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MEDIOEVO (Catechesi del)

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[di Giuseppe Groppo (1923-2014)]

La storia della C.M. occupa il periodo che va dalla fine del sec. V agli inizi del sec. XVI e si identifica praticamente con quella della predicazione (= P.). In questo periodo infatti non esiste più il catecumenato; il battesimo dei bambini è universale. L’istruzione del popolo cristiano è affidata alle varie forme di predicazione. Per i bambini battezzati il processo di iniziazione cristiana avviene nella famiglia e nella comunità, tutta permeata dalla dimensione religiosa cristiana.

Due studi recenti sulla P. medioevale (la Geschichte der katholischen Predigt di J. B. Schneyer e La prédication médiévale di J. Longère) offrono una panoramica sufficientemente ampia della materia e orientamenti validi per la ricerca. Sulla loro traccia divideremo la P. medioevale in quattro periodi principali.

1. La P. nelle Chiese dell’Occidente barbarico: secoli VII-VIII. Durante i primi cinque secoli l’azione evangelizzatrice della Chiesa si era sviluppata quasi esclusivamente all’interno delle frontiere dell’Impero. Invece, quando l’Europa continentale fu invasa dalle popolazioni germaniche e queste durante il V sec. si installarono definitivamente sul territorio dell’Impero, la Chiesa, che prima non si era molto preoccupata di questi barbari odiati e disprezzati, sentì urgere il problema della loro evangelizzazione. Non possiamo ora tracciare la storia di quest’azione missionaria della Chiesa; diciamo soltanto che verso la fine del sec. VII la Germania del sud è cristiana, almeno di nome; la Gallia e la Spagna lo sono già da un secolo; l’Irlanda celtica ancora prima. La Chiesa latina va alla conquista dei popoli a nord del Meno con una grande disparità di uomini e metodi. Il battesimo viene amministrato in modo piuttosto frettoloso, senza una vera preparazione di tipo catecumenale, talvolta anche con la forza.

Per quanto riguarda le popolazioni già cristiane va rilevato che la generalizzazione del battesimo dei bambini provoca non solo la scomparsa definitiva del catecumenato, ma anche di una vera preparazione cat. dei genitori dei battezzandi, anche per la concentrazione delle cerimonie che accompagnavano il battesimo in pochi giorni. L’istituzione del «padrinato» si trasforma totalmente: i padrini da garanti della conversione del battezzando adulto diventano i supplenti dei genitori nella formazione cristiana dei figli. Quello però che da loro si richiede è molto limitato: dovevano conoscere il Credo, il Pater noster e le virtù cristiane da insegnare poi ai loro figliocci; purtroppo non erano sempre in grado di farlo. Infatti, le scuole esistenti presso monasteri, chiese cattedrali e parrocchiali sono quasi esclusivamente per il clero; tra i laici l’analfabetismo è generalizzato; unica fonte di istruzione per loro resta la P. liturgica. Si tenga presente però che la cultura del clero rurale era limitatissima. Purtroppo della P. tra le popolazioni barbariche ci è rimasta pochissima documentazione. Possiamo ricordare il De correctione rusticorum di Martino di Braga (569-570) e le Adnotatìones de cognitione baptismi di Ildefonso di Toledo (f 667), cioè una spiegazione delle cerimonie del battesimo, del Credo e del Pater, fatta ai fedeli dopo la recezione del sacramento; inoltre un manuale pastorale attribuito a san Pirmino, lo Scarapsus, in realtà uno scritto anonimo, redatto tra la metà del VII sec. e la fine dell’VIII, per servire da modello ai predicatori; una collezione di 15 sermoni attribuiti a san Bonifacio (f 754), opera invece di un compilatore anonimo del IX sec.

È in questo periodo che nascono gli «Omeliari», cioè delle raccolte di omelie dei Padri disposte generalmente secondo l’ordine del ciclo liturgico e destinate sia alla lettura privata sia a quella pubblica nei monasteri, ed anche a fornire ai pastori d’anime strumenti o modelli per la loro P. Siccome gli Omeliari rimastici appartengono ai secoli seguenti, ne riparliamo più avanti.

2. La P. nei secoli IX-XH: Omeliari patristici e carolingi; la legislazione carolingia; P. missionaria e popolare. Soprattutto dopo gli studi di H. Barre e di R. Grégoire emerge sempre più l’importanza degli Omeliari per la storia della P. nei secoli VIII-XI. Anche se la raccolta di omelie patristiche è iniziata sicuramente nei secoli precedenti, tuttavia sono i secoli VIII-XI l’epoca della maggior diffusione degli Omeliari. Questi vengono divisi generalmente in due categorie: gli Omeliari patristici e quelli carolingi; e ciò in base al criterio della loro utilizzazione: i primi sono compilazioni concepite in funzione dell’ufficio liturgico, i secondi invece in funzione dell’uso personale o pastorale. Tuttavia questa distinzione non va intesa in senso rigido.

Tra gli Omeliari patristici ricordiamo: quello di san Pietro di Roma (seconda metà del VII sec.), rimasto in uso fino al X sec.; Alano di Farfa (T 770): il suo omeliario ha avuto una rapida diffusione soprattutto in Baviera; Paolo Diacono (fine dell’VIII sec.): il suo omeliario, compilato a Monte Cassino su invito di Carlo Magno, fu certamente il più diffuso e ispirò molte altre raccolte similari; ecc.

Tra gli Omeliari carolingi (compilati come sussidi ai predicatori, anche se nella loro struttura appaiono più libri da biblioteca che esempi di prediche realmente tenute) ricordiamo: le due raccolte di omelie di Rabano Mauro (ca. 784-856), digerenti fra loro, con una diffusione piuttosto ristretta, però significative per farsi un’idea dell’omiletica carolingia. La prima (Homiliae de festis praecipuis item de virtutibus) ha una destinazione cat .-popolare: insegnare al popolo la maniera di osservare le feste liturgiche, di praticare le virtù e combattere i vizi. È stata compilata dall’A. all’inizio del IX sec., mentre la seconda risale alla metà dello stesso secolo, quando Rabano Mauro era vescovo di Magonza (Homiliae in euangelia et epistolas). Ricordiamo ancora la catena esegetica di Smaragdo (ca. 820): Collectiones epistolarum et euangeliorum de tempore et de sanctis, che conobbe un notevole successo in Spagna e nei paesi germanici e franchi; il cosiddetto Omeliario italiano del Nord dal titolo: Flores euangeliorum in circulo anni, raccolta rimasta ancora inedita e che meriterebbe di essere studiata, sia perché ebbe un enorme successo, sia anche perché non è, come gli altri omeliari, una semplice compilazione di passi patristici, ma una composizione originale di più di cento prediche per tutto l’anno liturgico, ispirata al pensiero dei Padri. Altri omeliari sono ancora i cosiddetti omeliari bavaresi (Sermonario di Würzburg; Omeliario di Mondsee, ecc.) degli inizi del IX sec.; quelli della Scuola di Auxerre (di Haymone, Erico, ecc.), i quali, pur ispirandosi ai Padri, manifestano una forte impronta personale.

Le raccolte di omelie patristiche e le compilazioni di prediche che ad esse si ispirano, sebbene non sembrino riflettere una predicazione effettiva (non è facile stabilire l’uso effettivo che ne hanno fatto monaci e preti secolari nella loro pratica pastorale), tuttavia vanno viste come il risultato di un impegno serio dell’autorità ecclesiastica e civile di offrire al popolo cristiano, attraverso la P., quell’istruzione cat. di cui ha bisogno. Ne fa fede la legislazione carolingia in merito. Quest’ultima è piuttosto abbondante, ripetitiva, segno forse della sua inefficacia, ma anche dell’importanza che veniva attribuita alla P. per la formazione cristiana della gente. Ricordiamo: l’Admonitio generalis del 23 marzo 789, che contiene parecchie disposizioni riguardanti la predicazione. Scopo di questa è promuovere la fede nella Trinità, nell’Incarnazione, Passione, Risurrezione e Ascensione di Cristo. Sono indicati come contenuti della predicazione: il simbolo degli apostoli e temi morali (peccati da evitare; comandamenti e norme di morale cristiana da osservare). In diverse assemblee (Francoforte, 794; Magonza, 813) si trovano disposizioni che riguardano l’obbligo di insegnare ai fedeli il Pater e il Credo da parte dei sacerdoti in cura d’anime; a questo scopo ci si deve accertare del grado di cultura dei sacerdoti mediante apposito esame. Non mancano richiami anche ai vescovi: visitare le parrocchie, amministrando la confermazione e predicando, senza tuttavia essere loro di aggravio; formare in ogni diocesi preti colti per la P.; ogni vescovo dovrebbe avere un collaboratore per formare i preti di campagna nella fede, nell’osservanza dei comandamenti, nella dottrina da trasmettere, ecc. Esiste anche la prescrizione per i sacerdoti di avere, oltre i libri liturgici (sacramentario, lezionario, ecc.), anche un omeliario. Il concilio di Tours (813) invita i predicatori a parlare in volgare, perché la popolazione comprenda meglio le verità cristiane.

Nel sec. IX abbiamo due opere che si ispirano al De catechizandis rudibus di sant’Agostino: l’Ordo de catechizandis rudibus, sorto nella cerchia del vescovo Arno di Salzburg agli inizi del sec. IX sotto l’influsso di Alcuino; e il De ecclesiastica disciplina di Rabano Mauro, rielaborazione verso la metà del IX sec. di un’opera anteriore dello stesso A. dal titolo: De clericorum institutione.

Ampia diffusione hanno avuto nell’Italia del Nord 14 omelie, ispirate al pensiero dei Padri, scritte con stile concreto e immaginoso, che commentano i misteri liturgici celebrati (cf «Sources Chrétiennes», n. 161).

3. La P. nei secoli XII e XIII: nei monasteri, nelle università e al popolo. È questo un periodo di intensa P., della quale possediamo una documentazione imponente, come dimostra il Repertorium dello Schneyer. Può essere comodamente distinta in tre tipi diversi in base alle differenti categorie degli uditori: monaci; studenti universitari; il popolo dei fedeli. I primi due tipi hanno la caratteristica comune di essere una P. per persone colte; il terzo ha caratteri propri. Diciamo brevemente di ciascuno.

a) La P. nei monasteri. Dalla documentazione che abbiamo possiamo concludere che la P. è ampiamente praticata nei monasteri. Molti di questi sermoni per sé erano adatti anche ai «clerici» secolari e ai laici, in quanto l’ideale di vita cristiana che in essi veniva proposto non era diverso da quello dei fedeli, però la forma elaborata di esegesi scritturistica, per lo più di tipo allegorico, esigeva un pubblico colto e spiritualmente raffinato, piuttosto raro tra i laici o il clero semplice delle parrocchie rurali. Tra i più importanti predicatori ai monaci di questo periodo ricordiamo san Bernardo di Clairvaux (1090-1153).

b) La P. all’università. Regolata dagli «Statuta», si tiene sia nel quadro generale dell’università sia in quello più ristretto degli «studia» dei vari ordini religiosi. Essa si propone la formazione spirituale degli studenti (che erano religiosi o clerici) e la preparazione alla loro futura attività pastorale. Predicavano sia i «magistri in sacra pagina» che i «bacchalarii» in teologia, cioè coloro che si preparavano a diventare magistri. Secondo l’espressione divenuta celebre di Petrus Cantor, la P., assieme alla lectio e alla disputano, costituisce uno dei compiti fondamentali del magister, anzi dei tre è il principale (cf Verbum Abbreviatum, 1; PL 205,25). Rimandiamo agli studi dello

Schneyer e del Longère per l’elenco di questi predicatori universitari, del resto tutti noti dalla storia della teologia, anche se molte delle raccolte delle loro prediche sono ancora allo stato manoscritto.

c) La P. al popolo. La P. che veniva fatta nei monasteri o agli studenti delle università non era certo adatta al popolo che frequentava le cattedrali delle grandi città o le povere chiesette di campagna; ad esso era indispensabile un insegnamento più appropriato. Le iniziative per fronteggiare queste esigenze furono numerose.

Possiamo dire che l’autorità ecclesiastica in questo periodo si è preoccupata, a tutti i livelli, di promuovere e di controllare l’istruzione religiosa dei fedeli: abbiamo papi come Innocenzo III, egli stesso ottimo predicatore, che prende iniziative pastorali importanti riguardanti la P.; concili, come il Lateranense IV (1215) con i canoni 10 e 62; vescovi come Maurizio di Sully, la cui raccolta di sermoni (1160) contiene un importante «Prologo» che interessa la C. al popolo; sinodi come quello di Parigi del 1204 e il cosiddetto «sinodale dell’Ovest» (c. 1220) con 12 canoni sui contenuti della P.

Esistono anche iniziative individuali di clerici (monaci, eremiti) che predicano al popolo indipendentemente da qualunque ministero parrocchiale. Ricordiamo: Pierre l’Ermite (1050-1115), la P. della «crociata»; san Norberto, fondatore dei Premostratensi (1082-1134), ecc. Si tratta spesso di poveri o di penitenti, preoccupati di imitare la «vita apostolica», che percorrono città e villaggi all’interno delle diocesi nelle quali hanno il permesso di predicare, richiamando la gente alla pratica della morale evangelica. A questo tipo di predicatori appartengono pure laici o clerici eterodossi e ostili alla gerarchia, che predicano senza alcuna autorizzazione. Famosi furono: Pierre de Bruys e Pietro Valdo; gli Umiliati o Poveri Lombardi; il movimento cataro, ecc.

Tra le iniziative che contribuirono maggiormente all’evangelizzazione del popolo con una P. capillare in tutta l’Europa dobbiamo nominare la fondazione dei due grandi Ordini Mendicanti agli inizi del secolo XIII: i Francescani e i Domenicani (Predicatori), i quali ultimi nel nome stesso esprimevano la loro principale missione. Questi nuovi ordini, unitamente all’attività pastorale esercitata dagli antichi ordini monastici e dai canonici regolari, supplivano nel campo della P. alle lacune spesso vistose del clero secolare. La controversia sulla «potestas praedicandi» tra ordini religiosi e clero secolare non fu altro che il risvolto sul piano giuridico e teologico di questo dato di fatto. Teologi e canonisti, sia del clero religioso che di quello secolare, studiarono a fondo questo problema; non solo, ma molti di loro si impegnarono anche in prima persona nell’azione evangelizzatrice del popolo cristiano; si pensi alla P. di san Tommaso d’Aquino a Napoli in dialetto napoletano.

Le raccolte di sermoni, sia di tipo universitario che popolare, sono numerosissime e testimoniano l’intensa attività pastorale dei teologi del secolo d’oro della Scolastica. Per i nomi si vedano le citate opere di Schneyer e Longère.

4. La P. nei secoli XIV e XV. L’amplissima documentazione, nella maggior parte dei casi allo stato manoscritto, della P. in questo periodo non permette di farne una sintesi che non sia estremamente riduttiva. Ci limitiamo pertanto a indicare unicamente alcune piste di ricerca: a) Uno studio sulla traccia del Longère (op. cit., 93ss) circa la legislazione e la formazione dei predicatori degli Ordini Mendicanti; Domenicani e Francescani. b) Una ricerca, attraverso le innumerevoli raccolte di sermoni «de tempore» e «de sanctis», dei costumi e delle tradizioni popolari, per avere come di riflesso un’immagine dei risultati positivi o negativi dell’attività pastorale nel M.E. c) Uno studio dei sussidi dei predicatori: oltre la Bibbia, le raccolte di «exempla», i diversi «florilegi», i «bestiari e lapidari», le formule mnemoniche, ecc., ma soprattutto le «Artes praedicandi», per comprendere la struttura dei sermoni medioevali.

5. Conclusione. Potrebbe servire egregiamente da conclusione di questo panorama imperfetto e lacunoso della P. medioevale la costituzione che il Concilio Lateranense V emanò nella sess. V del 19-12-1516 sulla P. In essa si trova sia l’eco delle difficoltà incontrate dalla Chiesa nei secoli precedenti sia il compendio delle disposizioni e delle raccomandazioni prese nei sinodi o nei concili anteriori. Si tratta di un buon documento riformatore. Però, come tutte le decisioni del Concilio, è servito ben poco al rinnovamento della P. e in genere dell’attività pastorale della Chiesa. Ci vorrà la scossa della riforma protestante a risvegliare la Chiesa dal torpore e a impegnarla in un rinnovamento radicale della sua prassi pastorale, come avverrà poi col Concilio di Trento e col movimento di riforma che ne seguì.

Bibliografia

H. Barre, Les Homéliaìres carolingiens de Fècole d’Auxerre, Città del Vaticano, 1962; In. – R. Grégoire, Homéliaìres, in Dictionnaire de Spiritualité, vol. 7, Paris, 1969, 597-617; C. Delcorno, La predicazione nell’età comunale, Firenze, Sansoni, 1974; R. Grégoire, Les boméliaircs du moyen àge, Roma, Herder, 1966; J. Longère, La prédication médiévale, Paris, Études Augustiniennes, 1983 (bibl., 247-263); Id., Oeuvres oratoìres de maìtres parisiens au XHe siècle, 2 vol., Paris, Études Augustiniennes, 1975; G. R. Owst, Preaching in Medieval England, Cambridge, 1926; Id., Literature and Pulpit in Medieval England, Oxford, 19612; J. B. Schneyer, Geschichte der katholischen Predigt, Freiburg i.B., Seelsorge Verlag, 1969; Id., Repertorium der lateinischen Sermones des Mittelalters für die Zeit von 1150-1350, 9 vol., Munster i.W., 1969-1979; M. Zink, La prédication en langue romane avant 1300, Paris, Champion, 1976.

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