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BAMBINI (Catechesi dei)

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[di Gianfranco Fregni]

1. Chiamiamo CdB quella rivolta all’infanzia fino all’età scolare. Si tratta di vera e propria evangelizzazione perché risuoni anche nel «mondo dei B.» l’eco gioiosa del mistero di Gesù. Non è identificabile con una generica «educazione religiosa» e neppure come appendice didattica della C. dei fanciulli e dei giovani. In questa ultima accezione si tratterebbe soltanto di adattamento e di riduzione infantile. La CdB è singolare e ben caratterizzata, e costituisce il primo momento di un itinerario di iniziazione cristiana che avrà successivi sviluppi. Questi saranno favoriti o arrestati dalla carenza o dall’erronea impostazione di questa C.

2. Si fonda sulla consapevolezza die ogni B. è persona fin dal suo nascere e non frammento del suo divenire; ed è costituito soggetto di diritti nella Chiesa per il battesimo. Inoltre i B. sono presenti nella Rivelazione divina. I libri dell’AT e del NT parlano molte volte di loro. I «libri della Legge» li riconoscono come parte viva del popolo d’Israele e non come cose appartenenti agli adulti: sono del Signore (Gn 4,1; 22,1-2; Es 13,1). Questi libri offrono modelli di un’educazione che include i B. nell’Alleanza tra Iahvè e il popolo (Dt 6,4-6; 20-25; Es 12,26-27). I libri dei profeti, poi, denunciano al popolo l’oppressione dei poveri, tra i quali sono i B., specialmente gli orfani. I libri del NT annunciano che il Padre manda suo Figlio: concepito per opera dello Spirito, diventa uomo nel grembo di Maria e nasce «bambino». E il B. «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

3. Gesù guarda i B. presentati a lui, li prende sulle ginocchia, li accarezza (Ir 66,12; Mc 10,13-14.16), pone le mani su di loro, benedicendoli. Siamo sollecitati a considerare questa C. come «gesti» che sono realizzazione di annunci profetici (Ir 66,12) e diventano «parola», buona novella d’amore (Ir 49,15).

4. Ci sono nel mondo i piccoli, i B., che hanno bisogno di essere accolti. Molte volte, nella considerazione degli adulti, i B. sono ritenuti poveri di significato e di valore; spesso sono emarginati ed esclusi in varia misura dalla convivenza umana. La parola di Dio mette continuamente in discussione ciascuna persona, ogni comunità, ogni civiltà e cultura, che opprima i B. La dignità dei B. alla luce della Parola è di tutti i B., senza eccezione, perché tutti sono chiamati a conoscere il Padre, a divenire suoi figli e fratelli di Gesù.

5. Alcuni di loro sono chiamati durante l’infanzia. Altri saranno chiamati in età successive. Nel battesimo, lo Spirito chiama anche i piccoli, prima ancora che essi siano in grado di cercarlo. La prassi di battezzare i B. appena nati impone oggi alle famiglie e alle comunità cristiane di interrogarsi sul significato che esse danno a questa celebrazione. All’infuori di una prospettiva di fede, che faccia di questo atto della Chiesa una manifestazione dell’amore preveniente del Padre, è difficile giustificare questa prassi: sia di fronte alle obiezioni del pensiero laico, sia di fronte all’impegno di conversione, che è connesso col battesimo. La scelta di battezzare comporta per i genitori e per le comunità cristiane, dai fedeli ai vescovi, che condividono con i genitori la responsabilità della medesima scelta, l’impegno della CdB.

6. Come per Gesù, così anche di ogni B. si può parlare di un «avvento», di un «natale», di una «epifania».

Avvento-, oggi si è tutti unanimi nel riconoscere che l’educazione del B., e di conseguenza la sua evangelizzazione, comincia prima che egli nasca. La C. pre-nuziale (→ matrimonio) è irrinunciabile per la formazione degli‘sposi anche come educatori nella fede (e così dicasi della C. successiva) per i misteriosi ma reali rapporti intercorrenti tra il bambino e la madre, che lo porta in grembo.

7. Il natale-, è l’ingresso del B. nella strada dell’esistenza. L’antica espressione «venire alla luce» risuona gioiosamente di una buona novella: «Gesù è la luce di ogni uomo che viene a questo mondo». Ma questo B. viene anche alla «luce» che è la sua famiglia, la sua casa, la comunità del popolo che lo riconosce come «uno dei suoi». Su questo volto possono anche esserci segni di malattia e di morte. In questi casi occorre che un’intera comunità si stringa intorno ai genitori per una solidarietà piena che duri nel tempo e così catechizzi la dignità divina di ogni B.

8. La manifestazione o epifania: anche i B. crescono in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini. All’inizio appaiono dipendenti da altri. Si direbbero vasi vuoti da riempire, eppure giorno dopo giorno ci si accorge che sono un mondo con una sua cultura, una sua civiltà, una sua religiosità potenziali, ricco di immagini, sentimenti, attitudini nascoste che gradualmente si svegliano, vengono alla luce, prendono consistenza. Tra gli adulti e i B. si scopre la possibilità di comunicazione. I messaggi vengono scambiati con immediatezza prima delle parole che potranno essere dette. Il linguaggio dell’adulto non deve diventare uno strumento di pressione perché i B. eseguano ordini, ma un veicolo di comunicazione per una comunione, per camminare insieme.

9. Lo stesso messaggio della fede è comunicato gradualmente nell’ambito di questo rapporto genitori-figli (→ C. familiare; genitori). Si tratta di una comunicazione, che avviene inevitabilmente, anche quando i genitori non ne sono consapevoli. A contatto con loro, come con gli altri adulti (→ scuola materna), i B. sviluppano sempre un certo modo di vedere la realtà. Infatti c’è un giorno nella vita di ogni B. in cui per la prima volta risuona al suo orecchio un nome: Gesù. Se questo primo incontro con Gesù è sotto il segno «della vita e dell’amore», gli sviluppi successivi saranno più facili. Se questo primo incontro fosse sotto il segno della morte e della paura, del ricatto o della tristezza, allora negli sviluppi successivi vi sarebbero certamente motivi di insofferenza e di rigetto per qualsiasi discorso cat.

10. Molte volte e in diversi modi i B. colgono la presenza di Dio al di fuori e prima di parlare con lui. Quando i B. sono aiutati ad ascoltare, osservare, contemplare, allora diventano capaci di rispondere, di parlare, di unire il gesto alle parole. E la preghiera si fa C. Le parole e i gesti che gli adulti possono offrire ai B. per pregare, debbono essere sempre a servizio della loro spontaneità. Ma per imparare a pregare hanno bisogno di rivolgersi a chi già per primo si è rivolto a loro con amore: non possono imparare a pregare in nome di un dovere astratto.

11. Tutti i B. hanno poi il diritto di sapere ciò che il Padre ha voluto rivelare ai suoi figli e in che modo lo ha rivelato. Nella persona di Gesù possono trovare questa prima intuizione d’insieme. È opportuno ricordare che la C. è sempre un servizio alla Scrittura anche quando si tratta di B. Perciò i genitori e gli educatori sono impegnati ad approfondire i grandi temi della Bibbia. Poi si tratta di raccontare con la semplicità dei B., nel momento più propizio (occasionalità) e nel modo più opportuno (linguaggio); senza contaminarla con fiabe e leggende non autentiche. Racconto occasionale, ma nella mente di chi lo narra deve trovare una sua organicità. Ora le feste cristiane restano in ogni modo le prime e principali occasioni per parlare a molti B., in modo organico e in maniera interessante, di ciò che i libri della Bibbia dicono di Gesù. Un racconto infantile non significa infantilismo: un Gesù adulto presentato in modo adatto ai B. è più interessante per loro di quanto non lo sia un Gesù bambino presentato in modo adatto agli adulti.

12. Oggi c’è grande varietà di sussidi cat. per B: non tutti sono libri «di fede» o trasmettono una immagine d’insieme corretta. Si richiede un attento discernimento.

Bibliografia

CEI, Il catechismo dei bambini, Roma 1973; S. Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino, Roma, Città Nuova, 1979; H. Lubienska de Lenval, Pedagogia sacra, Leumann-Torino, LDC, 1969; K. Tilmann, Stupore ed esperienza, vie a Dio, Roma, Ed. Paoline, 1969; R. Vianello, La religiosità infantile, Firenze, Giunti Barbera, 1976.

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