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AFRICA

[di André Seumois (1917-2000)]

Sotto il pontificato di Gregorio XVI (1831-1846) — che era stato Prefetto di «Propaganda Fide» dal 1826 — si risvegliò nella Chiesa l’attività missionaria. Essa fu favorita dalla nascita di nuovi Istituti missionari e dalla ripresa missionaria di Congregazioni più antiche, che riacquistavano vigore dopo le difficoltà della Rivoluzione Francese. Nell’Africa, i Lazzaristi appaiono nel 1838 in Abissinia, gli Spiritani arrivano nel 1844 nel Gabon e l’anno dopo nel Senegal, i Gesuiti nel 1845 nel Madagascar, i Missionari Oblati di Maria I. nel 1851 in Natal. Intanto era scattata l’ora delle esplorazioni geografiche nell’interno del continente africano, in seguito alle quali si scoprì il flagello della tratta dei negri. All’appello dell’Africa nacquero in Francia nuovi Istituti Missionari; le Missioni Africane di Lione nel 1856 e i Missionari d’Africa (Padri Bianchi) nel 1868. La Conferenza di Berlino (1885) decideva la ripartizione dei territori africani tra le varie potenze europee interessate, tra le quali la Francia e il Belgio: il che fu all’origine della odierna Africa francofona.

1. Periodo coloniale. Il grande iniziatore della ripresa missionaria in Africa fu Fr. Libermann con i suoi missionari (chiamati Spiritani nel 1848). Per la C. essi volevano moltiplicare i catechisti laici pensando addirittura di dar loro gli «ordini minori»: il che non fu accettato dalle autorità centrali. Vennero poi i Padri Bianchi del card. Lavigerie, che aveva in vista nelle sue «Istruzioni» del 1879 il ripristino dell’antico catecumenato, sebbene, secondo una sua interpretazione, con una durata di almeno 4 anni e la distribuzione dei candidati in 3 gruppi: postulanti, catecumeni, eletti. Egli considerava come assai normale l’esistenza di due categorie di cristiani, i catecumeni e i fedeli, e di più era favorevole a ritardare il battesimo «in molti casi» al momento della morte. Questo lungo catecumenato non fu mai sancito dalle autorità missionarie centrali, ma fu di stretto obbligo nelle missioni dei Padri Bianchi fino al Vat. II, ed esercitò un certo influsso sugli altri gruppi missionari operanti in Africa, che organizzarono un catecumenato della durata da 6 mesi a 2 anni, con programma d’istruzioni però assai flessibile, prima della preparazione immediata al battesimo. Ai catecumeni si insegnava comunemente a leggere e a scrivere; e i metodi d’insegnamento religioso erano di tipo scolastico: imparare a memoria le domande e le risposte formulate in un manuale di catechismo fatto in un paese occidentale per i fanciulli cristiani. La grande difficoltà riguardava la costituzione d’una terminologia cristiana, data la varietà delle lingue o dialetti locali e la mancanza di vocaboli per esprimere concetti astratti, e anche per il fatto che i termini religiosi locali si presentavano con connotazioni pagane talvolta inaccettabili.

Inoltre, molti candidati al battesimo erano attirati da prospettive di promozione sociale; e la preoccupazione predominante dei missionari era l’insegnamento nelle scuole elementari, a tal punto che molti catecumenati furono chiusi per fare posto a tali scuole. Alcuni vescovi però cercarono di migliorare la C. studiando le lingue locali e la mentalità religiosa indigena. Da segnalare V. Roelens, Instructions aux missionnaires Pères Blancs du Haut-Congo (Baudouinville, 1920; da completare con 3 documenti su «Le Bulletin des Missions» 22 [1948] 221-239); A. de Clercq, Recueil d’Instructions Pastorales (Louvain, Museum Lessianum, 1930).

2. Periodo di transizione. Una proposta assai radicale per presentare il cristianesimo ai Bantu apparve nel 1948, mettendo in questione tutta la impostazione della C. tradizionale in Africa: si tratta della Catéchèse bantoue di PI. Tempels OFM («Le Bulletin des Missions» 22 [1948] 258-279), seguita dall’articolo Les bases de notre catéchèse en Afrique («Orientations Pastorales» [1959] 62, 59-68). Invece di modellare gli africani con le categorie mentali e morali europee nell’insegnamento religioso, bisogna inculturare il cristianesimo in modo africano secondo il modo di pensare e di comportarsi della gente, già studiato dal Tempels nella sua Philosophie Bantoue (varie edizioni dal 1945). Il pensiero di Tempels finiva però in modo assai sconcertante nel 1962 con Notre Rencontre (Limete, Centre d’Études Pastorales; cf la critica su «Nouv. Rev. Théol.» 96 [1964] 725-743).

La necessità di africanizzare seriamente la presentazione della C. s’imponeva però negli ambienti missionari. Una inchiesta sui manuali di catechismo in Africa fu condotta da L. Denis nel 1952, nell’intento di migliorare l’insegnamento religioso (sul questionario e le risposte: «Rev. du Clergé Africain» 7 [1952] 149-154, 401-408; 8 [1953] 213220; «Lumen Vitae» 7 [1952] 339-343; 8 [1953] 153-156, 340-344).

Nel 1955 a Kinshasa (allora Léopoldville) ebbe luogo (22-27 ag.) la «Settimana Internazionale di Studi sulla formazione religiosa e umana nell’Africa Nera» sotto la direzione di L. Denis (del Centro Documentario Cat. di Mayidi) e di → G. Delcuve (di «Lumen Vitae», Bruxelles) con circa 500 partecipanti provenienti da varie regioni dell’Africa Nera (Pormation religieuse en Afrique Noire, Bruxelles, Ed. Lumen Vitae, 1956). Un giudizio sul congresso è stato presentato da J. Hofinger SJ (lnternationaler Katechetischer Kongress fùr Afrika, in «Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft» 11 [1955] 301302).

Assai importante per la C. in Africa, benché svoltasi prima di poter usufruire dell’insieme dei documenti del Vatic. II, fu la Settimana Panafricana di Studi cat. tenuta (26 ag.-2 sett. 1964) nel locale del Seminario Maggiore di Katigondo in Uganda, sotto la direzione di → J. Hofinger con un centinaio di partecipanti, che lavorarono in gruppi di studio (francese, inglese) su certi rapporti presentati per iscritto (La Semaine d’Études Catéchétiques de Katigondo, in «Rev. du Clergé Afr.» 19 [1964] 501-584; Pan-African Catechetical Study Week, Katigondo 1964, in «Afr. Eccl. Rev.» 6 [1964] 333-420). Nota caratteristica del convegno fu l’insistenza perché si adattasse l’insegnamento cristiano alla mentalità africana, si accorciasse la durata del catecumenato pur migliorando l’incisività dell’insegnamento (discorso d’apertura del card. Rugambwa), e si rinunziasse al metodo troppo scolastico che puntava sulla fedele memorizzazione di formule astratte senza cambiare l’impegno religioso profondo della gente.

3. Periodo d’indipendenza. Il Vat. II ha provocato un cambiamento profondo nella figura del cristianesimo in Africa e nei metodi pastorali. L’opera missionaria è stata ripensata specialmente alla luce dei «semina Verbi» come «preparazione evangelica» al messaggio della Alleanza Nuova (AG 3a; llb; 15a; 22; LG 16; 17) in modo da inserire la vita cristiana nelle tradizioni e nei costumi africani validi. Anche la situazione sociale dell’Africa francofona conobbe allora una svolta radicale, con la fine del regime coloniale e l’accesso all’indipendenza socio-politica; una conseguenza fu la promozione del clero e del personale africano alle redini del governo ecclesiale, in sostituzione del personale missionario estero, il cui compito si riduceva all’aiuto subalterno, ancora indispensabile. Il problema centrale è diventato quello di costituire Chiese particolari veramente cattoliche ma anche autenticamente africane, con ministri propri. A questo concentramento di forze ha giovato il disimpegno sostanziale dall’insegnamento profano nelle scuole, ormai nazionalizzate, favorito dal forte calo degli effettivi degli Istituti Missionari, che precedentemente vi avevano impiegato le loro migliori energie (cf le riserve da noi espresse su questo punto nella 24a Settimana di Missiologia di Lovanio 1954: Questions scolaires aux Missions, Museum Lessianum, DDB, 1955, 12-42).

I catechisti laici sono diventati più numerosi. Anche gli Istituti o Centri per la loro formazione sono passati da 56 nel 1975 a 156 nel 1983, 18 dei quali solo per lo Zaire (cf Annuario S.C. per l’Ev. dei Popoli, 1983, 100).

II compito del → catechista è cambiato: da quello dell’umile factotum ausiliare del missionario sacerdote, è diventato un ministero laicale riconosciuto nella Chiesa sotto l’autorità del vescovo; sono anche apparsi, oltre al catechista animatore di comunità rurale senza sacerdote, che è stata strutturata in certe diocesi come comunità ecclesiale di base, i catechisti urbani per gruppi rionali con decentralizzazione della pastorale parrocchiale, o addirittura per dirigere parrocchie (a Kinshasa: i «bakambi»; sul loro statuto: «Mission de l’Église» [1976] 32,41-44).

L’organizzazione del catecumenato si è fatta molto più flessibile secondo le indicazioni di AG (n. 14); ha perso il suo vecchio quadro casermistico e scolaresco, e instaurato rapporti vitali con l’ambiente, specialmente con la comunità cristiana del luogo; l’Ordo Initiationis degli adulti è stato egregiamente interpretato e concretizzato secondo le differenze etniche o regionali (ad es.: card. P. Zoungrana, Un’esperienza di catechesi missionaria oggi, nel vol. Andate e Insegnate. Commento alla «Catechesi tradendae», Bologna, EMI, 1980, 541-552).

La C. infine si è incamminata in direzione propriamente africana, in modo da evitare false situazioni presso i fedeli che prima erano lacerati tra la loro appartenenza cristiana e la loro personalità africana. Non punta più tanto sul conformismo sacramentalista individuale, ma piuttosto sull’autentica vita cristiana a base di convinzioni salde, e protesa alla testimonianza nell’ambiente.

Bibliografia

F. Gonzàlez, La dimensión misionera de la catequesis en las fóvenes Iglesias de Àfrica, nel vol. Dimensión misionera de nuestra catequesis (29a Semana Española Mis. 1976), Burgos, 1977, 199-249; Mukulu Mwamba, Problèmes actuels de la catéchèse en Afrique, nel vol. L’Évangélisation dans l’Afrique d’aufourd’hui. Semaine Théologique de Kinshasa 1975, Kinshasa, Fac. de Théol. Cathol., 1980, 121-139; Th. Villana, Le róle des catéchistes en Afrique, nel vol. Evangelizzazione e Culture. Congresso Intem. di Missiologia 1975, vol. III, Roma, Univ. Urbaniana, 1976, 21-35.

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