partecipare alle vicende degli altri e nell’assisterli in eventuali necessità, senza chiedere nulla in contraccambio. Quando tuttavia questo amore si incontra con un’altra persona, con la quale si stabilisce una relazione di fiducia, di stima, di simpatia reciproca, viene a stabilirsi anche una nuova comunione interpersonale, che ha un immenso valore ai fini della piena personalizzazione del singolo e ai fini di una progressiva amorizzazione del mondo. Essa ha anche un grande valore agli occhi di Dio, che ha voluto rivelarsi come amico dell’uomo, e che dona al cuore umano di diventare capace di amicizia. Anzi, un cuore profondamente abitato dall’amore di Dio è capace di grande amicizia. In quanto amore autentico essa desidera il bene dell’amico, come amore di benevolenza; non si può infatti parlare di amicizia, dove esiste quello che gli antichi chiamavano amore di concupiscenza, che in realtà è soltanto un atteggiamento egoistico che spinge a desiderare un oggetto o una persona per sé stessi e per il proprio piacere o interesse. Nello stesso tempo, un autentico amore di amicizia non tende a una impossibile fusione con l’amico, ma cerca di stabilire con esso una comunione rispettosa dell’identità e della diversità dell’altro, né tende in alcun modo ad essere esclusiva, ma si allarga a incontri e amicizie sempre nuove: «Gli amici dei miei amici sono miei amici».

 

2.2.6.​​ L’amore coniugale

In un caso soltanto l’amicizia tende a diventare esclusiva, e cioè allorquando essa evolve verso quella forma suprema di amore e di amicizia che assume necessariamente caratteristiche di esclusività e di permanenza, e che conosciamo come amore coniugale. Mentre in altre epoche, nelle quali l’umanità lottava per la propria sopravvivenza, l’unione matrimoniale veniva concepita soprattutto nella prospettiva della procreazione e dell’educazione dei figli, e anche per questo motivo la cultura e la società non dava particolare importanza all’amore fra i coniugi, che generalmente fra l’altro non si erano scelti, e il cui amore era considerato tutt’al più come il frutto normale di una vita matrimoniale, la cultura contemporanea, anche a causa del processo di personalizzazione e di crescita di ogni persona al quale abbiamo assistito almeno nel mondo occidentale nel corso degli ultimi decenni, dà oggi molta importanza alla comunione d’amore che deve esistere all’interno di una coppia stabile e del matrimonio. La chiesa stessa ha preso coscienza di questa nuova situazione, e ha esplicitato con il Concilio Vaticano II un insegnamento che tuttavia era restato sotterraneamente presente sin dagli inizi, parlando con grande insistenza dell’amore coniugale, considerato come l’essenza stessa del matrimonio e ricordando che «l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino» (GS 48). L’amore che unisce gli sposi costituisce il segno sacramentale, che sulla terra è segno dell’amore di Dio per il suo popolo, e questo amore, sorgente di comunione e di fecondità, deve essere custodito dagli sposi con ogni cura, per essere fedeli alla propria vocazione di «non separare ciò che Dio ha unito» e per trovare in esso una fonte inesauribile di gioia e di vita.

 

3.​​ L’educazione all’amore nella pastorale giovanile

La centralità dell’amore secondo il messaggio cristiano porta infine ad applicazioni concrete di cui la pastorale giovanile deve tenere il massimo conto.

 

3.1.​​ L’amore verso sé stessi

Il punto di partenza dell’amore è sempre l’io personale, il quale è in grado di amare nella misura in cui è stato capace anche di accogliere sé stesso con amore. Questo amore per sé stesso, come amore per il proprio essere personale, costituisce un dato fondamentale dell’esistenza umana, legato all’istinto di conservazione e alla legittima aspirazione a realizzare nella maniera più piena possibile le proprie potenzialità, e per il credente, all’accettazione in lieta gratitudine della propria persona come creatura di Dio. Questo amore per sé stessi, che già il libro del Levitico (19,8), e poi la «regola aurea» della saggezza umana (cf Tb 4,15; Mt 7,12; Le 6,31), e infine lo stesso evangelo (Mt 22,39 e par) pongono a misura dell’amore che dobbiamo portare agli altri, non deve essere confuso con l’egoistico ripiegamento su sé stesso, l'amor sui​​ di cui parla Agostino, ma costituisce un autentico amore agapico, pieno di benevolenza e di compassione anzitutto per lo stesso soggetto amante.

Poiché è impossibile all’uomo vivere senza sapersi amato e senza corrispondere all’amore altrui, l’amore e l’accettazione di sé stesso costituisce come un punto di partenza e un’esperienza basilare nella strutturazione della persona, senza la quale non si può essere in grado di amare. Esso ci consente d’altra parte di accettare anche la nostra condizione di solitudine, vivendo in pace e in armonia con la nostra stessa presenza. La crescita nell’amore, la vita nuova in Cristo (Gal 2,20), è comunque sorgente di una crescente capacità di dimenticare sé stesso, di morire a sé stesso, di rinunciare alla propria vita (Mt 16,24-25; Gv 12,24-25), sopportando sacrifici e rinunce, per vivere esclusivamente per Dio e per gli altri.

 

3.2.​​ Amore alle cose

Il problema del rapporto dell’uomo con le cose materiali e dell’atteggiamento nei confronti della natura e del mondo animale presenta oggi una particolare attualità, da una parte a causa della problematica ecologica, che ci invita al rispetto di un ambiente naturale che appare sempre più deteriorato, dall’altra a causa dell’incontro con altre culture e religioni, che sembrano più attente nei confronti del mondo infraumano di quanto lo sia stata la tradizione cristiana.

L’amore di Dio al quale è invitato il cristiano aiuta a scoprire la sua presenza in tutte le cose. È nel creato, nella meravigliosa bellezza e nella sterminata complessità della natura, che il giovane avverte spontaneamente un segno della presenza e dell’amore di Dio ed è portato a cantare la propria riconoscenza al Creatore. Un tale amore porta anche a rispettare la natura: se l’uomo, secondo l’insegnamento di Genesi, è costituito signore dell’universo, ciò non significa che sia autorizzato a violare e a sfruttare la natura, ma che egli è chiamato piuttosto a preservarla e a proteggerla.

Quanto si è detto mostra come, nei rapporti con il mondo infraumano, quello che chiamiamo amore può essere considerato una conseguenza indiretta del nostro amore a Dio, la cui sapienza e presenza si rivela anche nelle cose create, e insieme anche del nostro amore agli altri, che ci vengono ricordati da cose che hanno o hanno avuto in qualche modo riferimento alla loro persona. Un autentico rapporto interpersonale con le cose e con gli animali è infatti non pensabile, anche se nella prospettiva teilhardiana e seguendo l’ipotesi da lui formulata circa lo psichismo di fondo presente in tutta la natura e la crescita contemporanea della complessità-coscienza, le cose appaiono già ordinate a una possibilità di relazione con l’uomo. Inoltre, quanto è detto in Rm 8,19-20, in rapporto a Gn 3, ci lascia intendere un misterioso rapporto fra le vicende della storia umana e le vicende del creato.

Sul piano pedagogico, deve essere infine giudicato importante, in conformità all’evangelo, educare i giovani a evitare un attaccamento alle cose capace di degenerare, costituendo una «ricchezza» che li distoglie oggettivamente dalla ricerca del Regno, e a servirsi tuttavia di esse con letizia e libertà di spirito, sapendo che possono costituire uno strumento prezioso per la propria crescita personale.

 

3.3.​​ Amore agli altri

«Se uno dicesse: “io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). Secondo la fede cristiana, non solo l’amore di Dio è inscindibile dall’amore degli altri, ma l’amore per l’uomo, immagine di Dio (Gn 1,27), costituisce il segno e la misura del nostro stesso amore per Dio.

L’agape versata nei nostri cuori ci porta ad amare gli altri con il cuore stesso di Dio, nella loro realtà esistenziale, con tutto il loro carico di sofferenza, di aspirazioni, di sentimenti, nella loro identità personale unica e irripetibile.

La richiesta di amare gli altri come sé stesso pone un limite all’amore di sé, che deve essere continuamente paragonato all’amore portato agli altri. Il senso di giustizia presente in ciascuno porta a confrontare quanto si desidera o esige per sé stesso, con quanto si desidera o esige per gli altri, e porta ad avere per gli altri la stessa misericordia che si desidera sia esercitata nei propri confronti. L’invito di Gesù ad amarci come egli ci ha amato, e cioè sino a donare la vita, va comunque ancora al di là. Esso può chiederci di amare gli altri sino al dono della vita (Gv 13,1; 15,13). Esso non si estende soltanto ai famigliari o a coloro che ci amano, ma è chiamato a includere tutti, anche coloro che ci fanno del male, anche i nemici (Mt 5,38-48; Le 6,27-36; Rm 12,20-21). In concreto esso si eserciterà nella nostra vita quotidiana, ed anzitutto nella vita di famiglia, e in particolare all’interno della coppia, che costituisce come si è detto la forma suprema di realizzazione dell’amore. La famiglia tuttavia deve essere considerata soprattutto come una scuola d’amore, ma non può pretendere di esaurire le potenzialità d’amore dei propri membri; il cristiano deve anzi imparare a riconoscere come propria famiglia la comunità dei credenti o addirittura il mondo intero (Mt 10,37; 19,29; Le 14,26).

L’amore agli altri si eserciterà inoltre anche attraverso il lavoro professionale, nel quale viene data la possibilità di un autentico servizio agli altri attraverso l’esercizio della propria competenza e della propria dedizione. Altre forme di esercizio concreto dell’amore al prossimo sono comunque offerte dalla vita della società civile, nelle mille occasioni di aggregazioni sociali e di collaborazioni ai fini più disparati. La forma forse più alta di servizio agli altri che possa essere realizzata nel mondo contemporaneo resta infine quella che si esercita attraverso l’impegno politico, e cioè attraverso la ricerca del bene comune, compiuta sia scegliendo coloro che possono meglio operare per la collettività, in occasione di elezioni, sia impegnandosi in prima persona, con dedizione e competenza, con rettitudine e disinteresse, per contribuire all’edificazione di una società migliore, nella quale siano rispettati i diritti di tutti, sia migliorata la qualità della vita per tutti, e sia perseguita la realizzazione di una convivenza umana pacifica e giusta.

 

3.4. Amore di Dio

L’amore attinge la sua forma suprema quando l’uomo, per dono dall’alto, giunge a orientare la propria vita all’amore di Dio. Esso non costituisce una dimensione a parte nella nostra vita; l’amore agli altri è già inscindibilmente amore a Dio; non esiste una separazione fra un mondo sacro, il mondo del culto e del rapporto con Dio, e un mondo profano, che sarebbe quello dell’esistenza quotidiana. Dio è amato in ogni forma di amore autentico, e in ogni istante e circostanza della nostra vita. L’aspetto affettivo dell’amore ha tutta la sua importanza anche nel rapporto con Dio. «Hai fatto il nostro cuore per te, Signore, ed esso resta senza pace fino a che non riposa in te» (Agostino). Esso tuttavia deve diventare amore effettivo, espresso negli atti e nei comportamenti concreti. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

L’esempio di Gesù ci insegna che amare Dio significa porsi in atteggiamento filiale, orientare a lui tutta la propria esistenza, preferirlo agli onori e alle ricchezze, vivere in comunione con lui, anzitutto attraverso la preghiera, compiere la sua volontà, in una obbedienza alla propria missione che può giungere sino all’accettazione della croce e al dono della vita. L’amore a Dio si manifesterà poi in modo particolare per il credente nella sua partecipazione alla vita e alla missione della comunità ecclesiale e soprattutto nella partecipazione alla liturgia e al suo culmine, la celebrazione dell’Eucaristia. Esso si realizzerà in una forma caratteristica nella consacrazione religiosa, che deve essere appunto interpretata come una forma suprema di spoliazione e di povertà accettata per potersi dedicare interamente all’amore di Dio e degli altri.

 

3.5. Educare ad amare

Tutta l’opera di educazione deve essere considerata un’educazione all’amore. L’uomo non nasce infatti già capace di amare. La capacità di amare, sul piano naturale, è il frutto di un processo di graduale maturazione. La persona diventa persona anzitutto in virtù del calore dell’amore ricevuto dagli altri, attraverso i quali si sperimenta in ultima istanza lo stesso amore di Dio. Questa capacità di amare si fonda su una «fiducia originaria», che viene suscitata da un rapporto positivo con il prossimo avuto nella prima infanzia, nel clima di una famiglia unita nell’amore, nella quale il bimbo si apre spontaneamente all’amore degli altri e allo stesso amore dell’Assoluto, la cui misericordiosa presenza è in qualche modo sperimentata nel gratuito amore dei genitori. La capacità di amare matura poi nel corso degli anni nella misura in cui la persona continua a sentirsi accettata e amata. Un ruolo molto importante a questo proposito è anche quello svolto dagli amici, che costituiscono delle persone di riferimento per la nostra vita, sorgente di amore nei nostri confronti e insieme bisognose di essere amate da parte nostra.

Da un amore infantile e immaturo, rivolto agli altri soprattutto nella ricerca del proprio piacere, si passa cosi gradualmente a forme di amore più personalizzato, capaci di stabilire un rapporto interpersonale, che valorizza le stesse potenze legate alla sessualità ai fini della creazione di una maggiore solidarietà umana e di forme di comunicazione e di comunione, e infine alla realizzazione di quel legame duraturo ed esclusivo che è caratteristico della vita coniugale. La maturazione personale si completa nel passaggio a un amore sempre più capace di donazione e di sacrificio per il servizio e la crescita degli altri, nella libertà e nella gratuità, quale si manifesta nell’autentico amore dei genitori per i figli.

Una mancata o errata educazione all’amore può portare lo stesso a estrinsecarsi in maniere sbagliate, da cui spesso discendono forme di nevrosi, di dipendenza, di perversione. Situazioni familiari abnormi, carenze affettive nella prima infanzia, decisioni errate nel corso della propria esistenza sono alla base di deviazioni della tensione amorosa. Esse possono essere corrette solo se al soggetto viene offerto un ambiente colmo di amore, nel quale insieme alle terapie proposte dalle scienze umane, capaci di aiutare lo sviluppo dei rapporti interpersonali e di togliere gli ostacoli o le eventuali repressioni che possono avere paralizzato un normale sviluppo delle potenzialità di amore, la persona si sente incoraggiata a crescere e a fiorire nell’amore. Questa crescita nell’amore è particolarmente favorita da una vita condotta all’interno della comunità cristiana. Essa offre attraverso i sacramenti, che sono sacramenti dell’amore, l’ascolto della Parola, che annuncia il messaggio dell’amore e lo mostra concretizzato nell’esempio di Gesù, e la vita di comunione e di servizio reciproco che la devono caratterizzare, tutti quei mezzi di grazia che possono sostenere il credente nella sua maturazione verso la pienezza dell’agape. La certezza dell’amore di Dio, Padre e Madre, Amico e Sposo, nei confronti dell’uomo, e del fatto che questo amore si è manifestato nella figura fraterna di Gesù di Nazaret, facendo sì che l’uomo si senta amato, lo porta a riversare a sua volta sopra gli altri una sovrabbondanza di amore, che è chiamata a perfezionarsi sempre di più, e a crescere senza limiti.

 

3.6. L’amore fra l’uomo e la donna

La forma più alta di amore nei rapporti interpersonali infine, come abbiamo visto, è costituita da quell’amore fra l’uomo e la donna che abbiamo definito amore coniugale. Esso dà origine alla comunione più grande possibile che sia realizzabile fra persone umane, capace di coinvolgere tutte le dimensioni della personalità e chiamata a essere al cuore di ogni altra comunione interpersonale. La sua dignità è tale, che l’amore coniugale è stato assunto dalla rivelazione come segno dell’amore di Dio per il suo popolo, in Cristo e nella Chiesa (cf Ef 5,22-32). Una tale comunione di amore, che si attua nel contesto dell’esistenza quotidiana e che è intrinsecamente feconda, è sorgente inesauribile di gioia e di carica vitale, ed è atta a suscitare una immensa dedizione reciproca e una inesauribile capacità di donarsi insieme per il bene degli altri e soprattutto dei figli. Anch’essa tuttavia potrà essere realizzata soltanto come conseguenza di una formazione umana e cristiana capace di far apprezzare la bellezza di questo impegno nel matrimonio e nella famiglia, di preparare a una scelta illuminata del compagno della propria vita e di educare a essere attenti alle esigenze e al mondo interiore dell’altro e fedeli al proprio patto nuziale a costo di qualsiasi sacrificio.

 

4. Conclusione

Nel cammino verso l’amore non si può mai dire di essere giunti al termine. Tutta l’esistenza terrena può essere letta come un grande apprendistato dell’amore, non solo per i singoli, ma per l’intera umanità. La pienezza dell’amore si raggiungerà comunque solo escatologicamente. L’amore è infatti l’unica realtà della nostra esperienza terrena che ci accompagnerà, trasfigurata, nel mondo nuovo (1 Cor 13,8.13; GS 39). Qui sulla terra ogni amore resta sempre fragile, provvisorio, incerto. Esso vive l’oscurità della fede, nei rapporti con Dio, e la pesantezza della nostra condizione terrestre, nei rapporti con gli altri. Solo quando ogni persona sarà vista nello splendore che essa possiede di fronte a Dio, solo quando vedremo il Signore «a faccia a faccia» (1 Cor 13,12), esso esploderà in tutta la sua pienezza. Per questo è solo nella morte, che si raggiunge la piena misura dell’agape. Come è stato per Cristo, che proprio nella Pasqua ha svelato pienamente al mondo «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità» del suo amore, «che supera ogni conoscenza» (Ef 3,18-19).

 

Bibliografia

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