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NUOVO TESTAMENTO (temi centrali)

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[di Horatio Lona]

I. Il Dio di Gesù Cristo

Gli scritti del NT testimoniano la fede delle prime comunità cristiane nell’azione di Dio in Gesù di Nazaret. La diversità di questa testimonianza dipende dal carattere proprio di ciascuno scritto, dal luogo di origine e dall’interesse teologico. Questo però non toglie che il discorso su Dio possa essere considerato come discorso fondamentale del NT. Ciò ovviamente non significa che il NT trasmetta una nuova immagine di Dio. Questo Dio, di cui Gesù di Nazaret annuncia la venuta del suo Regno, e che rivela il suo potere risuscitando Gesù dai morti, non è altro che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Mc 12,26; At 3,13). Vale a dire, il Dio dell’AT e della fede dell’ebraismo primitivo. La novità nell’immagine di Dio nel NT sta nella concentrazione dei numerosi aspetti che costituiscono questa immagine nelle tradizioni veterotestamentarie, riducendoli a quei tratti che caratterizzano il discorso teologico del NT, incominciando dal modo stesso in cui Gesù parla di Dio.

1. La venuta del Regno. «Venga il tuo regno» (Mt 6,10; Le 11,2). In questa domanda della preghiera di Gesù si esprime tutta una visione del mondo e di Dio. La malattia, il peccato, la morte sono i segni evidenti che il mondo dell’esperienza quotidiana è governato da altri poteri e non già da Dio. L’annuncio della venuta del regno, che costituisce il nucleo del messaggio di Gesù (Mc 1,15; Mt 4,17; Lc 10,9), presuppone che Dio non rimanga indifferente di fronte a questa realtà. La dimostrazione definitiva del suo potere si manifesterà alla fine dei tempi; ma già nel presente è caratterizzata dalla venuta imminente del regno (Mc 9,1; 13,30; 14,25; Mt 10,23). Gesù non offre argomenti per dimostrare che così avverrà. Le parabole non fanno che esplicitare una certezza fondamentale: non c’è nulla che possa impedire la venuta del regno (Mc 4,26-29; Mt 13,31s). Chi ode il messaggio deve prendere una decisione radicale (Mt 13,44.45s; Le 16,1-8). Da ciò nasce la possibilità di chiudersi colpevolmente di fronte al messaggio liberatore della signoria di Dio (Lc 10,13-15).

Gesù accoglie la richiesta di segni che legittimano il suo carattere di testimone privilegiato dell’annuncio del regno (Mc 8,11-13; Le 11,29-32). La vittoria sopra il demonio (esorcismi), sopra la malattia (guarigioni) e sopra la morte (racconti di risurrezione di morti) mostrano che Dio ha incominciato già a regnare nel mondo. I miracoli di Gesù ne sono la prova. Ciò che in essi viene dato in forma isolata è segno reale del potere salvifico che il futuro di Dio esercita sul presente (Lc 11,20; 17,21).

Alla luce della fede nel risorto i primi cristiani unirono la speranza della venuta del regno con l’attesa del ritorno glorioso del Signore. Poiché nella sua risurrezione si rivelava il potere di Dio sopra la morte, percepirono in essa l’atto in cui Dio ha realizzato la sua signoria. La invocazione: «Vieni, Signore Gesù» (cf 1 Cor 16,22; Ap 22,20) esprime la speranza che Dio completi nella creazione ciò che ha incominciato nel suo servo Gesù, e la glorifichi liberandola dal potere della morte (At 2,24; 2,31-33; 3,1326). In questo modo la pienezza del regno è anche pienezza di vita.

2. Il Dio della misericordia. La venuta di Dio si riveste, nel messaggio di Gesù, dell’aspetto positivo della «buona novella». A differenza di Giovanni Battista, che annuncia anche lui la imminente realizzazione del piano di Dio, però tramite il segno del giudizio e della rivelazione dell’ira di Dio (Lc 3,7-9.16s), il messaggio escatologico di Gesù rivela la misericordia del Padre. Chi vive nella certezza che Dio si comporta nei confronti dell’uomo come un padre pieno di bontà, non cesserà di chiedergli tutto ciò di cui ha bisogno (Mt 7,7-11; Lc 11,9-13), sapendo che nulla sfugge alla sua sollecitudine (Mt 6,2534). Questa convinzione non significa chiudere gli occhi di fronte alla dura realtà di tutti i giorni. L’annuncio del Padre di misericordia non dà una risposta immediata all’enigma della sofferenza e del male in tutte le sue forme, ma offre speranza, nella certezza che neppure la realtà più negativa è in grado di annullare la presenza del Padre. Il fatto che Dio accetta l’uomo senza condizioni previe, esige da questi l’apertura della interiorità. Il povero (Mt 5,3), il bambino (Mc 10,15; Mt 18,3) rappresentano, nella loro fragilità e nella incapacità di imporsi nel mondo dei potenti, l’atteggiamento del credente al cospetto di Dio, dal quale unicamente può sperare salvezza. La figura opposta, il ricco, crede nella propria capacità, e con questa pretesa impedisce che Dio operi in lui. Il povero e il bambino diventano in questo modo simboli della verità dell’uomo di fronte a Dio. La polemica dei Vangeli contro una certa forma di religiosità, la insistenza di Paolo sulla giustificazione in virtù della sola fede trovano qui il loro fondamento.

Il contatto di Gesù con pubblici peccatori (Lc 7,36-50) ed esattori di imposte (Mc 2,13-17; Mt 11,19; Lc 19,1-10) è la prova concreta che Dio prende l’iniziativa per salvare l’uomo. Il peccato non viene minimizzato. Il perdono offre la possibilità di un nuovo inizio, determinato non dal passato di colpevolezza, ma dalla misericordia. Soltanto la misericordia è in grado di creare futuro (Lc 15,21-24).

II. Gesù il Cristo, figlio di Dio

“Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27). Gesù parlava di Dio in un modo che inevitabilmente doveva suscitare la richiesta della sua legittimazione. In ultima istanza si trattava di sapere chi era quest’uomo, il quale si attribuiva il potere di interpretare la volontà di Dio mettendosi al di sopra delle discussioni dei rabbini, chiamava incondizionatamente altre persone perché lo seguissero, e annunciava la misericordia infinita del Padre, che egli chiamava «abbà» (Mc 14,36; cf Gal 4,6; Rm 8,15).

L’ebraismo primitivo offriva un ricco repertorio terminologico per indicare la figura dell’atteso salvatore. La speranza messianica incontrò lungo i secoli espressioni e contenuti diversi, che in qualche maniera riflettono la storia del popolo eletto caratterizzandola come una storia di speranza. Cristo (unto), profeta, figlio di Davide, figlio dell’uomo, figlio di Dio, servo di Dio, sono i nomi più importanti. Ciascuno di questi titoli ha origine nell’ebraismo e di là ricava il suo contenuto fondamentale.

È improbabile che Gesù si sia attribuito in forma esplicita l’uno o l’altro di questi titoli. Considerati nel suo orizzonte di comprensione originale, nessuno di essi era in grado di esprimere in modo adeguato il senso del messaggio e della missione di Gesù. Il rifiuto di Pietro di accettare un messia che doveva soffrire e morire (Mc 8,31) ha un valore paradigmatico per sottolineare la discrepanza tra le aspettative sottostanti a questi titoli e la realtà della persona di Gesù. Ciò non vuol dire che le comunità cristiane abbiano attribuito a Gesù i titoli cristologici senza alcun fondamento. L’esperienza dei discepoli con il Gesù storico ricevette una nuova evidenza per la fede nel crocifisso e risorto. Ciò permise di conservare aspetti fondamentali del contenuto dei titoli cristologici, adattandoli però al carattere proprio del messaggio e della persona di Gesù. In questo modo alcuni titoli assunsero un nuovo significato: l’immagine del crocifisso toglieva le connotazioni politico-nazionaliste a «Cristo»; l’identificazione di Gesù con la causa di Dio diede al titolo «figlio di Dio» una nuova dimensione, in cui si articolava una relazione unica e incomparabile con il Padre. In ogni titolo cristologico del NT si può vedere la confluenza di un contenuto tradizionale con un significato specifico proveniente dall’esperienza cristiana.

Altre rappresentazioni salvifiche furono ugualmente attribuite alla persona di Gesù per esprimere altri aspetti della sua opera salvifica. Il tema della sapienza preesistente (Prv 8,22-31; Sap 8,2-4; 9,2-4) servì come base per le confessioni cristologiche in cui domina la nozione di preesistenza (Fil 2,6; Col 1,15-20; Gv 1,1-18).

Il NT presenta diversi accenti cristologici che non si possono ridurre a un’unica formula e non si lasciano integrare in un semplice schema evolutivo. La pluralità delle cristologie fa vedere che la ricchezza del mistero salvifico nella persona di Gesù supera ogni espressione verbale. Il nucleo comune a questa diversità semantica è la certezza che Dio si è rivelato in forma definitiva e insuperabile in Gesù, e che soltanto per una mediazione l’uomo può salvarsi.

III. La comunità sotto la guida dello Spirito

La fede nella risurrezione di Gesù trasformò la vita dei discepoli, li portò a riunirsi e ad annunciare Gesù come l’atteso messia. Le prime comunità non lo vedevano come risultato di una propria iniziativa, ma come risposta alla chiamata di Dio. Una nuova forza, lo Spirito di Dio, operava in loro animando ogni membro del corpo di Cristo (1 Cor 12) e conservando la sua unità (Ef 4,3s). Le narrazioni degli Atti degli apostoli presentano l’azione dello Spirito come fondamento della vita e della crescita della Chiesa nel tempo fino al ritorno del Signore. Lo Spirito annunciato nei discorsi di addio in Gv 14,15-17. 25s; 15,26s; 16,5-11 garantisce la continuità dell’opera salvifica tra il tempo di Gesù e il presente della comunità.

1. La vita di grazia. La morte di Gesù, interpretata come segno del suo amore salvifico (Gal 2,20), significa la liberazione dal potere del male (Gal 1,4), la vittoria sopra il peccato (2 Cor 5,21; Rm 6,1-18) e la maledizione (Gal 3,13). Il credente, configurato con la morte di Gesù nel battesimo (Rm 6,35; Col 2,1 ls), vive già ora come una nuova creatura (Rm 6,4-11; 2 Cor 5,17; Gal 6,15). Questa realtà, creata dall’opera salvifica di Dio in Gesù Cristo, non annulla la condizione umana in ciò che essa ha di essenzialmente vulnerabile. Da essa però nasce l’imperativo di obbedire all’impulso della forza vivificante dello Spirito, per conservarsi nuova creatura nella fede. L’affermazione della giustificazione per mezzo della fede e non per mezzo delle opere della legge, non toglie la responsabilità di fronte alle proprie azioni, ma significa che l’uomo non è capace di operare la propria salvezza. Abbandonato a se stesso, l’uomo si trova in una strada senza uscita (Rm 7). Soltanto abbandonandosi alla dinamica dello Spirito l’uomo è capace di rispondere, anche per mezzo delle sue opere (Gal 5,22-24), alla volontà liberatrice di Dio (Gal 5,1; Col 3,1-4,6; Ef 4,1-6,17). Nessun altro autore del NT vide il problema della risposta dell’uomo al dono della grazia con la profondità con cui lo vide Paolo. Il ricordo del crocifisso, simbolo del rifiuto da parte di Dio (Gal 3,13) e da parte degli uomini (1 Cor l,22s), spinse Paolo a cercare le ultime conseguenze del messaggio di Gesù circa il Dio di misericordia, il quale non vuole altro che la vita dell’uomo (Lc 15,24; Mc 12,27), e con il suo potere può dare questa vita (Rm 4,17).

2. La speranza della pienezza. Il dono dello Spirito è soltanto l’anticipo della futura pienezza (2 Cor 1,22; Rm 8,23; Ef l,13s). La forma concreta di questa pienezza è la risurrezione del credente. La speranza si basa sulla risurrezione di Gesù (1 Cor 6,14; 2 Cor 4, 13s; Rm 8,11). Parlando del corpo dei risorti Paolo accentua il suo carattere trascendente (1 Cor 15,35-49), che non permette alcuna descrizione. 1 Ts 4,15-17; 1 Cor 15,50-57; Fil 3,20-21 collocano la risurrezione dei morti dentro il quadro escatologico del ritorno del Signore (cf Ap 20,5; 22,3-5). Altri testi insinuano una pienezza immediatamente dopo la morte (Fil 1,23; Lc 16,22s; 23,43; Ap 7,1417), che però non significa una spiritualizzazione del contenuto della speranza. È sempre l’uomo come unità che spera la pienezza «in Cristo». In Eb, Lc, At, Col ed Ef si avverte la tendenza a unire lo schema temporale dell’attesa del bene futuro con uno schema spaziale, che unisce la realtà terrena con la realtà celeste. L’attesa della fine imminente fu vissuta con diversa intensità a seconda delle circostanze storiche. Comunque, anche dentro queste varianti Dio non cessa mai di essere il Dio che viene.

Bibliografia

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